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Discussione: Ildegarda di Bingen

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    Predefinito Ildegarda di Bingen

    Monaca benedettina, la mistica tedesca Ildegarda di Bingen ci ha lasciato importanti opere che toccano tematiche teologiche, filosofiche e naturalistiche, ma il suo temperamento eclettico e igneo ha avuto modo di travalicare il recinto della scrittura teologale: era infatti anche profetessa, predicatrice, musicista, poetessa, pittrice e guaritrice. Conosceva perfettamente le virtù del mentastro e della polmonaria, del sangue di talpa essiccato e del cuore di pavone cotto in acqua e issopo E sapeva come applicarle, perché lo studio dei fenomeni che governano il corpo umano l’aveva resa custode di sapienti pratiche erboristiche e mediche. Aveva ricevuto un'investitura ben superiore a quella delle classi consacrate dal potere temporale e spirituale perché, attraverso il più straordinario dei doni profetici, aveva ricevuto la sapienza divina. Ildegarda aveva la capacità di vedere con gli occhi dell'anima, di trapassare la realtà visibile, di radiografare gli organi dei corpi e i pensieri nascosti. E, così come a cinque anni si era entusiasmata per il bel vitellino maculato che vedeva nel ventre della mucca, per tutta la vita rimase innamorata delle meraviglie che il ventre dell'universo nasconde, ora nella sua forma d'uovo (Liber Scivias), ora "dentro la ruota dello Spirito infuocato, che si irradia dal firmamento alla terra fino al suo centro, nell'ultima opera: l'uomo" (Liber Divinorum Operum).

    Reclusa fin da bambina in un monastero benedettino della regione del Reno, temprata dalle durezze dell’isolamento, avvezza a rigorose pratiche spirituali, diventò badessa all’età di trentotto anni e riuscì a ribaltare il concetto monastico che fino ad allora sembrava inamovibile, preferendo una vita di predicazione a quella più tradizionalmente claustrale. Ma non dimenticò mai di essere donna.

    E in risposta a chi le rimproverava l’eccessivo sfarzo nell’abbigliamento delle consorelle durante le cerimonie, l’indomita badessa dal nome di valchiria invocava la bellezza e la grazia come strumenti di adorazione divina.



    Liber Scivias, Protestificatio: Il fuoco dell'ispirazione divina

    "Apertosi il cielo, un fuoco luminoso ne uscì lampeggiando
    e penetrò tutto il mio cervello, il mio cuore e le mie viscere,
    infiammandomi come una fiamma che riscalda e non brucia"
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  2. #2
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    Predefinito

    Giorgio Montefoschi

    LE VISIONI DI ILDEGARDA. E L'UOMO SI FA DIO



    Chi era Ildegarda di Bingen? Chi era la donna che nel 1169 aveva settantatré anni, scriveva ai papi e a Federico Barbarossa, era in contatto con Bernardo di Chiaravalle, aveva predicato - fatto assai insolito per quei tempi - nelle cattedrali di Colonia e di Treviri, di Liegi e di Magonza? La monaca aristocratica che paragonava se stessa a una poverella, a una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio, possedeva uno sguardo che andava ben oltre i confini della vita monastica; una cultura che certamente non si limitava alle Sacre Scritture; e, a dispetto delle malattie che la tormentarono tutta la vita, una tempra d'acciaio. L'amore per il sapere fortificava la sua fede nelle fonti dell'enciclopedismo medievale, nei testi di Dionigi Areopagita e Agostino: e di molti altri, forse letti in segreto, come Seneca con ogni probabilità. Il carattere forte la sorreggeva nella volontà, impedendole di cedere alle debolezze del corpo, nonostante le emicranie fortissime, gli squassanti dolori alle ossa: infatti, viaggiava; predicava; interpellava abati e principi; curava i malati; come le streghe della tradizione contadina, faceva magie con le erbe; coltivava la musica e il canto. Ebbe visioni fin dall'infanzia, tuttavia, per lunghi anni, le tenne segrete. Solo nel 1136, quando aveva quarant'anni, una voce misteriosa le impose di mettere per iscritto quello che vedeva nel silenzio della mente. Nacquero, in tal modo, i suoi libri profetici: il Liber Scivias, il [/i]Liber vitae meritorum[/i] e il Liber Divinorum Operum, la sua opera più importante.

