L’evidenza vedica
Il Corpus Vedico non fornisce prove della cosiddetta “Invasione Ariana” dell’India.
Dr. Koenraad Elst, 2002
Il paradigma dominante riguardo alla presenza del ramo Indo-Ariano della famiglia linguistica Indo-Europea è la cosiddetta teoria dell’Invasione Ariana, la quale pretende che l’Indo-Ariano sia stato portato in India da invasori “Ariani” provenienti dall’Asia centrale alla fine del periodo Harappano (inizio del secondo millennio AC).
Nonostante la questione delle origini Ariane fu molto dibattuta nel XIX secolo, la teoria dell’invasione Ariana è stata così fermamente dominante nel secolo passato che i tentativi di provarla sono stati veramente rari negli ultimi decenni, fino a quando il dibattito si riaccese di nuovo in India dopo il 1990. Il principale tentativo di provare l’invasione Ariana (presentata da B. Sergent in: Genèse de l'Inde, Paris 1997) adopera i ritrovamenti archeologici che, paradossalmente, sono invocati con la stessa confidenza dalla scuola non-invasionista ( p.e. B. B. Lal : New Light on the Indus Civilization, Delhi 1997). Qui considereremo i tentativi sporadici nello scoprire le prove dell’invasione Ariana nella letteratura vedica, e argomentare che questi non hanno prodotto alcun ritrovamento.
Una prima categoria consiste di vecchi ma comunemente ripetuti casi di deduzione circolare, per esempio l’assunzione che i nemici incontrati dalla tribù con cui il poeta vedico s’identifica sono “aborigeni” (p.e. nella traduzione di R. Griffith Inni del Rgveda, 1989, ancora comunemente usata). Infatti, non c’è alcun passaggio dove gli autori vedici descrivano simili incontri in termini di “noi invasori” contro “loro nativi”, persino implicitamente.
Tra i più recenti tentativi, palesemente motivati dal desiderio di contrastare il crescente scetticismo riguardo alla teoria dell’invasione ariana, il più preciso tentativo di mostrare una esplicita menzione dell’invasione si è dimostrato essere basato su un errore di traduzione. M. Witzel ("Ŗgvedic History", in G. Erdosy, ed.: The Indo-Aryans of Ancient South Asia, Berlin 1995, p.321) cerca di leggere una linea dal “dichiaratamente più tardo” Baudhâyana Shrauta Sûtra come attestante l’invasione ariana: "Prân ayuh pravavrâja, tasyaite kuru-panchâlâh kâshîvidehâ ity, etad âyavam, pratyan amâvasus tasyaite gândhârayas parshavo'rattâ ity, etad âmâvasyam" (BSS 18.4497.9). Questo è reso da Witzel come: “Ayu andò verso Est. La sua (gente) sono i Kuru-Panchâla e i Kâshî-Videha. Questa è Ayava (la migrazione). (L’altra sua gente) rimase a casa nell’Ovest. La sua gente sono i Gândhârî, i Parshu e gli Aratta. Questo è (il gruppo) Amâvasava.”
Questo passaggio consiste di due metà in parallelo ed è improbabile che in una simile costruzione il soggetto della seconda metà debba rimanere inespresso, e che termini contenenti informazioni contrastanti (come “migrazione” opposta alla presunta non-migrazione dell’altro gruppo) dovevano rimanere inespressi, lasciando ai futuri studiosi tutto il completamento. Sembra più probabile che un termine non-contrastivo, rappresentante un soggetto indicato in entrambe le dichiarazioni, è lasciato inespresso nella seconda: questo è esattamente il caso con il verbo pravavrâja “egli andò”, significando “Ayu andò” e “Amavasu andò”. Amavasu è il soggetto della seconda dichiarazione ma Witzel fa scomparire il soggetto, e lo converte in un verbo, "amâ vasu", “rimase a casa”. Infatti, il significato della sentenza è veramente abbastanza chiaro, e non richiede la supposizione di diversi soggetti inespressi: “Ayu andò a Est, sua è la regione Yamuna-Ganga”, mentre “Amavasu andò a Ovest, suo è l’Afghanistan, il Parshu e il Panjab dell’Ovest". Sebbene l’allora posizione di “Parshu” (Persia?) è difficile da decidere, è definitivamente una nazione occidentale, assieme alle altre due nominate, a Ovest dal punto di vista di una popolazione stabilita vicina al fiume Saraswati, in ciò che ora è (lo stato di) Haryana. Lontano dall’attestare uno spostamento in direzione Est verso l’India, questo testo in realtà parla di spostamento a Ovest verso l’Asia centrale, congiunto con un simmetrico spostamento a oriente, dal centro demografico dell’India attorno al Saraswati verso il bacino del Gange.
