Il mito di Bhairava è narrato nei
Purāna maggiori con variazioni considerevoli. Il
Matsya Purāna ne tramanda una versione con tutti i principali elementi caratteristici:
“Un giorno Parvati chiese a Shiva come mai non lasci mai Avimukta Kshetra a Varanasi, dove si trova Kapalamochana Tirtha. Shiva raccontò di essere stato insultato da Brahmā. Il comportamento di Brahmā causò l’emergenza della collera di Shiva personificata da Bhairava, aspetto terrifico del dio. Nel furore della sua rabbia Bhairava decapitò Brahmā, staccandogli una delle sue cinque teste con l’unghia del pollice sinistro. Avendo infranto la legge macchiandosi del più grave dei peccati (Brahmāhatya), Bhairava è condannato a vagabondare come mendicante con il teschio di Brahmā attaccato saldamente alla sua mano (Kapālin). Raggiunto l’Himalaya, chiese aiuto a Narayana (Vishnu) il quale lacerò le proprie carni provocando un’emorragia di sangue che durò mille anni divini senza riuscire a riempire il teschio sostenuto da Bhairava. Narayana chiese a Shiva l’origine di quel teschio sorprendente e, conosciutane la storia, gli indicò di recarsi nel “suo luogo” dove il teschio “si stabilirà”. Dopo dodici anni spesi in pellegrinaggio raggiunse Varanasi dove il teschio di Brahmā si staccò spontaneamente a Kapalamochana Kunda. Il bagno in uno stagno sacro (kunda) della città purificò e assolse, liberandolo dal suo fardello, l’assassino Bhairava.”
Il sangue di Vishnu non riesce a riempire il Brahma-Kapāla
Gli elementi essenziali di questo mito si trovano nel racconto di Rama Raghava e del saggio Mahodara dal
Salyaparvan del
Mahabharata. Secondo questo racconto, una volta Rama combattè e decapitò un Rakshasa maligno. Quella stessa testa demoniaca si saldò al femore del saggio Mahodara che iniziò a vagabondare di tirtha in tirtha cercando di liberarsi da quell’aggravio. Non ci riuscì fino a quando non si bagnò in Aushanasa Tirtha, vicino al fiume Saraswati. Questo luogo, dal nome del saggio Ushanas o Sukracharya, lavò via il teschio e perciò divenne conosciuto come Kapalamochana.
Indubbiamente i due miti sono correlati. Il nome del sacro tirtha è persino lo stesso ma nel
Mahabharata non si accenna al Brahmānicidio. Il teschio del Rakshasa si attaccò a Mahodara perché era demoniaco, non a causa del crimine di decapitazione.
Il racconto di Rama-Mahodara, o qualche prototipo similare, fu preso in prestito per fornire le basi del mito della decapitazione di Brahmā, e questo mito fu usato per dare sanzione divina, o precedente, alla già esistente prescrizione legale per l’uccisione di un Brahmano.
La priorità, relativa al mito shivaita e agli stessi asceti Kāpālika, è incerta. I Kāpālika inventarono il mito di Bhairava per fornire un modello divino alla loro osservanza ascetica o modellarono questa sul mito? Le fonti in cui il mito appare per la prima volta, i
Purāna, menzionano anche Kāpālika umani, e non ci sono riferimenti agli asceti significativamente precedenti questi testi. Siccome la pena per l’uccisione di un Brahmano e l’associazione di Shiva, il dio della morte e della distruzione, con i teschi indubbiamente antecede il mito Shiva-Kapalin, anche gli asceti Shivaiti che osservavano il Mahāvrata potrebbero essere precedenti.
Kapāla, stile indiano
La ricostruzione del culto e della dottrina Kāpālika è dichiaratamente speculativa, dovuta al carattere distorto e frammentario delle prove. Di somma importanza è l’identificazione e descrizione del voto (osservanza) peculiare dei Kāpālika e chiamato Mahāvrata.
Bisogna prima distinguere però tra il Mahāvrata osservato dai Kāpālika dal Mahāvrata che ricorre nel
Jaiminiya Brāhmana, riferito alle oscure pratiche dei Vrātya, o da quello citato negli
Yogasutra come l’osservaza dei cinque Yama (restrizioni), probabilmente corrispondente a quello adottato dai Pāshupata e dai Kālāmukha.
