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    Predefinito I Kāpālika – Archetipo o setta?



    I Kāpālika – Archetipo o setta?





    Bhairava - Ellora


    Gli asceti Kāpālika sono stati considerati appartenenti a una scuola estrema del Tantra, esistita verosimilmente durante il medioevo indiano. Le pratiche rituali, le tecniche, i credi, le usanze e i simbolismi di questa corrente tantrica, dall’origine sconosciuta ma presumibilmente arcaica, compaiono in diverse tradizioni del sud asiatico. Le fonti sanscrite generalmente dipingono i Kāpālika come asceti ciarlatani che vagabondano con un teschio per mendicare cibo e bere liquore, liberi da propositi mondani e rituali. I loro corpi sono cosparsi dalle ceneri dei morti ma nessuna fonte afferma che li mangino. Questi asceti vivevano nelle foreste, indossavano una stoffa o una pelle di animale ai lombi, portavano il Khaṭvāńga (e/o il tridente secondo alcune fonti) e una ciotola ricavata da un teschio, ottenevano il cibo mendicano e contaminavano gli ortodossi che venivano in loro contatto.

    L’esaustivo lavoro di Lorenzen, Kāpālika e Kālāmukha, elabora la maggior parte delle notizie testuali ed epigrafiche che li riguardano per formulare l’ipotesi della loro esistenza quale setta o ordine specifico. Naturalmente Lorenzen non può fare a meno di usare il condizionale nella sua teoria come anticipa all’inizio della sua ricerca. Non tutti però hanno accolto quanto da lui proposto.

    I primi asceti indiani conosciuti come Kāpālika possono essere visti come archetipi almeno in due sensi. In primo luogo, agli occhi dei loro opponenti, i cui scritti sono stati finora la nostra principale fonte d’informazione sul loro credo e le loro pratiche, i Kāpālika sono serviti come archetipo, o stereotipo, di un asceta eretico e immorale. In secondo luogo, alcune di queste stesse fonti suggeriscono che effettivamente questi Kāpālika modellarono ritualmente le loro vite su un archetipo divino, il dio Shiva-Kapālin (Kapāleshvara). Questa simbolica rappresentazione del Grande Voto (Mahāvrata) fece guadagnare ai Kāpālika il loro titolo di Mahavratin.

    I termini Kapālin (che porta il teschio) e Mahāvratin (Osservante il Grande Voto) compaiono già nelle Smriti.
    Yajnavalkya-smriti (c.100-300 A.D.) prescrive la pena per chi uccide un Brahmāno: “Con un teschio e un bastone (nelle sue mani), vivendo di elemosina, annunciando la sua colpa (mentre mendica), e nutrendosi di poco cibo, l’uccisore di un Brahmāno può essere purificato dopo dodici anni.”
    Vishnu-smriti ripete questa pena per l’espiazione del peccato d’uccisione (accidentale) di un Brahmāno, e aggiunge: “Chi ha ucciso (accidentalmente) un Brahmāno deve seguirla per dodici anni. Chi sconta una di queste pene deve portare (sul suo bastone) il teschio della persona uccisa come un emblema.”
    In seguito altri testi di legge decretano che il penitente debba vivere al di fuori del consorzio umano, in luoghi isolati o nei cimiteri, e che conservi il teschio, generalmente identificato con quello della persona uccisa, sul suo bastone. Alcuni richiedono espressamente l’adozione del Khaṭvāńga, il bastone più sovente associato con i Kāpālika.
    I Kāpālika sono inoltre menzionati nei Purāna quali Kurma, Naradya, Shiva, Skanda, Svayambhu, Vamana, Vashista, Linga ecc.




