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    Predefinito La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media occidentali

    Un altro punto di vista sulla Libia

    Trovo quasi sempre persuasive e documentate le analisi e gli interventi di Enea Bontempi, sicché, leggendo la sua ultima lettera sul “Quarantotto arabo” (cfr. lettera n. 394), mi trovo ancora una volta a concordare con la sua impostazione e con le sue considerazioni, tranne una: quella riguardante la Libia, che egli accomuna alle altre rivolte dell’area nord-africana e del Vicino Oriente. Non sono d’accordo: la Libia è un’altra cosa. A mio giudizio, fra tutte le lotte in corso nell’area testé citata la più difficile da interpretare è proprio quella libica.

    Ragioniamo: la città orientale di Bengasi pare che sia sotto il controllo dell’opposizione al regime di Gheddafi. Orbene, è solo una coincidenza che la ribellione sia iniziata a Bengasi, che si trova a nord dei più ricchi campi petroliferi della Libia e nelle vicinanze della maggior parte degli oleodotti, dei gasdotti, delle raffinerie e del porto per il gas liquefatto? È solo un’ipotesi accademica pensare che vi sia un piano di spartizione del paese? La Libia, infatti, non è come l’Egitto. Il suo leader, Muammar Gheddafi, non è stato un burattino nelle mani dell’imperialismo
    come Hosni Mubarak. Per molti anni, Gheddafi è stato un alleato di paesi e movimenti di lotta contro l’imperialismo. Quando assunse il potere nel 1969 con un colpo di stato militare, nazionalizzò il petrolio libico e usò gran parte delle risorse petrolifere per sviluppare l’economia del paese elevando in misura notevole le condizioni di vita della popolazione.

    Ragioniamo: è solo un’ipotesi accademica pensare che l’imperialismo americano (e questa volta, caro Bontempi, non “solo in seconda battuta”) abbia deciso di schiacciare la Libia. La memoria degli italiani è piuttosto labile a causa della disinformazione creata dai ‘mass media’, ma forse qualcuno è ancora in grado di ricordare che gli Stati Uniti nel 1986 lanciarono attacchi aerei su Tripoli e Bengasi uccidendo 60 persone, tra cui la figlia più piccola di Gheddafi. All’attacco aereo
    seguirono pesanti sanzioni da parte degli Usa e dell’Onu, il cui obiettivo era sostanzialmente quello di distruggere l’economia libica.

    Ragioniamo: dopo che gli Stati Uniti ebbero invaso l’Iraq nel 2003, Gheddafi cercò di allontanare la crescente minaccia di aggressione contro la Libia facendo grandi concessioni politiche ed economiche agli imperialisti. Aprì l’economia alle banche e alle società straniere, accettò le richieste di “aggiustamento strutturale” del Fmi, privatizzò molte imprese di proprietà statale e tagliò le sovvenzioni statali per generi di prima necessità come il cibo e il carburante. La conseguenza fu che il popolo libico, che aveva fino ad allora beneficiato di condizioni economiche e sociali di relativo benessere, si è trovato esposto al rincaro dei prezzi e all’aumento della disoccupazione, due fattori che hanno causato le ribellioni in altri paesi e che derivano dalla crisi economica mondiale del capitalismo.

    L’interesse dell’imperialismo americano per la Libia non è di tipo turistico. Conviene allora ricordare alcuni dati oggettivi: la Libia è il terzo produttore di petrolio dell’Africa, ma è anche quello con le maggiori riserve del continente (44,3 miliardi di barili). È un paese che con il suo potenziale produttivo costituisce un boccone succulento per le grandi compagnie petrolifere. Dietro alla ‘propaganda dell’orrore’ che i ‘mass media’ hanno scatenato, dietro alla campagna per i diritti democratici del popolo libico che gli imperialisti improvvisamente hanno lanciato
    vi è una precisa strategia di sovversione del regime e di acquisizione del controllo delle enormi risorse di un paese molto esteso ma con una popolazione numericamente esigua e divisa da conflitti tribali. L’Iraq ‘docet’. Il trattamento a cui si vuole sottoporre Gheddafi è lo stesso a cui fu sottoposto Saddam Hussein. Il vero nemico dell’imperialismo nel Vicino Oriente è infatti il nazionalismo panarabo, non il fondamentalismo islamico.

