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    Predefinito Il Dysangelium di Odifreddi

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    Dysangelium è una parola che Piergiorgio Odifreddi (matematico, saggista, membro del Comitato di Presidenza dell’UAAR) riconoscerebbe sicuramente. È un vocabolo ricorrente usato da uno dei suoi beniamini, Friedrich Nietzsche, per indicare la “cattiva novella”: ovvero il cristianesimo, specie quello predicato da San Paolo, di cui egli era com’è noto un estimatore.
    Per capire quanto esattamente sia focoso l’astio di Odifreddi verso la religione, in particolare verso il cattolicesimo, si potrebbe leggere il suo libro dal superbo titolo Il Vangelo secondo la Scienza – le religioni alla prova del nove (Einaudi), di cui la quarta di copertina promette che “passa al microscopio della logica gli aspetti scientifici della teologia e quelli teologici della fisica e della matematica, nel tentativo di risolvere un problema ben preciso: quali domande religiose hanno un senso, e quali domande sensate ammettono una risposta? Attraverso la decostruzione scientifica delle grandi religioni occidentali e orientali il libro approda a una ricostruzione teologica della scienza e della matematica, indicando una sorprendente via d’uscita dall’apparente dilemma tra fede e ragione.
    In realtà la via d’uscita da questo dilemma per Odifreddi è estremamente semplice e neppure tanto sorprendente: no alla fede e sì alla ragione, facciamola finita una volta per tutte con Dio e con le religioni. È da tempo che il matematico ripete questo suo simpatico slogan: chi crede non pensa, chi pensa non crede. Come a dire, i credenti mica si limitano ad avere semplicemente torto, per di più sono tutti quanti dei colossali imbecilli. E per convincere il suo lettore di ciò, Odifreddi cataloga ed elenca una buona quantità di assurdità e contraddizioni che a suo dire caratterizzano le religioni, che egli vorrebbe appunto sottoporre alla “prova del nove” della logica.
    Si dà il caso tuttavia che io, avendo letto il libro, vi abbia trovato a mia volta una buona dose di assurdità ed inesattezze in buona o mala fede, che attestano come Odifreddi non sia poi così affidabile quando disserta su quelle religioni che tanto vuol decostruire. E dunque voglio darmi la pena di elencarne il più possibile per decostruire a mia volta il suo libello, e vaccinare chi mai avesse la ventura di leggerlo convinto che sia un libro attendibile. Premetto che non mi concentrerò sulle asserzioni di fisica, matematica, logica formale e scienza in genere, perché non mi arrogo alcuna specifica competenza in merito (se Daniele o qualcun altro vuol farsi avanti in proposito e continuare l’opera, è il benvenuto); per smontare il castello di carte del nostro matematico non serve una laurea particolare, mi bastano quel po’ di cultura generale e conoscenza della mia religione che ho accumulato fin qui.
    Per farci capire fin dall’inizio che uomini siano questi religiosi, e presentarceli subito sotto la luce giusta, Odifreddi premette al suo libro questa simpatica frase attribuita a Sant’Agostino:

    Il buon cristiano dovrebbe stare attento ai matematici e a tutti i falsi profeti. C’è il pericolo che i matematici abbiano stretto un patto col diavolo per annebbiare lo spirito, e mandare l’uomo all’inferno.

    In effetti, se si pensa ad alcuni matematici in circolazione, c’è davvero il pericolo che qualcuno di loro riesca a mandare qualche incauto lettore all’inferno. Ma il lettore non sia troppo severo con Agostino: più in là infatti, nel decimo capitolo, viene riportata una sua citazione più positiva:

    Pertanto non dobbiamo disprezzare la scienza dei numeri, che in molti passaggi della Sacra Scrittura risulta di grande aiuto all’interprete meticoloso.

    La qual cosa non collima perfettamente con il fobico della matematica che ci veniva presentato all’inizio, ma nondimeno è molto consolante.
    Proseguiamo. Nell’introito (bizzarro nome dato all’introduzione) l’autore ci racconta qualche sua esperienza a Calcutta, quando ha avuto la percezione diretta di quanto le religioni siano lugubri ed intrise di morte. Egli ha avuto infatti la sfortuna di entrare in un luogo orribile, impietoso, saturo di crudeltà: una casa di Madre Teresa. Sì, proprio lei.

    Adiacente al tempio di Kali si trovava la casa dei moribondi di Madre Teresa, il Nirmal Hrinday, che in bengali significa Cuore Immacolato. In essa un centinaio di uomini e donne in fin di vita, raccolti fra quelli abbandonati nelle strade, erano ormai ridotti a un numero sulla lavagnetta che ne registra in maniera agghiacciante le giornaliere “entrate” e “uscite”. La casa non ha neppure un atrio, e non appena vi misi piede mi trovai direttamente nella corsia degli uomini: lo sguardo di uno di essi, conficcato nei miei occhi come una spina, ancora mi perseguita, così come la condizione di quei corpi sofferenti e seminudi distesi sul pavimento e privi anche di un letto, nonostante le offerte miliardarie ricevute dalla Santa.

    Poveri moribondi, raccolti dai marciapiedi delle strade in cui un comodo giaciglio l’avrebbero trovato sicuramente. Che squallore, tenere la contabilità di un ospedale, orribile gesto che riduce intrinsecamente il malato ad un numero senza dignità. E che crudele, Madre Teresa, che sicuramente privava i moribondi di un letto per taccagneria e non per scarsità di soldi (chissà se Dominique Lapierre ha mai letto Odifreddi, o se Odifreddi ha mai letto Dominique Lapierre).
    Ma siamo solo all’inizio. Nel primo capitolo (La varietà dell’esperienza religiosa) il brillante matematico imita Mircea Eliade e s’improvvisa fenomenologo delle religioni, teorizzando un determinismo ambientale per cui ogni credenza è come è per motivi climatici, in quanto sorta in un preciso contesto geografico (naturalmente Dio non c’entra: non esiste). E così non è casuale che il monoteismo nasca nel deserto mediorientale, il buddismo nella giungla tropicale, l’induismo nelle montagne himalayane… Più precisamente:

    L’atrofia vegetativa del deserto impone un’integrazione animale della dieta e genera una morale che permette l’uccisione degli animali per il proprio sostentamento: secondo la Genesi , Dio stesso consentì all’uomo di divenire carnivoro dopo il Diluvio Universale (IX, 3), benché gli avesse ordinato di essere vegetariano nel Paradiso Terrestre (I, 29). Naturalmente, un’etica che giustifichi la morte altrui quand’essa sia necessaria per la propria vita non tarda a degenerare in ideologie di potenza e di guerra, che si sono storicamente coniugate ai monoteismi attraverso i secoli, dalle crociate cristiane alle jihad islamiche.

    Un’analisi di eccezionale acume. A parte che l’alimentazione onnivora non ci pare essere un’esclusiva delle popolazioni desertiche, così come le ideologie di potenza e di guerra non sono state monopolio dei monoteismi (i Romani e i Mongoli e gli Assiri e tanti altri popoli pagani e politeisti erano notoriamente molto pacifici); per non parlare della contraddizione in cui il nostro buon logico coglie il Creatore (e non ci dilunghiamo su dissertazioni circa la natura dell’uomo e del mondo prima la caduta e dopo la caduta); la cosa veramente notevole è che per Odifreddi (che a questo punto vorremmo sapere cosa è solito mangiare a pranzo e a cena) tutti coloro che seguono un’alimentazione non vegetariana sono potenzialmente partecipi di un’ideologia bellica. “Naturalmente”.
    Poco più in là, se ancora ce ne fosse il bisogno, l’autore chiarisce la stima che ha delle religioni:

    Come dice infatti il Dalai Lama nella sua autobiografia Libertà in esilio, le religioni sono medicine, e ciascuna è adatta a un particolare tipo di malattia spirituale. E, come aggiunge Jung in Psicoterapia e cura d’anime, le religioni sono sistemi di guarigione per i mali della psiche. Dal che deriva il naturale corollario che chi è spiritualmente sano non ha bisogno di religioni.