    Com'erano le visioni di Ildegarda, queste visioni tenute nascoste perché, come tutte le cose eccezionali, si temeva fossero ispirate dal demonio? Lo spiega lei stessa. «Queste cose - scrisse – non le ascolto con le orecchie del corpo e neppure nei pensieri del mio cuore... ma unicamente all'interno della mia anima, con gli occhi aperti, per cui nelle visioni non subisco il venir meno dell'estasi: le vedo in stato di veglia, di giorno e di notte». C'è una voce misterica così terrena, infatti così superbamente carnale, una seduzione «stregonesca» così profonda in questo libro visionario ma «vigile», scritto «a occhi aperti» che lascia il lettore moderno sbalordito. Perché, se è vero, come diceva Bernardo di Chiaravalle, che nelle visioni divine le immagini sopraggiungono non solo per attenuare lo «splendore insopportabile» della luce divina, ma anche per «rendere possibile la comunicazione agli altri uomini», è altrettanto vero che la quantità di carne e sangue, di scienza e pensiero, di natura e di mondo che queste immagini riflettono, non ha confini. Del resto, non potrebbe essere altrimenti, quando al centro di tutto stanno la creazione e l'uomo. Il disegno è complesso e semplice. Dio aveva creato gli angeli; ma uno di loro, il più bello, Lucifero, s'inorgoglì e pensò stoltamente di potersi equiparare a Lui. Dio, allora, lo cacciò negli abissi eterni e, per riparare a questa offesa della creazione, fece l'uomo. Lo fece a sua immagine e somiglianza, nella ragione e nella carne, perché il Figlio avrebbe dovuto rivestirsi con veste di carne, per la redenzione dell'uomo.

    L'oggetto della contemplazione di Ildegarda, dunque, non è l'astratto generarsi del Verbo nell'intelletto, bensì, come scrive Marta Cristiani nella sua introduzione a Il libro delle opere divine: «la concretezza del farsi carne del Verbo nella natura dell'uomo-microcosmo, sintesi di tutta la natura creata». Nella forma dell'uomo, Dio raffigura tutte le sue opere, infatti: l'universo e le sue energie, la terra e i pianeti, il caldo e il freddo, l'umido e il secco, il sole e la luna, l'acqua e il fuoco. Tutto è a servizio dell'uomo. E l'uomo non potrebbe vivere senza la creazione. Così come Dio non potrebbe vivere senza l'uomo.
    Perché questa è la verità sconvolgente, colma di conforto, che ci propone Ildegarda: quanto, fino a che punto Dio ama l'uomo.


    Fonte: Corriere della Sera del 27.12.03



    Liber Divinorum Operum, Prologo

    "Ed io povera creatura dall'aspetto di donna, alla presenza
    di quell'uomo che segretamente avevo cercato e trovato,
    alla fine tutta tremante misi mano a scrivere".
    Ultima modifica di Silvia; 28-11-10 alle 15:24
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  3. #3
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    Predefinito

    Il simbolismo dei colori, che caratterizza le immagini delle visioni di Ildegarda, e che risalta nella vivezza delle miniature che le illustrano, non è esclusivamente una ripetizione dei motivi simbolici della tradizione. Ad ognuno dei colori utilizzati (bianco, nero, giallo, grigio, azzurro, rosso, oro e colori metallici, verde) Ildegarda attribuisce una molteplicità di significati, in parte tradizionali, in parte originali del suo sistema. Il verde, come il rosso con cui sta in relazione, ha una rilevanza straordinaria, ed il termine viriditas è utilizzato da Ildegarda ad indicare una molteplicità di realtà connotate, più che dal colore vero e proprio, dalla caratteristica che questo colore indica: la forza vitale, che si esprime nella maniera più esplicita ed immediatamente percepibile nella vegetazione, ma che è riconoscibile in tutti i livelli, fisici e spirituali, del creato, comunque si manifesti sensibilmente. Viriditas dunque si manifesta non solo nell'ambito vegetale, ma anche in quello cosmologico e antropologico: l'anima è la viriditas dell'uomo, poiché è il principio della vita e del movimento, ma anche le pietre hanno una loro viriditas che è virtus, cioè principio della loro attività salutare nei confronti del corpo umano.

    Michela Pereira - Islab Hildegard von Bingen: Le forze vitali del mondo




    Liber Scivias, I vis. 1 (incipit): La forza e la stabilità del regno di Dio.

    Vidi qualcosa simile a una grande montagna, di color ferrigno.
    Sopra vi sedeva un personaggio di così grande luminosità
    da abbagliare la mia vista.






    Liber Scivias, III vis. 1: La caduta degli angeli ribelli

    Quando fu creato, Lucifero incedeva rivestito di luce,
    e con lui tutte le splendide creature della sua schiera,
    che ora sono spente nella tenebrosa oscurità.






    Liber Scivias, I vis. 6: Gli spiriti celesti

    Le nove schiere degli angeli riecheggiano
    i miracoli che Dio compie nelle anime beate.






    Liber Scivias, I vis. 3: Il cosmo in forma di uovo

    Per mezzo di questa grande figura a forma di uovo, che è
    l'universo, vengono resi visibili gli invisibili segreti dell'eterno.






    Liber Divinorum Operum, I vis. 4: Corrispondenze cosmiche

    Dio ha creato gli esseri superiori in modo da rafforzare
    e purificare gli esseri nel mondo inferiore.