    Concludiamo: le concessioni ottenute da Gheddafi non sono sufficienti per l’imperialismo. L’obiettivo di quest’ultimo è fare della Libia una colonia di produzione e sfruttamento dell’‘oro nero’, più o meno ammantata da qualche orpello formalmente ‘democratico’. L’imperialismo non ha mai perdonato a Gheddafi di aver rovesciato la monarchia e nazionalizzato il petrolio, così come non ha mai tollerato che l’Italia, grazie all’Eni di Mattei, abbia realizzato con i paesi arabi
    del Mediterraneo e in particolare con la Libia una politica autonoma dalle ‘sette sorelle’ nel campo degli approvvigionamenti energetici. Fidel Castro, che ha una certa esperienza in questo campo, sottolinea in un suo commento la fame di petrolio dell’imperialismo e lancia l’allarme per l’intervento militare che gli Stati Uniti potrebbero attuare in Libia adducendo il solito pretesto ‘umanitario’. La Sesta Flotta americana, come è noto, incrocia nel Mediterraneo. Forse quello a cui ci toccherà di assistere in Libia sarà (non un “Quarantotto” ma) un “Ottantanove” arabo.

    - Un altro punto di vista sulla Libia | Lettere al direttore | Varese News
    Ultima modifica di Murru; 15-03-11 alle 13:53

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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media

    DALLA LIBIA UN DURO COLPO ALL’ITALIA.


    Una intensa e martellante campagna propagandistica sta accreditando la menzogna di un leader che massacra il suo popolo con una repressione feroce fatta anche di bombardamenti aerei.
    Si parla di diecimila morti che naturalmente si attribuiscono a responsabilità di Gheddafi e del suo governo. Una potente e quasi impenetrabile cortina fumogena si è alzata sugli avvenimenti.
    Filtrano solo le “notizie” confezionate dalla batteria massmediatica occidentale.
    Gheddafi si trova nella condizione in cui venne a trovarsi Milosovic durante la crisi del Kossovo nella quale fu fatto credere all’opinione pubblica mondiale un genocidio a danno degli albanesi quando invece erano i serbi ad essere rastrellati, uccisi o costretti a scappare dalle loro case.
    I massmedia arabi più importanti di proprietà dell’Arabia Saudita forniscono la versione quotidiana degli avvenimenti e partecipano attivamente alla congiura mediatica.
    Gli insorti vengono fatti passare per inermi cittadini amanti della libertà e della democrazia e non viene spiegato come abbiano fatto a conquistare militarmente tante città.
    Si tratta di un colpo di Stato con epicentro in Cirenaica che è stato minuziosamente preparato dagli USA e da Israele che in questo modo regolano i conti con una realtà nazionale da sempre autonoma e non asservita come la Tunisia, l’Egitto, il Marocco, lo Yemen, la Giordania, agli interessi coloniali e geostrategici dell’Occidente.
    La posta in gioco è una profonda modificazione degli equilibri politici che non mette in discussione il lager di Gaza e che probabilmente si estenderà al controllo di tutto il Libano.
    Da questa crisi abilmente manovrata dagli USA esce anche una Italia più debole che dovrà rinegoziare gli accordi sugli approvvigionamenti di gas e di petrolio con i nuovi padroni americani ed i loro prestanomi. L’Italia e la Libia hanno realizzato per tantissimi anni una politica di pace e di cooperazione basata sulla esistenza del metanodotto ideato e concepito in Sicilia dall’Ente Minerario Siciliano a suo tempo proposto come alternativa vincente al trasporto del gas con navi. E’ un durissimo colpo alla economia italiana ed alla sua sicurezza energetica. L’Italia uscirà da questa crisi con le ossa rotte. Questa crisi si sommerà alle tante altre che riguardano la nostra industria manifatturiera a cominciare dalla Fiat e renderà assai difficile e problematico il recupero. I guai non arrivano mai da soli!
    Non sappiamo quale sarà il destino della Libia e se resterà unita o si frammenterà in due o tre staterelli secondo la tecnica del salame affettato che gli USA praticano con successo da anni a cominciare dalla Corea.
    Può darsi che Gheddafi non sarà in grado di continuare a controllare la Tripolitania anche perchè ha gestito il governo soltanto in termini familistici e senza proporsi la costruzione di un gruppo dirigente forte e preparato per lo Stato.
    Gheddafi è anziano e non ha successione dentro l’attuale dirigenza.
    Ha fatto una politica che ha garantito ricchezza ed indipendenza alla Libia ma non ha curato lo Stato che è sempre stato una specie di masseria.
    Ma certamente le condizioni del suo popolo sono migliori di quelle che hanno portato alla rivolta i tunisini e gli egiziani.
    La Libia ha sempre avuto un grande numero di lavoratori stranieri ai quali ha dato da mangiare per tanti decenni ed il reddito dei suoi sei milioni di abitanti è stato di 15 mila dollari contro gli 8 mila della Tunisia, i 4.300 del Marocco ed i 5000 mila dell’Egitto.
    Certamente ci sono problemi di diseguale distribuzione del reddito e di riforme ma non si può dire che la popolazione libica non abbia fruito dei proventi del petrolio in misura certamente maggiore di quella che gli USA concedono in Iraq.
    La fine della Libia indipendente si rifletterà sull’Europa che dovrà fare i conti con una nuova situazione per gli approvvigionamenti energetici dal Sud e non è detto che gli USA non preparino un colpo per spezzare le reni alla Russia che non ha voluto fare gestire agli oligarchi integrati nelle multinazionali di Wall Street le sue risorse petrolifere ed i suoi gasdotti.
    Tutte le pedine che gli USA muovono sullo scacchiere mondiale sono finalizzate agli interessi particolari del suo imperialismo.
    Sono tutte pedine.
    Non c’è e non ci sarà mai una politica di pace ed Obama non solo non è diverso da Bush nel suprematismo a stelle e strisce ma è ancora più pericoloso per la capacità di manipolazione.
    Ricordate che fece credere di essere con il Presidente dell’Honduras nello stesso giorno in cui questi veniva rapito da un aereo militare americano!
    Continua una guerra senza fine in Afghanistan ed a diffondere la favole di AlQaeda e del terrorismo per giustificare il lager e le torture di Guantanamo.