    Insomma, noi credenti siamo tutti pazzi. O quantomeno affetti da forme lievi o gravi d’insanità mentale. Ci potremmo anche offendere, ma la cosa paradossale è che proprio qui dobbiamo, in un certo senso, concordare: chi crede sa bene di essere incompleto, ha ben presente la limitatezza del proprio essere di fronte all’Essere (e la condizione dell’uomo peccatore è una vera malattia dell’anima); mentre è un atteggiamento paradigmatico dell’ateo versione Odifreddi quello di considerarsi superbamente sano, un Oltreuomo che non ha bisogno dell’oppiaceo divino ed è ormai al di là del Bene e del Male.
    In questa sua ampia disamina delle religioni, l’autore non può fare a meno di notare un aspetto ricorrente in esse: l’elemento triadico, oggetto di illimitate metamorfosi, a tal punto che

    Una tale ubiquità spazio-temporale-culturale non può non significare che dietro di essa si nasconde, o attraverso essa si disvela, una verità fondamentale. La manifestazione più evidente della triade è naturalmente la Trinità, che separa gli aspetti contingente, necessario e assoluto della divinità.

    Quale sia questa verità fondamentale l’autore non si azzarda ad ipotizzarlo, ma compila un elenco di elementi triadici delle più varie religioni, in cui purtroppo non specifica dove accidenti sarebbe questo preteso carattere “contingente” o “necessario” o “assoluto” di ogni elemento. Dulcis in fundo, arrivato a quel che più m’interessa, conclude:

    Nel cristianesimo, infine, si trovano le persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che le tre religioni monoteistiche venerano come Yahvè, Cristo e Allah.

    In cui non solo non dice quale sarebbe il contingente e quale il necessario e quale l’assoluto, ma scrive in modo tale che si potrebbe pure intendere che gli ebrei ed i musulmani condividano l’idea cristiana della Trinità. Horremus, potrebbero esclamare alcuni di costoro se casomai leggessero la non felice proposizione. Che prima o poi l’improvvido matematico sia oggetto di una fatwa o di una pulsa denura?
    Il primo capitolo si conclude con un’altra manifestazione di quanto profondamente l’autore conosca ciò che tanto pervicacemente critica. Parlando di quanto deprecabile sia l’iconografia, che spesso e volentieri sconfina nell’idolatria, scrive:

    Nel cristianesimo le immagini hanno invece sempre svolto un loro ruolo, massimo nelle chiese orientali e minimo in quelle protestanti, e l’iconoclastia che tentava di rifarsi al comandamento biblico fu ufficialmente condannata dal secondo Concilio di Nicea nel 787: di conseguenza, e nonostante le dichiarazioni di principio, il cristianesimo è oggi nei fatti una “idolatria politeista”. A conferma di ciò, Simone Weil rifiuta nei Quaderni ebraismo e islam perché “troppo monoteisti”, rispetto a cristianesimo e induismo.

    Accidenti, com’è informato Odifreddi, conosce pure il secondo Concilio di Nicea. Sennonché, nel paragrafo immediatamente successivo:

    Proprio a causa di queste sue caratteristiche, la ritualità costituisce comunque la via religiosa più seguita nel mondo: i popoli e gli individui culturalmente sottosviluppati hanno bisogno di appoggi sensibili, dai vitelli d’oro alle divinità incarnate, mentre le vie delle astrazioni richiedono più sofisticazione intellettuale. Ed è stato un grave errore del cattolicesimo pretendere di proporre universalmente e astrattamente la via di Maria, per non parlare di quella dell’imitazione di Cristo, disconoscendo la naturale differenza di predisposizione tra individui particolari e concreti.

    E qui siamo davvero all’apice, oltre che della conoscenza di dottrina, della logica: in un capoverso il cristianesimo ha troppe immagini, troppe icone e statue a cui inginocchiarsi, è di fatto un politeismo. Ma nel capoverso successivo il cattolicesimo propone all’imitazione dei fedeli soltanto Maria e Cristo. Punto. Che grave errore. Odifreddi potrebbe forse suggerire al Papa che ogni tanto si potrebbe pure indicare all’insieme dei fedeli qualche cattolico dalla vita ammirevole (non Madre Teresa però), qualcuno che si presume abbia avuto in vita virtù eroiche, e proporlo come esempio. Per non limitarsi a “proporre universalmente e astrattamente la via di Maria”, per venire incontro alla “naturale differenza di predisposizione tra individui particolari e concreti”.
    Insomma, il culto dei santi se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Accade tuttavia che esso già ci sia, e non da ieri (chè anzi a Giovanni Paolo II si è pure rimproverato di averne canonizzati fin troppi), ma l’autore da quel che scrive sembra ignorarlo e perdipiù si contraddice: prima abbiamo troppi santi, poi nessuno. Il nostro professore di logica dovrebbe scegliere: può accusare la Chiesa dell’una o dell’altra cosa, ma tutte e due contemporaneamente è troppo. Anche un individuo culturalmente sottosviluppato come il sottoscritto può arrivare a capirlo.

    Credete che sia finita? Questo era solo il primo capitolo. Ne leggeremo ancora delle belle. Anzi, leggeremo ancora delle balle.

    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


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    Predefinito Riferimento: Il Dysangelium di Odifreddi

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    L
    a maggior parte delle volte che Odifreddi parla male di una religione nel suo libro, guarda un po’, si tratta del cristianesimo (con un occhio di irriguardo al cattolicesimo). Ma anche le altre fedi godono della sua premurosa attenzione. Per esempio, nel capitolo “Paradossi”, parlando di affermazioni autocontraddittorie:

    Nella mitologia islamica il già citato racconto della creazione dell’uomo prosegue in maniera inaspettata (Corano, XV, 28-43 e XXXVIII, 71-85):

    Il Signore disse agli angeli: “Io creerò un uomo di argilla secca, presa da fango nero impastato, e quando l’avrò modellato e gli avrò soffiato dentro il mio spirito, prostratevi davanti a lui in adorazione. E tutti gli angeli si prostrarono, eccetto Iblis, che si rifiutò di unirsi a loro.
    E Dio gli chiese: “Iblis, che hai perché non ti prostri con gli altri in adorazione?” Iblis rispose “Non sia mai che io adori un uomo, creato dall’argilla secca, dal fango impastato!”
    Disse allora Dio: “Vattene di qui, reietto, e che tu sia maledetto sino al giorno del giudizio!” Iblis rispose “Signore, poiché tu mi hai ingannato io renderò bella agli occhi dell’uomo ogni turpitudine, e li ingannerò tutti”

    Dio crea così un dilemma veramente diabolico, un’alternativa da cui si può uscire soltanto disobbedendo: o direttamente, all’ingiunzione di adorare Adamo, o indirettamente, al comandamento di non adorare altri che Dio. Ancora una volta, dunque, è Dio che appare come subdolo e paradossale, mentre il diavolo si trova chiuso di fronte a una coppia di ordini contraddittori che non gli lasciano scampo.

    E così, ancora una volta, Dio è subdolo e paradossale. Povero diavolo di un Diavolo.
    In realtà la faccenda è da approfondire. Odifreddi ha riportato un’unica versione per due passi diversi del Corano abbastanza simili tra loro: tuttavia, se il lettore si dà la pena di andare a controllare la fonte originale, può scoprire che le cose non stanno esattamente come le descrive l’autore. In questa traduzione del Corano (su cui pure ci sarebbero varie cose da dire, in quanto è a cura dell’UCOII – e ve li raccomando, quelli dell’UCOII, ma questo è un altro discorso), l’episodio presenta una diversa e significativa sfumatura:

    Sura XXXVIII (Sâd), 71-78:
    71 [Ricorda] quando il tuo Signore disse agli angeli: «Creerò un essere umano con l'argilla.
    72 Dopo che l'avrò ben formato e avrò soffiato in lui del Mio Spirito, gettatevi in prosternazione davanti a lui ».
    73 Tutti gli angeli si prosternarono assieme,
    74 eccetto Iblis, che si inorgoglì e divenne uno dei miscredenti.
    75 [Allah] disse: « O Iblis, cosa ti impedisce di prosternarti davanti a ciò che ho creato con le Mie mani? Ti gonfi d'orgoglio? Ti ritieni forse uno dei più elevati?»
    76 Rispose: «Sono migliore di lui: mi hai creato dal fuoco, mentre creasti lui dalla creta».
    77 [Allah] disse: « Esci di qui, in verità sei maledetto;
    78 e la Mia maledizione sarà su di te fino al Giorno del Giudizio!».