    Liber Scivias, II vis. 5: La Trinità

    Vidi una luce chiarissima ed in essa una figura umana
    color zaffiro, che rifletteva tutta quanta il soavissimo
    splendore della luce fiammeggiante.
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Ildegarda di Bingen

    Ildegarda fu anche un'abile compositrice musicale, molti dei brani da lei composti sono ancora oggi suonati:


    altri sono serviti da ispirazione per composizioni moderne:

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 28-06-12 alle 00:15
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Ildegarda di Bingen

    Citazione Originariamente Scritto da zucchetta Visualizza Messaggio
    Ildegarda fu anche un'abile compositrice musicale, molti dei brani da lei composti sono ancora oggi suonati...
    Ildegarda si dedicò alla musica dopo i quarant'anni e raccolse le sue composizioni in in un'opera che già nel titolo rievoca il tema dell'armonia delle sfere: Symphonia harmoniae revelationum caelestium, "Sinfonia dell'armonia delle celesti rivelazioni". La musica, per Ildegarda, è l'elemento di congiunzione (harmozein) che mantiene le sfere celesti in armonia tra loro. Si tratta di inni per le varie feste dell'anno liturgico e di canti in gloria di santi, apostoli, martiri e virtù divine. Non sorprende che i canti dedicati a figure femminili siano numerosi: quindici alla Vergine Maria e tredici a Sant'Orsola.





    La miniatura raffigura, a sinistra, la Musica regina
    che, immersa in un cielo stellato, dirige le varie forme
    in cui questa si esprime: a partire dall'alto, la musica
    delle sfere celesti, il canto, la musica strumentale.
    (Bibl. Laurenziana, Firenze)
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  6. #6
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    Mario Gargantini

    ARMONIA CELESTE E ARMONIA MUSICALE


    Symphonia è un concetto chiave nell'universo spirituale di Ildegarda, che lo usa per indicare non solo l'armonia dei suoni creati dalle voci e dagli strumenti, ma anche l'armonia celeste e l'armonia intima dell'uomo. Secondo Ildegarda, l'anima umana è simphonalis (sinfonica) e questa caratteristica si esprime sia nell'accordo fra anima e corpo, sia nel far musica. La musica è celeste e terrestre insieme: essa evoca, almeno per un momento, la consonanza celeste che regnava in Paradiso prima del peccato originale, riproducendola nel giubilo delle voci e degli strumenti. Il primo uomo spontaneamente cantava, con voce simile a quella degli angeli, fin quando il peccato non ruppe l'armonia con Dio. La musica e il canto richiedono reciproco accordarsi e adattarsi: cosÏ il demonio, che non può accordarsi con nessuno, non può cantare.

    Ildegarda, in musica come nelle altre sue opere, fa propri gli elementi della cultura del suo tempo, il canto gregoriano in questo caso, ma ne infrange i limiti: la straordinaria estensione delle tonalità dei suoi canti può superare le due ottave e il suo linguaggio poetico fa volentieri ricorso agli effetti strani o addirittura violenti, rifiutando le forme stilistiche levigate, usuali nelle composizioni di inni dei suoi contemporanei.

    Oltre che per le necessità della vita comunitaria, la composizione musicale serve a Ildegarda per dar corpo alle sue visioni, alle sue intuizioni e a comunicare almeno in parte i contenuti così individuali della sua esperienza mistica. Come lei stessa dice, infatti, quando la parola e la musica si uniscono nel canto, la musica "aumenta" la santità della parola, risvegliando vibrazioni simpatetiche nel corpo e facendo così penetrare direttamente nell'anima il senso delle parole.


    Ultima modifica di Silvia; 28-11-10 alle 17:36
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  7. #7
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    Predefinito Rif: Ildegarda di Bingen

    Il compimento dell'opera della creazione è per la badessa di Bingen l'essere umano, che non solo compendia il mondo nella sua forma corporea (il tema del microcosmo), ma porta avanti al suo massimo livello la creazione attraverso la riproduzione della vita nell'amore. Può sembrare strano che una monaca benedettina del XII secolo attribuisse una così decisa centralità al corpo umano: strumento della continuità della vita nella sua forma più perfetta, modello e compendio del cosmo. Ildegarda, che pure si riconosceva nel dualismo della tradizione platonica e altomedievale fra l'anima e il corpo, non lo leggeva però come una contrapposizione assoluta e originaria. Indubbiamente essa riconosce la manchevolezza che deriva dalla duplicità della costituzione umana quando afferma, riflettendo sulla propria esperienza, che "in questa composizione duplice risiede l'imperfezione della creatura umana". Ma tale manchevolezza è ricondotta alla caduta provocata dal peccato originale, che aveva sbalzato gli esseri umani dalla condizione di perfetta integrità nella quale erano stati creati.

    Nella creazione, l'uomo e la donna sono stati entrambi dotati di corpo: ciò significa che Dio, al vertice della sua opera, ha posto una duplicità duplice (l'uomo e la donna, entrambi composti di anima e di corpo) ed ha immesso nel piacere sessuale (dove permane anche dopo la caduta, seppure accompagnata da turbamenti) la propria forza creatrice, che si rende visibile nell'evento della maternità. Così, se anche Ildegarda mostra di condividere la concezione tradizionale della debolezza della donna, non fa di essa una copia imperfetta dell'uomo, e sottolineando l'originarietà della loro differenza riconosce ad entrambi di essere i continuatori dell'opera divina. Infatti entrambi manifestano, nel loro corpo, la presenza della forza vitale che Ildegarda esprime attraverso un termine quasi intraducibile, viriditas.