    Pietro Ancona

    DALLA LIBIA UN DURO COLPO ALL’ITALIA.
    Ultima modifica di Murru; 15-03-11 alle 13:53

  3. #3
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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media

    Romania, Iraq, Kosovo... Libia: nelle fosse comuni si seppellisce la verità


    Marco Santopadre, Radio Città Aperta

    25-02-2011/12:22 --- Di che paese si parla nelle citazioni tratte da due importanti quotidiani italiani?
    “...Ieri sono arrivate altre conferme delle manifestazioni che sabato e domenica hanno sconvolto le città di * e * che sarebbero state represse nel sangue dalla polizia con l'appoggio dell'esercito” (Corriere della sera **/**/****) e ancora “...Fonti dell'opposizione interna parlano di scontri violentissimi e di 300 morti...” (La Repubblica).
    Semplice, risponderete voi. Della Libia! Negli ultimi giorni notizie di stragi, di bombardamenti aerei sui manifestanti e sui civili inermi, di possibile uso delle armi chimiche contro la popolazione che si oppone al regime di Gheddafi, di stragi di medici e di feriti negli ospedali, di colonne di migliaia di profughi in fuga dai combattimenti e dagli eccidi bombardano le opinioni pubbliche occidentali e, quindi, anche italiana.
    Torniamo alle citazioni di cui sopra: non si riferiscono a quanto sta accadendo in Libia, bensì a quanto stava – secondo i media internazionali – accadendo a Timisoara e ad Arad ai tempi delle rivolte contro Ceaucescu, nel 1989. L’episodio che più impatto ebbe sull’opinione pubblica italiana e occidentale fu il ‘massacro di Timisoara’ del Natale del 1989. Per giorni si parlò di un vero e proprio eccidio costato la migliaia di civili inermi, passati per le armi dalle truci milizie del regime nella città romena, e le immagini di ‘migliaia’ di cadaveri sepolti in una ‘fossa comune’ fecero più volte il giro del mondo diventando il simbolo di quanto accadeva in uno dei paesi dell’Europa orientale che si stava liberando dall’odiato comunismo di stampo sovietico. Ad un certo punto comparve anche un filmato che mostrava i primi corpi riesumati con evidenti tracce di “torture spaventose”; i cadaveri avevano in comune un taglio malamente ricucito che andava dal collo all'inguine...
    Il presunto eccidio del Natale del 1989 a Timisoara, ‘incontrovertibilmente vero’ in quanto raccontato dalle tv e dai giornali di tutto il mondo con ‘testimonianze particolareggiate’ ed immagini a profusione, in poche settimane venne smascherato e divenne una delle bufale più inquietanti nella storia del giornalismo. I cadaveri ritratti erano solo 13 ed erano morti di morte naturale. I segni delle torture erano in realtà conseguenza delle autopsie praticate da un medico legale. Niente stragi, niente fosse comuni. Il 24 gennaio del 1990 una tv tedesca e la France Press denunciarono la messa in scena: “Tre medici di Timisoara hanno affermato che i corpi di persone decedute in modo naturale sono stati prelevati dall'istituto medico legale e dall'ospedale per essere esposti alle telecamere come vittime della Securitate”.
    Ma l’industria internazionale delle bufale non si diede per vinta, avendo sperimentato la facilità con cui qualche agenzia di stampa e qualche fotoreporter possono di punto in bianco, in assenza di prove e di conferme incrociate, creare un caso e mobilitare le opinioni pubbliche. E quindi fornire ai governi e agli Stati Maggiori di Washington e dell’Unione Europea il là per potersi imbarcare in bombardamenti umanitari, invasioni preventive, occupazioni democratiche. Paradossalmente la censura, la verve propagandistica parca di notizie e il dilettantismo tipici dei media del paese preso di mira dalla ‘disinformatia’ contribuiscono a concedere credibilità alle esagerazioni e alle invenzioni prodotte con maestria professionale dall’industria internazionale della menzogna.
