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Discussione: Il Principe

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    Predefinito Rif: Il Principe

    Che cosa fa l'estrema destra italiana?
    Deliri del Principe nero.

    Valerio Borghese, ex comandante della «X Mas», è fermo al 1943 - Con i mille del suo «Fronte Nazionale» vuol creare uno Stato-ombra; si tiene pronto a raccogliere il potere, scoppiasse la guerra o la rivoluzione, e a ricostruire la repubblica di Salò Si sente un De Gaul!e italiano e di sinistra - Opera «nel mistero», ma riconosce d'aver guidato la rivolta di Reggio.

    Roma, dicembre. «Si, ci sono dei deputati e dei senatori che siedono in Parlamento sotto altre etichette, ma che in realtà appartengono al mio Fronte nazionale».

    Comandante Borghese, lei sta dicendo una... «E' così! E, del resto, che ci vede di strano? Sono venuti da me dei parlamentari a dirmi che le idee del Fronte gli piacevano e mi hanno chiesto se dovevano dimettersi. Io gli ho domandato: nel momento in cui vi chiederò di strappare la tessera del vostro partito e di dichiarare che aderite al Fronte, lo farete? Se mi dite di sì, benissimo: restate pure al vostro posto, voi sarete le nostre quinte colonne...».

    Sono tante o poche le vostre quinte colonne in Parlamento? «Non glielo dico». E ci sono altre persone note che aderiscono al Fronte? «Sì, ma non faccio nomi». In quali campi operano? «Nell'amministrazione dello Stato, nelle università, sono dirigenti industriali, operai, sindacalisti...». Sindacalisti della Cisnal? «No». Ci sono anche dei militari con voi? «Poiché le nostre idee viaggiano, esse trovano udienza anche nelle forze armate ». Davvero non vuol fare neanche un nome? «No». E allora, come vuole che le crediamo, comandante?

    Junio Valerio Borghese alza le spalle e mi fissa. Ho già visto quegli occhi. Erano quelli di un uomo col basco, le mostrine chiare con l'ancora, il gladio e l'alloro, la «P.38» alla cintola in una curiosa fondina fatta di tre cinghie incrociate. L'anno era il '44, io stavo in terza elementare, lui comandava per il fascismo più ribaldo la «X Mas». Ricordo un'estate di spari e di polvere, e poi un autunno pieno di pioggia, le valli del Piemonte rastrellate, partigiani impiccati con al collo un cartello che diceva: «E' passata la Decima». Adesso Borghese ha un pullover coi bottoni e 64 anni sulla schiena un po'curva.

    «Professione? Agricoltore» dice. Un mestiere, sostiene, che gli rende poco, le sue terre di Artena «costituiscono un debito colossale: io sono senz'altro un uomo povero», che ha la pensione di capitano di fregata - 148 mila lire il mese - e di medaglia d'Oro - altre 83 mila il mese. Mi detta le cifre con voce imperiosa, mentre il pugno sovente si serra duro e il braccio si leva di scatto nel gesto meccanico di chi, per troppo tempo, ha arringato gente in divisa.

    Tetri cimeli.

    Siamo nell'ufficio personale di Borghese, una stanza piena di giornali e dì carte. In un armadio, i documenti per la storia della «Decima» repubblichina. Al muro, il gagliardetto azzurro del reparto col teschio dalla rosa in bocca, lo scudetto dei mezzi d'assalto e stampe di Malta. C'è anche uno dei manifesti del Fronte: un bambino piange, mentre su di lui si protente una mano artigliata, su ogni artiglio una scritta: «Droga, omosessualità, prostituzione... ». Il titolo dice: «Italia drogata e democratica». Inutile sprecare parole sulle idee di Borghese: quel manifesto parla per lui.

    Se Almirante pronostica il peggio, il principe si ritiene immerso nel caos. «Un caos — giura — che avevo previsto fin dall'8 settembre, quando ho fatto una scelta di cui vado fiero. Quel giorno ho pianto, e poi non ho pianto più». E mi presenta a ciglia asciutte un quadro farneticante della realtà italiana, coi sovietici pronti a sbarcare sulle coste delle regioni «rosse», a Rimini o fra Viareggio e Massa. Chiedo: ma lei ne è davvero convinto? Mi fulmina duro: «Perché no?».