Lo scopo finale dell’osservanza Kāpālika era l’identificazione o comunione mistica con Shiva. Attraverso la ripetizione imitativa dell’interpretazione Mahāvrata di Shiva, gli asceti divenivano ritualmente ‘omologizzati’ con il dio e partecipavano a, o venivano a loro garantiti, alcuni dei suoi divini attributi, in speciale modo le otto siddhi. Un importante aspetto di questa comunione rituale con Shiva-Kapālin è l’identificazione del teschio per mendicare del devoto con il teschio di Brahmā (Brahma-Kapāla). Non era necessario, e appare inverosimile, che il Kāpālika Mahāvratin dovesse uccidere un Brahmano per ottenerne il teschio; la sua identificazione con Shiva-Kapālin rende ugualmente il termine Brahma-Kapāla implicante il teschio del dio Brahmā.
Sadashiva
In alcune fonti la dottrina dei Kāpālika è chiamata Somasiddhānta. Il
Naisadacharita di Shriharsa contiene una lunga descrizione della dea Sarasvati in cui le diverse parti del suo corpo sono rappresentative di differenti dottrine filosofiche. Il suo volto è Somasiddhānta. Il commentatore Chandupandita spiega che questo è
Kāpālika-darshana-shastra.
Kshiraswami, commentatore di
Amarakosha, identifica Kapālin, Mahāvratin, Somasiddhāntin e Tāntrika. Alcuni
Purāna e altre fonti contengono liste di sette che sembrano sostituire Kāpālika con Soma, Sauma o Saumya. Il commentario di Raghuttama sul
Nyāya-bhāsya di Vātsyāsana include Sauma in una lista di sei dottrine eretiche: Cārvāka, Sauma, Saugata, Jina, Arhata e Digambara. I Somasiddhānta-vādin sono citati anche nel Akulavira-tantra.
Tucci ha trovato allusioni a una scuola filosofica chiamata na ya siu mo nelle traduzioni cinesi del
Tattvasiddhishāstra di Harivarman (IV secolo A.D.) e del Madhyāntānugamashāstra di Asanga. Tucci ritiene che il nome di questa scuola dovrebbe essere tradotto in Sanscrito come Nyāyasauma o Nayasaumya, e che corrisponda a Somasiddhānta. Nessuna delle fonti che cita Somasiddhānta rivela molto riguardo al termine, a parte il fatto di identificarlo con la dottrina dei Kāpālika. Diversi autori e commentatori medievali fanno derivare Soma dalla composizione sa-Umā (assieme ad Umā, cioè Pārvāti). Sebbene questa etimologia non sia storicamente corretta, all’epoca Soma o Someshwara era un nome comune di Shiva, le implicazioni sessuali della derivazione sa-Umā sono particolarmente adeguate per il dio dei Kāpālika.
Seguendo la “dottrina di Soma” (Somasiddhānta), i Kāpālika sperimentavano la beatitudine spirituale di Bhairava nella felicità dell’unione sessuale indotta o potenziata dalla condivisione di carne e vino. Mentre Bhairava è presentato nel mito come osservante il "Voto Kāpālika" per espiare il peccato di Brahmānicidio, i Kāpālika, all’inseguimento della loro “suprema penitenza” (Mahāvrata), sono sempre stati associati ai sacrifici umani, ed è chiaro che il Brahmānicidio, o piuttosto, qualunque cosa questo simbolizzi, era ritenuto produrre grande potere.
Sebbene la punizione di Bhairava corrisponda perfettamente a quella prescritta per il più empio crimine di Brahmānicidio nei testi di legge Indù, la sua simultanea esaltazione riflette piuttosto le dottrine e le pratiche degli asceti Kāpālika che assunsero questa rappresentazione classica di Bhairava come loro archetipo divino. Persino quando loro stessi non originariamente Brahmānicidi, questi Kāpālika però osservavano il Mahāvrata portando la ciotola-teschio (Kāpāla) e il bastone-teschio (Khaṭvāńga) di un Brahmānicidio (Brahmāno) allo scopo di ottenere lo stato beatifico della liberazione spirituale e della signoria che conferisce i poteri magici.