    Michela Pereira - dal sito Islab
    (Hildegard von Bingen: Le forze vitali del mondo)




    *^*^*^*^*



    Il piacere sessuale (dal Liber causae et curae, pp. 69-70, 76)

    "Quando nel maschio si fa sentire l'impulso sessuale (libido), qualcosa comincia come a turbinare dentro di lui come un mulino, poiché i suoi fianchi sono come la fucina in cui il midollo invia il fuoco affinché venga trasmesso ai genitali del maschio facendolo bruciare ... Ma nella donna il piacere (delectatio) è paragonabile al sole, che con dolcezza, lievemente e con continuità imbeve la terra del suo calore, affinché produca i frutti, perché se la bruciasse in continuazione nuocerebbe ai frutti più che favorirne la nascita. Così nella donna il piacere con dolcezza, lievemente ma con continuità produce calore, affinché essa possa concepire e partorire, perché se bruciasse sempre per il piacere non sarebbe adatta a concepire e generare. Perciò, quando il piacere si manifesta nella donna, è più sottile che nell'uomo, perché il suo fuoco non arde in essa con la stessa forza che nell'uomo."






    Liber Scivias, I vis. 4: La vicenda umana

    "Uomini e donne hanno nei loro corpi, come se fossero vasi, il seme umano.
    Il bambino nell'utero materno riceve lo spirito al tempo stabilito da Dio.
    Nel tabernacolo del corpo l'essere umano affronta i pericoli dell'inganno
    diabolico e combatte aspre battaglie"
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Ildegarda di Bingen

    VIRIDITAS OSSIA LA FORZA DELLA VITA


    ( Riflessioni sulla filosofia di Ildegarda di Bingen)


