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  1. #1
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    Predefinito Il nuovo Partito Comunista?

    Il nuovo Partito Comunista? - Stato & Potenza

    Pubblicato il: 4 febbraio, 2014
    Analisi / Storia

    Il nuovo Partito Comunista?

    Di recente, il partito Comunisti – Sinistra Popolare, guidato da Marco Rizzo, ha fatto rinascere il “Partito Comunista”, sancendo questa trasformazione nel congresso appena tenutosi. Ma sarebbe bene ricordarsi il passato recente di Marco Rizzo. Egli ha trascorso una trentina di anni tra PCI (si noti: il PCI berlingueriano ormai degenerato nell’“eurocomunismo” e nell’apologia della “protezione” della NATO in Italia), in Rifondazione Comunista e nel Partito dei Comunisti Italiani (altri partiti che hanno ben dimostrato di essere lontani da qualsiasi forma di socialismo). Stante gli slogan fin troppo massimalisti del congresso, Rizzo ha fatto parte ed è stato parte integrante di quei partiti (PRC e PdCI) che adesso critica aspramente, li ha rappresentati nel Parlamento italiano, mansione per la quale riceve ancora un “proletario” vitalizio di oltre 4.600 euro. Da ingranaggio della borghesia euro-atlantica e della socialdemocrazia si è trasformato in un “bolscevico della prima ora”, a nemico viscerale di quello che definisce «virus del “cretinismo parlamentare”» che ha contagiato il PCI «fino alla sua dissoluzione». Un PCI malato ma del quale faceva parte anche lui.
    Nonostante il passato di Rizzo nelle file fucsia di PRC e PdCI, i documenti congressuali del Partito Comunista si aprono con una grande esaltazione del passato storico marxista-leninista, in linea con un’ortodossia resa in maniera fin troppo retorica. Questo nuovo slancio nell’ortodossia, invece che proporre analisi nuove sulle prospettive del socialismo, precisa che «per ridare credibilità e capacità di attrazione, prima di tutto fra le masse popolari, agli ideali del socialismo e del comunismo» è necessario «ritornare alle origini del movimento comunista», ovvero, alla «esposizione organica dell’analisi e dei principi fondativi del socialismo-comunismo» del «Manifesto del Partito Comunista del 1848 di Marx ed Engels». In pratica, il nuovo Partito Comunista, criticando la degenerazione revisionista dei moderni partiti comunisti, propone una specie di “ritorno alle origini”, “alla purezza ideologica originaria”. Un’operazione a metà tra il retorico e il nostalgico, che dimentica il fatto che il marxismo subisca anch’esso, nel corso della storia e delle esperienze socialiste contemporanee, un miglioramento qualitativo, e dell’importante lezione teorica che: «Sarebbe ridicolo esigere che i classici del marxismo avessero elaborato per noi delle soluzioni pronte per tutte le questioni teoriche immaginabili che sarebbero potute sorgere in ogni paese singolarmente preso, in 50-100 anni; affinché noi, posteri dei classici dei marxismo, avessimo la possibilità di rimanere tranquillamente coricati e rimasticare soluzioni bell’e pronte» (Josif Stalin, Rapporto al XVIII Congresso del PC(b) dell’URSS, 10 marzo 1939). In pratica, un salto cieco in un vecchio passato, cercando in esso una continuità con la situazione presente.
    Dopo le tante euforiche, e troppo retoriche, celebrazioni dottrinali, si passa ad una critica diretta del socialismo reale. Secondo Rizzo «non ha fallito il socialismo, ma la sua revisione», eppure questa revisione, non limitandosi ai tradimenti di Chruščëv e di Gorbačëv, viene fatta coincidere anche con «le riforme di Kosygin», e viene ribadito che bisogna imparare dalla «restaurazione del capitalismo nei Paesi dell’Est». In poche righe e senza analisi degne di nota (se non l’eresia, da parte dei paesi socialisti dell’Est europeo della «pianificazione con il mercato»!), viene liquidata la massima costruzione del socialismo nel XX secolo, ovvero i paesi del Patto di Varsavia, ed anche, forse sulla scia della vetusta retorica maoista, l’URSS nell’era di Brežnev e del socialismo sviluppato. Non a caso, gli esempi ideologici di Rizzo, sono citati testualmente nelle «sole significative eccezioni del Partito Comunista Cinese e del Partito del Lavoro d’Albania», partiti che fecero della fantomatica lotta al “socialimperialismo sovietico” la loro bandiera. Ma, benché il primo bersaglio del congresso sia l’URSS “revisionista”, il vero obiettivo è la Cina, insieme agli altri Stati del BRICS. Per tutto il documento e in diversi contesti, il Partito Comunista esprime forti critiche a quei “revisionisti” che «ritengono di potere trovare soluzioni alla propria condizione sociale nell’ambito di un capitalismo improntato ai principi del cosiddetto “sistema di mercato sociale” come terreno di possibile compromesso fra interessi contrapposti», una critica (nemmeno troppo velata) al sistema economico cinese; ma sarebbe bene ricordare a Rizzo le parole di Fidel Castro (che invece è reputato un “compagno”!): «Per tutti coloro che, come noi, credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza». Oppure sarebbe bene ricordargli che, anche i miti del “purismo comunista”, in primis Cuba e Venezuela, hanno riconosciuto che, all’interno del socialismo, anche il mercato può giocare un ruolo positivo allo sviluppo dell’economia socialista. Sempre il lider máximo cubano ha detto: «Se si parla di socialismo, non dobbiamo dimenticarci ciò che il socialismo ha realizzato in Cina. Un tempo era terra di fame, povertà, disastri. Oggi niente di tutto questo. Oggi la Cina può nutrire, vestire, educare e curare 1 miliardo e duecento milioni di persone. Penso che la Cina sia un paese socialista, e il Vietnam pure sia una nazione socialista. Essi dicono che hanno introdotto tutte le necessarie riforme al fine di motivare lo sviluppo nazionale continuando a perseguire gli obiettivi del socialismo. Non ci sono regimi o sistemi completamente puri. A Cuba, per esempio, ci sono molte forme di proprietà privata. Abbiamo centinaia di migliaia di proprietari di aziende agricole. In alcuni casi essi possiedono fino a 110 ettari. In Europa sarebbero considerati grandi proprietari terrieri. Praticamente tutti i cubani sono proprietari della loro casa e, per di più, noi accogliamo con favore gli investimenti stranieri. Ma questo non vuol dire che Cuba ha smesso di essere socialista
    Ma la degenerazione teorica del nuovo “Partito comunista” arriva all’analisi del fenomeno dell’imperialismo. Qui, l’imperialismo americano viene liquidato come “uno dei tanti imperialismi in lotta” con un’analisi assolutamente fuori dalla realtà e fin troppo banale. Si dice infatti:
    «Non è quindi accettabile, perché falsa e sbagliata, la teoria del “superimperialismo” statunitense egemone che imporrebbe la propria volontà ai “subimperialismi” degli altri paesi industrializzati all’interno di un blocco omogeneo. Nella realtà esistono diversi disomogenei poli imperialisti, in aspra competizione tra loro per il controllo delle rotte commerciali, delle vie di comunicazione e telecomunicazione, dell’informazione e per la spartizione delle risorse del pianeta, dalle fonti d’energia, alle materie prime, all’acqua fino alle risorse umane, immense masse di diseredati che costituiscono l’esercito di riserva dei nuovi schiavi della produzione capitalistica. Anche quando apparentemente si manifestano coincidenze d’interessi, la competizione interimperialistica non cessa di operare, rimandando semplicemente la contrapposizione aperta ad un momento successivo».
    Chi siano questi “subimperialismi” viene chiarito subito: i BRICS, in particolar modo l‘“asse sino-russo”, al quale vengono lanciate la maggior parte delle sferzate. Ciò che colpisce ancor di più è l’analisi (definita «importante e piena di buon senso»!), riportata nel documento, di un ex generale russo, tale Vladimir Dvorkin, che recita: «L’Occidente è infatti preoccupato per l’eventuale formazione dell’alleanza russo-cinese. Questa alleanza, che in precedenza era meramente economica, si sta trasformando adesso in politico-militare. Da una parte, ci sono le alte tecnologie russe nella sfera dell’aviazione e della navalmeccanica, le armi missilistiche e il potenziale nucleare russo, nonché le risorse russe. Dall’altra parte, la laboriosità, la numerosa popolazione e l’espansione demografica della Cina. È una tremenda forza. Ovviamente, l’Occidente è molto preoccupato da questo vettore di sviluppo dei rapporti russo-cinesi. Ciò, in sostanza, mette in forse il dominio dell’Occidente nel mondo».