    Scrive Federico Povoleri in un pezzo dedicato ai meccanismi della disinformazione:“Le cose da considerare in questa storia sono allo stesso tempo importanti e quasi incredibili: 1) La capacità di raggiungere in pieno un obiettivo di disinformazione a livello internazionale 2) L'accettazione acritica da parte dell'opinione pubblica di notizie che mancavano di fonti certe e attendibili 3) L'incredibile capacità di penetrazione della notizia che crebbe a dismisura attraverso leggende e false notizie di supporto 4) La dimostrazione di quanto un'informazione manipolata possa trasformare o addirittura costruire la realtà.”
    Il modello, sperimentato con successo in Romania, venne infatti utilizzato di nuovo, ed in grande stile, per altri quadranti del globo dove la sete di petrolio e di territori da conquistare imponevano sanzioni prima e interventi militari poi.
    Vi ricordate le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con i giornali che svelavano una compravendita di materiale radioattivo con un piccolo e sconosciuto paese africano mai avvenuta? Giornalisti affermati affermavano che nel Kuwait occupato i soldati iracheni al servizio di Saddam Hussein uccidevano i neonati nelle incubatrici…
    Prima ancora la fabbriche delle menzogne aveva funzionato egregiamente per giustificare i bombardamenti sulla Serbia e l’invasione della provincia del Kosovo. Si cominciarono a descrivere con dovizia di particolari le esecuzioni sommarie, le colonne di profughi bombardati dai caccia (questo avveniva davvero, solo che i caccia erano quelli della NATO decollati dalle basi militari italiane...), gli stupri di massa contro le donne kosovare, i villaggi distrutti. Siccome le opinioni pubbliche si dimostravano ancora troppo tiepide nei confronti di un intervento militare di terra, si cominciò a parlare di milioni di profughi in pericolo di vita, di eccidi indiscriminati, di pulizia etnica. A invasione conclusa le squadre forensi della FBI e della Polizia spagnola, inviate in Kosovo a caccia delle fosse comuni dove sarebbero stati sepolti decine di migliaia di civili kosovari, non ne trovarono, ma si imbatterono nei campi di prigionia e nelle sale della tortura allestite dai ‘liberatori’ dell’UCK, riconvertitisi nel frattempo nei nuovi padroni della provincia sottratta a Belgrado. (Vi consigliamo la lettura dell’articolo ‘La bufala delle fosse comuni in Kosovo. Assordante silenzio degli invasori ‘umanitari’ del Kosovo’ di John Pilger).
    A quanto pare le smentite e le prove della manipolazione delle opinioni pubbliche da parte dell’industria della guerra non sono servite a molto. Oggi, di fronte a ciò che accade a Tripoli, il meccanismo all’opera è sempre lo stesso e le opinioni pubbliche - soprattutto quelle più sensibili alle tematiche umanitarie e orientate a ‘sinistra’ - sembrano accettare le varie ‘informazioni’ riportate dai media senza porsi particolari domande sulla loro veridicità. Che la maggior parte di queste siano precedute dal ‘sembra che…’, ‘si dice che...’, testimoni che vogliono rimanere anonimi affermano che…’ poco importa. Il meccanismo emotivo prende il sopravvento e rende alle cancellerie occidentali molto facile giustificare operazioni militari presentate come finalizzate a proteggere le popolazioni mentre in realtà mirano ad intervenire in territori dalle quali gli interessi dell’imperialismo erano stati esclusi od in parte limitati.
