1Dysangelium è una parola che Piergiorgio Odifreddi (matematico, saggista, membro del Comitato di Presidenza dell’UAAR) riconoscerebbe sicuramente. È un vocabolo ricorrente usato da uno dei suoi beniamini, Friedrich Nietzsche, per indicare la “cattiva novella”: ovvero il cristianesimo, specie quello predicato da San Paolo, di cui egli era com’è noto un estimatore.
Per capire quanto esattamente sia focoso l’astio di Odifreddi verso la religione, in particolare verso il cattolicesimo, si potrebbe leggere il suo libro dal superbo titolo Il Vangelo secondo la Scienza – le religioni alla prova del nove (Einaudi), di cui la quarta di copertina promette che “passa al microscopio della logica gli aspetti scientifici della teologia e quelli teologici della fisica e della matematica, nel tentativo di risolvere un problema ben preciso: quali domande religiose hanno un senso, e quali domande sensate ammettono una risposta? Attraverso la decostruzione scientifica delle grandi religioni occidentali e orientali il libro approda a una ricostruzione teologica della scienza e della matematica, indicando una sorprendente via d’uscita dall’apparente dilemma tra fede e ragione.”
In realtà la via d’uscita da questo dilemma per Odifreddi è estremamente semplice e neppure tanto sorprendente: no alla fede e sì alla ragione, facciamola finita una volta per tutte con Dio e con le religioni. È da tempo che il matematico ripete questo suo simpatico slogan: chi crede non pensa, chi pensa non crede. Come a dire, i credenti mica si limitano ad avere semplicemente torto, per di più sono tutti quanti dei colossali imbecilli. E per convincere il suo lettore di ciò, Odifreddi cataloga ed elenca una buona quantità di assurdità e contraddizioni che a suo dire caratterizzano le religioni, che egli vorrebbe appunto sottoporre alla “prova del nove” della logica.
Si dà il caso tuttavia che io, avendo letto il libro, vi abbia trovato a mia volta una buona dose di assurdità ed inesattezze in buona o mala fede, che attestano come Odifreddi non sia poi così affidabile quando disserta su quelle religioni che tanto vuol decostruire. E dunque voglio darmi la pena di elencarne il più possibile per decostruire a mia volta il suo libello, e vaccinare chi mai avesse la ventura di leggerlo convinto che sia un libro attendibile. Premetto che non mi concentrerò sulle asserzioni di fisica, matematica, logica formale e scienza in genere, perché non mi arrogo alcuna specifica competenza in merito (se Daniele o qualcun altro vuol farsi avanti in proposito e continuare l’opera, è il benvenuto); per smontare il castello di carte del nostro matematico non serve una laurea particolare, mi bastano quel po’ di cultura generale e conoscenza della mia religione che ho accumulato fin qui.
Per farci capire fin dall’inizio che uomini siano questi religiosi, e presentarceli subito sotto la luce giusta, Odifreddi premette al suo libro questa simpatica frase attribuita a Sant’Agostino:
Il buon cristiano dovrebbe stare attento ai matematici e a tutti i falsi profeti. C’è il pericolo che i matematici abbiano stretto un patto col diavolo per annebbiare lo spirito, e mandare l’uomo all’inferno.
In effetti, se si pensa ad alcuni matematici in circolazione, c’è davvero il pericolo che qualcuno di loro riesca a mandare qualche incauto lettore all’inferno. Ma il lettore non sia troppo severo con Agostino: più in là infatti, nel decimo capitolo, viene riportata una sua citazione più positiva:
Pertanto non dobbiamo disprezzare la scienza dei numeri, che in molti passaggi della Sacra Scrittura risulta di grande aiuto all’interprete meticoloso.
La qual cosa non collima perfettamente con il fobico della matematica che ci veniva presentato all’inizio, ma nondimeno è molto consolante.
Proseguiamo. Nell’introito (bizzarro nome dato all’introduzione) l’autore ci racconta qualche sua esperienza a Calcutta, quando ha avuto la percezione diretta di quanto le religioni siano lugubri ed intrise di morte. Egli ha avuto infatti la sfortuna di entrare in un luogo orribile, impietoso, saturo di crudeltà: una casa di Madre Teresa. Sì, proprio lei.
