di Stefano Solinas su ilgiornale.it di mercoledì 16 febbraio 2011, ore 085


«L’Italia non è berlusco*niana » ha scritto il professor Luca Ricolfi sulla Stampa di ieri.

Non lo è sul piano del co*stume:
«Un recente sondag*gio di Mannheimer certifica che il sogno di carriera nel mondo dello spettacolo atti*ra effettivamente solo una ra*gazza su 100».
Non lo è sul piano del consenso elettora*le: «Il berlusconismo - inteso come fiducia incondizionata nei confronti di Berlusconi *è sempre stato un fenomeno marginale.
Fatto 100 il corpo elettorale, il voto al partito di Berlusconi non è mai andato oltre al 20 per cento».

Non so a voi, ma a me sem*bra una bella notizia.
Final*mente la sinistra non è più la minoranza virtuosa del Pae*se, quella che bacchettava gli appetiti volgari della destra, ma doveva arrendersi al de*stino cinico e baro di una maggioranza di italiani sen*za mutande.

Resta solo da chiedersi perché questa sini*stra post- marxista, antagoni*sta, democratica, giustiziali*sta, legalitaria, ambientali*sta, ex catto-comunista, ecce*tera, eccetera, al momento delle elezioni faccia fiasco.
La politica ha questo di bel*lo: dovrebbe spingere a ragio*nare.
Se uno perde, pur aven*d*o in teoria i consensi per vin*cere, dovrebbe chiedersi do*ve sta sbagliando e perché.

Capisco che il clima di questi giorni non aiuti, ma se inve*ce di limitarsi alla bava alla bocca, sia pure una bava kan*tiana, si facesse uno sforzo, sarebbe tutto di guadagnato: per il Paese, per l’opposizio*ne, per la maggioranza stes*sa, che può persino permet*tersi di essere mediocre per*ché gli altri sono peggio.

La tesi di Ricolfi è che la let*tura di un’Italia traviata nel*l’ultimo quindicennio dal berlusconismo, antropologi*camente mutata e corrotta, è una balla.
Non è una balla nuova, per la verità, perché l’idea di una nazione compo*sta di italiani e di «italioti» da*ta, senza scomodare l’antifa*scismo, da almeno mezzo se*colo.
Solo che un tempo la presenza del Pci come parti*to popolare e di massa, ne permetteva un’interpretazio*ne diversa, tirava dentro il grande capitale e le multina*zionali, la Chiesa e la Cia, la reazione perennemente in agguato e l’odio verso il pro*gresso e teneva così insieme due cose.
L’essere una mag*gioranza a cui la congiura in*ternazionale dei poteri forti impediva l’accesso alle stan*ze del potere.
Caduto il Muro, dissoltosi il comunismo, la sinistra ha trovato la sua ragion d’essere nel considerarsi l’avanguar*dia intellettualmente colta ed eticamente pura di un po*polo di lazzaroni.
Così facen*do non si è resa conto, o non ha voluto rendersi conto, che c’era una vasta area di scontento, astensioni e sche*de nulle durante le elezioni, che la parcellizzazione al suo interno non favoriva le alle*anze, ma le indeboliva, che il populismo (ovvero una lea*d*ership forte con capacità de*cisionale), ritenuto un peri*colo da tenere fuori la porta di ogni sincero democratico, rientrava dalla finestra muta*to di valore.

Vendola, Di Pie*tro, Grillo che cosa sono se non dei mini-leader populi*sti costretti a fingersi qual*cos’altro?
La «narrazione» del primo, le «mani pulite» del secondo, «le cinque stel*le » del terzo non sono altro che i vizi travestiti da virtù di cui parlava La Rochefou*cauld...

Se, dunque, seguendo Ri*colfi, l’Italia non è berlusco*niana, ne derivano due corol*lari; il primo è che il ritratto di un Paese «moralmente de*pravato » è peggio di un delit*to intellettuale: è un errore politico a cui non c’è rime*dio.
Il secondo è che le capa*cità di appeal dell’ Union sa*crée antiberlusconiana sono, nei confronti di quell’eletto*rato non schierato pregiudi*zialmente con il Cavaliere, minori rispetto a chi viene ad*ditato come il Male assoluto.

Detto in termini più sempli*ci, una buona parte del Paese non crede che la sinistra fa*rebbe meglio della destra, e quindi non la vota.
Sogno o incubo, il berlusco*nismo rappresenta insom*ma qualcosa, e l’anti-berlu*sconismo non è sufficiente per batterlo.

L’atteggiamen*to sprezzante, elitario, virtuo*so e qualunquisticamente un po’ razzista (un popolo di evasori fiscali e di maniaci sessuali) dei suoi maîtres-à*penser intellettuali e politici, peggiora il quadro e rende impossibile ogni opera di convinzione.
Berlusconi non vince perché convince, ma perché gli altri sono tutto tranne che convincenti.
Ci vorrebbe meno Kant e più umiltà.

saluti