    Di Maria Vittoria Picozzi


    Nel Liber Divinorum Operum Ildegarda mostra il mondo come opera d’arte di Dio: l’uomo rispecchia la regolarità del cosmo in tutte le sue condizioni. Tutto si riferisce a tutto, tutto è collegato reciprocamente e unito indivisibilmente a Dio: «Tutto, infatti, tutto ciò che esiste nell’ordine di Dio, risponde con tutto».
    Prima Dio era distante, estraneo; ora invece Ildegarda scopre e svela all’umanità la presenza di Lui nelle piante, nelle pietre, negli elementi e, naturalmente, nell'uomo. La sua visione dell’universo parte, potremmo dire, dalle altezze siderali e si dirama fino a toccare ogni campo della umana esistenza. Ogni cosa per lei è unita da un unico filo, che ne tesse la trama straordinaria, mirabile; tutto è messo in moto da quella “energia suprema”, da quella “forza miracolosa”, che altro non è che la VITA.
    La vita in quanto tale è una potenzialità travolgente, un turbine che investe anche la più piccola cosa del creato, il quale, proprio per questo, ha una funzione sempre determinante. Niente è lì per caso, ma l’interdipendenza caratterizza il cosmo in una totale unità e completezza.
    Con questo stesso spirito Ildegarda si dedica alle ricerche in campo medico e terapeutico, convinta com’è che le malattie, fisiche o psichiche, da cui l’umanità spesso è afflitta, non sono altro che la conseguenza visibile di una rottura di quel filo meraviglioso, che lega ogni oggetto della creazione e ad ogni cosa trasmette la sua carica vitale. Lei studia le proprietà puramente materiali delle piante o delle pietre, ad esempio (era una attenta osservatrice), ma non si ferma all’esame esteriore: le interessa piuttosto scoprire i poteri terapeutici nascosti in esse; poteri che lei ritrova anche nella musica e nella parola. Questo è straordinario, se si considera il tempo in cui Ildegarda visse: la musica, ad esempio, era essenzialmente diretta al sacro ed era comunque vista come elemento formale, celebrativo. Il pensiero che l’armonia delle note, attraverso una bella voce o uno strumento dal suono melodioso, potesse avere una funzione terapeutica, infondendo pace, calma interiore e quindi benessere, è di una modernità straordinaria. Ai giorni nostri la musicoterapia si sta diffondendo; è accertato che ha effetti benefici e spesso risolutivi in gravi stati di deficit della salute fisica o di traumi con conseguenze letali e irreversibili e Ildegarda, nel lontano XII secolo, lo aveva già scoperto; anche nella musica lei aveva già visto la ricerca e il tentativo dell’uomo di recuperare l’armonia eventualmente infranta.
    Anche nella musica vedeva il rispecchiarsi dell’ordine dell’universo, anzi, come lei stessa affermava, nella musica è possibile ascoltare <<l’eco delle armonie celesti>>. Per la prima volta Ildegarda intuisce la organicità del mondo naturale e comprende perciò che si ammala chi, per qualche ragione, “rompe” con l’organismo: si inceppa qualcosa, qualcosa non funziona più come dovrebbe. Due sole opere di medicina furono composte in occidente nel XII secolo e sono tutte e due di Ildegarda, una donna che costituiva, nel suo tempo, uno scrigno vivente di esperienze e sapere inimmaginabile per ciò che riguarda l’osservazione e la conoscenza delle scienze naturali e della medicina. Quel poco che, fino a qualche tempo fa, si sapeva di lei ce la presentava solo come una mistica, intenta a visioni soprannaturali, perduta nella contemplazione di
    verità di fede, che, attraverso la sua voce, venivano rivelate e trasmesse all’umanità comune. Si è sempre trascurata invece e, a mio avviso, non senza motivo, la sua grande attività di ricerca scientifica, la sua curiositas, nel senso più profondo del termine, verso quei segreti che, secondo lei, la natura celava e che costituivano un immenso tesoro; il frutto dell’amore del Creatore che ogni più piccola cosa aveva predisposto, perché servisse all’esaltazione ed al benessere di quello, che costituiva il suo gioiello, l’opera più preziosa: l’uomo.
    La lettura delle opere di Ildegarda perciò ci svela possibilità insospettate del mondo naturale; dal punto di vista medico, alimentare, terapeutico in genere. Così che potremmo anche pensare che la viriditas, di cui lei tanto spesso parla, oltre ad essere quel fluido prodigioso che attraversa, innervandole, tutte le creature e il cosmo stesso, è proprio il potere nascosto in tutto ciò che, appunto, “verdeggia”. Ciò che è verde è vivo, palpitante, attraverso le sue fibre e le radici, anche profonde, passa la vita, e la vita genera frutti di ogni specie, che arricchiscono la bellezza del creato e, a loro volta, si preparano a produrre ancora, in un processo continuo, infinito ed esaltante: il processo vitale, che non si arresta mai e che, per uno straordinario prodigio, è capace di generare vita anche dalla morte.
    Proprio questa capacità generativa deve aver affascinato tanto Ildegarda, la vergine votata totalmente a Dio fin dalla più tenera età; esclusa dal mondo degli esseri viventi, in una clausura, che teoricamente, erigendo un solido muro tra le recluse e il mondo esterno, avrebbe dovuto renderle privo di interesse ogni processo naturale, impedendogliene la conoscenza. In realtà, forse, quell’averla strappata dal mondo, gliene ingigantì il fascino e l’amore straordinario.Intuì le grandi potenzialità della donna, l’unica, appunto, dotata della capacità di generare la vita e a lei affidò il compito, a quei tempi impensabile, di mediare, di essere il tramite sapiente, amorevole, tra la Divinità e il cosmo. In lei, frutto d’amore e per l’amore, Ildegarda riconosce la capacità ditessere la tela sottilissima, che accoglie nella sua trama l’opera del Creatore.
    Il mondo di Ildegarda è un mondo vivo, un mondo protagonista, mai oggetto, da cui lei, a piene mani, afferra le numerosissime immagini simboliche e le figure, di cui non svela mai subito l’identità, catturando perciò con il senso di mistero che le circonda; poi, dopo la ‘cattura’, è sempre lei che sembra spingerci a scoprire i segreti, a scrutare le potenzialità enormi che questo mondo nasconde.
