Ho letto con interesse questo tuo intervento di cui ti ringrazio, perchè parlare di politica attraverso argomentazioni e non semplici battute è il motivo della mia presenza in questo forum.
Non credo si possa parlare nel mio caso di ingenuità e te lo dimostro.ti rispondo, dunque, volentieri, e ti dico che - a mio avviso - la tua analisi rivela notevoli lacune, espressione di una certa ingenuità
Non trascuro affatto questi aspetti, semplicemente nella mia visione generale della politica attuale assumono rilevanza marginale.il tuo discorso, articolato attorno ai concetti di destra europea, di moderno conservatorismo, sugli esempi di un cameron o un sarkozy, trascura, infatti, gli elementi che sono alla base dell'agire politico di fini negli ultimi anni, vale a dire l'ambizione (in una prima fase) e il rancore personale (successivamente) nei confronti di berlusconi
Dopo Fiuggi, quando il Msi-Dn diventò Alleanza Nazionale, a chi gli chiedeva i contenuti della destra democratica che si apprestava a guidare, Fini rispondeva dicendo di avere il Manifesto dei Conservatori di Prezzolini sul comodino. Questa scelta dice già molto. Fini scelse come propria guida un conservatore che, oltre ad essere italiano, era espressione di una cultura laica e non confessionale-teocratica. Per andare al punto, già in origine Fini (e con lui le due teste pensanti di An: Tatarella e Fisichella) si muovevano su un binario diverso dalla linea “neofondamentalista” (de Maistre-de Oliveira-Kirk) degli intellettuali di Alleanza Cattolica, dei catto-integralisti tipo Pedrizzi e Rebecchini ai quali si era avvicinato Malgieri e a cui si avvicinerà Veneziani.mi spiego meglio
come ho avuto già modo di notare in altri topic (ovviamente rimasti senza serie risposte) l'azione politica di fini a partire, diciamo, dal 1998 si distingue in due fasi
nella prima, il dato dominante è un progressivo tentativo di smarcamento da parte di fini dall'area di origine. riassumo: resosi conto che il proprio gradimento personale era sensibilmente maggiore rispetto al potenziale di crescita elettorale di AN, fini ha preso a giocare una partita del tutto privata - in qualche modo persino nociva al partito - indirizzata ad uscire dall'alveo ristretto della destra post-fascista, entro cui ben difficilmente avrebbe potuto ambire alle maggiori cariche politiche del Paese. Da qui nascono le rotture strumentali, su tutti quei temi - dalla cittadinanza agli immigrati alla laicità, dal fascismo "male assoluto" al bon ton istituzionale - estranei alla tradizionale cultura di destra, tese a ripulire l'immagine dall'appartenenza originaria. Consapevole che, anche a 60 anni dalla fine della guerra mondiale, la pregiudiziale antifascista in italia ha ancora un peso, seppur sensibilmente ridotto, fini ha lavorato per costruire l'immagine di un leader avanzato, moderno, o, meglio, politically correct, cercando la benedizione culturale dei santuari dell'establishment laico e progrressista.
Quest’ultimo, nel 1995, viene cacciato dalla direzione dell’Italia Settimanale, voluta sembra da Adolfo Urso, l’uomo più vicino a Gianfranco Fini, colui che già nel Msi, in quota Mennitti proponeva con il linguaggio obsoleto dell’epoca di “modernizzare il fascismo”. Faccio notare che l’impulso alla “modernizzazione” segnerà per intero il trascorso di An e dello stesso Fini.
Il quale entrerà in collisione con Berlusconi molto presto, dopo le elezioni del 1996 che segneranno per An il miglior risultato della sua storia. Bisogna ricordare, a chi l’avesse dimenticato, che l’elettorato della destra postfascista aveva un’opinione piuttosto negativa e di Berlusconi e della Lega già ai tempi del Polo del Buongoverno (diverso dal Polo delle Libertà).
Ai tempi del ribaltone l’Italia settimanale lanciò “Fini o D’Alema a Palazzo Chigi” considerando già finito il tempo per il Cavaliere.