    È questo il nocciolo teorico di Rizzo e dei suoi: null’altro che una lotta tutti contro tutti tra potenze (tutte quante imperialiste e capitaliste!), e lo spauracchio non è più l’imperialismo ma sono gli “ingannevoli e mascherati” imperialismi di Cina, Russia e degli altri Paesi del BRICS, principali bersagli delle critiche congressuali. Il nuovo PC nasconde il ruolo antiegemone che ricoprono i BRICS, nasconde il ruolo coerentemente antimperialista della Russia di Putin (la cui difesa della sovranità siriana ha potuto evitare un’altra falsa guerra umanitaria), e prosegue nelle dogmatiche politiche anticinesi del KKE. In realtà, il mondo moderno non è un “caos” multipolare causato da diversi paesi egemoni, come vorrebbe Rizzo, ma è diviso in un campo oggettivamente egemone, che mira ad espandersi ricorrendo all’uso della guerra (anche psicologica), ed in altri campi che si oppongono ad esso, ma che non sono mai ricorsi (né hanno intenzione di ricorrere) alla guerra come mezzo di espansionismo. Mentre il metodo yankee è quello dello strike first e della falsa guerra al terrorismo, quello dei BRICS è quello della difesa della sovranità degli Stati, del rispetto reciproco, della diplomazia prima della guerra (inquadrata soltanto come extrema ratio), della neutralizzazione degli effetti più nefasti del mercato internazionale (sebbene a gradi differenti e a diversi livelli, dalla Russia capital-dirigista di Putin alla Cina socialista del PCC, passando per il Brasile, dove socialisti e comunisti sono insieme al governo del Paese).
    Riprendendo in modo pedante lo schema leninista sulle origini del primo conflitto mondiale, e cercando di imporlo alla realtà attuale in modo manicheo, ma di fatto stravolgendola, Rizzo arriva alla conclusione che:
    «La teoria del “superimperialismo” conduce direttamente ad un’ulteriore e pericolosa degenerazione. È sufficiente che la contraddizione interimperialista si manifesti come contrapposizione di un qualsiasi imperialismo all’imperialismo USA per generare, soprattutto in una certa “sinistra”, l’illusoria idea della dicotomia tra “imperialismo buono”, nei cui confronti scattano pulsioni di simpatia e “imperialismo cattivo”. Non è forse anche questo il senso dell’insistere del Partito della Sinistra Europea sulla necessità di creare un Esercito Europeo e di potenziare la Polizia Europea? E non deriva forse tutto questo dall’incapacità o dal rifiuto di comprendere la vera sostanza di qualsiasi imperialismo? Solo queste considerazioni, basate su una definizione scientifica dell’imperialismo, possono farci comprendere il ruolo reale dei BRICS, la cui vera natura sfugge, per le ragioni che citavamo più sopra, alla maggior parte della cosiddetta “sinistra”».
    Rizzo persiste, instancabile, in questa retorica atta quasi ad accreditare l’imperialismo americano, facendolo passare come “uno dei tanti in lotta”. Non risulta che Cina o Brasile abbiano organizzato rivolte e colpi di stato in altri paesi per poi intervenire, foraggiato mercenari o fomentato guerre civili, organizzato gigantesche operazioni di false flag per indurre l’opinione pubblica locale a sostenere operazioni militari all’estero, né che si siano mai arrogati il diritto ad interferire con la forza nella sovranità altrui. Questo continuo richiamarsi alla teoria leninista dell’imperialismo a sproposito non ha altro risultato che frenare il percorso teorico del socialismo. Scrisse bene Stalin nel Breve corso: «Non si può considerare la teoria marxista-leninista come una raccolta di dogmi, come un catechismo, come un Credo, e i marxisti stessi come dei pedanti infarciti di testi. [...] Impadronirsi della teoria marxista-leninista non vuol dire affatto impararne a memoria tutte le formule e conclusioni. Per impadronirsi della teoria marxista-leninista occorre, innanzitutto, imparare a distinguere tra la sua lettera e la sua sostanza. [...] La teoria marxista-leninista non è un dogma, ma una guida per l’azione». Leonardo Olivetti
    "L'odio per la propria Nazione è l'internazionalismo degli imbecilli"- Lenin
    "Solo i ricchi possono permettersi il lusso di non avere Patria."- Ledesma Ramos
    "O siamo un Popolo rivoluzionario o cesseremo di essere un popolo libero" - Niekisch