    Alla base di tutto la profetessa renana sa che c’è quel filo miracoloso, quell’energia vitale, che leganoi, esseri viventi, all’intero mondo naturale; non dobbiamo mai dimenticarlo: tra natura ed esseri umani c’è un rapporto continuo ed è dunque nei prodotti della natura che l’uomo deve cercare ciò che fa bene al suo equilibrio, alla sua salute. Senza mai perdere di vista il fatto che tutto ciò che esiste nell’universo è stato fatto per lui. E oggi, proprio quando i progressi scientifici ci mettono continuamente di fronte a scoperte straordinarie, chissà per quale arcano mistero, la “medicina dolce” di stampo ildegardiano sta suscitando grande attenzione.
    Forse l’umanità si sente sola e smarrita; il sapere, spezzettato in innumerevoli discipline, “specializzazioni”, non la rassicura, perché avverte, in modo palpabile, che gli scienziati, frantumando il corpo e facendone oggetto di studi approfonditi, hanno perso, lungo la strada, la sua anima. Macchine avanzatissime, ma anonime, distanti, sezionano le singole parti del suo fragile essere materiale, ma non riescono più a ricomporre il tutto; e le parti così frantumate sono sole, si perdono, non trovano più il filo che le univa tutte, in un immenso abbraccio.
    La viriditas va perdendosi in mille rivoli inutili, in rami secchi, senza vita e l’umanità sente di essere sola, non più parte di una originaria superiore organicità, frutto dell’armonia cosmica. Allora ecco il fascino ritrovato dell’opera di Ildegarda, che, al contrario, instancabilmente, cerca l’equilibrio perduto e con tutto l’amore rivolge l’attenzione non solo alla fisicità dell’uomo, ma anche ai suoi stati d’animo, nella convinzione che la psiche e la corporeità siano strettamente unite e dipendenti (e Freud è ancora tanto lontano).
    Indimenticabili sono le pagine che la studiosa dedica alla malinconia, da lei considerata, appunto, conseguenza dell’inaridimento della viriditas, della linfa vitale. E’ come se ad un tratto nell’uomo venisse meno il verdeggiare, inteso in senso dinamico, di movimento, di produzione e richiamo alla vita per tutti gli esseri viventi e la natura in genere. Ildegarda stessa dice:<<Tutti i fenomeni sono in rapporto con l’anima, che è nel corpo come un vento di cui non si vede né si sente il soffio, aerea…>>; e, quando questo vento non soffia più, la vita si ferma in una immobilità di morte. La malinconia prende il sopravvento con il suo funesto fardello di vuoto.
    E Ildegarda vuole capire, vuole penetrare anche in questo mistero, che tanto fa soffrire l’umanità in ogni tempo. Vuole sapere che cosa ruba l’anima, la linfa vitale, agli esseri umani; vuole scoprire perché, all’improvviso, il fuoco, che dà senso alla vita, si spegne. Nel Medio Evo veniva accentuato solo l’aspetto negativo di quella condizione definita melancholìa, da melaina cholè o atra bilis dei Romani, la famigerata bile nera ritenuta responsabile di gravi malattie; questa era legata in modo indissolubile all’immagine di Chronos, il dio greco del tempo, che rappresentava l’irresistibile scorrere della vita degli esseri umani, delle cose e dell’universo.
    Un’immagine dunque collegata con l’impossibilità per tutte le cose di scampare alla morte e alla loro definitiva dissoluzione. Ficino invece, più tardi, pur considerando anche lui Saturno come una stella infausta, sentirà il bisogno di ricorrere al concetto neoplatonico di melancholia generosa e di trovare nella vita contemplativa un modo per divenire ‘padrone di sé’. L’uomo non più dunque una creatura semplicemente appartenente a Dio e da Lui inserita nella sua opera di creazione, secondo imprescindibili ed ineluttabili progetti, secondo un antropocentrismo assegnato a divinis, ma non ‘responsabile’. Lo studioso intende in questo modo penetrare e cercare la soluzione ad un problema antico, quello che, fin da tempi remoti, aveva individuato un rapporto stretto tra malinconia, acedia e disperazione, ma anche ‘eccellenza’. Ildegarda, che si considerava una malinconica, ma che era fortemente ancorata alla dottrina ippocratica degli umori ed alla scuola salernitana, dal canto suo, ha un approccio al problema molto più pragmatico, appena mitigato da fascinose influenze arabe ed ermetiche. Ma anche lei, prima di Ficino, intuisce il male del malinconico, che consiste proprio nella consapevolezza e percezione di una radicale instabilità, di una condizione intermedia oscillante tra forza creativa e debolezza, di una coscienza che si muove sull’orlo di un precipizio. Del resto questo, ci pare, è proprio il ritratto della Sibilla renana. Anche lei, come appunto, più avanti, Ficino, nel desiderio accorato di trovare dei rimedi a questo fenomeno, considerato ai suoi tempi, nell’ambito della medicina, come un disturbo patologico, una malattia dagli effetti spesso terribili, si preoccupa di redigere una lunga lista di precetti e di consigli dietetici.
    Alcuni rimedi derivavano il loro potere dalle piante e dalle pietre forse proprio perchè, affondando le radici nella terra o provenendo dalle profondità di essa, erano ritenute capaci di opporsi alle forze più occulte e oscure del mondo e potevano così aiutare chi ne era colpito a ‘risalire’.Ma è anche probabile che i rimedi pratici non fossero indirizzati ad altro scopo che quello di distogliere l’attenzione del malato dal ‘vero’ problema e che invece l’intento primario fosse di impedire, in qualche modo, che quello che doveva essere un isolamento, un allontanamento dalla vita attiva, per un percorso di ascesi, si pervertisse in autodistruzione, in odio della vita. Gianni Carchia, voce straordinariamente sensibile dei nostri tempi, ha proposto una soluzione nuova all’angoscia che accompagna sempre la malinconia; <<la malinconia>> egli dice <<è il sentimento di una mancanza, la nostalgia di una pienezza originaria, ciò che solo può far mettere le ali allo spirito…è nel dolore che si innesca il processo dell’anima…>> E qui ritroviamo la stessa Ildegarda, che aveva sempre presente la terribile perdita determinata dalla caduta dell’uomo, ma, al tempo stesso, non si chiudeva in inutili rimpianti e cercava nella vita, nelle risorse umane e naturali, il modo per riappropriarsi di quelle altezze perdute e accedere al soprannaturale.