Nel 1997 viene riportato in edicola Il Borghese, con la direzione di Vimercati, la cui linea editoriale è volta ad un’alleanza politica tra Alleanza Nazionale e la Lega (allora a sinistra). Il primo numero porta l’editoriale di Montanelli e ha al suo interno firme prettamente antiberlusconiane o comunque vicine alle Procure quali Marco Travaglio, Massimo Fini e un magistrato di cui non mi sovviene il nome.
Sul Borghese Travaglio si occupò di una meritoria campagna contro Adriano Sofri che gli valse l’attacco di Giuliano Ferrara (che ospiterà Sofri sul Foglio). Quel Ferrara che il Polo delle Libertà candiderà al Mugello contro Di Pietro, il quale fece per l’occasione il pieno dell’elettorato di destra. In quell’occasione Fini si “scusò” facendo notare che il popolo aennino era più sensibile al legalitarismo di Di Pietro che al garantismo di Ferrara. Allora Forza Italia era dominata dai Biondi, dalle Maiolo, da Sgarbi, da Liguori… tutta gente a cui la destra guardava con malcelato disprezzo. Si stava con Berlusconi in un rapporto non di subordinazione, quanto di esplicita competizione.
Questa competizione toccò il suo punto massimo nel 1998-99 quando Fini pensò di allearsi con il Patto Segni in occasione delle elezioni europee con la lista dell’elefante, che guardava espressamente al Partito repubblicano americano. Era quello il primo tentativo di Fini di mutare antropologicamente il corpaccione postfascista in una destra liberalmoderata, laica e moderna.
Il progetto non ebbe i risultati sperati anche perché venne contrastato durissimamente dai media berlusconiani, già allora “macchina del fango”. Ricordo articoli al vetriolo contro Fini colpevole di voler giocare sullo stesso terreno (liberale) di Berlusconi. Al quale faceva comodo avere invece una destra silente che gli portasse unicamente i voti. In questa campagna antifiniana il Cavaliere già allora si servì del cavallo di Troia dei cosiddetti “berluscones”, aennini solo formalmente ma di fatto più berlusconiani che finiani (La Russa, Gasparri, Mussolini, Veneziani).
Fini ebbe il torto di cedere ai berluscones e di gestire un partito dominato da correnti molto divise sul piano culturale, ai cui antipodi stavano i liberali (Urso) e i sociali (Alemanno). Fini demandò l’evoluzione di An in partito liberalriformatore a tempi migliori e seppellì (temporaneamente) l’ascia di guerra col Cav.
Che la cultura politica di An fosse piuttosto diversa da quella di FI se ne ebbe subito riprova allorquando Berlusconi divenne presidente del consiglio nel 2001. Il secondo governo Berlusconi fu quello del sub governo Follini-Fini, a contrastare l’asse privilegiato Berlusconi-Tremonti-Bossi.
Berlusconi si liberò di Follini mentre l’alleanza con Fini reggeva. Anche perché si profilava all’orizzonte un partito “fusionista” che avrebbe dovuto raccogliere in una sintesi liberale, cattolica e nazionale, FI, l’UdC e An. Un partito, questo, a cui lavorava Ferdinando Adornato, direttore di Liberal.
La guerra in Irak e la presidenza di G.W. Bush rimarcarono la distinzione politica tra le anime del centrodestra, con FI legatasi al teoconservatorismo americano e An sposare in larga misura lo scetticismo della Vecchia Europa nei confronti degli esportatori di democrazia.
Circa le elezioni del 2006 andarono proprio come tu dici. Fini si augurava la fine politica di Berlusconi in un’ottica normale di competizione interna che vedeva ancora un rapporto dialettico tra centro e destra, tra FI e An.la scommessa si fondava, innanzitutto, sulla sconfitta politica di berlusconi, per raccoglierne l'eredità in qualità di leader del centrodestra. ricordiamo che nel 2006 nè fini nè casini fecero campagna elettorale, già proiettati sugli scenari successivi alla sconfitta, data come certa.