  2. #2
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    Predefinito Re: Il nuovo Partito Comunista?

    Citazione Originariamente Scritto da Kavalerists Visualizza Messaggio
    Il nuovo Partito Comunista? - Stato & Potenza

    Pubblicato il: 4 febbraio, 2014
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    Il nuovo Partito Comunista?

    Di recente, il partito Comunisti – Sinistra Popolare, guidato da Marco Rizzo, ha fatto rinascere il “Partito Comunista”, sancendo questa trasformazione nel congresso appena tenutosi. Ma sarebbe bene ricordarsi il passato recente di Marco Rizzo. Egli ha trascorso una trentina di anni tra PCI (si noti: il PCI berlingueriano ormai degenerato nell’“eurocomunismo” e nell’apologia della “protezione” della NATO in Italia), in Rifondazione Comunista e nel Partito dei Comunisti Italiani (altri partiti che hanno ben dimostrato di essere lontani da qualsiasi forma di socialismo). Stante gli slogan fin troppo massimalisti del congresso, Rizzo ha fatto parte ed è stato parte integrante di quei partiti (PRC e PdCI) che adesso critica aspramente, li ha rappresentati nel Parlamento italiano, mansione per la quale riceve ancora un “proletario” vitalizio di oltre 4.600 euro. Da ingranaggio della borghesia euro-atlantica e della socialdemocrazia si è trasformato in un “bolscevico della prima ora”, a nemico viscerale di quello che definisce «virus del “cretinismo parlamentare”» che ha contagiato il PCI «fino alla sua dissoluzione». Un PCI malato ma del quale faceva parte anche lui.
    Nonostante il passato di Rizzo nelle file fucsia di PRC e PdCI, i documenti congressuali del Partito Comunista si aprono con una grande esaltazione del passato storico marxista-leninista, in linea con un’ortodossia resa in maniera fin troppo retorica. Questo nuovo slancio nell’ortodossia, invece che proporre analisi nuove sulle prospettive del socialismo, precisa che «per ridare credibilità e capacità di attrazione, prima di tutto fra le masse popolari, agli ideali del socialismo e del comunismo» è necessario «ritornare alle origini del movimento comunista», ovvero, alla «esposizione organica dell’analisi e dei principi fondativi del socialismo-comunismo» del «Manifesto del Partito Comunista del 1848 di Marx ed Engels». In pratica, il nuovo Partito Comunista, criticando la degenerazione revisionista dei moderni partiti comunisti, propone una specie di “ritorno alle origini”, “alla purezza ideologica originaria”. Un’operazione a metà tra il retorico e il nostalgico, che dimentica il fatto che il marxismo subisca anch’esso, nel corso della storia e delle esperienze socialiste contemporanee, un miglioramento qualitativo, e dell’importante lezione teorica che: «Sarebbe ridicolo esigere che i classici del marxismo avessero elaborato per noi delle soluzioni pronte per tutte le questioni teoriche immaginabili che sarebbero potute sorgere in ogni paese singolarmente preso, in 50-100 anni; affinché noi, posteri dei classici dei marxismo, avessimo la possibilità di rimanere tranquillamente coricati e rimasticare soluzioni bell’e pronte» (Josif Stalin, Rapporto al XVIII Congresso del PC(b) dell’URSS, 10 marzo 1939). In pratica, un salto cieco in un vecchio passato, cercando in esso una continuità con la situazione presente.
    Dopo le tante euforiche, e troppo retoriche, celebrazioni dottrinali, si passa ad una critica diretta del socialismo reale. Secondo Rizzo «non ha fallito il socialismo, ma la sua revisione», eppure questa revisione, non limitandosi ai tradimenti di Chruščëv e di Gorbačëv, viene fatta coincidere anche con «le riforme di Kosygin», e viene ribadito che bisogna imparare dalla «restaurazione del capitalismo nei Paesi dell’Est». In poche righe e senza analisi degne di nota (se non l’eresia, da parte dei paesi socialisti dell’Est europeo della «pianificazione con il mercato»!), viene liquidata la massima costruzione del socialismo nel XX secolo, ovvero i paesi del Patto di Varsavia, ed anche, forse sulla scia della vetusta retorica maoista, l’URSS nell’era di Brežnev e del socialismo sviluppato. Non a caso, gli esempi ideologici di Rizzo, sono citati testualmente nelle «sole significative eccezioni del Partito Comunista Cinese e del Partito del Lavoro d’Albania», partiti che fecero della fantomatica