I criminali Kāpālika hanno bastoni chiamati Khaṭvāńga in imitazione rituale della loro divinità Bhairava, che vaga con un teschio umano in una mano e il bastone nell’altra. Bhairava quale Axis Mundi è solamente la proiezione macrocosmica della colonna spinale, e la morte iniziatica coinvolge la forzatura verso l’alto dei soffi vitali attraverso la sushumna nella forma di una palla di fuoco che penetra attraverso il cranio sino all’‘apertura di Brahmā’ (Brahmārandhra). Solo una tale comprensione del bastone di Bhairava potrebbe spiegare la definizione del Khaṭvāńga dei Kāpālika come ‘un emblema montato su bastone’.
Khaṭvāńga, India 2010
I poteri magici che il Kāpālika cerca di ottenere sono simbolizzati dall’arma dei Pāshupata (clava o mazza) equiparata con Brahmāshiras, o ‘Testa di Brahmā’, che la sua mano sinistra regge nella forma di ciotola-teschio per giustificare l’appellativo di ‘Kapālin’ suo e di Shiva. L’implicazione è che simili poteri sono scatenati attraverso la violazione dei tabù fondamentali simbolizzati qui dalla (decapitazione della) quinta testa di Brahmā.
Il Brahmāno conserva il suo status, nella società Hindu, solo attraverso l’osservanza di una moltitudine di divieti che hanno il proposito di mantenere e accumulare la sua purezza rituale. Non solo i ‘grandi peccati’ (mahapataka) ma persino una trasgressione triviale, volontaria o involontaria, delle norme di purezza rituale è equiparata dagli stessi codici di legge a un “Brahmānicidio”. La decapitazione della quinta testa di Brahmā da parte di Bhairava è, infatti, simbolica di tutti i modi di trasgressione delle norme del Brahmānesimo classico ed è in questo senso che è “rappresentativa” per l’emergenza del periodo d’influenza Tantrica nell’Induismo.
Brahmā era originariamente il Prajapati Vedico e la sua decapitazione per mezzo di Bhairava è, infatti, la più tarda versione Indù di Rudra che trafigge la sua vittima, Prajapati, mentre nella forma di un’antilope si stava unendo incestuosamente con la propria figlia (Usha).
Come Bhairava, Virabhadra è una divinità terrificante nata dalla collera di Shiva, provocata dall’esecuzione di un sacrificio cui non era stato invitato e, come conseguenza di questo oltraggio, l’auto-immolazione dell’amata moglie Sati. Virabhadra spuntò dalla metà dei capelli del dio, dall’altra metà nacque la tremenda Mahakali. Questa terribile dea era la controparte femminile di Virabhadra. Nel
Vamana-Purāna si narra che Daksha rifiutò di invitare Shiva al sacrificio poiché il dio era diventato Kapālin dopo aver tagliato la quinta testa di Brahmā.
Il tema del sacrificio di Daksha è illustrato anche con una decapitazione: Virabhadra taglia la testa di Daksha, il padre di Sati. La testa del sacrificante Daksha-Prajapati, che è comparabile a Brahmā, è sostituita con quella di un capro, tipico animale sacrificale. L’iconografia di Virabhadra serve a estrarre più chiaramente l’idea sacrificale Vedica che è stata tradotta, attraverso il mito del Brahmānicidio, nelle correnti tantriche centrate sul culto di ‘divinità popolari’.
Virabhadra distrugge il sacrificio di Daksha
Lorenzen ha ipotizzato che questa setta Kāpālika fosse originaria del Deccan e che potrebbe essere stata assorbita da altre correnti tantriche come i Kanphata o gli Aghori. Altri prima di lui, come Crooke e Thomas, avevano postulato la confluenza o la trasformazione dei Kāpālika negli Aghori, forse in conformità ad alcune similitudini, ma questa rimane una mera teoria che non ha trovato alcuna conferma.
Le pratiche di tipo Kāpālika erano già presenti all’epoca del Buddha e precedono quei gruppi suoi contemporanei chiamati semplicemente Sramana. Da Sramana, secondo un linguista moderno, deriverebbe Sciamano.
Oggi alcune pratiche simili a quelle ascritte agli asceti tipo Kāpālika sono ancora eseguite in qualche ambito indiano (Aghori, Kaula ecc.) e tibetano (Vajrayana).