    Paradossalmente sono spesso ingenue (o a volte prezzolate) Ong e associazioni di massa a pressare i governi affinché intervengano il prima possibile con sanzioni o interventi militari contro i regimi responsabili degli eccidi.
    Nel caso della Libia milizie armate fino ai denti e ben organizzate vengono descritte come ‘manifestanti inermi’; non ci sono colonne di centinaia di migliaia di profughi che tentano di fuggire verso i paesi confinanti eppure la notizia continua a rimbalzare sui media italiani ed esteri; le cifre dei morti – che evidentemente comprende anche quelli di parte governativa – crescono iperbolicamente senza che se ne abbia nessuna conferma, e per giustificare che le strade non sono lastricate di cadaveri come detto nei giorni scorsi da alcuni ‘testimoni oculari’ via facebook o via twitter alcuni quotidiani hanno affermato oggi che i mercenari avrebbero scaricato i morti nel deserto gettandoli dagli aerei… Ma le prime crepe nel meccanismo della produzione di massa delle bufale di guerra cominciano ad aprirsi. E non solo sui media alternativi o più critici nei confronti del meccanismo dominante.
    Oggi Il Manifesto riporta questa notizia: “Su nostra sollecitazione si è avuta la smentita ufficiale della Corte Penale Internazionale che il signor Sayed Al Shanuka o El-Hadi Shallouf non figurano né come impiegati né come responsabili di organi della Corte Penale Internazionale. Si tratta di un gravissimo episodio di disinformazione poiché da tali individui era stata fatta arrivare tramite la Tv Al Arabiya la notizia di 10 mila morti e di 50 mila feriti”. La denuncia, incredibilmente, arriva da alcuni esponenti del Partito Radicale, in prima fila nel chiedere un intervento deciso dell’Europa contro Gheddafi… Possibile che nessuno a Rainews 24, che ha dato per due giorni in tutti i suoi notiziari questa cifra sulla vittime, si sia preoccupato di verificarne la veridicità? Possibilissimo…
    Anche sui tanto sbandierati bombardamenti aerei sui civili nei quartieri di Tripoli e Bengasi, più volte smentiti dagli italiani arrivati in Italia dalla Libia in questi giorni e da numerosi testimoni - questa volta forniti di nome e cognome - qualche dubbio ce lo ha anche il corrispondente de La Repubblica. Inoltre sul quotidiano in edicola oggi scrive l’inviato a Tripoli Salvatore Nigro : “Un libico (...) guardando le foto delle fosse in cui sono state sepolte alcune delle vittime dice: “Non è una fossa comune, è uno dei cimiteri di Tripoli vicino al mare, si vedono anche le sepolture più vecchie sullo sfondo”. Ma ormai è chiaro: nella guerra contro Gheddafi ci sono delle notizie diffuse senza controllo, rilanciate e trasformate in fatti veri”…
    Dicendo questo non vogliamo assolutamente negare la gravità di quello che sta accadendo a Tripoli: in Libia sono in atto cruenti combattimenti tra due fazioni delle classi dirigenti all’interno di un sistema tribale che la rivoluzione di Gheddafi, degradatasi da anni in dittatura personale e famigliare, non è riuscita a scalzare. Come accade spesso nelle zone di guerra i civili sono i primi a fare le spese della violenza. Il problema è non lavorare, come si dice in questi casi, per il ‘re di Prussia’, avallando un intervento militare e neocoloniale contro il popolo libico - mascherato da operazione umanitaria -che rappresenta esattamente il contrario rispetto a quelle aspirazioni alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale che stanno animando le rivolte dei popoli e dei lavoratori in tutto il Maghreb e nella penisola arabica.