lotta al “socialimperialismo sovietico” la loro bandiera. Ma, benché il primo bersaglio del congresso sia l’URSS “revisionista”, il vero obiettivo è la Cina, insieme agli altri Stati del BRICS. Per tutto il documento e in diversi contesti, il Partito Comunista esprime forti critiche a quei “revisionisti” che «ritengono di potere trovare soluzioni alla propria condizione sociale nell’ambito di un capitalismo improntato ai principi del cosiddetto “sistema di mercato sociale” come terreno di possibile compromesso fra interessi contrapposti», una critica (nemmeno troppo velata) al sistema economico cinese; ma sarebbe bene ricordare a Rizzo le parole di Fidel Castro (che invece è reputato un “compagno”!): «Per tutti coloro che, come noi, credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza». Oppure sarebbe bene ricordargli che, anche i miti del “purismo comunista”, in primis Cuba e Venezuela, hanno riconosciuto che, all’interno del socialismo, anche il mercato può giocare un ruolo positivo allo sviluppo dell’economia socialista. Sempre il lider máximo cubano ha detto: «Se si parla di socialismo, non dobbiamo dimenticarci ciò che il socialismo ha realizzato in Cina. Un tempo era terra di fame, povertà, disastri. Oggi niente di tutto questo. Oggi la Cina può nutrire, vestire, educare e curare 1 miliardo e duecento milioni di persone. Penso che la Cina sia un paese socialista, e il Vietnam pure sia una nazione socialista. Essi dicono che hanno introdotto tutte le necessarie riforme al fine di motivare lo sviluppo nazionale continuando a perseguire gli obiettivi del socialismo. Non ci sono regimi o sistemi completamente puri. A Cuba, per esempio, ci sono molte forme di proprietà privata. Abbiamo centinaia di migliaia di proprietari di aziende agricole. In alcuni casi essi possiedono fino a 110 ettari. In Europa sarebbero considerati grandi proprietari terrieri. Praticamente tutti i cubani sono proprietari della loro casa e, per di più, noi accogliamo con favore gli investimenti stranieri. Ma questo non vuol dire che Cuba ha smesso di essere socialista
    Ma la degenerazione teorica del nuovo “Partito comunista” arriva all’analisi del fenomeno dell’imperialismo. Qui, l’imperialismo americano viene liquidato come “uno dei tanti imperialismi in lotta” con un’analisi assolutamente fuori dalla realtà e fin troppo banale. Si dice infatti:
    «Non è quindi accettabile, perché falsa e sbagliata, la teoria del “superimperialismo” statunitense egemone che imporrebbe la propria volontà ai “subimperialismi” degli altri paesi industrializzati all’interno di un blocco omogeneo. Nella realtà esistono diversi disomogenei poli imperialisti, in aspra competizione tra loro per il controllo delle rotte commerciali, delle vie di comunicazione e telecomunicazione, dell’informazione e per la spartizione delle risorse del pianeta, dalle fonti d’energia, alle materie prime, all’acqua fino alle risorse umane, immense masse di diseredati che costituiscono l’esercito di riserva dei nuovi schiavi della produzione capitalistica. Anche quando apparentemente si manifestano coincidenze d’interessi, la competizione interimperialistica non cessa di operare, rimandando semplicemente la contrapposizione aperta ad un momento successivo».
    Chi siano questi “subimperialismi” viene chiarito subito: i BRICS, in particolar modo l‘“asse sino-russo”, al quale vengono lanciate la maggior parte delle sferzate. Ciò che colpisce ancor di più è l’analisi (definita «importante e piena di buon senso»!), riportata nel documento, di un ex generale russo, tale Vladimir Dvorkin, che recita: «L’Occidente è infatti preoccupato per l’eventuale formazione dell’alleanza russo-cinese. Questa alleanza, che in precedenza era meramente economica, si sta trasformando adesso in politico-militare. Da una parte, ci sono le alte tecnologie russe nella sfera dell’aviazione e della navalmeccanica, le armi missilistiche e il potenziale nucleare russo, nonché le risorse russe. Dall’altra parte, la laboriosità, la numerosa popolazione e l’espansione demografica della Cina. È una tremenda forza. Ovviamente, l’Occidente è molto preoccupato da questo vettore di sviluppo dei rapporti russo-cinesi. Ciò, in sostanza, mette in forse il dominio dell’Occidente nel mondo».