    Al centro di queste allucinazioni un gran vuoto: «Manca l'idea di Patria, che è stata abolita — spiegò Borghese -. Parlo di quell'idea che dopo il maggio francese ha consentito a Parigi una sfilata di un milione di persone sui Campi Elisi». Riuscirebbe una sfilata così a Roma? «Penso di si. Ma l'appello dovrebbe lanciarlo una persona non compromessa con la politica». Chi potrebbe essere costui? Il comandante si fa pensieroso: «Non ho in mente un uomo...». «Io ce l'ho — interviene l'ex segretario del Fronte, Carlo Benito Guadagni, già marò della X Mas, oggi impresario edile — quell'uomo non potrebbe essere che Borghese». Il principe si passa una mano sul volto e sospira: «Sì, forse io sono adeguato. Sì,io sono uomo capace di suscitare un corteo di un milione di uomini. Sono conosciuto, ho un seguito. Ma sono anche troppo anziano. E poi sono contrario all'idea che un uomo solo basti. Ci vorrebbe un gruppo di uomini che sollevi questa bandiera». Il Fronte? «Il Fronte sta preparando una struttura nazionale per sfruttare questo corteo di un milione di uomini».

    "Darci da fare"

    A fondare questa «libera associazione» è stato lui, nel Settembre 1968. «Molti mi sollecitavano: comandante, muoviamoci, bisogna darci da fare». Così qualcuno ha stilato gli «orientamenti programmatici» del Fronte. Mi offrono in lettura un opuscolo. E' la pattumiera delle pseudo-idee del neofascismo: abolire tutti i partiti - compreso il Msi - rimettere in vita le corporazioni, lo Stato forte come acropoli della civiltà italica, «no» al sistema, «si» all'ordine, al potere, alla disciplina.

    Da quel settembre s'è fatto un gran parlare di Borghese, anche se nessuno l'ha mai avvicinato: il «principe nero» che tiene le fila della sovversione di Destra, l'uomo della Cia, lo spettrale istigatore degli attentati di Milano, il finanziatore segreto del Msi... «Balle: ho dato quattro querele». Ma qual è la verità sul Fronte? Borghese e Guadagni nicchiano. «Sì, il principe ha girato l'Italia, non abbastanza, farei bene ad andare in giro di più». Sì, una volta è stato anche a Reggio Calabria, dove il Fronte «ha aperto gli occhi ai reggini», guidandoli nella rivolta contro partiti e sindacati, «una guida morale, perché noi abbiamo fatto da pompieri e, quando abbiamo detto di finirla, la rivolta s'è fermata di colpo».

    Quanti siete nel Fronte? «Si può dire centinaia di migliaia» annuncia Guadagni. Borghese lo corregge con fastidio: «Diciamo varie migliaia». Ma che cosa fate? «Almirante commette un grosso errore quando ci giudica un movimento sentimentale. In realtà, noi stiamo creando un centro di potere su scala nazionale, e abbiamo abolito tutte quelle manifestazioni retoriche che non ci portano diritti allo scopo.
    Per questo lavoriamo, ci sono nostri tecnici e studiosi che si stanno preparando e aggiornando»
    . E' un po' vago, comandante... Borghese sogghigna: «L'esperienza militare mi ha dimostrato che è una grossa forza circondarsi di un certo mistero». Poi mi accontenta: «Il Fronte ha un'organizzazione su scala provinciale: c'è un comitato basato sulle categorie e un delegato nel capoluogo di provincia, al quale mandiamo ordini da Roma. Per noi, il delegato ha la funzione del prefetto». Del prefetto? «Sì, le ho già detto che noi stiamo preparando un centro di potere che possa un giorno prendere il posto delle strutture attuali». Interviene Guadagni: «Qualcuno ha chiamato tutto questo uno Stato-ombra». Borghese allarga le braccia: «Be', potrà chiamarsi Stato quando avrà raggiunto la necessaria solidità».

    Magari la guerra

    E in che modo lo Stato-ombra creato dal Fronte sostituirà quello attuale? «Lo Stato di oggi è talmente marcio che forse non servirà nemmeno dargli un colpetto. L'attuale classe governante sta anelando qualcuno che si presenti e dica: signori, andate a casa».