    Radio - Romania, Iraq, Kosovo... Libia: nelle fosse comuni si seppellisce la verit


    Ecco nel dettaglio la bufala sulle fosse comuni


    Dal blog di Debora Billi


    Questo è il video che sta facendo il giro del mondo. La fonte è OneDayOnEarth, e mostra lo scavo di "fosse comuni" per le vittime delle rivolte in Libia. Si tratta di centinaia di tombe, e sembrano scavate con cura.

    Non so se queste immagini siano vere oppure no, e non posso giudicarlo da qui. In entrambi i casi, non ho parole.

    ---------------

    Update. Come si sospettava, non si tratta di una distesa di fosse comuni ma di un cimitero già esistente a Tripoli. Si chiama Sidi Hamed Cemetery*, e si trova vicino al mare (qui la verifica col satellite Google Maps). Nel video, si vedono aggiungere due file per le vittime di questi ultimi giorni; ma tutte le tombe che si vedono intorno sono tombe che esistevano già. Insomma, niente fosse comuni d'emergenza. Ricordatevelo stasera, quando le vedrete al telegiornale.

    *Grazie a Medo per la segnalazione.

    Update 2. Gianluca Freda, con cui litigo sempre ma che spesso apprezzo, offre qui ulteriori dettagli sulla faccenda e una spiegazione plausibile delle immagini.

    E' perfino lecito sospettare che non si tratti affatto di immagini riprese di recente, bensì della documentazione di una delle numerose "sepolture collettive" dei migranti africani le cui imbarcazioni si capovolgono di frequente in prossimità delle coste libiche e i cui corpi vengono poi sospinti sulla spiaggia dalla marea. In particolare, proprio il cimitero di Sidi Hamed ha dovuto spesso occuparsi di questi incresciosi compiti, vista la frequenza di tali incidenti. Il fatto che nel filmato l'atmosfera appaia rilassata, che non si vedano manifestanti furenti o esagitati, né donne, né parenti piangenti o urlanti, fa pensare che si tratti appunto dei lavori di sepoltura di queste vittime sconosciute.

    Libia, le fosse comuni. Non ho parole. - Petrolio
    Ultima modifica di Murru; 15-03-11 alle 13:55

  4. #4
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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media

    I militari Russi assicurano che Gheddafi non ha bombardato i civili



    Ultima modifica di Murru; 22-03-11 alle 12:08

  5. #5
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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media

    Ecco in che modo i media orchestrano, inventano, falsificano ed esagerano le immagini e le notizie che provengono dalla Libia. Prego di notare, nel filmato, la troupe di Al Jazeera che incita la folla di Bengasi a fare casino per poter offrire ai videopecori occidentali il loro grido di guerra.

    Ultima modifica di Murru; 22-03-11 alle 12:15

  6. #6
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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media


    Il video di alcuni soldati libici giustiziati in modo cruento dai rivoltosi. La parte del video in cui si vedono solo i corpi è stata utilizzata dai media occidentali per far passare il messaggio contrario. Infatti secondo i nostri medi quei corpi sarebbero stati di rivoltosi giustiziati dall'esercito o, in altri casi, di soldati uccisi da Gheddafi perché si erano rifiutati di bombardare la popolazione.
    Visita il sito Il Brigante Rosso
    Ultima modifica di Murru; 07-04-11 alle 11:38

  7. #7
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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media occidentali

    impressionanti questi articoli :giagia: ottimo lavoro Murru

    io non sono particolarmente pro-Gheddafi,ma sono d'accordo che quella della Libia è tutto tranne che una rivoluzione popolare e sociale :giagia:
    VOTA NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE
    UN NO COSTITUENTE PER LA DEMOCRAZIA CONTRO L'AUSTERITA'
    http://www.sinistraitaliana.si/ - http://www.noidiciamono.it/