Adiacente al tempio di Kali si trovava la casa dei moribondi di Madre Teresa, il Nirmal Hrinday, che in bengali significa Cuore Immacolato. In essa un centinaio di uomini e donne in fin di vita, raccolti fra quelli abbandonati nelle strade, erano ormai ridotti a un numero sulla lavagnetta che ne registra in maniera agghiacciante le giornaliere “entrate” e “uscite”. La casa non ha neppure un atrio, e non appena vi misi piede mi trovai direttamente nella corsia degli uomini: lo sguardo di uno di essi, conficcato nei miei occhi come una spina, ancora mi perseguita, così come la condizione di quei corpi sofferenti e seminudi distesi sul pavimento e privi anche di un letto, nonostante le offerte miliardarie ricevute dalla Santa.
Poveri moribondi, raccolti dai marciapiedi delle strade in cui un comodo giaciglio l’avrebbero trovato sicuramente. Che squallore, tenere la contabilità di un ospedale, orribile gesto che riduce intrinsecamente il malato ad un numero senza dignità. E che crudele, Madre Teresa, che sicuramente privava i moribondi di un letto per taccagneria e non per scarsità di soldi (chissà se Dominique Lapierre ha mai letto Odifreddi, o se Odifreddi ha mai letto Dominique Lapierre).
Ma siamo solo all’inizio. Nel primo capitolo (La varietà dell’esperienza religiosa) il brillante matematico imita Mircea Eliade e s’improvvisa fenomenologo delle religioni, teorizzando un determinismo ambientale per cui ogni credenza è come è per motivi climatici, in quanto sorta in un preciso contesto geografico (naturalmente Dio non c’entra: non esiste). E così non è casuale che il monoteismo nasca nel deserto mediorientale, il buddismo nella giungla tropicale, l’induismo nelle montagne himalayane… Più precisamente:
L’atrofia vegetativa del deserto impone un’integrazione animale della dieta e genera una morale che permette l’uccisione degli animali per il proprio sostentamento: secondo la Genesi , Dio stesso consentì all’uomo di divenire carnivoro dopo il Diluvio Universale (IX, 3), benché gli avesse ordinato di essere vegetariano nel Paradiso Terrestre (I, 29). Naturalmente, un’etica che giustifichi la morte altrui quand’essa sia necessaria per la propria vita non tarda a degenerare in ideologie di potenza e di guerra, che si sono storicamente coniugate ai monoteismi attraverso i secoli, dalle crociate cristiane alle jihad islamiche.
Un’analisi di eccezionale acume. A parte che l’alimentazione onnivora non ci pare essere un’esclusiva delle popolazioni desertiche, così come le ideologie di potenza e di guerra non sono state monopolio dei monoteismi (i Romani e i Mongoli e gli Assiri e tanti altri popoli pagani e politeisti erano notoriamente molto pacifici); per non parlare della contraddizione in cui il nostro buon logico coglie il Creatore (e non ci dilunghiamo su dissertazioni circa la natura dell’uomo e del mondo prima la caduta e dopo la caduta); la cosa veramente notevole è che per Odifreddi (che a questo punto vorremmo sapere cosa è solito mangiare a pranzo e a cena) tutti coloro che seguono un’alimentazione non vegetariana sono potenzialmente partecipi di un’ideologia bellica. “Naturalmente”.
Poco più in là, se ancora ce ne fosse il bisogno, l’autore chiarisce la stima che ha delle religioni:
Come dice infatti il Dalai Lama nella sua autobiografia Libertà in esilio, le religioni sono medicine, e ciascuna è adatta a un particolare tipo di malattia spirituale. E, come aggiunge Jung in Psicoterapia e cura d’anime, le religioni sono sistemi di guarigione per i mali della psiche. Dal che deriva il naturale corollario che chi è spiritualmente sano non ha bisogno di religioni.
Insomma, noi credenti siamo tutti pazzi. O quantomeno affetti da forme lievi o gravi d’insanità mentale. Ci potremmo anche offendere, ma la cosa paradossale è che proprio qui dobbiamo, in un certo senso, concordare: chi crede sa bene di essere incompleto, ha ben presente la limitatezza del proprio essere di fronte all’Essere (e la condizione dell’uomo peccatore è una vera malattia dell’anima); mentre è un atteggiamento paradigmatico dell’ateo versione Odifreddi quello di considerarsi superbamente sano, un Oltreuomo che non ha bisogno dell’oppiaceo divino ed è ormai al di là del Bene e del Male.