    Cioè, si arrenderà? «Si è già arresa: tutti sanno che esegue rigidamente gli ordini del Pci». Ma se è così, non avete paura che siano i comunisti a bloccarvi? «Allora si arriverà ad una decisione del popolo italiano. Fra breve si porrà di nuovo il dilemma: o Roma o Mosca!». Borghese pronuncia impassibile queste parole putrefatte e mi fissa con gli occhi un po' sbarrati.

    Chiedo: ma quanto tempo ci vorrà perché subentriate allo Stato attuale?
    «Non molto tempo, credo, anche se è difficile dirlo. Dipende dal grado di preparazione del Fronte, dagli errori del governo, dallo stato dell'ordine pubblico: un autunno caldo, per esempio, è una situazione rivoluzionaria e potrebbe essere un'occasione perché qualcosa succeda. Oppure, se scoppia una guerra. Con una guerra molte cose potrebbero modificarsi...». Una guerra? Comandante, lei è pazzo, moriremmo tutti sotto le atomiche... Borghese mi scruta con la sufficienza del professionista: «Spero che non venga, ma se una guerra scoppia, non è detto che sia atomica: potrebbe essere ad armi convenzionali. In quel caso, quale classe dirigente sarebbe capace di reggere il timone di questa difficilissima Italia?».

    E invece di una guerra, un colpo di Stato, magari con un governo di «tecnici», non le farebbe comodo? «Se fosse a breve termine e inteso a ristabilire l'ordine o per impedire l'avvento dei comunisti, lo riterrei positivo. Ma in linea politica, no: un governo tecnico si presenterebbe come un governo conservatore, e noi invece siamo dei progressisti. Se non
    credessi né alla destra né alla sinistra, né al centro, potrei essere tranquillamente classificato di sinistra. Siamo perfino per la socializzazione!»
    .

    I quadri e i soldi

    Borghese parla, parla, parla, fissando il vuoto dinanzi a sé e alzando il pugno a scatti, mentre un'aria di follìa invade il piccolo ufficio. II suo Fronte, in realtà, è un'altra cosa. Gli aderenti non sono più di un migliaio, dispersi in una ventina di province, i centri più attivi a Reggio Calabria, Genova, Perugia, Firenze, Palermo. Dopo il fallito accordo con «Ordine Nuovo» - Borghese avrebbe messo il nome e i soldi, i neonazisti i quadri - nel Fronte sono rimasti soprattutto reduci dì Salò, spesso gente con denari e disposta a spenderli per rendere più eccitante il riposo del guerriero sconfitto. E' pericoloso, il Fronte? No e sì. No, perché pare non abbia la carica aggressiva degli squadristi del Msi o di altri gruppetti neri che vedremo. Sì, se qualcuno pensa di utilizzarlo, se gli fa credito politico e finanziario; se, in una società «sgranata» come la nostra, gli consente d'inserirsi in situazioni esplosive e di drogarle, com'è avvenuto in Calabria.

    E Borghese? E' un furbo pieno di rancori che cerca la rivincita? O è un visionario che insegue il proprio fantasma giovanile, quello di un'altra grande «Decima» qualunquista e autoritaria? Glielo chiedo, ma lui continua a parlare sorridendo, poi mi offre di aderire al Fronte: «Venga con noi. Si sentirà libero».

    Col manganello

    Penso con paura alla «libertà » di Borghese, la stessa per la quale a Cuneo e in altre città si scatenano i manganelli neri con le scritte «X Mas» impugnati dai «ragazzi» del suo nemico-amico Almirante. Ma il comandante e il Guadagni continuano cordiali e tranquilli.

    Guadagni parla di De Gaulle, dice che fra De Gaulle e Borghese in pratica non c'è alcuna differenza, ritorna sull'idea fissa del nuovo Stato. Chi sarà il capo di questo Stato nuovo? E Guadagni, calmo: «Ma il comandante Borghese, naturalmente». Mi volto verso Borghese. Ascolta in silenzio, poi sospira lento: «No, non vorrei rivestire nessun incarico. Se dovessi accettare, lo farei sotto forma di un dovere impostomi da me stesso...».
    Poi reclina il capo, sino a sfiorare il tavolo: «Sto pensando...». Che cosa? C'è una pausa lunga, poi Borghese esclama: «Ecco, vorrei solo avere un buchetta sull'Altare della Patria...».