    Insomma, si evince che Iblis ha rifiutato di inginocchiarsi non per spirito di obbedienza al comandamento del monoteismo, ma per puro e semplice orgoglio. Quello è argilla secca e fango impastato, io sono uno spirito creato dal fuoco, non mi abbasso in prosternazione davanti a lui.
    Tuttavia questo interessante particolare, stranamente, nella versione di Odifreddi non è riportato. Come mai?
    Che poi, a leggere il passo con un po’ di buonsenso, appare chiaro che questa pretesa autocontraddittorietà dell’ordine divino in realtà non sussiste affatto. Allah non chiede ai suoi angeli di adorare Adamo come un dio pari suo, ma di rispettare la Sua opera in cui ha soffiato il Suo Spirito. “Adorare” Adamo si risolve in un’adorazione indiretta di Allah: sicché in effetti è proprio l’uso del verbo adorare fatto da Odifreddi, e che coerentemente la traduzione italiana dell’UCOII non adopera (il lessico cattolico risolve questo problema alla radice: Dio è adorato, la Madonna e i Santi sono venerati; le accuse di politeismo rivolte alla Chiesa provengono da chi non capisce la differenza), ad essere improprio.
    Ed anche, per usare una terminologia nota, subdolo e paradossale.
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    Predefinito Riferimento: Il Dysangelium di Odifreddi

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    C’era una volta il libro di Piergiorgio Odifreddi Il Vangelo secondo la Scienza – le religioni alla prova del nove: un libercolo con cui l’autore, con la consueta modestia che gli è propria, si riprometteva di risolvere il più grande problema dell’umanità e confutare definitivamente le religioni passandole al vaglio della sua scienza, dimostrandone l’assurdità (secondo la nota uguaglianza per cui credenti = cretini).
    C’erano altresì una volta un paio di post scritti dal sottoscritto, nei quali elencavo certosinamente alcuni esempi degli errori colossali e delle sleali panzane propinate dall’autore allo sfortunato lettore. Nelle mie intenzioni iniziali quei due post avrebbero dovuto essere seguiti da molti altri, sennonché, vuoi per pigrizia, vuoi per il tempo scarseggiante, vuoi perché elencare tutti gli errori del Nostro era un compito improbo, lasciai cadere il progetto.
    E che cosa scopro adesso? Che il dysangelium odifreddiano è stato ripubblicato in seconda edizione. Chissà se almeno qualcuna delle fesserie più plateali è stata emendata, ma forse è più probabile che ne siano state aggiunte delle altre. Non ho intenzione di pagare il prezzo di copertina per saperlo, ma è l’occasione per ripescare dallo scaffale della monnezza la mia copia del libro e spenderci sopra qualche altra parola.

    Ormai ho capito la tecnica adoperata da Odifreddi per incantare i suoi lettori. Chiamiamola tecnica dell’affastellamento: consiste nell’accumulare in rapida successione una valanga di citazioni, rapide spiegazioni, alcuni dettagli minuziosi inframezzati in generiche riepilogazioni. Si dà al lettore l’impressione di avere una cultura vastissima, di aver letto un sacco, di conoscere a menadito ciò di cui si sta parlando. Pertanto le opinioni del Nostro riguardo ciò su cui egli va sproloquiando, siano esse esplicitamente presentate nero su bianco o sottilmente implicite da leggersi tra le righe, appaiono ammantate di una qual certa aura di attendibilità.
    Sennonché, la quantità è inversamente proporzionale alla qualità. Come tutti i tuttologi superstar, Odifreddi accenna a un sacco di cose ma non ne approfondisce nessuna. Il livello della sua divulgazione è da estratto del sunto del compendio del bignami: un paragrafo per questo, un paragrafo per quest’altro, due frasi citate in corpo otto, ed ecco esaurita la materia e passiamo al prossimo argomento. Il lettore va abbacinato con l’apparenza enciclopedica, per non farlo accorgere della sostanziale inconsistenza dell’intruglio.

    Esempio concreto. Nel terzo capitolo del libello, il Nostro affronta il problema delle diverse interpretazioni teologiche dell’origine del mondo. Quanto credete che ci voglia all’eroico Odifreddi per liquidare la faccenda? Nella mia edizione Einaudi tascabili del 1999, dieci (10) pagine. Ovviamente sono dieci pagine pregne di erudizione: un paragrafo dedicato alla cosmogonia egiziana secondo Eliopoli e Menfi, una citazione dalla Pietra di Shabaka, 4 righe sul mito tebano di Amon, un paio di paragrafi sui miti della Mesopotamia, qualche riga sulla Teogonia di Esiodo… sulla Genesi, mercè l’accanimento critico accordato al cristianesimo, l’autore si dilunga parecchio: addirittura una paginetta e mezzo. A seguire in veloce successione islam, zoroastrismo, miti dell’India, miti dell’America precolombiana, Aristotele e così via.
    Orbene, tutta questa carrellata vorrebbe essere funzionale a giustificare quanto Odifreddi dichiara come concetto generale delle cosmogonie religiose (grassetti miei):

    Particolarmente significativa è la contrapposizione fra creatore e creatrice, fra Dio Padre e la Grande Madre. Il modello maschile è tipico di società sviluppate e patriarcali, intende la creazione come una eiaculazione, cioè come un’attività esterna, intellettuale o artistica, e produce una divinità trascendente e distaccata, interessata a opere e azioni, tutta dedita a imporre, giudicare e castigare. Il modello femminile è invece tipico di società primitive e matriarcali, descrive la creazione come una gravidanza, cioè come un processo interno, fisico o biologico, e conduce a una divinità immanente e coinvolta, focalizzata sulla vita, e più propensa a chiedere, comprendere e aiutare.
    Il passaggio da un genere all’altro è testimoniato dall’evoluzione della parola spirito: da femminile nelle lingue semitiche (ruah), essa divenne neutra in greco (pneuma) e poi maschile in latino (spiritus).
    Una volta presa dimestichezza con i caratteri generali a cui abbiamo appena accennato li si potrà facilmente ritrovare negli specifici miti di creazione presenti nelle tradizioni religiose, come una rapida carrellata nello spazio e nel tempo dimostrerà.

    Dal che si vede che il Nostro si mette a flirtare con il mito storico, caro alla vulgata new age, della pseudo-età dell’oro di quando le società matriarcali pacificamente adoravano la Grande Madre e poi la pacchia è finita quando si è cominciato ad adorare il Dio Padre e a fare la guerra.
    Ebbene: posto che non sono in grado di seguire l’etimologia della parola spirito – salvo che dalla “evoluzione” odifreddiana dovrei forse dedurre che gli ebrei, poiché usavano la parola ruah, adoravano la Grande Madre – io ho dovuto rileggere due volte con attenzione il capitolo per realizzare che poi in concreto Odifreddi della Grande Madre non parla affatto. Per niente. Nell’ammucchiata di cosmogonie buttate lì una dopo l’altra, semplicemente non c’è. Andatela a cercare voi. Questo preteso carattere generale (lo stereotipo “Dio maschio cattivo - Dea femmina buona”), Odifreddi promette che “lo si potrà facilmente ritrovare” negli specifici miti religiosi della creazione, ma poi si guarda bene dal mantenere la promessa.
    Ma quanti lettori, sballottati tra egiziani greci ebrei e così via, se ne accorgono?

    Insomma, avete capito come si fa? Si accenna una considerazione velenosa sulla religione, e possibilmente sul cristianesimo in particolare; si dà l’impressione di poterla argomentare razionalmente e spiegare storicamente; dopodiché si stordisce il lettore con una carrettata di cultura a poco prezzo, per forza di cose estremamente vaga e generica. Alla fine l’accenno resta soltanto un accenno, poco argomentato e ancor meno provato; il lettore ideale però nel frattempo si è fatto l’idea che Odifreddi ha una cultura immensa, sicuramente sa quello che dice, e magari si è pure dimenticato quello che l’autore gli aveva promesso dieci pagine e venti citazioni fa; e perciò prende per buono tutto quello che gli propina il Nostro, che ha facile gioco a presentarsi come un geniale so-tutto-io.

    E così, grazie a questo subdolo modo di scrivere, l’eccellente autore può in relativa sicurezza disseminare la sua opera di madornali fesserie; per esempio, a proposito dell’anima,

    il secondo racconto [ndr della Genesi, quello di tradizione iahvista] prosegue dicendo che la donna fu formata da una costola dell’uomo, ma non risulta dal testo se essa abbia un’anima oppure no: ambiguità che fu fonte di spiacevoli conseguenze, tuttora evidenti nella misoginia ebraica e cristiana.

    Se Odifreddi avesse cercato meglio nella tradizione ebraica e cristiana, avrebbe forse potuto trovare qualche indizio sull’esistenza dell’anima della donna? Boh, forse sì, ma perché fare la fatica di cercare?
    Oppure, nel capitolo “Paradossi”,

    Uno degli insegnamenti più profondi e duraturi che il cristianesimo ha lasciato in eredità al mondo moderno è infatti proprio la concezione dell’irrazionalismo come superiore verità, invece che come vergogna: insegnamento di cui si sono poi appropriati quei sistemi filosofici e politici che hanno condotto il mondo contemporaneo all’assurdo e al paradossale.

    Ed ecco due millenni di riflessioni sul logos e settecento anni di tomismo buttati nel gabinetto; e se abbiamo avuto l’irrazionalismo ottocentesco, con tutto quel che ne è seguito in termini di fascismo e nazismo, di chi è la colpa?

    Il primo apparire del paradosso nella storia è la nascita del diavolo da Dio, cioè del male dal bene. Agli inizi Dio è solo, un’unità indivisa, ma nel momento in cui decide di guardare se stesso egli si sdoppia, diventando automaticamente osservatore e osservato, e crea così una scissione. E in greco “scissione” si dice appunto diabolh, un termine il cui contrario è sumbolh, la “riunione”: per questo Dio parla per simboli, e il diavolo per contrapposizioni.

    Qualcuno sa da quale tradizione religiosa Odifreddi ha tirato fuori questa cosa di Dio che crea il diavolo guardandosi allo specchio e scindendo sé stesso?
    E non vi perdete questa perla, a proposito dei paradossi del doppio vincolo (cfr post n.2):

    Si noti comunque che comportamenti di tipo schizofrenico sono possibili anche nella vita quotidiana non patologica, in reazione a doppi vincoli isolati […] Una volta presane coscienza, i doppi vincoli si scoprono negli aspetti più svariati dell’attività umana. [ndr seguono esempi] La sessualità: si desidera che la propria partner eterosessuale sia “santa di giorno e puttana di notte”, o che il proprio partner omosessuale sia “un vero uomo”.

    Insomma, per il Nostro è schizofrenico ritenere l’omosessuale un vero uomo: qualcuno allerti Grillini!
    E ancora: nel capitolo “Giochi matematici”, dissertando sulla scommessa di Pascal e la teoria dei giochi:

    Il ragionamento di Dio è il seguente. La cosa migliore è che l’uomo creda, meglio senza rivelazione, ma se necessario attraverso essa: infatti, “beati sono coloro che non hanno visto e hanno creduto (Giovanni, XX, 29), ma “se non vedete segni e prodigi, voi non credete” (IV, 48). Se però l’uomo sceglie di non credere, la cosa migliore è che lo faccia in mancanza di rivelazione, perché sarebbe la sua rovina se egli rifiutasse di credere anche di fronte alla rivelazione: “Chi non crederà sarà condannato” (Marco, XVI, 16).
    Il ragionamento dell’uomo si può invece riassumere nel seguente modo. La cosa migliore è che Dio si riveli e l’uomo creda, la cosa peggiore che Dio si riveli e l’uomo non creda. Il problema sta dunque nel decidere che cosa fare nel caso che Dio non si riveli, e Pascal suggerisce appunto che sia meglio credere.
    La teoria dei giochi considera un’opzione irrinunciabile (in termini tecnici, dominante) per un giocatore, se essa è preferita qualunque sia il comportamento dell’avversario: non seguirla sarebbe irrazionale, visto che la si preferisce in ogni caso. Non rivelarsi è irrinunciabile per Dio: se l’uomo crede avrà più merito e se non crede avrà meno demerito.

    Qui parrebbe addirittura che Odifreddi sia sul punto di rendere un buon servizio al cristianesimo, fornendo un aggancio matematico per il Deus Absconditus, per il “c’è abbastanza luce per chi vuole credere e abbastanza buio per chi non vuole credere” di Pascal (che però si guarda bene dal citare).
    Sennonché, forse preoccupato da tale orribile eventualità, ecco che subito dopo il Nostro aggiunge che

    Un Dio razionale che abbia le preferenze che abbiamo appena descritto non deve allora rivelarsi: poiché tali preferenze sono state dedotte dal Vangelo [ndr con delle deduzioni inconfutabili!], il suo protagonista non può essere un Dio razionale, e dunque Cristo o non è Dio, o non è razionale. Entrambe le alternative sembrano possibili: da un lato, egli stesso non ha mai affermato direttamente di essere Dio, ma solo di esserne il figlio (cosa che, ci dicono, dovremmo essere tutti); dall’altro lato, la teologia irrazionale è appunto una variazione sul tema dell’irrazionalità del cristianesimo.

    E così, al modico prezzo di qualche svarione esegetico, il rischio di parlar bene del cristianesimo è sventato. E per quanto riguarda Pascal,

    Credere è invece irrinunciabile per l’uomo, se si accetta la posizione di Pascal: se Dio si rivela è impossibile non credere, e se non si rivela si rischia a meno di credere. Ma la posizione di Pascal non è l’unica possibile, visto che persino un apostolo, Tommaso, preferiva quella contraria: “non ci credo se non ci metto il dito” (Giovanni, XX, 25). Nel caso di Tommaso, credere non è irrinunciabile per l’uomo, perché nel caso che Dio non si riveli è meglio non credere. E neppure non credere è irrinunciabile, perché nel caso che Dio si riveli è meglio credere. Non ci sono allora comportamenti irrinunciabili per l’uomo, in questo caso. La scommessa di Pascal si è rivelata dunque un cinico bluff teologico.

    Dal che si evince che Odifreddi pensa, o quantomeno vuol far pensare al lettore, che l’apostolo Tommaso fosse un ateo totale, che si rifiutava di credere non già alla resurrezione di Cristo e soltanto in quel suo limitato momento di debolezza, ma proprio al concetto stesso dell’esistenza di Dio. Ogni commento è superfluo.

    Giunto alla fine, nell’ultimo capitolo “opzioni per il terzo millennio”, il Nostro tira le somme: dopo aver stabilito una volta per tutte, per esempio, che la creazione e la fine dell’universo cosmologicamente parlando sono solo possibilità e non necessità, o che il fallimento delle prove dell’esistenza di Dio dimostra che non solo non è razionale credere in Dio ma che è razionale non credervi… insomma, dopo aver brillantemente risolto i grandi problemi su cui l’umanità si affanna da millenni, Odifreddi potrebbe anche tirare un sospiro di sollievo e considerare l’opera terminata.
    E invece purtroppo no, perché restano ancora i cretini che non ragionano:

    In questo capitolo finale aggiungeremo alcune considerazioni generali sulle opzioni che si presentano a coloro che, nonostante ogni mancanza di evidenza, intendono perseverare sulla via della fede. Fermo restando, però, che sarebbe problematico ammettere nel mondo moderno occidentale, anche solo come provvisoria ipotesi assurda, la credenza nella religione cattolica, che è messa in discussione da due sue caratteristiche.

    E quali sono?

    La prima, generica, è il dogmatismo su cui si fonda, che la rende incompatibile con la concezione della dignità umana conquistata politicamente attraverso le rivoluzioni inglese, americana, francese e russa, e teorizzata filosoficamente da illuminismo, romanticismo, marxismo ed esistenzialismo.

    Anzitutto notare il mirabile tempismo del Nostro che nel 1999, dieci anni dopo la caduta del Muro, con la massima tranquillità e glissando su qualche milione di cadaveri ci ricorda la dignità umana conquistata dalla rivoluzione russa. Ma soprattutto il problema è: Odifreddi, che critica il dogmatismo cattolico, sa cos’è il dogmatismo? Che intende lui per dogmatismo?

    La seconda, specifica, è l’elenco dei dogmi che determinano la fede cattolica: [ndr segue un elenco di alcuni dogmi]. Come si possono infatti credere affermazioni che non si possono capire? E come si può capire, ad esempio, quello che Jung definì “lo scandalo del dogma mariano”, e cioè l’affermazione che il corpo della Madonna è stato assunto in cielo? Per quanto siamo in grado di capire, nessun “corpo” può viaggiare più velocemente della luce: dovremmo forse pensare che la Madonna sia al più a 1950 [ndr perché proprio 1950? Perché non di meno e non di più? Forse perché il dogma è stato dichiarato nel 1950?] anni-luce da noi, dedurre che il “cielo” sta da qualche parte nella nostra galassia, e provare a localizzarlo con il telescopio?

    E qui raggiungiamo veramente lo zenit della presunzione e il nadir del trash intellettuale. Abbiamo trovato l’immagine ideale con cui chiudere questa modesta disamina del capolavoro odifreddiano. Galileo con il suo cannocchiale si accontentava modestamente di capire come vadano i cieli; ma il Nostro, che è allo stesso livello di Galileo se non oltre (ed è anche lui un perseguitato), invece col telescopio vuole capire proprio come si vada in cielo. Immaginiamolo dunque a scrutare in lungo e in largo l’universo, e a risultati assenti scuotere la testa e trarre le debite somme. Lui non è in grado di capire come possa un corpo viaggiare più veloce della luce, perciò nessun corpo può viaggiare più velocemente della luce; lui non vede il paradiso nella nostra galassia, perciò il paradiso non esiste. E certo.
    Questo, proprio questo, è il grand’uomo che si batte contro il dogmatismo.

    Insomma, avete afferrato l’assioma di fondo su cui Odifreddi basa la Sua magniloquente attività intellettiva? Tutto ciò che Lui non è grado di capire o di vedere, non esiste. Ovvio. Il Suo intelletto penetra tutto ciò che è, che è stato e che sarà; la Sua incomparabile cultura abbraccia e comprende tutti i campi dello scibile in cui l’umanità si sia mai cimentata, dalla matematica alla patristica, dalla logica formale alla storia universale, dalla filosofia alla filologia, dalla fisica all’esegesi comparata. Se qualcosa esiste, è tautologia dire che Lui può individuarla, dedurla, analizzarla, intenderla approfonditamente e spiegarla decentemente nello spazio di qualche paragrafo. Sì, Lui può.
    Piergiorgio Odifreddi: Yes I Can.







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  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Il Dysangelium di Odifreddi


  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Il Dysangelium di Odifreddi

    Quando l'insulto diventa "arte": :sofico:


    'O pernacchio, in italiano “vernacchio”, è un tipico gesto scurrile e molto antico, tanto è vero che lo descrivono Petronio nel “Satyricon” e Tito Livio nell' “Historia magistra vitae” . Molto più efficace di tante parole, in certe circostanze, il pernacchio napoletano è una vera e propria arte. De Jorio ne “La mimica degli Antichi investigata nel gestire napoletano” dà la seguente definizione: “bocca gonfia d'aria e forzatamente chiusa, mano aperta e portata rovescia sul labbro superiore in modo che esso sia compresso dallo spazio che è fra l'indice e il pollice. Disposte così le dita sul labbro superiore e premendolo a replicati colpi, si viene a comprimere la bocca già oltremodo gonfia d'aria, la quale, forzata dagli urti interpellati, nell'uscirne a diverse riprese, farà gli scrosci, che sono quelli a cui si dà il nome di vernacchio”. Tale gesto è stato utilizzato anche nel cinema e nel teatro, specialmente dai celebri Totò e Eduardo De Filippo. L'idea di insulto e di oltraggio che gli si attribuisce nasce dalla somiglianza che il rumore del vernacchio produce con quello che il nostro corpo emette quando espelliamo l'aria chiusa nei nostri visceri. Al tal uopo, il pernacchio vuol significare, come avrebbe detto Eduardo, che il destinatario è " 'a schifezza, d' 'a schifezza, d' 'a schifezza 'e l'uommen' ".
    Mariangela Cuorvo

    hefico:
    Concedi alla ragione il privilegio di essere l'ultima pietra di paragone della verità. (Immanuel Kant)

  6. #6
    email non funzionante
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    Il Prof. Odifreddi è solo un povero esibizionista… è un ex seminarista deluso… i suoi argomenti stantii e vecchi risalgono alla vecchia polemica anticristiana del razionalismo illuminista… Dispiace solo il fatto che quando viene "invitato" per sputar veleno su Chiesa & Co... la controparte cioè coloro che dovrebbero "rispondere" non sono all'altezza... Questo fa si che ogni "imbecille" rimanga affascinato da questo fenomeno da barraccone.

    Vince-68

  7. #7
    ...
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    Citazione Originariamente Scritto da Vince-68 Visualizza Messaggio
    Il Prof. Odifreddi è solo un povero esibizionista… è un ex seminarista deluso… i suoi argomenti stantii e vecchi risalgono alla vecchia polemica anticristiana del razionalismo illuminista… Dispiace solo il fatto che quando viene "invitato" per sputar veleno su Chiesa & Co... la controparte cioè coloro che dovrebbero "rispondere" non sono all'altezza... Questo fa si che ogni "imbecille" rimanga affascinato da questo fenomeno da barraccone.

    Vince-68
    Sono d'accordo. L'ho sempre pensato anche io. Con tutte le menti brillanti che ci sono, sembra che scelgano apposta quelli meno capaci di afdfrontare le puerili argomentazioni di queste mummie illuministe.
    "Per tutto il pensiero occidentale, ignorare il suo Medioevo significa ignorare se stesso" - Étienne Gilson


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  8. #8
    puttuio!
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    Citazione Originariamente Scritto da Cuordileone Visualizza Messaggio
    Sono d'accordo. L'ho sempre pensato anche io. Con tutte le menti brillanti che ci sono, sembra che scelgano apposta quelli meno capaci di afdfrontare le puerili argomentazioni di queste mummie illuministe.


    Il cretinismo "scientifico" di Piergiorgio Odifreddi


    Il cretinismo scientifico
    di Maurizio Blondet
    12/03/2007



    E' verso il 1890, spiega Ortega y Gasset, che «assume la guida
    intellettuale d'Europa» lo scienziato mediocre.
    «Un tipo di scienziato senza esempio nella storia: un uomo che, di
    tutto ciò che occorre sapere per essere una persona intelligente,
    conosce soltanto una scienza determinata, e anche di questa conosce
    bene solo la piccola parte di cui è investigatore attivo. Egli arriva
    a proclamare come virtù questa sua carenza d'informazione per quanto
    rimane fuori dall'angusto paesaggio che coltiva specificamente».
    La scienza avanza veramente non grazie a questo tipo umano, ma a
    scienziati grandi e veri: quei pochi che, di tanto in tanto, sentono
    che la scienza «ha bisogno, come organico ordinamento del suo stesso
    sviluppo, di un lavoro di ricostituzione» su nuove basi.
    Questo «lavoro», altamente intuitivo, «è di volta in volta più
    difficile e ogni volta ricollega regioni più vaste del sapere totale».
    Questi veri scienziati esercitano dunque la forma più difficile
    dell'intelligenza, l'arte della «sintesi». Newton fu uno di questi:
    non smontò la visione del mondo aristotelica, ma la spiegò come caso
    particolare all'interno di una teoria più ampia.
    Einstein fu un altro: e la teoria della relatività include la teoria
    di Newton come caso particolare («ricollega regioni sempre più vaste
    del sapere») e fornisce una nuova, rivoluzionaria concezione
    dell'universo.
    Dopo Einstein, il tempo dei fisici è una dimensione dello spazio:
    qualcosa di inimmaginabile per l'uomo comune.
    In quanto intelligenza sintetica, Einstein si riconosceva un
    matematico mediocre (o meglio, «impaziente» nel minuzioso lavorio
    matematico), e si affiancò al matematico Levi Civita, simpatico ebreo
    napoletano, per formulare con rigore la sua teoria.
    In compenso, Einstein si saturò di Kant e Mach: ritenne necessario,
    per far avanzare la fisica, tuffarsi nella filosofia della conoscenza,
    ai limiti estremi della gnoseologia.
    Un altro raro genio del genere fu Gregorio Mendel, il monaco che,
    coltivando piselli, scoprì le leggi della genetica, e senza il quale
    non sarebbe stato possibile capire le funzioni del DNA.
    Un altro ancora fu Pasteur, che identificò nei microrganismi la causa
    delle malattie infettive, e cambiò la medicina da capo a fondo.
    Un altro ancora fu Mendeleieff, che intuì che tutti gli elementi
    inorganici minerali possono essere posti in una scala continua grazie
    al loro peso atomico.
    Un altro ancora fu Wallace, contemporaneo più grande e misconosciuto
    di Darwin, scopritore della misteriosa linea geografica che, sul
    nostro pianeta, divide i mammiferi placentati dai marsupiali.

    Una volta che questi rari genii sintetici, insieme scienziati,
    filosofi e umanisti, hanno messo la scienza su nuove basi, subentra -
    per riempire di dati i campi aperti dai veri rari genii - lo stuolo
    degli scienziati mediocri di cui parla Ortega.
    Costoro, lavorando con il metodo inventato da Einstein, Mendel o
    Pasteur «come si lavora con una macchina» o un computer, riempiono i
    vuoti di dati più o meno «nuovi».
    Grazie alla stabilità e all'esattezza - e insegnabilità - di questi
    metodi, tutto un esercito di mediocri fa progredire la scienza
    parcella per parcella.
    Gran parte del lavoro cosiddetto scientifico in fisica o biologia «è
    lavoro meccanico del pensiero che può essere eseguito più o meno da
    chiunque»: pensate ad esempio al lavoro di sequenza dei geni,
    ripetizione infinita degli stessi processi di laboratorio che consente
    la mappatura generale del DNA di ogni specie.
    Ripetitivo, parcellizzato, disarticolato.
    Per operare, questi mediocri manovali della scienza non hanno bisogno
    di una vera intelligenza, anzi nemmeno «di possedere idee rigorose sul
    significato e fondamento del metodo» che stanno usando.
    Non hanno bisogno di ripensare in proprio e radicalmente ciò che hanno
    già intuito Einstein o Mendeleieff.
    Tutto ciò che devono sapere riguarda il settore piccolissimo e
    speciale su cui lavorano.
    Altri poi un giorno dovranno riordinare tutti questi frammenti in una
    nuova, ardua sintesi.
    Lui, lo scienziato mediocre, può ignorare «tutto il resto di ciò che
    costituisce veramente il sapere».
    Il guaio è che quest'uomo mediocre, che ha lo status prestigioso di
    «scienziato», su tutte le questioni che ignora (la maggior parte) si
    comporterà non già da ignorante qual è, ma «con tutta la petulanza =
    di
    chi nel suoi problemi speciali è sapiente». (1)
    Un biologo che fa la sequenza dei geni o un professore di matematica,
    ad esempio, «in politica, in arte, nei costumi sociali e nelle altre
    scienze prenderà posizione da primitivo, da ignorantissimo: però dirà
    la sua con la sicumera e l'aria di sufficienza dello scienziato» che
    è.
    Un simile biologo cercherà di ridurre i problemi sociali a biologia
    («E' tutta una questione di enzimi e di ormoni»); il matematico dirà
    che la pittura può spiegarsi benissimo in termini di lunghezze d'onda;
    e che la storia intera può essere ridotta ad un algoritmo.
    «Il fatto paradossale», dice Ortega, «è che questo primitivo
    scientifico nemmeno riconoscerà che negli altri campi esistono degli
    specialisti».
    Nelle altre questioni della vita, assai più complesse e importanti di
    quanto intuisca la sua povera mente specialistica, dirà la sua negando
    che esista bisogno di ascoltare e studiare prima chi ne sa di più.
    Che in politica, arte e religione non esistono i problemi che vedono
    gli studiosi di quei campi, che tutto è semplicissimo e che lui sa
    bene come risolvere tutto.

    Penso che avrete riconosciuto qui il ritratto di quel certo
    Piergiorgio Odifreddi.
    Questo c..., avendo una laurea in matematica, sta dicendo la sua su:
    teologia e religione, creazionismo ed evoluzionismo, paleontologia e
    genetica, linguistica ed etnologia, storia e filosofia. E poiché
    Odifreddi è più c... persino di quanto sia c... un normale manovale del=
    la
    scienza, non stupisce che esso abbia largo spazio nelle massime
    tribune del cretinismo corrente, la TV e la stampa quotidiana.
    Quelle che della superficialità presuntuosa fanno la loro massima, la
    più vantata virtù.
    E' un c... di grande successo, Odifreddi.
    Invitatissimo, specie da quando ha scritto libri del tipo «Perché non
    possiamo essere cristiani e tantomeno cattolici».
    Naturalmente, essendo riduzionista al più ridicolo livello (ossia
    riduttore delle grandi questioni alle anguste pareti del suo personale
    cervello), Odifreddi scopre - con tre secoli di ritardo sugli atei
    materialisti europei - che la religione è una falsità, il cui scopo è
    la repressione delle masse che vengono atterrite con immagini
    dell'inferno.
    Una sua sotto-teoria, che vale la pena di citare, è questa: i polacchi
    sono cattolici - la più stupida delle religioni - perché hanno una
    lingua piena di consonanti; se parlassero una lingua più vocalica come
    gli inglesi, sarebbero protestanti (che è già meglio) o atei come i
    farmacisti francesi dell'800.
    Giorni fa m'è capitato di leggere su Repubblica uno scritto di questo
    cretino presuntuoso, dov'egli fa finalmente piazza pulita del mito di
    Eva e di Adamo.
    Mai esistiti, naturalmente.
    Lo ha scoperto grazie all'«orologio cellulare», quell'accumularsi di
    «errori di trascrizione» nei mitocondri del DNA da cui si può - dice -
    stabilire senza ombra di dubbio la data di nascita dei nostri
    progenitori.
    Odifreddi ha letto da qualche parte che l'orologio molecolare si basa
    su un ritmo che è pari a «un errore di trascrizione ogni 10 mila
    anni».
    Naturalmente gli sfugge del tutto la natura altamente ipotetica di
    questo orologio.
    Perché mai un errore ogni diecimila anni?
    In certi periodi, la cadenza poteva essere stata più o meno
    irregolare.
    Degli «errori», per definizione, non possono avere un ritmo certo:
    sono imprevisti.
    L'ipotesi dell'orologio molecolare è un'invenzione di qualche biologo
    che vuole, con questo strumento saltellante, comprovare una teoria non
    accertata, ossia l'evoluzionismo.
    Ma questo non preoccupa il c....
    Non ha il minimo dubbio, visto che l'ha letto in qualche libro,
    riguardante una materia che non è la sua.
    Probabilmente ignora che il DNA ha vari livelli di «correzione degli
    errori», per cui è la materia più stabile dell'universo: squali e
    coccodrilli esistevano prima dei dinosauri e 300 milioni di anni dopo
    sono ancora fra noi, identici ai loro antenati fossili.
    Gli «errori» non corretti, e che perciò restano nel DNA, sono quelli
    che avvengono nelle zone del DNA che non hanno influenza
    sull'organismo, non lo rendono mostruoso né migliore: sono le
    mutazioni «neutrali» di Kimura.
    Odifreddi ignora tutte le ansie, i dubbi e lo sgomento dei veri
    biologi molecolari, quelli che stanno nella prima linea avanzante
    della loro scienza, sulla natura sempre più complessa della cellula:
    un essere vitale unicellulare è complesso come «un organismo
    pluricellulare», dunque non è una vita «primitiva e più semplice».
    Ignora la cautela ipotetica con cui questi avanzano a tentoni nel
    buio: prende questo avanzare tentoni come oro colato e verità ormai
    accertata.
    Per Odifreddi, la Eva mitocondriale (con l'orologio saltellante) è
    nata 150 mila anni fa.
    L'Adamo cromosomico, 75 mila anni fa.
    Gli pare chiarissimo e non bisognoso di spiegazioni che il suo Adamo
    abbia potuto «conoscere» una Eva vissuta 75 millenni prima
    Semplicemente, Eva era già sposata, dice, ma con Adami "che hanno
    avuto una discendenza che prima o poi si è arenata».
    E passi.
    Il bello arriva quando da esperto di biologia, l'aritmetico salta a
    giudicare la «mitologia».
    La «mitologia antica», quella della Grande Madre, era «giusta» perc=

    conferma ciò che dice quello che Odifreddi crede essere la «scienza»:
    ossia sottolinea la «centralità primordiale della donna, la sua
    profusione di fertilità e di abbondanza».
    Solo dopo, assicura, gli uomini, avendo preso il potere, hanno
    affiancato a Iside e ad Afrodite «figure femminili di morte, da Kali
    ad Eva, il cui mito non è altro che una delle innumerevoli variazioni
    sul tema della subalternità, biologica e morale, della donna rispetto
    all'uomo».
    E così, l'intero scibile delle «cose prime» è sistemato: è tutta =
    una
    questione di maschilismo repressivo.
    Facilissimo.
    Come mai nessuno ci ha pensato prima del c...?
    In realtà ci hanno pensato.
    Già lo sapevano i farmacisti massoni dell'ottocento; solo che il c...,
    non essendo al corrente (ignorantia elenchi, direbbe Aristotile) non
    lo sa.
    Siccome Odifreddi è un materialista del tipo più rozzo e antiquato, e
    inoltre il perfetto mediocre descritto da Ortega, quello che non
    ammette specialisti nei campi in cui fa le sue puntate da c...; sarà
    ovviamente inutile ricordargli come hanno «letto» questo rapporto
    della femminilità con la morte i grandi studiosi di etnografia
    religiosa.
    Il pensiero mitico è un pensiero eminentemente metafisico, una sfera
    che sta un po' troppo al disopra del cranio di Piergiorgio.
    Coloro che lo elaborarono non partivano da orologi molecolari e dal
    primato della materia.
    Per loro, la Dea Madre era fin dal principio anche Kali che danza sui
    campi crematori, vestita di teste e mani di cadaveri.
    Ciò perché il «femminile» dà la vita biologica, e ciò che ha vi=
    ta
    biologica, ineluttabilmente, morirà.
    Una nozione che non si studia nei laboratori, ma che fa parte della
    comune esperienza umana.
    Solo che gli uomini e le donne, un tempo, non si contentavano di
    questo destino biologico. Cercavano una vita che fosse al di là della
    vita, che fosse liberazione dalle catene dell'esistere zoologico.
    Ragionarono che ogni cosa che esiste di qua ha un lato «materiale» -
    la sua composizione fisico-chimica - ma anche un lato «formale» o
    essenziale, che è più importante.
    Un coltello può essere fatto di quasi ogni «materia» dura, ferro o
    pietra o rame; ma ciò che lo rende «coltello», ossia intelleggibile, =
    è
    la «forma» che gli ha dato il fabbro - non la forma materiale, che pu=
    ò
    essere varia, ma l'intenzione razionale, il «logos».
    E questa forma non è nella materia, ma è prima «pensata» nella mente
    dell'artigiano.
    Allo stesso modo, un seme ha dentro di sé la potenzialità superiore di
    essere albero (non occorre studiare il DNA, basta essere intelligenti
    contadini): e questa potenzialità è dentro il seme, ma è cosa
    totalmente diversa dalla sua materia.
    Quando quella potenza si attua, diventa atto, essa rivela
    un'intelligenza assoluta, inimmaginabile a priori.
    Dunque, gli uomini (e le donne) cercavano questa vita che è sopra la
    vita, che è invisibile perché è intelligenza.
    Diedero a questa vita il carattere simbolico di virilità, perché nella
    famiglia umana, se è la femmina a dare la vita biologica, è il padre
    ad insegnare al figlio a diventare umano: dalle arti della caccia al
    pronunciare la giustizia in tribunale.
    I geometri greci - al contrario di Odifreddi, che non si lascia
    stupire da nulla, che ha capito già tutto - seppero ancora
    meravigliarsi del fatto che gli angoli di un triangolo fanno sempre
    180 gradi: e che questa verità è «lì» anche prima che l'uomo la
    conosca, anzi indipendentemente dal fatto che la conosca.
    Come dice non un profeta biblico, ma Max Horkheimer, la ragione era un
    ordine presente non solo nella mente dell'uomo, ma nel mondo
    oggettivo.
    In quei tempi antichi (dove gli Odifreddi sarebbero stati esposti al
    ludibrio che loro spetta, incapaci di capire persino i principii
    della loro stessa scienza), dice Horkheimer, «il grado di
    ragionevolezza di una vita umana dipendeva dalla misura con cui si
    armonizzava con la totalità» della Ragione presente oggettivamente nel
    mondo.
    Per esempio, dei giudici disonesti possono fare deliberatamente
    ingiustizia al litigante che ha ragione, dando ragione a chi ha torto;
    ma questo non indebolisce per nulla la legge oggettiva della
    giustizia, rende solo quei giudici indegni, e traditori della verità.
    «La struttura oggettiva era la pietra di paragone per saggiare la
    ragionevolezza dei pensieri e della ragione individuale», dice
    Horkeimer. (2)
    Invece oggi, aggiunge, la ragione è divenuta un fatto soggettivo, «e
    interessa soprattutto il rapporto dei mezzi ai fini, l'idoneità dei
    procedimenti adottati per giungere agli scopi».
    Quanto a tali scopi «si danno per scontati e si ritiene che si
    spieghino da sé».
    Come vedete, qui Horkheimer sta dicendo la stessa cosa di Ortega e dei
    sapienti metafisici antichi: e indica la differenza fondamentale dallo
    scienziato c... - ossia Odifreddi - che si occupa di procedure e mezzi,
    e dallo scienziato sapiente (Einstein, Mendel, Pasteur) che si occupa
    dei fini. Esattamente di quei fini che Odifreddi, il c... scientifico,
    ritiene «si spieghino da sé» e che non ci sia bisogno di domandarsi se
    sono veri o no, giusti o no.
    Di questo si occupa la religione di cui un Odifreddi, in quanto c...,
    non sa giustamente che farsene.
    «Ciò che nasce dalla carne [della donna] è carne, ciò che nasce dal=
    lo
    spirito è spirito» e quindi oggettivo.
    Quindi eminentemente «sottratto alla morte».
    La funzione del padre, di ogni padre, è quella di inserire il figlio
    biologico nella realtà superiore alla biologia, nell'impersonale,
    eterna verità oggettiva.
    C'è un'acqua femminile, l'acqua di pozzo della Samaritana, che chi la
    beve torna ad aver sete; e c'è un'acqua che zampilla da sempre e per
    sempre, che toglie per sempre la sete.
    Ma non parlate di Cristo al c....
    Il c... risponde: «Del Gesù 'storico' c'è poco da dire, letteralmente,
    perchè di lui non ci sono praticamente tracce nella storia ufficiale
    dell'epoca: in tutto una ventina di righe nelle opere di Plinio,
    Tacito, Svetonio e Giuseppe Flavio, tra l'altro di incerta
    interpretazione (il 'Chrestus' di Svetonio) o dubbia autenticità (la
    lettera a Traiano di Plinio). Se dunque veramente Gesù è esistito,
    dev'essere stato irrilevante per i suoi contemporanei, al di fuori di
    una ristretta cerchia di parenti, amici e seguaci».
    E' bello sapere che la corrispondenza fra Traiano a Plinio, la cui
    autenticità è ritenuta certa da fior di storici professionali, ci sia
    invece dichiarata dubbia da uno che si occupa di logaritmi.
    Ma nelle sue letture storiche e del primo cristianesimo Odifreddi è
    rimasto evidentemente fermo a un secolo fa, a Renan.
    Da allora quella «ventina di righe» si sono parecchio moltiplicate,
    con le più profonde e specialistiche ricerche storiche.
    Odifreddi non sa ad esempio nulla del cosiddetto «editto di Nazareth».
    (3)
    Una lastra di marmo in greco, conservata a Parigi, che contiene un
    «diatagma Kaisaros», un ordine di Cesare.
    Il Cesare in questione è Nerone, e l'ha scritta è del 62, un
    trentennio dopo la crocifissione) in cui Nerone dà ordini molti
    strani:
    1) Vieta «l'adorazione di uomini» («tòn anthròpon thriskèias»=
    ) come
    empietà contro gli dèi, e dice che sarà considerata una colpa
    religiosa.
    2) Vieta la violazione delle tombe per estrarne cadaveri.
    3 ) E la vieta, fatto ancora più strano, con carattere «retroattivo».
    Infatti dice, nella lapide: «Se qualcuno denuncia che uno ha tirato
    fuori defunti con inganno e li ha trasferiti ad altro luogo, o
    spostato pietre tombali, [il colpevole] va condannato a morte».
    Insomma, nel 62, Nerone vieta un delitto che pare sia stato già
    commesso: qualcuno ha portato via un corpo spostando la pietra di un
    sepolcro.
    Per questo, commina una pena d'inaudita durezza, la pena capitale.
    E fa affiggere questo suo ordine non in tutto l'impero in generale, ma
    proprio a Nazareth.
    Ciò, all'insaputa di Odifreddi, dice qualcosa agli storici che l'hanno
    studiata.
    La lapide di Nazareth ha una spiegazione chiara, se si legge quello
    che dicevano gli ebrei nei Vangeli, e ciò che ripete in assai più di
    venti righe il Talmud, in scritti di quegli anni. Sostanzialmente
    questo: «I suoi discepoli hanno portato via il Nazareno dalla tomba
    subornando le guardie».
    E' la scusa con cui i giudei cercavano di smentire la resurrezione di
    Cristo.
    Ecco una «traccia nelle fonti ufficiali dell'epoca» che il c...
    matematico, matematicamente ignora: e che conferma i Vangeli e le
    polemiche degli ebrei su Gesù con estrema precisione storica.
    Ancora 30 anni dopo l'esecuzione di Gesù, i farisei si sforzavano di
    tappare la bocca chi sosteneva che Gesù era risorto, evidentemente
    perché la voce continuava a diffondersi.
    L'editto di Nazareth, sostanzialmente intima: è vietato per legge dire
    che Cristo è risorto.
    E' illegale.
    Lo ordina l'imperatore.
    Ma Odifreddi non sa.
    Ignora che anche la ricerca storica ha fatto passi avanti, non è
    rimasta al teorema di Fermat.
    Oddifredi non crede a Gesù, e fa benissimo: Gesù non è venuto per
    scimpanzè geneticamente modificati.
    Ma si perde il meglio come specialista.
    Non sa ad esempio che quel Nazareno di cui bisogna dire (come dice
    Odifreddi) che è stato sottratto dalla tomba rigido, era uno
    scienziato.
    Non uno scienzato alla Odifreddi, sia chiaro, non un manovale delle
    equazioni.
    Stiamo parlando dello scienziato del primo tipo, dei genio delle
    grandi sintesi.
    Come?
    La prova è proprio nel Vangelo.
    Là dove Gesù dice che Abramo esultò a vedere il suo giorno, e i
    farisei: non hai nemmeno cinquant'anni, ed hai visto Abramo?
    Lui risponde: «Prima che Abramo fosse, Io Sono».
    I farisei sono pur sempre più intelligenti di Odifreddi: capiscono
    benissimo che Gesù si dichiara Dio («Io-Sono» è il nome che si dà=
    YHVH
    nel roveto ardente) e perciò si provano a lapidarlo.
    Ma quel che sfugge loro perché la fisica allora era ancora quella
    classica - è che questa enunciazione di Gesù è una conferma della
    fisica post-einsteiniana.
    Come si diceva all'inizio, dopo Einstein, per i fisici d'avanguardia,
    lo spazio-tempo è un tutto unico.
    Il tempo è una dimensione dello spazio, come l'altezza e la
    profondità.
    Lo spiega Louis De Broglie, premio Nobel: «Nello spazio-tempo, tutto
    ciò che per ciascuno di noi costituisce il passato, il presente, il
    futuro è dato in blocco. Ciascun osservatore, col passare del suo
    tempo, scopre per così dire nuove porzioni dello spazio-tempo, che gli
    appaiono come aspetti successivi del mondo materiale; ma in realtà
    l'insieme degli eventi che descrivono lo spazio-tempo esiste già prima
    di essere conosciuto».
    O come dice Hermann Weyl: «Il mondo oggettivo non avviene,
    semplicemente è».
    Stiamo parlando qui di grandi scienziati, che sono il contrario di
    Odifreddi anche in questo: non sono presuntuosi, ma umili.
    Ma ciò che De Broglie umilmente intuisce, e che ci trasmette con
    faticose parole traducendo le formule fisico-matematiche, è né più n=
    é
    meno che lo sguardo di Dio sul mondo.
    Noi passiamo dal passato al futuro, strisciando sulla dimensione-tempo
    come lumache sul terreno, in un senso solo.
    Per Dio, passato e futuro «sono» nel Suo eterno presente.
    Abramo conosce Gesù, in questa visione.
    I dinosauri sono ancora fra noi, solo in un angolo spazio-temporale a
    noi ormai inaccessibile; e anche ciò che per noi ancora non è, il
    futuro, è «già» qui.
    Gli evoluzionisti darwiniani (Odifreddi non può mancare nel novero di
    tali c...) si immaginano che gli antidarwinisti («creazionisti»,
    spregiativamente) abbiano in mente un Dio - ingegnere, un fabbricante
    che ha fatto prima la mosca, poi i mammiferi, poi l'uomo, progettando
    minuziosamente ogni vivente, elitra, pinna ed occhio, come un ottimo
    artigiano solo più potente, tutto immerso nel mondo materiale.
    Ma questa è una caricatura del Dio a cui crediamo - o meglio, a cui
    non crediamo - che sappiamo Essere.
    Dio, è quello che ci dice in uno sprazzo De Broglie: per lui, tutto è
    «compresente».
    Non ha fatto prima gli insetti, poi i rettili e poi i mammiferi e gli
    Odifreddi quadrumani con pollici opponibili: ha fatto tutto insieme.
    Ha fatto tutto «ora».
    Questo vastissimo «ora» di Dio, dove non solo Abramo parla con Gesù,
    non solo i dinosauri non sono estinti, ma ancor più, dove il futuro
    influisce sul presente e lo fa essere quel che è, almeno quanto sul
    presente influisce il passato - il passato per cui siamo ciò che siamo
    oggi.
    Ci pare normale che il passato abbia influito su di noi; ma
    impossibile che il futuro - ciò che saremo, che saranno i nostri
    nipoti - stia già influendo su di noi «adesso».
    E' ciò che i cretini chiamano «finalismo», vietato (per legge) nella
    scienza sorpassata del XIX secolo.
    Ma nello spazio-tempo post-einsteiniano, ciò è la pura verità.
    Là dove i cretini vedono una «evoluzione», Dio (e un pochino anche
    l'umile, modesto De Broglie) vede una «architettura».
    Per lui tutto è presente, tutto è stato fatto «ora», nulla si sta
    facendo, nulla è incompleto.
    «Prima che Abramo fosse, Io-Sono».
    E dice la stessa cosa quando assicura: «Non sono il Dio dei morti, ma
    dei viventi».

    De Broglie lo capirebbe al volo (anzi lo capisce, nel Presente in cui
    ora vive per sempre).
    Tutto questo, si capisce, supera di troppo il c... televisivo.
    Il quale non ha capito nemmeno la fisica post-ensteiniana, che
    dovrebbe essere un campo vicino al suo.
    Bene, a questi è affidata ora la realtà presente.
    Agli Odifreddi, agli Augias, agli Scalfari: a loro non la si fa.
    Applausi.

    Maurizio Blondet
    ________________________________________
    Note
    1) Josè Ortega y Gasset, «La ribellione delle masse», capitolo «La
    barbarie dello specialismo».
    2) Max Horkeimer, «Eclisse della Ragione», citato da Giuseppe
    Sermonti, «Crepuscolo dello Scientismo», 2002, pagina 136.
    3) Marta Sordi, «I cristiani e l'impero romano», capitolo «I cristiani
    e Nerone, dalla tolleranza alla persecuzione».

    Fonte
    L'imitazione è la più sincera forma di adulazione.(Charles Caleb Colton)

 

 

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