    Bhairava


    Haradatta, commentatore di Apastambya Dharmasutra nel XII secolo, dice: ‘Il termine Khaṭvāńga è ben conosciuto nel Kāpālika-tantra.’ Vijnaneshvara, nel Mitiksara su Yajnavalkya, lo descrive come un ‘emblema fatto da un teschio montato sul bastone.’
    Il matematico e astronomo Varahamihira (c. 500-575) riferisce del Voto Kāpāla e degli asceti Kāpālika nel suo Brhatsamhita. Invece nel Brhajjataka enumera sette classi di asceti, ognuno nato sotto l’influenza di un differente corpo celeste: i Sakya sono associati a Marte, gli Ajivika a Mercurio, i Bhiksu a Giove, i Vrddha alla Luna, i Charaka a Venere, i Nirgrantha a Saturno e i Vanyasana al Sole. Utpala, il commentatore del X secolo, dice che i Vrdhha sono conosciuti anche come Vrddha-sravaka o Kāpālika. Utpala cita anche una simile classificazione esposta dall’autorità Giainista Kalakacharya che connette la Luna con i Kāpālin.
    Hsuan Tsang, il pellegrino cinese che visitò il Nuristan, nell’Afghanistan orientale, durante il VII secolo, riporta che oltre ad un centinaio di monasteri buddisti vi erano decine di templi dei Deva, e mille o più degli eretici (o di differenti religioni); asceti nudi e altri che si cospargono di cenere, alcuni costruiscono dei copricapo di ossa che indossano come corone sulla loro teste. Altrove, quale generica descrizione, aggiunge che taluni di questi eretici indossano come ornamento collane ricavate da ossa di crani umani. Beal identifica questi eretici come Giaina Digambara, Pāshupata e Kapāla-dhārin, cioè Kāpālika.
    Un testo buddista dei primi secoli dell’era cristiana, il Lalitavistara, menziona alcuni ‘stolti’ che cercano la purificazione applicando la cenere sui loro corpi, vestendo indumenti rossi, rasandosi le teste, e portando un triplice bastone (tridente?), un recipiente, un teschio e un Khaṭvāńga.
    Alcuni testi Giainisti e Brahmānici vietano l’associazione con i Kāpālika e prescrivono bagni e atti purificatori dopo essere venuti in loro contatto.
    L’Hatha-yoga-pradipika di Svatmarama dichiara di descrivere Amaroli-mudra “secondo la dottrina Khanda dei Kāpālika.”
    Questo per citare solo alcune tra le principali menzioni dei (o del termine) Kāpālika. Nei Tantra, e nella letteratura medievale sacra e profana, ovviamente è ricorrente, in bene o in male.

    Alexis Sanderson ha dichiarato di aver identificato un corpus di testi tantrici shivaiti, non ancora pubblicati (nel 1990), che descrivono il culto e le osservanze dei Kāpālika. Il più importante di questi testi è il Jayadrathayamala. Rimane comunque incerto in che misura questo materiale può essere attribuito direttamente ai Kāpālika come contrapposti a culti tantrici di tipo Kāpālika come i Kaula. Kaula e Kula sono le più comuni etichette per queste tradizioni, all’interno di testi Shivaiti precedenti, e usate per indicare il Tantra. Questi testi parlano di tradizioni Kula (ereditarie o di clan) e Kaula (derivate da quelle ereditarie o di clan) sebbene la precisa natura dei Kula o dei clan in questione non sia ben chiara. Il Kaula, nei tempi successivi, è un clan o lignaggio spirituale piuttosto che ereditario, cosa che può essere stata possibile anche per i primi Kula, sebbene lo spostamento da Kula a Kaula sembri implicare il passaggio da lignaggio ereditario a spirituale, come White suggerisce.

    Il catalogo di Kaviraj, Tantrika Sahitya, cita due possibili manoscritti Kāpālika: Kāpālikamatavyavastha e Somasiddhānta. Un testo Yamala, il Rudrayamalam, contiene molto materiale menzionante forme terrifiche di Shiva-Bhairava e Durga-Kali, teschi, ossa, Khaṭvāńga e simili ma nulla che abbia specificatamente a che fare con una setta Kāpālika.




    Shiva Panchamukhi


    Nagendra Nath Upadhyay, della Benares Hindu University, ha pubblicato Bauddha Kāpālik Sadhana aur sahitya dove discute le pratiche e le credenze di ciò che dichiara essere una tradizione Kāpālika buddista. Egli ha, infatti, prodotto un utile studio del tantrismo buddista in cui alcune scuole primitive sembrano essere state fortemente influenzate dai Kāpālika. Appare chiaro, tuttavia, che i Kāpālika originari erano Shivaiti e non Buddisti.

    Il termine Kāpālika per molti sembra non essere stato riferito a un ordine distinto di rinuncianti. White ha notato che non ci sono scritture tantriche indù che contengano il termine Kāpālika nel loro titolo, o i cui autori chiamano se stessi Kāpālika, e che non c’è una singola inscrizione in tutta l’Asia del Sud che nomina i Kāpālika in un modo che potrebbe indicare un reale ordine settario.

    Mark Dyczkowski ha suggerito che i Kāpālika erano semplicemente i seguaci del Voto Kāpālika (Mahāvrata), reclutati da differenti gruppi tantrici, piuttosto che appartenenti a una setta specifica.