    Giampaolo Pansa - La Stampa - 5 Dicembre 1970.
    Ultima modifica di Lucio Vero; 02-02-11 alle 16:40

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    Prefazione del Comandante Borghese a "Gli Uomini e le Rovine" di Julius Evola (1953):
    http://books.google.it/books?id=XRr-...page&q&f=false

    pagine 57-58
    Ultima modifica di Giò; 03-02-11 alle 01:43

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    «Italiani, l'auspicata svolta politica, il lungamente atteso "colpo di Stato" ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, ha portato l'Italia sull'orlo dello sfacelo economico e morale, ha cessato di esistere. Nelle prossime ore con successivi bollettini, vi verranno indicati i provvedimenti più immediati ed idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le Forze Armate, le Forze dell'Ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della Nazione sono con noi. Mentre, dall'altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi - quelli che, per intendersi, volevano asservire la Patria allo straniero - sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo Stato che insieme creeremo, sarà un'Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera: il nostro glorioso tricolore. Soldati di Terra, di Mare e dell'Aria, Forze dell'Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria ed il ristabilimento dell'ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali; vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento, nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso Tricolore vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d'amore: Italia! Italia! Viva l'Italia!»

    Il Proclama alla Nazione.

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    Ritenevo che la guerra si dovesse vincere, e questo non solo per motivi militari ma anche ideologici. La guerra che avevamo combattuto vedeva l'Europa alle prese con l'America alleata con l'Unione Sovietica. Italia più Germania rappresentavano l'Europa, la sua civiltà, le sue tradizioni, la sua storia. L'America rappresentava il dominio del denaro, l'Unione Sovietica il dominio della forza bruta. Idealismo contro materialismo. Lo schierarsi del re e di Badoglio dalla parte degli anglo-americani era quindi una meschina frode al popolo italiano in quanto europeo, era un tradire i motivi profondi e ideologici della grande lotta in corso, era anche un allearsi con il comunismo, nemico numero uno della nostra concezione di vita. Non erano, i miei, concetti fascisti, ma esprimevano semplicemente il convincimento di chi si preoccupava soltanto dell'avvenire dell'Italia, compromesso dalla sostanza e dalla forma dell'armistizio. Lasciamo poi perdere se io fui fascista o meno. Nessuno oggi sa che cosa significhi la parola "fascista", anche se se ne fa, e quasi sempre a sproposito, largo uso.
    Dai miei atteggiamenti politici, dalla mia attività, dalla mia ammirazione per Mussolini, potrei essere definito fascista. Dalla mia indipendenza rispetto alle costrizioni del partito, dal mio rifuggire le forme esteriori del fascismo, i suoi orpelli, la sua retorica, fui considerato un non allineato. Per i comunisti rappresento la quintessenza del fascismo deteriore, perchè ero e sono loro avversario. Per i fascisti ortodossi non ero e non sono un buon fascista. Si discute sul sesso degli angeli. Se Badoglio ci avesse fatto uscire dalla guerra in modo decoroso e onorevole, avrei obbedito. Se Umbero di Savoia o il duca d'Aosta si fossero messi a capo delle Forze Armate abbandonate a loro stesse, avrei obbedito. Ma col loro comportamento, i capi responsabili del paese avevano abdicato alle loro prerogative, perdendo così, secondo la mia etica, ogni autorità e diritto di impartire ordini. Era per me inammissibile che, dovendosi sottrarre alla guerra e all'alleanza, lo si facesse in modo così ipocrita e indecoroso. Una guerra si può vincere o perdere, ma si deve saper perdere con dignità. Per un popolo, la sconfitta militare incide solo materialmente; ma perdere col disprezzo dell'alleato tradito e con quello del vincitore a cui si supplica di accodarsi, incide moralmente, e le tracce restano per secoli.
    [...]
    In questa situazione, quale doveva essere il dovere d'un capo militare, fedele alla Patria e al proprio onore di soldato, se non quello di restare al suo posto di comando e di combattimento? Perciò non ebbi dubbi sulla mia scelta. Avevo ormai preso quella decisione che tanto doveva pesare su tutta la mia vita e della quale non mi son pentito.


    J.V.B.