    Continua, oggi, Carchia la sua riflessione sul tema affermando:<<…affinchè il sentimento della perdita non si smarrisca nell’autocompianto…bisogna che l’autoaccusa si sciolga nel perdono, anzitutto in quanto perdono di sé…non già il rimpianto muto o la negazione della perdita, ma l’accettazione e la coscienza di questa perdita…il perdono è qui, dunque, quel movimento della sublimazione che, riconoscendo mortale, effimera e caduca la vita, vede ed estrae la vita dalla morte>>.
    Parole bellissime, che inducono ad una riflessione profonda, che danno una valenza diversa e più positiva di una condizione esistenziale dell’uomo tanto drammatica. Infatti egli, continuando, espone così il suo pensiero:<<Questa trasfigurazione estetico-morale, nella quale si tolgono il rimorso e la dimensione della colpa, è quella per la quale la malinconia si determina essenzialmente come nostalgia…Come nostalgia, la malinconia-accettazione e memoria della caducità è una paradossale identità di desiderio e rimpianto.
    Malinconia è la stessa autocoscienza dell’irreversibilità…è desiderio e accettazione, trasfigurazione della vita nel suo carattere più singolarmente umano, nella coscienza della finitudine…è una sorta di compito infinito dello spirito: trattenere l’inarrestabile, desiderio di salvezza per i fenomeni…desiderio infinito della caducità, tentativo sempre vano e sempre ripreso da capo di conservare l’irreversibile, non già negandolo, ma in immagine, come memoria>>.
    Ildegarda osserva la malinconia da due punti di vista: quello ‘tragico’ dell’esistenza umana daAdamo in poi e quello, come si è già notato, più fisiologico, della predisposizione acuta di uomini e donne, che hanno una determinata complessione umorale. Per lei comunque i temperamenti melanconici sono quelli che più intensamente sperimentano la condizione tragica dell’uomo caduto.
    E Carchia appunto afferma:<< C’è nel concetto di malinconia un carattere di soglia…c’è una grande difficoltà di tracciare una linea di demarcazione tra medicina e filosofia, data l’indistinzione tra corpo e spirito…non si sceglie la malinconia…in nessun caso come in questo, il carattere dell’uomo è, in senso eracliteo, il suo destino>>. E’ vero, la malinconia non si sceglie; essa, come una seconda pelle, riveste uomini e donne particolari; si riconoscono tra i tanti; camminano sempre comesull’orlo di un precipizio: potrebbero precipitare,sì, ma anche lanciarsi verso l’alto, volare, verso visioni a cui ad altri non è dato accedere. E’ qui dunque, senza dubbio, che noi ritroviamo Ildegarda; nelle sue continue oscillazioni tra malattia e recupero, timore e salda determinazione, lei si pone al fianco di quei melanconici ai quali Dio ha dato una grazia eccezionale, sapienza o profezia, rendendoli, come dice Peter Dronke, insieme squilibrati e fuori dal comune. Grande malinconica anche lei, ma anche lei pervasa dallo stesso desiderio-accettazione e dal bisogno di trasfigurare il reale, la vita, non negandola, ma sublimandola; non condannando il finito, ma curandolo amorevolmente, nel tentativo incessante di salvarlo.
    Ildegarda,come è stato osservato, è stata sempre annoverata tra i mistici, eppure lei non ha mai perso di vista il mondo materiale, il sensibile, come cosa meravigliosa proprio in quanto voluta e creata da Dio e da Lui dotata di quella straordinaria linfa, che tutto muove, tutto fa vivere; quella viriditas appunto, che, ribadiamo, per lei è la vita e la vita è il miracolo più grande. Non aveva compiuto studi regolari Ildegarda, ma, attraverso l’osservazione amorevole e stupita dei segreti della natura, era riuscita a penetrare il mistero della vita ed a comprendere che, dopo aver trascorso secoli ad interrogarci sull’origine, era venuto il momento di volgere lo sguardo più in basso, verso quell’universo mondo, che palpita intorno e insieme all’umanità tutta; e con ciò svelare il mistero della vita e il bisogno che questa ha di essere alimentata, protetta, esaltata in ogni sua manifestazione.
    E questa è la sapienza: lei così semplice, così piccola, paupercola feminea forma,aveva capito che tutte le più elaborate teorie scientifiche e filosofiche, che tutti gli studi e le Summae, opera dell’uomo, non erano che grandi, preziose cornici di un’unica opera d’arte, la Vita. Quella vita, che scorre come viriditas, come anima mundi, nel più piccolo filo d’erba e nell’essere vivente più apparentemente insignificante, chè tale non è, proprio perché la possiede.
    Per questo ci piace chiudere queste riflessioni su Ildegarda con un riferimento alla donna, lo scrigno della vita, e, per lei, la personificazione dell’Amore, la splendida figura femminile che, nell’opera della profetessa si autodefinisce in questo modo:<<Sono l’energia suprema e fiammeggiante che trasmette fuoco a ogni vivente scintilla…sono la lucente vita dell’essenza divina; scorro splendente sui campi, brillo sulle acque, brucio nel sole, nella luna e nelle stelle…Insieme al vento ravvivo tutte le cose con energia invisibile e onnipresente…Forza che penetra fino alle più alte altezze e in tutte le profondità, che lega insieme e fa maturare tutte le cose…da lei le nubi ricevono il loro movimento, l’aria il suo volo, le pietre la loro consistenza, per lei l’acqua zampilla in ruscelli e per causa sua la terra fa nascere le piante…>>
    Qualcosa dunque di profondamente femminile, una forza diffusiva di disponibilità infinita.
    Ultima modifica di zucchetta; 08-12-10 alle 18:55
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    Predefinito Rif: Ildegarda di Bingen