Il fatto che uno specialista di fama mondiale si debba accontentare con un testo tardo come il BSS, e che deve storcerne il significato quel tanto per estrarne una storia invasionista, suggerisce che raccogliere queste informazioni invasioniste nella letteratura più antica è davvero molto difficile. Witzel dichiara (op.cit., p.320) che “Guardando ai dati concernenti l’immigrazione degli Indo-Ariani nell’Asia del Sud, nel Ŗgveda si è colpiti da un numero di vaghe reminescenze di località e tribù straniere, nonostante le ripetute asserzioni contrarie nella letteratura secondaria.” Dopo questo inizio promettente, egli manca di riportarne persino una di queste “vaghe reminescenze.”
Nella pagina seguente, ad ogni modo, Witzel menziona etnonimi dei nemici degli Ariani Vedici, i Dasa (Daha Iraniani, conosciuti dagli autori Greco-Romani come Daai, Dahae), i Dasyu (Dahyu Iraniani, “tribù”, tribù nomade ostile) e i Pani (Parnoi per i Greci), come inconfondibilmente nomi di tribù iraniane. L’identificazione di queste tribù come iraniane è stata elaborata da A. Parpola ("The problem of the Aryans and the Soma", in Erdosy: op.cit., p.367), ed è ora ben acquisita; uno sviluppo che dovrebbe almeno porre termine alla discussione che i Dasa siano “gli aborigeni di pelle scura schiavizzati dagli invasori Ariani.”
Sfortunatamente, Witzel e Parpola proiettano le loro nozioni invasioniste nelle loro scoperte: assumono che la menzione di tribù iraniane costituisce una “reminescenza” del soggiorno Indo-Ariano nell’Asia centrale. Questo è trascurare la prova esplicita dei dati geografici negli stessi testi Vedici che localizza l’interazione con i Dasa e i Dasyu nel Punjab. Dall’identificazione di Dasa e Dasyu come Iraniani, si potrebbe dedurre che queste tribù iraniane abbiano vissuto in India per del tempo. Naturalmente, questa supposizione può essere lontanamente spiegata con la scusa che un narrativo trasferimento di posizione geografica può essere accaduto ma che sarebbe una congettura puramente esterna non supportata dagli stessi testi vedici.
Witzel (op.cit., p.321) pone l’accento sul trasferimento di nomi geografici: Sarasvatî, Gomatî, Sarayu, Rasâ sono nomi di fiumi in India come pure in Afghanistan. Questo è risaputo ma cosa prova? I riferimenti Vedici a questi fiumi riguardano assolutamente i fiumi indiani, non quelli Afghani, per esempio la descrizione vedica del Saraswati come “diretto al mare” non si applica all’afghano Harahvaitî che, cosa abbastanza rimarchevole per un fiume, non invia le sue acque al mare ma a un piccolo lago sull’altipiano iraniano. E’ perfettamente possibile che i nomi siano stati portati da stanziamenti di emigranti, dalle metropoli indiane alla terra afghana, piuttosto che in altro modo.
Un altro argomento filologico che continua a essere ripetuto è l’interpretazione correlata alla migrazione della polisemia di termini ordinari di direzione, per esempio Dakshina: “sud” e “parte destra”, Purva: “est” e “di fronte”, Pashchima: “ovest” e “posteriore”. Siccome l’equivalenza di “sud” con “parte destra” presuppone un orientamento verso est, è stato ipotizzato che questo fatto linguistico (assieme alla sua applicazione rituale di trasportare il fuoco in direzione est durante la cerimonia vedica Agnichayana) sia connesso con l’espansione verso est degli Indiani vedici attraverso le pianure a nord del Gange” (Frits Staal: Ritual and Mantras, Delhi 1996, p.154, and Frits Staal: Zin en Onzin, Amsterdam 1986, p.310).
