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    Predefinito Se lo conosci lo eviti!

    di Paolo Bracalini pg.2 de ilgiornale.it 18 2 2011

    Povero Gianfranco, se continua così gli resteranno solo la Tulliani, la Ferrari del cognato (posto che gliela presti) e la Camera (sì ma a Montecarlo).

    Se lo conosci, lo molli.
    Quelli che meglio l’hanno conosciuto hanno tutti la valigia pronta, se già non hanno traslocato.
    Sarà un caso o l’uomo ha un talento speciale per farsi detestare da chi lo segue?
    «Ma noi andiamo avanti» dice Fini.
    Sì ma con chi?

    La conta è micidiale.
    Il dramma è che vanno via i finiani storici, il nocciolo duro dell’ex An che tra lui e il Pdl aveva scelto lui, spesso con feroci contorcimenti interiori (vedi Ronchi). Gli restano pochi giapponesi del «boia chi molla» e gli ultimi arrivati, i transfughi del Pdl accorsi quando le parti sembravano invertite e il Fli pareva destinato ad un qualche futuro.
    Ma gli amici se ne vanno...
    E raggiungono l’altro gruppo storico, ormai apicale nel Pdl, ma che, anni fa dopo Fiuggi, si era coagulato proprio attorno a Fini.
    I La Russa, i Gasparri, i Matteoli, primi colonnelli a lasciare Fini alla sua strada.

    Fossero solo questi.
    Ora si stanno aggiungendo altri pezzi d’antiquariato di Alleanza nazionale, in rapido sganciamento da Gianfranco, in non splendida solitudine.
    Urso, cioè uno dei fondatori di Fli, sta valutando cosa fare, e questo la dice lunga sullo stato delle cose finiane.
    Silvano Moffa è uscito da Fli quasi due mesi fa, lui che stava con il Msi di Almirante e poi del delfino Fini dal 1970.
    Anche Baldassarri, altro nome che dice qualcosa in quella storia, è in ambasce ed è pronto a voltare le spalle al derelitto Fini.
    L’ha mollato persino Francesco Pontone, storico tesoriere già del Msi e poi di An, in Parlamento dal 1987.
    Uno che conosce Fini da una trentina d’anni (forse proprio per questo).
    Tu quoque, Pontone...

    Vogliamo parlare di Pasquale Viespoli, pericolante e appeso ad un filo a Gianfranco?
    È un altro dei finiani storici, era nel Msi già negli anni ’80, più o meno quando Fini diventava il segretario.
    Anche lui lo conosce bene, ed è pronto a mollarlo. Uno dei tanti.
    Il Fli era nato, a Mirabello, con l’ambizione spropositata di essere un Pdl in grande, poi un Pdl in piccolo, quindi almeno una An in piccolo, ora quel che resta di An sta andando via.
    Si fa prima a dire chi resta, sapendo che ogni ora ci può essere una defezione anche non prevista, l’agenzia di traslochi di Montecitorio è sommersa di lavoro.
    Gli resta Italo Bocchino, e ci mancherebbe.

    Il piccolo colonnello campano ha il copyright di Fli e di fatto la controlla sul territorio, avendo lui le redini di Generazione italia (alla cui guida ha messo un suo pupillo).
    Non può che andare fino in fondo, anche se la nave imbarca acqua.
    Ma Bocchino, raccontano gli storici del Msi, è sempre stato dalla parte opposta di Fini, che ne ha sempre temuto l’attivismo e la scaltrezza politica.

    In correnti non solo diverse ma anche avverse all’opportunismo finiano, nel Msi, era anche Enzo Raisi, uno dei pochi che resiste ancora.
    Raisi era in «Proposta Italia», l’area del Msi che faceva capo a Niccolai e che non amava l’arrivismo di Fini (ne facevano parte anche Urso e Briguglio).
    Ora gli è fedele, si vedrà fino a che punto.

    Poi c’è Mirko Tremaglia, una colonna storica, a cui sono state date rassicurazioni sugli italiani nel mondo, unico tema che gli sta a cuore (ha 85 anni), e con questo Fini l’ha tenuto con sé, ma è più un trucco che altro. Roberto Menia non molla, da antico missino, come Granata.
    Anche Ronchi resta fedele a Fini, cui si sente legato per vincoli personali, ma la sofferenza è tanta...

    Gli altri, quelli che non hanno una storia con lui, rischiano di risvegliarsi in ritardo da un abbaglio ingannatore, mentre i più accorti, quelli che ne conoscevano da tempo la tempra gelida, si sono già affrettati a prenderne congedo.
    Tornerà sui suoi passi Chiara Moroni, miracolata dal Cavaliere in Parlamento e poi al seguito di Fli?
    Difficile, troppo legata a Bocchino per muoversi indipendentemente da lui.
    Altri, come Roberto Rosso, si è fatto un giro di due mesi nel Fli e ieri l’ha mollato.
    Gli resta Barbareschi.
    E abbiamo detto tutto.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Se lo conosci lo eviti!