    Questi asceti tipo Kāpālika erano adoratori di Bhairava. Nei tardi Purāna egli è descritto come emanazione o proiezione di Shiva, così come la sua consorte, la feroce Kali, è descritta nel Devimahatmya come emanazione di Durga. Bhairava, come i suoi seguaci, gli asceti tipo Kāpālika, è generalmente dipinto come una figura esplicitamente trasgressiva, il corpo cosparso di cenere, che vive nei campi crematori, accompagnato da cani, e che trasporta un teschio (kapāla), da cui il termine Kāpālika o ‘uomo-teschio’ deriva.
    Non si hanno informazioni su come i Kāpālika si procuravano i loro teschi ma appare più verosimile che li rinvenissero nei campi crematori. In alcune fonti, comunque, si dice che i Kāpālika erano coinvolti in sacrifici umani. Questo sembra poco probabile ma l’associazione dei Kāpālika con i campi crematori e altri luoghi malaugurati è per eseguirvi le loro pratiche rituali tantriche.
    Tutte le fonti sanscrite dichiarano che i Kāpālika adorano la divinità Indù Bhairava-Shiva e la sua consorte. C’è un piccolo dubbio, quindi, che i Kāpālika fossero una setta Shivaita.

    Le prime pratiche ascetiche nell’Asia del Sud sembrano essere state seguite principalmente dai devoti di Shiva, e di varie forme della Dea, che potrebbero essere stati tutti identificati genericamente come Shivaiti. I moderni asceti shivaiti sono generalmente collegati a uno o all’altro ramo della così detta tradizione Dasanami, guardata come risalente ai tempi di Shankara (VIII – IX secolo d. C.). In realtà, secondo Clark (The Dasanami–Samnyasi, 2004), l’ordine Dasanami sembra aver preso forma in tempi considerevolmente recenti, probabilmente nel tardo XVI o XVII secolo. Gli asceti Shivaiti, ad ogni modo, risalgono a un periodo molto precedente, ben prima dell’epoca di Shankara; da lui sono denominati genericamente Maheshvara, intendendo con questo termine principalmente i Pāshupata. Dai commentatori seguenti questi Maheshvara sono poi suddivisi in quattro sette principali e Yamunacharya, nel Agama-pramanya (ca. 1050) elenca Shaiva, Pāshupata, Kāpāla e Kālāmukha.

    Tralasciando i Vratya, che possono essere visti come asceti shivaiti o proto-shivaiti, il primo gruppo che conosciamo di questi asceti sono i Pāshupata, menzionati inizialmente nel Mahabharata e comunemente citati nei Purāna. Il Mahabharata (12.335.40) nomina i (Shivaiti) Pāshupata e i (Vaisnava) Pancharatra come “non-Vedici.” In seguito udiamo di Kāpālika, Kālāmukha, Bhairava e altri termini. Non è sempre chiaro se siano gruppi distinti o termini applicati a loro da altri. Il termine Kāpālika in particolare era usato evidentemente per riferirsi a una distinta forma di pratica esoterica che sembra essere stata intimamente connessa con la nascita di forme estreme di Tantra. Questi Kāpālika erano visti come associati al Dio Bhairava, una trasformazione violenta e criminale di Shiva che sembra continuare l’aspetto pericoloso e infausto del Rudra–Shiva tardo Vedico. E’ qui che pare di trovare un crescente coinvolgimento con divinità femminili feroci e pericolose. Secondo Chalier-Visuvalingam i fatti sembrerebbero incontestabili: al meglio, lo stesso Bhairava, il terribile guardiano maschio, sembra originariamente essere stato il suo (spesso subordinato) consorte tribale (della dea), la forma generica per le innumerevoli divinità selvagge che in questo modo furono assimilate al Shiva Brahamanico.




    Durga e Bhairava


    Continua...
    Ultima modifica di baba; 25-02-11 alle 20:05

  2. #2
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    Predefinito Rif: I Kāpālika – Archetipo o setta?

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    Predefinito Rif: I Kāpālika – Archetipo o setta?