Questa conclusione presume che gli Ariani vedici abbiano impresso su queste informazioni elementari del loro linguaggio un’associazione con un movimento verso est che deve aver preso solo una piccola parte della loro routine quotidiana, (persino i migranti sono sedentari la maggior parte del tempo, producendo o cercando cibo e altre necessità) e un relativamente breve periodo nella loro storia. Inoltre, è contraddetto da uno studio di termini polisemici similari in altri linguaggi. E’, infatti, molto comune identificare il “positivo”, le direzioni solari (est-sud) con il davanti, le direzioni “negative” (ovest, nord) con il dietro. Qualche volta l’enfasi è sull’asse nord-sud, per esempio nel Cinese, dove il carattere bei, “nord”, è derivato dal carattere usato per “dietro”. Allo stesso modo, in Sanscrito, uttara, “nord”, significa anche “ultimo, finale”, mentre in Avestan, paurva, “di fronte”, significa anche “sud”. Altrimenti l’enfasi è sull’asse est-ovest, come nel Sanscrito pûrva, “est” e “di fronte”. Così l’antica parola in Ebreo yamin significa sia “parte destra” sia “sud” (per questo la nazione chiamata Yemen, il “sud” della penisola arabica), questo nonostante Abramo abbia compiuto un viaggio in direzione ovest, da Ur dei Caldei in Mesopotamia verso la Terra Promessa. La stessa polisemia è in alcuni dei linguaggi celtici, i quali sono emigrati verso ovest, dalla parte centrale dell’Europa alle sue coste occidentali. La stessa parola orientamento, dal latino, testimonia la tendenza naturale di assumere l’oriente come direzione di riferimento.
Come per l’orientamento del rituale vedico Agnichayana, se questo prova un movimento verso est degli antenati vedici, cosa si può dire riguardo la regola che orienta le chiese cristiane verso est, sebbene la Cristianità non è particolarmente associata ad alcuna migrazione verso est? La spiegazione può essere molto semplicemente il rituale di trasporto del fuoco a est e di applicazione universale: simboleggia il viaggio sotterraneo notturno del sole dal tramonto a ovest all’alba a est.
Qualche volta gli studiosi invasionisti non vedono le informazioni non-invasioniste che hanno di fronte. E’ facile stabilire, in conformità a prove interne (la genealogia dei compositori e dei re menzionata), che l’ottavo mandala del Rgveda è una delle parti più recenti del libro. E’ lì (RV 8, 8:46, 8
6) che troviamo chiare evidenze di cultura materiale e della fauna dell’Afghanistan, compresi i cammelli. M. Witzel debitamente nota questo (op.cit., p.322), ma non comprende che lo scenario invasionista richieda che queste prove appaiano nelle parti più antiche del Rgveda. Ciò che noi ora abbiamo è un’indicazione che lo spostamento avvenne dall’interno dell’India verso nord-ovest.
Witzel (op.cit., p.324 ff.) inizia con un progetto da tempo in ritardo: stabilire la cronologia del Rgveda sulla base di prove interne incrociate tra re e poeti di generazioni differenti. Sfortunatamente, i suoi primi risultati sono piuttosto confusi poiché egli non si limita realmente alle indicazioni date nel Rgveda, ma spesso importa “informazioni” (in realtà congetture) fornite da teorici moderni in linea col modello invasionista. Al contrario, le ricerche di S. Talageri sulla relativa cronologia di tutti i re e poeti Rgvedici, recentemente rese pubbliche in numerose conferenze, sono state basate esclusivamente sull’evidenza testuale interna, (vedi Talageri: The Ŗgveda, a Historical Analysis, Delhi), e restituisce una cronologia consistentemente completa. La sua principale scoperta è che la progressione geografica della cultura Ariana Vedica nello stadio Rgvedico è da est verso ovest, con il fiume esterno Gange che appare poche volte nei passaggi più antichi (scritti dai poeti più remoti e che citano i sovrani più antichi), e l’occidentale fiume Indo che appare nelle parti più recenti del libro (scritto dai discendenti dei poeti più remoti e menzionanti i discendenti dei re più antichi).
La questione principale è, come sempre, che il corpus Vedico non fornisce prove di un’immigrazione dei cosiddetti Ariani Vedici dall’Asia centrale. Questa non deve essere presa come prova sufficiente che una simile invasione non ebbe mai luogo, che gli Indo-Ariani erano nativi dell’India, e che l’India sia la patria della famiglia linguistica Indo-Europea. Forse una simile invasione da una patria non-indiana verso l’India avvenne in una data molto precedente, così da essere dimenticata al tempo della composizione del Rgveda. Perlomeno, una tale “Invasione Ariana” non può essere provata dalle informazioni fornite nella stessa narrativa Vedica.
da: Aryan Invasion Theroy and Politics: The Case of David Duke




97.9). Questo è reso da Witzel come: “Ayu andò verso Est. La sua (gente) sono i Kuru-Panchâla e i Kâshî-Videha. Questa è Ayava (la migrazione). (L’altra sua gente) rimase a casa nell’Ovest. La sua gente sono i Gândhârî, i Parshu e gli Aratta. Questo è (il gruppo) Amâvasava.”
, 8:46, 8
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