    Il giorno della resa Fli.
    E Fini insulta il premier!

    di F. Cramer pg.2 de ilgiornale.it 18 2 2011

    Fli è morto nella culla.
    L’uscita dal gruppo del senatore cuneese Giuseppe Menardi provoca un’emorragia inarrestabile in Futuro e libertà che implode col passare delle ore. Ma la grande fuga è soltanto iniziata.
    E Fini che fa?
    Si chiude assieme ai suoi gerarchi più fedeli, sputa veleno sui vecchi compagni considerati traditori e, novità, attacca Berlusconi.

    Intanto il suo partito frana a palazzo Madama: certa l’uscita dell’ex tesoriere di An, Francesco Pontone, che dovrebbe tornare nel Pdl; probabile l’addio di Maurizio Saia, moderato e molto legato allo storico colonnello Adolfo Urso, dato in partenza pure lui; in fibrillazione Mario Baldassarri («Sono in profonda riflessione»), il capogruppo Pasquale Viespoli, grande avversario di Bocchino, e così pure Barbara Contini, Egidio Digilio e Maria Ida Germontani.
    Sette senatori sui nove rimasti con stratosferici mal di pancia: in pratica tutti con la valigia in mano.

    Per andare dove?
    Nel palazzo si mormora di tutto. La tesi più accreditata è quella di creare un nuovo gruppo di centrodestra che faccia da «terza gamba» alla maggioranza, magari con qualche prestito dal Pdl.
    Oppure far confluire i futuristi nel neonato gruppo, annunciato ieri dalla senatrice Helga Tahler, che si chiamerà «Per le autonomie».
    Fino a martedì, data della convocazione di un summit dei senatori futuristi, le bocce saranno ferme.

    Ma il Fli frana anche alla Camera, dove intanto Guzzanti passa nelle file dei «Responsabili» e quindi con la maggioranza.
    Ieri sera Roberto Rosso, coordinatore del partito in Piemonte, ha sbattuto la porta ed è tornato nel Pdl.
    Mentre è dato ormai per perso Luca Barbareschi, cui Fini diede di recente del «pagliaccio che non fa ridere».
    Ma le defezioni non si fermeranno qui.
    Intuibili i nomi: in primis Adolfo Urso, il grande sconfitto del congresso fondativo di Rho. Il quale tace e smentisce qualsiasi frase a lui attribuita.
    Per ora.
    Tuttavia emergono particolari sulla sua defenestrazione avvenuta all’assemblea lo scorso week end.

    È andata così: un’anticipazione d’agenzia di stampa svela che Fini ha relegato Urso a portavoce del partito.
    «Ma come, Gianfranco?», chiede spiegazioni il colonnello che pensava di essere ancora coordinatore. Risposta del glaciale Fini: zero. Solo un’alzata di spalle. Poi parte la trattativa infinita, la lunga notte dei coltelli, Urso riparte per Roma convinto di essere capogruppo alla Camera ma quando atterra gli arriva la notizia: capo dei deputati sarà Benedetto Della Vedova.
    In estrema difficoltà anche l’ex ministro Andrea Ronchi, per ora sottocoperta ma deluso dalle scelte di Gianfranco.

    Il grande capo osserva la sua zattera naufragare dal piano nobile di Montecitorio, stizzito come non mai.
    Tanto che si racconta abbia sibilato: «Quelli non li voglio più vedere!», rivolto alle sue truppe in fuga.
    Della serie: «Che fai, li cacci?».

    Nessuna mediazione.
    Fini è determinato ad andare avanti. «Anche perché - ammette un anonimo falco - ormai la partita non è più sui numeri. Berlusconi li ha e noi abbiamo perso. Ma il progetto resta valido».
    Italo Bocchino, una delle concause del patatrac del Fli, invece risponde piccato: «Il pallottoliere lo lasciamo ad altri».

    Di fronte allo sfascio della sua creatura, Fini in serata detta alle agenzie di stampa una nota piena di livore nei confronti del Pdl:
    «La difficoltà di Fli e la ritrovata baldanza dei gerarchi del Pdl sono fenomeni tutti interni al ceto politico, sentimenti di chi teme per il proprio status di ministro, parlamentare o di chi aspira a divenire sindaco»;
    nei confronti di Berlusconi: «Dietro al verosimile allargamento della maggioranza ci sono le tante armi seduttive di cui gode chi governa e dispone di un potere mediatico e finanziario che è prudente non avversare direttamente».
    Cavalca il bunga bunga:
    «Nella società il clima è diverso: c’è preoccupazione per la situazione economico-sociale, indignazione per il degrado in primo luogo morale che caratterizza lo scontro politico, sbigottimento per l’immagine negativa che le note vicende danno dell’Italia nel mondo, angoscia per il futuro dei più giovani».
    Assicura che il Fli «intende agire nell’ambito dei valori e della cultura politica del centrodestra, senza alcuna ambiguità né tantomeno senza derive estremiste o sinistrorse» ma poi ammette:
    «Il progetto di Futuro e libertà vive un momento difficile, sta attraversando la fase più negativa da quando, con la manifestazione di Mirabello, ha mosso i primi passi».
    Fini-to.