    I Kāpālika-Archetipo o setta?
    (2)


    Il mito di Bhairava è narrato nei Purāna maggiori con variazioni considerevoli. Il Matsya Purāna ne tramanda una versione con tutti i principali elementi caratteristici:
    “Un giorno Parvati chiese a Shiva come mai non lasci mai Avimukta Kshetra a Varanasi, dove si trova Kapalamochana Tirtha. Shiva raccontò di essere stato insultato da Brahmā. Il comportamento di Brahmā causò l’emergenza della collera di Shiva personificata da Bhairava, aspetto terrifico del dio. Nel furore della sua rabbia Bhairava decapitò Brahmā, staccandogli una delle sue cinque teste con l’unghia del pollice sinistro. Avendo infranto la legge macchiandosi del più grave dei peccati (Brahmāhatya), Bhairava è condannato a vagabondare come mendicante con il teschio di Brahmā attaccato saldamente alla sua mano (Kapālin). Raggiunto l’Himalaya, chiese aiuto a Narayana (Vishnu) il quale lacerò le proprie carni provocando un’emorragia di sangue che durò mille anni divini senza riuscire a riempire il teschio sostenuto da Bhairava. Narayana chiese a Shiva l’origine di quel teschio sorprendente e, conosciutane la storia, gli indicò di recarsi nel “suo luogo” dove il teschio “si stabilirà”. Dopo dodici anni spesi in pellegrinaggio raggiunse Varanasi dove il teschio di Brahmā si staccò spontaneamente a Kapalamochana Kunda. Il bagno in uno stagno sacro (kunda) della città purificò e assolse, liberandolo dal suo fardello, l’assassino Bhairava.”





    Il sangue di Vishnu non riesce a riempire il Brahma-Kapāla


    Gli elementi essenziali di questo mito si trovano nel racconto di Rama Raghava e del saggio Mahodara dal Salyaparvan del Mahabharata. Secondo questo racconto, una volta Rama combattè e decapitò un Rakshasa maligno. Quella stessa testa demoniaca si saldò al femore del saggio Mahodara che iniziò a vagabondare di tirtha in tirtha cercando di liberarsi da quell’aggravio. Non ci riuscì fino a quando non si bagnò in Aushanasa Tirtha, vicino al fiume Saraswati. Questo luogo, dal nome del saggio Ushanas o Sukracharya, lavò via il teschio e perciò divenne conosciuto come Kapalamochana.
    Indubbiamente i due miti sono correlati. Il nome del sacro tirtha è persino lo stesso ma nel Mahabharata non si accenna al Brahmānicidio. Il teschio del Rakshasa si attaccò a Mahodara perché era demoniaco, non a causa del crimine di decapitazione.
    Il racconto di Rama-Mahodara, o qualche prototipo similare, fu preso in prestito per fornire le basi del mito della decapitazione di Brahmā, e questo mito fu usato per dare sanzione divina, o precedente, alla già esistente prescrizione legale per l’uccisione di un Brahmano.
    La priorità, relativa al mito shivaita e agli stessi asceti Kāpālika, è incerta. I Kāpālika inventarono il mito di Bhairava per fornire un modello divino alla loro osservanza ascetica o modellarono questa sul mito? Le fonti in cui il mito appare per la prima volta, i Purāna, menzionano anche Kāpālika umani, e non ci sono riferimenti agli asceti significativamente precedenti questi testi. Siccome la pena per l’uccisione di un Brahmano e l’associazione di Shiva, il dio della morte e della distruzione, con i teschi indubbiamente antecede il mito Shiva-Kapalin, anche gli asceti Shivaiti che osservavano il Mahāvrata potrebbero essere precedenti.





    Kapāla, stile indiano


    La ricostruzione del culto e della dottrina Kāpālika è dichiaratamente speculativa, dovuta al carattere distorto e frammentario delle prove. Di somma importanza è l’identificazione e descrizione del voto (osservanza) peculiare dei Kāpālika e chiamato Mahāvrata.

    Bisogna prima distinguere però tra il Mahāvrata osservato dai Kāpālika dal Mahāvrata che ricorre nel Jaiminiya Brāhmana, riferito alle oscure pratiche dei Vrātya, o da quello citato negli Yogasutra come l’osservaza dei cinque Yama (restrizioni), probabilmente corrispondente a quello adottato dai Pāshupata e dai Kālāmukha.
    Lo scopo finale dell’osservanza Kāpālika era l’identificazione o comunione mistica con Shiva. Attraverso la ripetizione imitativa dell’interpretazione Mahāvrata di Shiva, gli asceti divenivano ritualmente ‘omologizzati’ con il dio e partecipavano a, o venivano a loro garantiti, alcuni dei suoi divini attributi, in speciale modo le otto siddhi. Un importante aspetto di questa comunione rituale con Shiva-Kapālin è l’identificazione del teschio per mendicare del devoto con il teschio di Brahmā (Brahma-Kapāla). Non era necessario, e appare inverosimile, che il Kāpālika Mahāvratin dovesse uccidere un Brahmano per ottenerne il teschio; la sua identificazione con Shiva-Kapālin rende ugualmente il termine Brahma-Kapāla implicante il teschio del dio Brahmā.