In questa sua ampia disamina delle religioni, l’autore non può fare a meno di notare un aspetto ricorrente in esse: l’elemento triadico, oggetto di illimitate metamorfosi, a tal punto che
Una tale ubiquità spazio-temporale-culturale non può non significare che dietro di essa si nasconde, o attraverso essa si disvela, una verità fondamentale. La manifestazione più evidente della triade è naturalmente la Trinità, che separa gli aspetti contingente, necessario e assoluto della divinità.
Quale sia questa verità fondamentale l’autore non si azzarda ad ipotizzarlo, ma compila un elenco di elementi triadici delle più varie religioni, in cui purtroppo non specifica dove accidenti sarebbe questo preteso carattere “contingente” o “necessario” o “assoluto” di ogni elemento. Dulcis in fundo, arrivato a quel che più m’interessa, conclude:
Nel cristianesimo, infine, si trovano le persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che le tre religioni monoteistiche venerano come Yahvè, Cristo e Allah.
In cui non solo non dice quale sarebbe il contingente e quale il necessario e quale l’assoluto, ma scrive in modo tale che si potrebbe pure intendere che gli ebrei ed i musulmani condividano l’idea cristiana della Trinità. Horremus, potrebbero esclamare alcuni di costoro se casomai leggessero la non felice proposizione. Che prima o poi l’improvvido matematico sia oggetto di una fatwa o di una pulsa denura?
Il primo capitolo si conclude con un’altra manifestazione di quanto profondamente l’autore conosca ciò che tanto pervicacemente critica. Parlando di quanto deprecabile sia l’iconografia, che spesso e volentieri sconfina nell’idolatria, scrive:
Nel cristianesimo le immagini hanno invece sempre svolto un loro ruolo, massimo nelle chiese orientali e minimo in quelle protestanti, e l’iconoclastia che tentava di rifarsi al comandamento biblico fu ufficialmente condannata dal secondo Concilio di Nicea nel 787: di conseguenza, e nonostante le dichiarazioni di principio, il cristianesimo è oggi nei fatti una “idolatria politeista”. A conferma di ciò, Simone Weil rifiuta nei Quaderni ebraismo e islam perché “troppo monoteisti”, rispetto a cristianesimo e induismo.
Accidenti, com’è informato Odifreddi, conosce pure il secondo Concilio di Nicea. Sennonché, nel paragrafo immediatamente successivo:
Proprio a causa di queste sue caratteristiche, la ritualità costituisce comunque la via religiosa più seguita nel mondo: i popoli e gli individui culturalmente sottosviluppati hanno bisogno di appoggi sensibili, dai vitelli d’oro alle divinità incarnate, mentre le vie delle astrazioni richiedono più sofisticazione intellettuale. Ed è stato un grave errore del cattolicesimo pretendere di proporre universalmente e astrattamente la via di Maria, per non parlare di quella dell’imitazione di Cristo, disconoscendo la naturale differenza di predisposizione tra individui particolari e concreti.
E qui siamo davvero all’apice, oltre che della conoscenza di dottrina, della logica: in un capoverso il cristianesimo ha troppe immagini, troppe icone e statue a cui inginocchiarsi, è di fatto un politeismo. Ma nel capoverso successivo il cattolicesimo propone all’imitazione dei fedeli soltanto Maria e Cristo. Punto. Che grave errore. Odifreddi potrebbe forse suggerire al Papa che ogni tanto si potrebbe pure indicare all’insieme dei fedeli qualche cattolico dalla vita ammirevole (non Madre Teresa però), qualcuno che si presume abbia avuto in vita virtù eroiche, e proporlo come esempio. Per non limitarsi a “proporre universalmente e astrattamente la via di Maria”, per venire incontro alla “naturale differenza di predisposizione tra individui particolari e concreti”.
Insomma, il culto dei santi se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Accade tuttavia che esso già ci sia, e non da ieri (chè anzi a Giovanni Paolo II si è pure rimproverato di averne canonizzati fin troppi), ma l’autore da quel che scrive sembra ignorarlo e perdipiù si contraddice: prima abbiamo troppi santi, poi nessuno. Il nostro professore di logica dovrebbe scegliere: può accusare la Chiesa dell’una o dell’altra cosa, ma tutte e due contemporaneamente è troppo. Anche un individuo culturalmente sottosviluppato come il sottoscritto può arrivare a capirlo.
Credete che sia finita? Questo era solo il primo capitolo. Ne leggeremo ancora delle belle. Anzi, leggeremo ancora delle balle.




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hefico:

