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    Thumbs up Italia 150? È questione di "fasci"...

    In occasione del controverso 150° dell'unità nazionale Benigni ha rotto un tabù. Non ha solo detto a 16 milioni di Italiani che il Risorgimento è la nostra epica nazionale di cui andare orgogliosi, ma ha anche ricordato, Inno di Mameli alla mano, che senza la memoria letteraria e monumentale degli antichi romani - «che erano Italiani» ha precisato l'attore fiorentino - con le loro "coorti" (e "non corti") forse non vi sarebbero stati quei ventenni andati a morire nelle guerre di indipendenza. Libri e giornali si soffermano su simboli e icone del Risorgimento, varianti del tricolore, "santini" di Garibaldi e del re Vittorio. Ma visto che Benigni ha fatto una sperticata lode dell'esercito di Scipione e di Cesare, non sarà il caso di ricordare che un simbolo che accompagna tutto il Risorgimento è pure il tanto vituperato fascio littorio? Quando inizia il Risorgimento? Alberto Mario Banti, uno che se ne intende, non ha dubbi: nel 1796-99, nel "triennio giacobino". Ma Banti aggiunge che è ora di smetterla di chiamarlo così: «sembra molto più appropriato parlare di triennio repubblicano - in riferimento al tipo di istituzioni introdotte nella penisola - o di triennio patriottico - utilizzando il termine che l'avanguardia politico-intellettuale usava per designare se stessa» (Il Risorgimento italiano, 2004). E già, senza armi niente Risorgimento, e le armi spuntano solo allora, coi cispadani e i cisalpini, e poi i romani e i napoletani. Le repubbliche battono moneta: e ci mettono sopra il fascio e la scure. «È roba francese», dicono gli ipercritici, i fans dell'ancien régime. No, è tutta colpa di Plutarco, delle Vite parallele, tornate di moda nel '700: le hanno lette gli Americani che han fatto la rivoluzione del 1776 e due fasci ce li hanno ancora nel simbolo del loro Senato. I francesi son venuti dopo. E si saranno anche trascinati dietro gli italiani, ma che ben presto han detto: «Eh, no: questi sono stati inventati qui». Ci aveva pensato già Federico II di Svevia, tedesco-normanno ma nato a Jesi: nella sua epistola ai Romani del 1236 l'imperatore dichiara di voler restaurare un Senato di "patres conscripti", l'antico "populus" dei "Quiriti", i "fasci littori" dei consoli. L'archeologo Ennio Quirino Visconti, nel 700, disegna tutto ciò che trova e vede di romano: anche i fasci. E si ritrova nel 1798 console della Repubblica Romana, effimera quanto si vuole, ma non tanto da non lasciarsi dietro un po' di baiocchi con fascio e scure.
    Le repubbliche italiane non vanno giù non solo agli austriaci, ma anche agli inglesi, che allora non vedevano di buon occhio rivoluzioni in Italia. Il salernitano Matteo Galdi già nell'estate del 1796 parla di integrale unità della Penisola e pensa alla colonizzazione del Nord Africa e al Mediterraneo come a «un immenso lago latino» da cui «espellere gli Inglesi e i Russi» che vi imperversano. Suona allora come un monito a tutti i patrioti italiani circa chi debba comandare nel Mediterraneo il fatto che Nelson prometta di trattare Napoli «come un villaggio irlandese in egual ribellione» e dia la copertura navale all'attacco a Roma di borbonici e austriaci.Caduto Napoleone, gli Italiani hanno sempre più chiaro che debbono "fare da sé". Certi simboli sono sempre meno "esogeni" e sempre più "indigeni". Nel 1817, a Bologna, nel palazzo del principe Astorre Hercolani si stipula la Costituzione Latina, patto tra la Carboneria ed un'altra società segreta, la Guelfia. Quest'ultima si chiama così perché vuol mandar via l'Impero asburgico, e non perché sia "guelfa", anzi: ha forti connotati romano-classici e nei suoi statuti all'art. 1 Roma capitale è data come scopo ultimo; all'art. 53 si dice che «l'Aquila, i fasci, gli emblemi dei nostri Padri, e tutto ciò che rammenta la Romana grandezza tornar debbe a far pompa fra le turbe, e fra i Magistrati»; all'art. 54 si prescrive: «Ai nati nostri apporransi per lo futuro i nomi dell'antica Roma, onde avvicinarli anche più in ciò alla prisca virtù». Tra i doveri del guelfo c'è ne è persino uno di sapore alquanto pagano: «Ogni buon Guelfo è obbligato una volta al mese di cibarsi di solo latte allo splendore della luna, e ciò in commemorazione di Saturno»: l'antico dio dell'Italia quale Saturnia Tellus. Per Roma e le simbologie romane andrà in estasi, negli anni 30 dell'800, Carlo Bianco, conte di Saint-Jorioz. Nel 1830, esule, pubblica il trattato Della guerra nazionale d'insurrezione per bande, applicata all'Italia. "Ufficiale e gentiluomo", nemico delle città, ritenute luoghi di vizio e di corruzione, sogna un'Italia socialista, agreste e guerriera, e magnifica il Bel Paese come quello «dalla natura destinato ad essere la sedia dell'impero del mondo». Bianco fonda la società segreta degli Apofasimeni, e Giano Accame, che di lui fece l'elogio in Socialismo tricolore (1983), ricordava come i "richiami alla romanità" nella setta si manifestassero fin «nei gradi di centurione, tribuno legionario, proconsole e console assegnati ai capibanda; nella profusione di aquile e fasci littori e bastoni consolari d'avorio da usare come distintivi; nelle divisioni in manipoli, coorti e legioni». Agli Apofasimeni aderì anche Mazzini e Bianco, suicida nel '43, fu tra i fondatori della Giovine Italia. La mazziniana Repubblica Romana del 1849 sarà tutto un fiorire di "memorie di Roma". Uno dei più grandi antichisti dell'800, lo svizzero J. J. Bachofen, è a Roma quando nasce la Repubblica. E rimane colpito dalla capacità degli Italiani di ridare forza ai loro antichi simboli. Scriverà dello stemma repubblicano: «Si presenta - come una fenice dalla cenere - l'aquila dell'antica repubblica, con ali spiegate, i fasci consolari negli artigli, il tutto circondato da una corona civilis, il simbolo della virtù civica». L'Assemblea Costituente ha pure decretato che la bandiera «sarà l'Italiana tricolore, coll'Aquila Romana sull'asta». Scriverà uno dei grandi protagonisti della Repubblica, Garibaldi: «Roma per me è l'Italia; e non vedo Italia possibile senonché nell'Unione compatta, o federata delle sparse sue membra! Roma è il simbolo dell'Italia una, sotto qualunque forma voi la vogliate».
    L'Italia non nascerà repubblicana, ma monarchica. Tuttavia il carico di simboli e memorie romano-repubblicane veniva immesso dalla sinistra risorgimentale nei miti e nei riti del nuovo Stato. Vittorio Emanuele, stabilita la sua sede a Roma, istituì la "Medaglia ai Benemeriti della Liberazione di Roma 1849-1870", recante sul recto uno scudo con il Spqr sovrapposto ad una corona di quercia con due fasci littori e sovrastato da una Lupa romana, sul verso la dicitura "Roma rivendicata ai suoi liberatori" sormontata dalla stella d'Italia. Il già garibaldino e mazziniano Crispi, giunto alla Presidenza del Consiglio, si augura dunque per il cittadino italiano «che non indarno ei possa ripetere di fronte agli altri popoli il Civis romanus sum». Attorno a lui, a Roma, si raduna una singolare brigata di ex-garibaldini e di "scapigliati" provenienti da tutta Italia, tutti carduccianamente innamorati dell'Urbe antica e raccolti attorno al giornale La Riforma, diretto dall'ebreo Primo Levi: uno che sceglie di firmarsi Italicus perché ritiene che ormai l'identità ebraica col nuovo Stato si sia sciolta, al pari di quella delle varie componenti regionali, in quella italiana. Nel gruppo troviamo gli "scapigliati" Carlo Dossi e Giovanni Cena (l'autore del romanzo Gli ammonitori, ma anche il creatore, più tardi, con Sibilla Aleramo, delle scuole agrarie nell'Agro Romano) nonché Giacomo Boni, figlio di un cospiratore mazziniano, chiamato nel 1887 a lavorare alla Direzione generale delle antichità e delle belle arti. E sarà proprio Boni, l'archeologo-mistico che restituirà alla luce tanti e tanti monumenti del Foro e del Palatino, a disegnare nel 1923, con assoluto rigore filologico, il fascio littorio per la moneta da 2 lire.
    Un fascio littorio (le cui implicazioni esoteriche verranno rivelate nel 1929 sulla rivista di Julius Evola Krur), ricostruito secondo le indicazioni di Boni, viene poi donato il 19 maggio del 1923 a Mussolini, a chiusura del Congresso Femminile Internazione per il voto alle donne, dalla professoressa Cesarina Ribulsi, dell'Università Popolare, presentata dalla sansepolcrista Regina Terruzzi, socialista mazziniana e femminista: "camicette nere" direbbe Annalisa Terranova, "fasciste libertarie" direbbe Luciano Lanna. Il resto è noto. Ed è noto perché il fascio littorio non è più "in uso". Ma questo simbolo, che figura persino nello stemma del Camerun e in quello della polizia norvegese, forse, auspice il 150° dell'unità, gli Italiani possono se non altro riconoscerlo come parte di quella storia che vanno a celebrare, salvando ciò che c'è da salvare, condannando ciò che c'è da condannare.

    24/02/2011

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Italia 150? È questione di "fasci"...

    Ma se uno non vuole festeggiare, va all'inferno?

 

 

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