    È questo il nocciolo teorico di Rizzo e dei suoi: null’altro che una lotta tutti contro tutti tra potenze (tutte quante imperialiste e capitaliste!), e lo spauracchio non è più l’imperialismo ma sono gli “ingannevoli e mascherati” imperialismi di Cina, Russia e degli altri Paesi del BRICS, principali bersagli delle critiche congressuali. Il nuovo PC nasconde il ruolo antiegemone che ricoprono i BRICS, nasconde il ruolo coerentemente antimperialista della Russia di Putin (la cui difesa della sovranità siriana ha potuto evitare un’altra falsa guerra umanitaria), e prosegue nelle dogmatiche politiche anticinesi del KKE. In realtà, il mondo moderno non è un “caos” multipolare causato da diversi paesi egemoni, come vorrebbe Rizzo, ma è diviso in un campo oggettivamente egemone, che mira ad espandersi ricorrendo all’uso della guerra (anche psicologica), ed in altri campi che si oppongono ad esso, ma che non sono mai ricorsi (né hanno intenzione di ricorrere) alla guerra come mezzo di espansionismo. Mentre il metodo yankee è quello dello strike first e della falsa guerra al terrorismo, quello dei BRICS è quello della difesa della sovranità degli Stati, del rispetto reciproco, della diplomazia prima della guerra (inquadrata soltanto come extrema ratio), della neutralizzazione degli effetti più nefasti del mercato internazionale (sebbene a gradi differenti e a diversi livelli, dalla Russia capital-dirigista di Putin alla Cina socialista del PCC, passando per il Brasile, dove socialisti e comunisti sono insieme al governo del Paese).
    Riprendendo in modo pedante lo schema leninista sulle origini del primo conflitto mondiale, e cercando di imporlo alla realtà attuale in modo manicheo, ma di fatto stravolgendola, Rizzo arriva alla conclusione che:
    «La teoria del “superimperialismo” conduce direttamente ad un’ulteriore e pericolosa degenerazione. È sufficiente che la contraddizione interimperialista si manifesti come contrapposizione di un qualsiasi imperialismo all’imperialismo USA per generare, soprattutto in una certa “sinistra”, l’illusoria idea della dicotomia tra “imperialismo buono”, nei cui confronti scattano pulsioni di simpatia e “imperialismo cattivo”. Non è forse anche questo il senso dell’insistere del Partito della Sinistra Europea sulla necessità di creare un Esercito Europeo e di potenziare la Polizia Europea? E non deriva forse tutto questo dall’incapacità o dal rifiuto di comprendere la vera sostanza di qualsiasi imperialismo? Solo queste considerazioni, basate su una definizione scientifica dell’imperialismo, possono farci comprendere il ruolo reale dei BRICS, la cui vera natura sfugge, per le ragioni che citavamo più sopra, alla maggior parte della cosiddetta “sinistra”».
    Rizzo persiste, instancabile, in questa retorica atta quasi ad accreditare l’imperialismo americano, facendolo passare come “uno dei tanti in lotta”. Non risulta che Cina o Brasile abbiano organizzato rivolte e colpi di stato in altri paesi per poi intervenire, foraggiato mercenari o fomentato guerre civili, organizzato gigantesche operazioni di false flag per indurre l’opinione pubblica locale a sostenere operazioni militari all’estero, né che si siano mai arrogati il diritto ad interferire con la forza nella sovranità altrui. Questo continuo richiamarsi alla teoria leninista dell’imperialismo a sproposito non ha altro risultato che frenare il percorso teorico del socialismo. Scrisse bene Stalin nel Breve corso: «Non si può considerare la teoria marxista-leninista come una raccolta di dogmi, come un catechismo, come un Credo, e i marxisti stessi come dei pedanti infarciti di testi. [...] Impadronirsi della teoria marxista-leninista non vuol dire affatto impararne a memoria tutte le formule e conclusioni. Per impadronirsi della teoria marxista-leninista occorre, innanzitutto, imparare a distinguere tra la sua lettera e la sua sostanza. [...] La teoria marxista-leninista non è un dogma, ma una guida per l’azione». Leonardo Olivetti
    L'ho letto anch'io questo articolo. Fino a poco tempo fa avrei dato ragione a SEP. Ora, però, ho iniziato una serie di ricerche sulla Rep. Popolare Cinese e devo dirti che non la considero più un paese socialista. Certo è che la presenza di Russia e Cina sono necessarie per fermare i deliri d'onnipotenza di USA e Israele.

