La domandina che spaventa i berluscones
Gabriele Farro
Ma insomma, se alla fine la Camera dovesse votare per mandare l’imputato Berlusconi davanti al tribunale dei ministri, il Pdl direbbe sì o no al processo? La domanda di Giovanni Floris arriva nella prima mezzora di Ballarò. In studio c’è la persona più indicata a rispondere: il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto. È stato Italo Bocchino a incalzare il conduttore, ponendo il problema che finora nessuno ha tirato fuori: ammettiamo che Montecitorio accetti la linea degli avvocati del premier, ammettiamo che si esprima in favore di un dibattimento davanti al tribunale dei ministri, la legge dice che in questo caso l’aula deve concedere l’autorizzazione a procedere. La maggioranza può impegnarsi fin d’ora a dare un parere favorevole? Perché, in caso contrario, significa solo che la storiella del tribunale dei ministri serve solo ad affondare il processo... Ma il pressing di Floris per chiarire il punto va a vuoto. Cicchitto la butta in caciara: «Non faccia la spalla di Bocchino». Annamaria Bernini, pure lei tra gli ospiti, dribbla da un’altra parte: «Mi faccia concludere il ragionamento di prima...» Il pubblico in sala ride. È evidente a tutti che si è toccato il nervo scoperto della controffensiva politica del premier: l’intenzione non dichiarata di “bruciare” il processo con un voto della Camera.
Ieri lo staff politico-legale del premier, ormai un mix inestricabile di parlamentari, avvocati e parlamentari-avvocati, ha alacremente lavorato allo schema. Le pagine del regolamento sono state spulciate fin nei dettagli, insieme ai precedenti che possono fare giurisprudenza. Il problema apparentemente insormontabile sta nel fatto che il conflitto di attribuzione dovrebbe essere sollevato dall’ufficio di presidenza della Camera, dove Pdl e Lega sono in minoranza. Come forzare la mano? Una delle idee che si stanno facendo strada è quella di una mozione parlamentare sul caso Ruby che ribadisca l’incompetenza di Milano a decidere sul premier e la necessità di adire la via del conflitto di attribuzione. Sarebbe, secondo Nino Lo Presti, un vero e proprio strappo: «i tecnici del Pdl farebbero meglio a leggersi il regolamento della Camera o qualche libro di diritto costituzionale, forse si sono dimenticati che la mozione è “il principale strumento di attività di indirizzo politico degli organi rappresentativi nei confronti del potere esecutivo”». Insomma, con una mozione Montecitorio può impegnare il governo a far qualcosa, ma non certo imporre iniziative al suo ufficio di presidenza. L’altro viottolo che la squadra berlusconiana sta cercando di allargare è un cavillo per cui il probabile no dell’ufficio di presidenza al conflitto di attribuzione possa essere “impugnato” dalla Giunta per le autorizzazioni, dove Popolo della libertà e Lega Nord sono maggioranza: ipotesi davvero ardita, ma come si è visto nell’esecuzione della sua “mission impossible” il Pdl non è disposto a scartare davvero niente.
Ma c’è un altro dato poco considerato dagli azzeccagarbugli, ed è la realtà. L’intera ipotesi del tribunale dei ministri si fonda su un dato: Silvio Berlusconi ha chiamato in questura per chiedere il rilascio di Ruby convinto che si trattasse della nipote di Mubarak, per evitare una grave crisi con un Paese amico. La versione ha suscitato sghignazzi nello stesso Pdl già una settimana fa, quando fu il deputato Mauro Paniz a esporla nell’aula di Montecitorio. Ma adesso, ora che gli atti del processo sono depositati e pubblici dopo il sì del gip al rito immediato, ora che si conoscono i dettagli, che si scopre la prima versione della ragazza e quella degli agenti “costretti” a rilasciarla contro ogni procedura, chi potrà portare avanti il “teorema Mubarak” con un minimo di credibilità? Nel primo interrogatorio, quello del 3 agosto 2010, quando Ruby non era stata ancora “agganciata” dalle indagini difensive di Ghedini, la ragazza ha raccontato addirittura che è stato Berlusconi a suggerirle di farsi passare per parente del rais, in modo da giustificare l’improvvisa e ingente disponibilità di quattrini. Il colloquio sarebbe avvenuto quando il premier, per premiare la sua prediletta, si sarebbe offerto di intestarle un appartamento: a quel punto Ruby gli avrebbe rivelato di essere minorenne, priva di documenti e scappata di casa. E lì sarebbe scattato il consiglio: “beh, dì che sei nipote di Mubarak, così almeno spieghi come mai hai tanti soldi in tasca”.
Insomma, nella sfera dei fatti accertati la tesi che Berlusconi abbia agito “da premier”, convinto di avere a che fare con un problema di relazioni italo-egiziane, fa semplicemente ridere. Ed è per questo che i berluscones devono rifugiarsi nel mondo virtuale costruito per loro dalla bacchetta magica di Giuliano Ferrara. In questo pianeta parallelo, non c’è un premier che fa di tutto per coprire le sue “notti magiche”, ma un Paese «ingiusto e spietato» che prepara una piazzale Loreto, «un colpo di Stato contro la sovranità del popolo e del Parlamento attraverso un atto di giustizia sommaria, il rito immediato, fondato su una procedura inaudita di violazione della privacy con tecniche spionistiche e di origliamento e di persecuzione personale degne del dispotismo etico e della sua ratio». Ergo, si deve reagire facendosi scudo dell’articolo 96 della Costituzione, eccependo un «difetto di competenza» del tribunale di Milano. Insomma, tribunale dei ministri. Et voilà, siamo di nuovo al punto di partenza.