    Sadashiva


    In alcune fonti la dottrina dei Kāpālika è chiamata Somasiddhānta. Il Naisadacharita di Shriharsa contiene una lunga descrizione della dea Sarasvati in cui le diverse parti del suo corpo sono rappresentative di differenti dottrine filosofiche. Il suo volto è Somasiddhānta. Il commentatore Chandupandita spiega che questo è Kāpālika-darshana-shastra.
    Kshiraswami, commentatore di Amarakosha, identifica Kapālin, Mahāvratin, Somasiddhāntin e Tāntrika. Alcuni Purāna e altre fonti contengono liste di sette che sembrano sostituire Kāpālika con Soma, Sauma o Saumya. Il commentario di Raghuttama sul Nyāya-bhāsya di Vātsyāsana include Sauma in una lista di sei dottrine eretiche: Cārvāka, Sauma, Saugata, Jina, Arhata e Digambara. I Somasiddhānta-vādin sono citati anche nel Akulavira-tantra.
    Tucci ha trovato allusioni a una scuola filosofica chiamata na ya siu mo nelle traduzioni cinesi del Tattvasiddhishāstra di Harivarman (IV secolo A.D.) e del Madhyāntānugamashāstra di Asanga. Tucci ritiene che il nome di questa scuola dovrebbe essere tradotto in Sanscrito come Nyāyasauma o Nayasaumya, e che corrisponda a Somasiddhānta. Nessuna delle fonti che cita Somasiddhānta rivela molto riguardo al termine, a parte il fatto di identificarlo con la dottrina dei Kāpālika. Diversi autori e commentatori medievali fanno derivare Soma dalla composizione sa-Umā (assieme ad Umā, cioè Pārvāti). Sebbene questa etimologia non sia storicamente corretta, all’epoca Soma o Someshwara era un nome comune di Shiva, le implicazioni sessuali della derivazione sa-Umā sono particolarmente adeguate per il dio dei Kāpālika.

    Seguendo la “dottrina di Soma” (Somasiddhānta), i Kāpālika sperimentavano la beatitudine spirituale di Bhairava nella felicità dell’unione sessuale indotta o potenziata dalla condivisione di carne e vino. Mentre Bhairava è presentato nel mito come osservante il "Voto Kāpālika" per espiare il peccato di Brahmānicidio, i Kāpālika, all’inseguimento della loro “suprema penitenza” (Mahāvrata), sono sempre stati associati ai sacrifici umani, ed è chiaro che il Brahmānicidio, o piuttosto, qualunque cosa questo simbolizzi, era ritenuto produrre grande potere.

    Sebbene la punizione di Bhairava corrisponda perfettamente a quella prescritta per il più empio crimine di Brahmānicidio nei testi di legge Indù, la sua simultanea esaltazione riflette piuttosto le dottrine e le pratiche degli asceti Kāpālika che assunsero questa rappresentazione classica di Bhairava come loro archetipo divino. Persino quando loro stessi non originariamente Brahmānicidi, questi Kāpālika però osservavano il Mahāvrata portando la ciotola-teschio (Kāpāla) e il bastone-teschio (Khaṭvāńga) di un Brahmānicidio (Brahmāno) allo scopo di ottenere lo stato beatifico della liberazione spirituale e della signoria che conferisce i poteri magici.

    I criminali Kāpālika hanno bastoni chiamati Khaṭvāńga in imitazione rituale della loro divinità Bhairava, che vaga con un teschio umano in una mano e il bastone nell’altra. Bhairava quale Axis Mundi è solamente la proiezione macrocosmica della colonna spinale, e la morte iniziatica coinvolge la forzatura verso l’alto dei soffi vitali attraverso la sushumna nella forma di una palla di fuoco che penetra attraverso il cranio sino all’‘apertura di Brahmā’ (Brahmārandhra). Solo una tale comprensione del bastone di Bhairava potrebbe spiegare la definizione del Khaṭvāńga dei Kāpālika come ‘un emblema montato su bastone’.