sappiamo invece che berlusconi, con un sovrumano colpo di reni (di cui anche gli avversari più intransigenti come diliberto gli hanno dato atto) rimise le cose in gioco, con un sostanziale pareggio che costituì la premessa alla caduta del governo prodi
questo il percorso di fini. poco condivisibile, nella mia ottica, ma certamente dotato di una logica politica ineccepibile, in termini personali
La rotta di navigazione è cambiata per tutti nel momento in cui Berlusconi ha sparigliato le carte con la rivoluzione del Predellino. Fu allora che maturò la fine del centrodestra prima maniera, a più voci, nel quale Berlusconi era un primus inter pares, ad un nuovo centrodestra, a guida carismatica e di segno più populista che liberale.sennonchè, negli ultimi tre anni, la rotta di navigazione è cambiata, perchè la strategia politica è stata del tutto soppiantata dal crescente risentimento personale nei confronti di berlusconi
Ricordo per l’occasione come andarono le cose. Allora si parlava di “partito unico” e come ho detto c’era Adornato che si preoccupava di tracciarne le fondamenta culturali ed organizzative. Un giorno però uscì sul Giornale un editoriale a firma di Paolo Del Debbio in cui si diceva in poche parole che il nuovo soggetto prima ancora che “partito” dovesse essere ”unico”, sottolineando così come il risultato essenziale dell’operazione riguardasse l’assoluta convergenza della linea politica.
La risposta al Predellino da parte di Fini fu di scherno: “Siamo alle comiche finali”. Un concetto che nel complesso era sentito anche dalla maggioranza della sua base soprattutto giovanile per nulla entusiasmata all’idea di fondersi con la controparte forzista.
Fini si era praticamente già accordato con Casini per la formazione di un centrodestra alternativo, quando scoprì che larga parte della sua classe dirigente – da Gasparri ad Urso – premeva per l’accordo con Berlusconi. E Fini con molti maldipancia compì il suo secondo grave errore politico (dopo il cedimento ai critici dell’accordo con Segni) mancando alla parola data a Casini.
C’è da dire che il Fini che entra nel Pdl è già il Fini di oggi, avendo già maturato, tra il 2002 e il 2008, tutto il percorso in direzione di una destra moderata e liberal.
Anche qui devo darti ragione circa il risentimento personale di Fini nei confronti di Berlusconi, dovuto principalmente all’uso spregiudicato e direi addirittura criminale dei suoi media militarizzati in quella “macchina del fango” che colpisce chiunque osi mettere in discussione la linea del Capo.che ha trovato - non sempre il pettegolezzo "alla buona" è distante dalla realtà - nel noto video di striscia la notizia gaucci-tulliani il casus belli definitivo
da quel momento, in tutte le uscite finiane è costantemente emerso, anche se, inizialmente, in chiaroscuro, un chiaro sentimento di fastidio per belusconi
è ben vero che in questo contesto si sia cmq andati alle elezioni da alleati, che si sia fatta prima la lista e poi il partito del PDL, ma a chiunque appariva chiaro che il rapporto personale tra i due fosse pesantemente incrinato. negli ultimi due anni tutti gli interventi di fini recavano seco l'evidente riferimento critico a berlusocni e al governo
il famoso editoriale di feltri sul Komapagno Fini non era una boutade giornalistica priva di senso, ma, al contrario, l'uscita dall'ipocrisia con la constatazione di un dato cristallino, per i commentatori della politica, l'ostilità del presidente della camera verso il capo del governo. il fuoionda col magistrato trifuoggi, poi, non ha lasciato più adito a dubbi
Fini entrò nel PdL con l’intendo di portare il proprio progetto politico in un’area culturale ormai deserta dopo la morte di Colletti e Baget Bozzo, l’accantonamento di pera e l’abbandono di Adornato. In questo deserto, essendosi ridotta FI a “berlusconismo populista”, Fini pensava legittimamente di lanciare una “rupture” non diversa da quella portata da Sarkozy contro Chirac per la conquista del partito.
Ciò che Fini non mise in conto fu la totale indisponibilità di Berlusconi a misurarsi con un competitore interno. Pur essendo il PdL opera di due co-fondatori (Berlusconi e appunto Fini) la leadership del Cavaliere era ritenuta inattaccabile e ogni rilancio di fini sul piano ideologico-programmatico venne considerato e fatto passare come un tentativo deliberato di demolire il centrodestra.