    Tratto da "Junio Valerio Borghese e la X flottiglia MAS", a cura di Mario Bordogna
    Ultima modifica di Giò; 03-02-11 alle 12:43

  9. #9
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    Sul presunto atlantismo di Borghese, la testimonianza di Stefano Delle Chiaie:

    [...] ero molto legato al comandante Borghese. La nostra amicizia risaliva alla fine degli anni '50, quando ero ancora in Ordine Nuovo. Il nostro gruppo, in accordo con il comandante, diede vita alle organizzazioni giovanili delle "fiamme bianche". Tutti noi in quel periodo confluimmo nella sede della Federazione Combattenti della RSI, che si trovava a piazza Venezia, che era un po' la "base" del comandante, nel cui ambito elaborammo una serie di iniziative politiche molto interessanti. Quando nacque il Fronte Nazionale, nel 1968, lo ritenemmo un momento di unità di tutte quelle forze antagoniste che esistevano nell'area neofascista e che non si riconoscevano nel MSI di Michelini. Non è vero, come sostengono molti, che Borghese si fece portatore di un progetto di tipo conservatore. Anzi, era un convinto sostenitore della partecipazione nel campo economico e produttivo. La verità è che si è trovato in un contesto storico in cui era inimmaginabile muoversi con l'appoggio soltanto dei "fedelissimi", ma in cui era necessario, direi giocoforza, aprire a un mondo più vasto. Per cui, se è vero, come dicono, che lui voleva realizzare un intervento "tecnico" non poteva compiersi attraverso una formulazione precisa delle proprie intenzioni politiche. Del resto le trasformazioni e le rivoluzioni culturali e politiche non nascono durante gli eventi "tecnici", ma dopo che questi eventi si sono compiuti.

    [...]

    In ogni caso vorrei smentire la tesi di chi sostiene che il "comandante" era vicino alla CIA e che quindi questo presunto golpe sarebbe stato attuato e poi sospeso per ordine degli americani. La verità è che la CIA da tempo aveva avvertito i nostri servizi segreti di tenere sotto controllo il Fronte Nazionale, proprio perchè temeva azioni sovversive, altro che collaborazione. Così come è falso che Borghese ebbe rapporti con il ministero dell'Interno o con i servizi. E' anzi vero il contrario: del resto, nel marzo 1971, dopo le indiscrezioni giornalistiche, il Viminale procedette subito all'arresto di persone implicate nel presunto golpe. Non vedo quindi dove fosse questa "collaborazione" o "protezione".


    Tratto da "La Fiamma e la Celtica" di Nicola Rao, ed. Sperling&Kupfer

  10. #10
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    Introduzione a "Gli Uomini e le Rovine" (1953)

    Di fronte alla crescente crisi dei valori superiori, morali e politici, che il mondo attraversa, J. Evola con questo libro lancia un grido di protesta di eccezionale franchezza e coraggio, e cerca di indicare nello stesso tempo, le basi per la radicale ricostruzione di una realtà civile che è stata fatta a pezzi da una precisa volontà disgregatrice e dalla corrosiva azione del materialismo di ogni tipo e di ogni colore.

    Se certe valutazioni storiche non possono essere integralmente condivise, se certi punti di vista si giustificano solo con molto particolari prospettive, lo spirito che anima questa coraggiosa parola, rivolta essenzialmente agli uomini – nella loro virilità, nella loro dignità personale e civile, in una parola nell’aspetto superiore del loro essere – troverà largo consenso in tutti coloro che, come noi, credono che non di solo pane vive l’uomo, che lo sviluppo e l’affermazione della personalità umana è possibile solo attraverso una visione eroica della vita, che il fattore economico è importante ma non
    prevalente e tanto meno esclusivo nel fare la vera storia, e il valore di uno Stato e di un popolo non sta tanto nel tenore di vita e nel livello di produzione economica, quanto nella grandezza civile e politica. Si vedano a questo proposito le acute pagine che l’autore dedica alla “Demonia dell’Economia”, dove una critica serrata mette a nudo la favola volgare che tiene oggi in schiavitù il mondo, secondo la quale il benessere è l’unica ragione di vita, e a codesto feticcio va sacrificata la serenità, la vita interiore, un costume veramente libero e ogni aspirazione feconda, nobile, non contingente, sì che gli uomini sono senza scampo servi del meccanismo produttivo, che entrerebbe in crisi se svanisse l’illusine di questa favola.