  3. #3
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    Predefinito Re: Il nuovo Partito Comunista?

    Personalmente non sono completamente in accordo con nessuna delle due parti, perchè se da un lato capisco le ragioni geopoltiche di S&P ma mai metterei la mano sul fuoco sulle eventuali buone e disinteressate intenzioni verso il resto del mondo della nuova allenaza politica, economica e strategica di Russia e Cina, dall'altra la tesi di Rizzo di volere ridurre il superimperialismo usraeliano al rango di un imperialismo "come tutti gli altri" significa avere i neuroni preposti all'analisi politica in stato comatoso, imo.
    Ultima modifica di Kavalerists; 14-02-14 alle 22:19
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  4. #4
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    Predefinito Re: Il nuovo Partito Comunista?

    Citazione Originariamente Scritto da Kavalerists Visualizza Messaggio
    Personalmente non sono completamente in accordo con nessuna delle due parti, perchè se da un lato capisco le ragioni geopoltiche di S&P ma mai metterei la mano sul fuoco sulle eventuali buone e disinteressate intenzioni verso il resto del mondo della nuova allenaza politica, economica e strategica di Russia e Cina, dall'altra la tesi di Rizzo di volere ridurre il superimperialismo usraeliano al rango di un imperialismo "come tutti gli altri" significa avere i neuroni preposti all'analisi politica in stato comatoso, imo.
    Se vogliamo liberarci dall'abbraccio mortale della Nato e dell'Ue sarà necessario collaborare strettamente con le due potenze emergenti e con la Russia in particolare. Sarebbe meglio, però, che l'Europa si rinforzasse (esercito proprio e atomica) in modo che sia un rapporto di collaborazione paritario. Infatti nemmeno io credo alla buona e disinteressata "causa" de blocco sino-russo.

  5. #5
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    Predefinito Re: Il nuovo Partito Comunista?

    Citazione Originariamente Scritto da LupoSciolto Visualizza Messaggio
    L'ho letto anch'io questo articolo. Fino a poco tempo fa avrei dato ragione a SEP. Ora, però, ho iniziato una serie di ricerche sulla Rep. Popolare Cinese e devo dirti che non la considero più un paese socialista. Certo è che la presenza di Russia e Cina sono necessarie per fermare i deliri d'onnipotenza di USA e Israele.
    A parte le cose condivisibili su rizzo e sulla ortodossia marxista e marxista-leninista a me sembra una lode senza se e senza ma di deng e del cosiddetto "socialismo di mercato". Mi piacerebbe sapere quelli di Stato e Potenza dove vogliono andare a parare e qual è la loro idea di socialismo.
    SINISTRA COMUNISTA

 

 

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