Il gruppo finiano non si è mai posto contro Berlusconi, ma contro la pretesa di Berlusconi di egemonizzare il Pdl impedendo qualsiasi contraddittorio interno, in linea con il progetto di “partito unico” teorizzato da Del Debbio. Unico nel senso di “una voce sola”: quella di Berlusconi.FLI nasce da questo e solo da questo.
chiariamo un punto, per non lasciare spazio ad equivoci: non intendo certo sostenere che non possa esistere una formazione di centro-destra che non sia promanazione diretta di berlusconi, ed, anzi, se ne distingua, anche criticamente, su molteplici questioni.
Questo è sacrosanto.
ma non si può negare che FLI, per come è nato, per la politica che fin da subito ha proposto, per il bersaglio critico costante, per la sua azione parlamentare ex estarparlamentare, nei talk shows televisivi, ha fin da subito reso evidente che il progetto finiano non avesse altra logica che l'antiberlusconismo.
non, dunque, una formazione distinta da berlusconi, ma una formazione contro berlusconi
Io penso che l’antiberlusconismo, che a destra – come ho detto in apertura – era piuttosto sviluppato anche se sottaciuto negli anni Novanta, abbia avuto un nuovo forte impulso in seguito alla degenerazione di una cultura di centrodestra liberale, moderata e conservatrice in puro e semplice berlusconismo. E’ stato un moto di rivolta delle coscienze politicamente più avvertite, incapaci di sottomettersi al culto del Capo carismatico. Soprattutto quando questo culto andava furbescamente a coprire questioni inerenti la legalità, il senso dello Stato e delle istituzioni, la morale.e qui tiro le fila del mio discorso: immaginare una formazione di centrodestra violentemente antiberlusconiana non ha alcun senso, perchè il centrodestra da 17 anni ruota intorno, che ci piaccia o meno, all'uomo di Arcore (…)
se ne può immaginare il superamento, non fosse che per fatti anagrafici. non l'invettiva ad personam o la denigrazione isterica.
FLI è nato morto perchè il suo orizzonte strategico si esaurisce nell'antiberlusconismo. e quanto più si evidenzia tale tratto, tanto più ci si avvicina alla fine
FLI è un partito politico, non un circolo culturale. come le imprese commerciali devono garantire utili, così i partiti politici devono raccogliere voti. l'antiberlusconismo sguaiato di un granata può piacere a una nicchia ridottisisma di iniziati alla politica, ma al popolo di centrodestra risulta indigesto e incomprensibile. e il plauso interessato dei santuari dell'intellighentja sinistrorsa, o delle sue piazze mediatiche, non porta un voto che sia uno, poichè nel teatro dell'antiberlusconismo ossessivo-compulsivo tutti i posti sono già esauriti, sia le poltroncine che le balconate che i posti in piedi
Sintetizzo questa parte finale del discorso. Anch’io per anni, quando votavo per Berlusconi, ragionavo in un’ottica di destra e sinistra, salvo poi trovarmi una destra che faceva la stessa politica della sinistra e una sinistra che talvolta la superava pure a destra, come ad esempio in economia. Alla fine ti trovi due coalizioni molto simili, che hanno l’obiettivo entrambe di attenersi ai parametri stabiliti da Bruxelles. La differenza, quella vera, la fa Berlusconi. E’ Berlusconi, col suo conflitto d’interessi, il suo controllo dei media, i suoi problemi con la giustizia mai chiariti perché sempre fuggiti, la degenerazione populista del berlusconismo, tutto ciò ha determinato il formarsi in italia di un bipolarismo che non ha eguali in tutto l’Occidente. La mia battaglia – e qui sta il mio guardare favorevolmente a FLI – sta nel cercare di superare questo ostacolo (Berlusconi) per arrivare ad una dialettica politica normale. Poi si potrà discutere delle politiche finiane nel merito, ma questo appunto quando la politica avrà avuto modo di prendere il posto che oggi hanno le questioni private del premier e la sua capacità di polarizzare attorno alla sua persona e ai suoi interessi tutto il sistema. E se alle prossime elezioni dovesse vincere la sinistra, pazienza! Ci prepareremo per le elezioni successive, come succede in tutte le democrazie…nel discorso di milano, fini, parlando per un'ora e mezza, non è riuscito a partorire una sola nota critica nei confronti della sinistra. (…) c'era un motivo per cui questa destra piaceva tanto alla sinistra. perchè è una destra perdente





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