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Rif: Se lo conosci lo eviti!

    Berlusconi debole? Ma se ritornano tutti!

    Fini non perde solo parlamentari, ma anche la te*sta.
    Non si è mai visto un presidente della Camera che sbraita in questo modo contro il capo del governo.
    Quelli che non mi seguono? Tutti venduti. E chi li compra naturalmente è Berlusconi.
    Due offese in un colpo solo: al premier e agli uomini che avevano scommesso su di lui.
    Davvero pensa che uno come Pontone si venda per una lusinga?
    Fini di super partes ormai non ha neppure l’ombra.

    Una volta disse: «Dimostratemi che non sono super partes e mi dimetto».
    Dopo quello che ha scritto sul Secolo dovrebbe accorgersene da solo e agire di conseguenza. O almeno gli suggerisca qualcosa Napolitano.
    Ma il presidente della Camera non è un uomo che si mette in discussione.
    La frase «ho sbagliato» non esiste nel suo vocabolario.
    Non riconosce la sconfitta.
    Non capisce i dubbi e la delusione di chi lo ha seguito nella sua avventura.
    Non comprende l’amarezza di Urso, la rabbia di Viespoli, le ferite sul volto di Pontone.
    Fini non si fa domande.
    Non si chiede come mai gli intellettuali della svolta, Alessandro Campi e Sofia Ventura, lo vedono ora solo come un uomo ambizioso con una sola fissa in testa: prendere il posto del Cavaliere.
    Loro parlavano di politica, lui di congiura. Non si sono capiti. Una cosa è certa. I nemici di Berlusconi pensavano di avere la partita in mano.
    Bene.

    Si stanno sucidando.
    Quelli che hanno già scritto il finale rischiano di restare delusi.
    Il romanzo di queste lunghe settimane racconta che la corsa del Cavaliere è al capolinea.
    È la versione dei suoi nemici e la ripetono ossessivi in ogni piazza, fisica o virtuale. È un modo per darsi ragione.
    Se lo gridiamo sempre più forte diventa vero.
    Non immaginano neppure che in questo modo mistificano la realtà.
    Più Berlusconi viene raccontato debole, più si rivela forte.
    Qualcosa di imprevedibile in effetti sta accadendo.
    Il Cavaliere sta subendo da tempo una batteria di attacchi finali.
    Il caso Ruby sembrava averlo messo alle corde.
    I suoi avversari già litigavano su chi dovesse essere il prossimo premier.
    Eppure i conti non tornano.

    La maggioranza non è sfilacciata e in Parlamento si allarga, diventa più forte, costruisce colonne e pilastri. Quello che abbiamo davanti non è un governo in disarmo. I numeri sono in crescita.
    A Montecitorio la quota 330 che serve a tranquillizzare la Lega non è più un miraggio.
    L’imponderabile è che l’opposizione, soprattutto quella centrista, è colpita da uno smottamento che non riesce ad arrestare. Non è bastata la riunione psico-dramma di martedì a Palazzo Madama, con le dimissioni e la rielezione di Pasquale Viespoli nel giro di un quarto d’ora, per rassicurare i senatori sul futuro del Fli.
    Avevano giurato di non lasciare il partito a patto che Futuro e Libertà restasse nel centrodestra.
    La secca risposta di Fini non ha di certo rasserenato gli animi:
    «La linea politica è inequivocabile, trovino motivi meno pretestuosi».

    I senatori si sono visti arrivare il solito gelido schiaffo.
    Hanno capito che cosa sia il Fli: un partito nato per una vendetta personale.
    A questo punto sta partendo l’esodo.
    Si parla di sette senatori su dieci, oltre a Giuseppe Menardi che ha già fatto le valigie, pronti a traslocare.
    Movimenti anche alla Camera, un altro pezzetto di quasi ex finiani che viaggia in direzione ostinata e contraria.
    Strani movimenti si notano anche intorno a Casini.
    Il centro sembra una stazione balneare. Questo significa che stanno per cambiare anche i rapporti di forza nelle commissioni, sbilanciate a sinistra dal tradimento finiano.
    L’esodo ritara le percentuali e spinge la Lega a non fare passi affrettati. Non c’è bisogno di rottamare il governo.
    È il segnale che nei palazzi della politica nessuno è pronto a scommettere sulla caduta di Berlusconi.
    Anzi, sta avvenendo l’esatto contrario.

    Fini liquida il tutto appellandosi «all’Italia diversa», quella che sta fuori dai palazzi.
    Peccato che i sondaggi lo smentiscano.
    Il Fli galleggia sul tre per cento.
    La destra che doveva colpire alle spalle il premier si sta sbriciolando.
    Fini è un bluff.
    Hanno scritto un romanzo in cui il Cavaliere è il male assoluto. Tutti a caccia del mostro.
    Non hanno il coraggio di battere l’uomo.

    di Salvatore Tramontano pg.3 de ilgiornale.it di Venerdi 18 2 2011

    saluti

 

 

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