    Ildegarda, che trovava sempre modo di aver ragione, riuscì a predire il giorno della propria morte: il 17 settembre 1179. Ed è questa la data in cui viene festeggiata come santa in tutto il mondo. Ma c'è un mistero che riguarda questa santità, perché, in effetti, non è mai stata riconosciuta ufficialmente. Il suo processo di canonizzazione, iniziato da Gregorio IX nel 1227 venne interrotto e mai più ripreso: si parla di documenti smarriti, ostacoli, impedimenti.
    A tutt'oggi, la Chiesa sembra essersi dimenticata di canonizzarla. Il calendario ufficiale riporta un'altra Ildegarda, seconda moglie di Carlo Magno, ma si parla tranquillamente di una santa Hildegard von Bingen, nominata nel Martirologio romano di Baronio e nel calendario ecclesiastico (si ritiene quindi che il suo culto ab immemorabili e l'inclusione nel Martirologio siano equivalenti a una vera e propria canonizzazione).

    Nel suo saggio/biografia Ildegarda badessa, visionaria, esorcista (Mondadori), Claudia Salvatori fa dire a Ildegarda, rivolta a Gilberto di Gembloux (il suo ultimo segretario che aveva provato a proclamarla santa scrivendo una Vita sanctae Hildegardis, incompleta): «Non avere troppa fretta, il tuo potrebbe rivelarsi un lavoro privo di fondamento». Ildegarda ha profetizzato la crisi spirituale dei tempi a venire, la fine del Sacro Romano Impero, l'avvento dell'Anticristo con parole che fanno rabbrividire per la loro attinenza ai tempi moderni: "Farà volare gli esseri umani, strapperà tutto il verde dalle foreste e la sua medicina sembrerà in grado di guarire ogni male". Non è impossibile che sapesse che non avrebbe mai avuto il suo rito di canonizzazione.


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    Predefinito Rif: Ildegarda di Bingen

    Citazione Originariamente Scritto da Silvia Visualizza Messaggio
    Ildegarda, che trovava sempre modo di aver ragione, riuscì a predire il giorno della propria morte: il 17 settembre 1179. Ed è questa la data in cui viene festeggiata come santa in tutto il mondo. Ma c'è un mistero che riguarda questa santità, perché, in effetti, non è mai stata riconosciuta ufficialmente. Il suo processo di canonizzazione, iniziato da Gregorio IX nel 1227 venne interrotto e mai più ripreso: si parla di documenti smarriti, ostacoli, impedimenti.
    A tutt'oggi, la Chiesa sembra essersi dimenticata di canonizzarla. Il calendario ufficiale riporta un'altra Ildegarda, seconda moglie di Carlo Magno, ma si parla tranquillamente di una santa Hildegard von Bingen, nominata nel Martirologio romano di Baronio e nel calendario ecclesiastico (si ritiene quindi che il suo culto ab immemorabili e l'inclusione nel Martirologio siano equivalenti a una vera e propria canonizzazione).

    Nel suo saggio/biografia Ildegarda badessa, visionaria, esorcista (Mondadori), Claudia Salvatori fa dire a Ildegarda, rivolta a Gilberto di Gembloux (il suo ultimo segretario che aveva provato a proclamarla santa scrivendo una Vita sanctae Hildegardis, incompleta): «Non avere troppa fretta, il tuo potrebbe rivelarsi un lavoro privo di fondamento». Ildegarda ha profetizzato la crisi spirituale dei tempi a venire, la fine del Sacro Romano Impero, l'avvento dell'Anticristo con parole che fanno rabbrividire per la loro attinenza ai tempi moderni: "Farà volare gli esseri umani, strapperà tutto il verde dalle foreste e la sua medicina sembrerà in grado di guarire ogni male". Non è impossibile che sapesse che non avrebbe mai avuto il suo rito di canonizzazione.


    I miei più vivi complimenti Silvia, mi sto facendo una cultura, quante coseche nn conoscevo.
    _Non rinnegare e non restaurare__


    Difendi la nazione come nei tempi passati, in modo moderno:" fotti lo Stato antifascista! "(Giò)
    L'invidia ha due bocche; con una sputa miele , con l'altra sputa veleno e fiele

 

 
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