    Khaṭvāńga, India 2010


    I poteri magici che il Kāpālika cerca di ottenere sono simbolizzati dall’arma dei Pāshupata (clava o mazza) equiparata con Brahmāshiras, o ‘Testa di Brahmā’, che la sua mano sinistra regge nella forma di ciotola-teschio per giustificare l’appellativo di ‘Kapālin’ suo e di Shiva. L’implicazione è che simili poteri sono scatenati attraverso la violazione dei tabù fondamentali simbolizzati qui dalla (decapitazione della) quinta testa di Brahmā.

    Il Brahmāno conserva il suo status, nella società Hindu, solo attraverso l’osservanza di una moltitudine di divieti che hanno il proposito di mantenere e accumulare la sua purezza rituale. Non solo i ‘grandi peccati’ (mahapataka) ma persino una trasgressione triviale, volontaria o involontaria, delle norme di purezza rituale è equiparata dagli stessi codici di legge a un “Brahmānicidio”. La decapitazione della quinta testa di Brahmā da parte di Bhairava è, infatti, simbolica di tutti i modi di trasgressione delle norme del Brahmānesimo classico ed è in questo senso che è “rappresentativa” per l’emergenza del periodo d’influenza Tantrica nell’Induismo.

    Brahmā era originariamente il Prajapati Vedico e la sua decapitazione per mezzo di Bhairava è, infatti, la più tarda versione Indù di Rudra che trafigge la sua vittima, Prajapati, mentre nella forma di un’antilope si stava unendo incestuosamente con la propria figlia (Usha).
    Come Bhairava, Virabhadra è una divinità terrificante nata dalla collera di Shiva, provocata dall’esecuzione di un sacrificio cui non era stato invitato e, come conseguenza di questo oltraggio, l’auto-immolazione dell’amata moglie Sati. Virabhadra spuntò dalla metà dei capelli del dio, dall’altra metà nacque la tremenda Mahakali. Questa terribile dea era la controparte femminile di Virabhadra. Nel Vamana-Purāna si narra che Daksha rifiutò di invitare Shiva al sacrificio poiché il dio era diventato Kapālin dopo aver tagliato la quinta testa di Brahmā.
    Il tema del sacrificio di Daksha è illustrato anche con una decapitazione: Virabhadra taglia la testa di Daksha, il padre di Sati. La testa del sacrificante Daksha-Prajapati, che è comparabile a Brahmā, è sostituita con quella di un capro, tipico animale sacrificale. L’iconografia di Virabhadra serve a estrarre più chiaramente l’idea sacrificale Vedica che è stata tradotta, attraverso il mito del Brahmānicidio, nelle correnti tantriche centrate sul culto di ‘divinità popolari’.





    Virabhadra distrugge il sacrificio di Daksha


    Lorenzen ha ipotizzato che questa setta Kāpālika fosse originaria del Deccan e che potrebbe essere stata assorbita da altre correnti tantriche come i Kanphata o gli Aghori. Altri prima di lui, come Crooke e Thomas, avevano postulato la confluenza o la trasformazione dei Kāpālika negli Aghori, forse in conformità ad alcune similitudini, ma questa rimane una mera teoria che non ha trovato alcuna conferma.
    Le pratiche di tipo Kāpālika erano già presenti all’epoca del Buddha e precedono quei gruppi suoi contemporanei chiamati semplicemente Sramana. Da Sramana, secondo un linguista moderno, deriverebbe Sciamano.
    Oggi alcune pratiche simili a quelle ascritte agli asceti tipo Kāpālika sono ancora eseguite in qualche ambito indiano (Aghori, Kaula ecc.) e tibetano (Vajrayana).

    Ultima modifica di baba; 28-02-11 alle 00:21

  4. #4
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    Predefinito Rif: I Kāpālika – Archetipo o setta?

    Quali sono le fonti? Lorenzen, Dasgupta, White?

  5. #5
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    Predefinito Rif: I Kāpālika – Archetipo o setta?

    principalmente Lorenzen per la maggior parte delle citazioni, (K. & K., Who Invented Hinduism?),
    Chalier-Visuvalingam (Bhairava Kotwal of Varanasi, e altri articoli dal suo sito)
    Geoffrey Samuel
    (The Origins of Yoga e Tantra)
    White (Tantra in Practice)

    di Dasgupta avrei voluto inserire i riferimenti a Kanhapada ma poi ho tralasciato...

    e qualcosina di mio...
    Ultima modifica di baba; 01-03-11 alle 09:03

 

 

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