    In un certo senso l’autore si pone al di sopra delle dispute e delle divergenze politiche contingenti – e cioè fascismo e antifascismo, liberalismo e comunismo, capitalismo e socialismo – perché nega che la discussione debba svolgersi sul piano essenzialmente materialistico scelto dai nostri avversari: dove per nostri avversari debbono intendersi coloro che ritengono l’interesse superiore al dovere, il doppio gioco preferibile alla lealtà, la ricchezza elemento di civiltà, la rassegnazione, la viltà e l’egoismo qualità, e l’eroismo, l’ardimento e il coraggio difetti, l’arbitrio sostituito dall’ordine, il numero democraticamente indifferenziato aver maggior peso dell’aristocrazia dei valori: tutti coloro cioè che sostengono la quantità conto la qualità, la materia contro lo spirito.

    Al di là di certe posizioni estreme o parziali, "Gli Uomini e le Rovine" rivendica il carattere organico, e insieme trascendente e “anagogico” dello Stato, carattere di cui oggi si è smarrito il senso, presi come siamo nel dilemma tra una supervalutazione dell’individuo come tale e i corrotti sistemi parlamentaristici da una parte, e la compressione informe di una macchina burocratica e totalitaria di tipo sovietico dall’altra; rivendica il valore dell’auctoritas e della gerarchia, prima condizione di ogni vera giustizia e, ben considerare, di ogni vera libertà, contro l’idolo democratico dell’uguaglianza che è irreale e ingiusto ad un tempo; il valore della tradizione intesa come supremo patrimonio civile di principi esternamente validi, contro il mito storicistico secondo cui non solo le particolari istituzioni ma la loro stessa ragion d’essere dovrebbero perire, e perciò le rivoluzioni attuerebbero infallibilmente il
    progresso; rivendica, alla base del sorgere e dell’articolarsi di popoli e nazioni, il valore dell’idea politica, della visione del mondo, di un centro di autorità, del sentimento religioso della vita sociale, oltre e al disopra degli stessi caratteri etnici.

    Reazionario non teme di essere considerato l’Autore, e cioè uomo di destra, là dove egli ammonisce che la rivoluzione ha un senso solo quando è ricostruzione e cioè rimozione violenta di un fatto ingiusto, di una perturbazione dell’ordine civile e politico, mentre è puremente negativa quando vuol distruggere per distruggere e negare la superiore validità morale della tradizione. Questa prospettiva gli suggerisce – fra l’altro – originali considerazioni su quella che è stata chiamata la “parentesi fascista”.
    Nonostante il tono di trattazione filosofica, ravvivata però di teso spirito polemico, il libro sa parlare anche alla nostra passione di Patria, e vibra di mal repressa commozione l’accenno all’ “Italia liberata, liberata dal duro compito di darsi una forma ispirata alla sua più alta tradizione”.

    Ma le idee centrali di quest’opera, che forse possono essere diversamente sviluppate in molti aspetti, ma difficilmente impostate su base diversa, sono la superiorità dell’Imperium e dello Stato sugli interessi individuali, e la esaltazione della eroicità aristocratica.

    La prima idea afferma ben chiaramente una verità solare, eppure oggi da ogni parte negata e violata, e cioè che “lo Stato, incarnazione di una idea e di un potere, è una realtà sopraelevata rispetto al mondo dell’economia” e che “all’istanza politica spetta il primato rispetto a quella economica”, l’ordine economico essendo un ordine di mezzi che non devono mai diventare fini dell’esistenza.

    La seconda ci conforta a più alte speranze, poiché non c’è morale né civiltà, ove manchi il senso eroico e quindi aristocratico della vita; ben a ragione l’Autore avverte che quando parla di aristocrazia egli si riferisce a una aristocrazia di “visione del mondo”, di carattere, e non economica e neppure intellettuale, poiché l’intellettualità “si costituisce in una sfera staccata dalla totalità vivente dell’individuo e soprattutto da tutto quel che è carattere, coraggio spirituale, decisione interna”. È proprio questa aristocrazia del carattere, che i migliori italiani vogliono e debbono costituire oltre le rovine che ci circondano.


    Junio Valerio Borghese
    Ultima modifica di Giò; 03-02-11 alle 12:47

 

 

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