  8. #8
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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media occidentali

    Grazie per i complimenti SteDiessino

    Ecco un interessante articolo dell' 8 marzo

    Un altro intervento della NATO? Rifanno il colpo del Kosovo?*


    di Diana Johnstone**

    su GlobalResearch.ca - Centre for Research on Globalization del 16/03/2011

    I cani della guerra stanno annusando qua e là, per ottenere maggiore spargimento di sangue. Gli USA portarono all’escalation il conflitto in Kosovo, al fine di “dover intervenire”, ed è ciò che potrebbe accadere oggi con la Libia


    Somiglianze inquietanti tra la “guerra umanitaria” per il Kosovo e l’attuale situazione libica: martellante campagna di menzogne mediatiche, demonizzazione del leader, ricorso al Tribunale Penale Internazionale, strumentalizzazione dei profughi, rifiuto dei negoziati…


    Meno di 12 anni dopo che la NATO ha bombardato una Jugoslavia a pezzi e distaccato la provincia del Kosovo dalla Serbia, ci sono segni che l’alleanza militare si prepara ad un’altra piccola vittoriosa “guerra umanitaria”, questa volta contro la Libia. Le differenze sono, ovviamente, enormi. Ma diamo un’occhiata ad alcune somiglianze inquietanti.

    Un leader demonizzato
    Come “nuovo Hitler”, l’uomo che amate odiare e avete necessità di distruggere, Slobodan Milosevic, era un neofita nel 1999 rispetto a Muammar Gheddafi oggi. I media ebbero meno di un decennio per trasformare Milosevic in un mostro, mentre con Gheddafi, hanno avuto diversi decenni. E Gheddafi è più esotico, parla poco l’inglese e compare davanti al pubblico in abiti che potrebbero essere stati creati da John Galliano (recentemente smascherato come un altro mostro). Questo aspetto esotico suscita derisione e disprezzo verso le culture native su cui l’Occidente ha ottenuto le sue vittorie, con cui ha colonizzato l’Africa, con cui il Palazzo d’Estate a Pechino è stato devastato dai soldati occidentali, che combattevano per rendere il mondo sicuro per la dipendenza da oppio.

    Il coro del “dobbiamo fare qualcosa”
    Come con il Kosovo, la crisi in Libia è vista dai falchi come un’opportunità per affermare la propria potenza. L’ineffabile John Yoo, il consulente legale che ha allenato l’amministrazione Bush II sui benefici della tortura dei prigionieri, ha usato il Wall Street Journal per consigliare l’amministrazione Obama ad ignorare la Carta dell’ONU e a saltare nella mischia libica. “Mettendo da parte le regole arcaiche delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti possono salvare vite umane, migliorare il benessere generale e al tempo stesso servire i propri interessi nazionali”, ha dichiarato J. Yoo. E un altro teorico dell’imperialismo umanitario, Geoffrey Robertson, ha detto a The Independent che, nonostante le apparenze, violare il diritto internazionale è legale.

    Lo spettro dei “crimini contro l’umanità” e del “genocidio” è invocato per giustificare la guerra.
    Come con il Kosovo, un conflitto interno tra governo e ribelli armati è presentato come una “crisi umanitaria” in cui solo una parte, il governo, viene considerata “criminale”. Questa criminalizzazione a priori è espressa, facendo appello a un organo giudiziario internazionale per indagare su presunti crimini che avrebbe commesso o starebbe sul punto di commettere. Nel suo editoriale, Geoffrey Robertson chiarisce cristallinamente come il Tribunale penale internazionale sia utilizzata per preparare il terreno a un possibile intervento militare. Ha spiegato come il TPI possa essere utilizzata dall’Occidente per aggirare il rischio di un veto da parte del Consiglio di Sicurezza sull’azione militare. “Nel caso della Libia, il Consiglio ha almeno un precedente importante, approvando all’unanimità un riferimento al Tribunale penale internazionale. [...] Allora, che cosa succede se gli accusati libici non-arrestati aggravano i loro crimini – ad esempio con l’impiccagione o la fucilazione a sangue freddo di loro avversari, potenziali testimoni, civili, giornalisti e prigionieri di guerra?” [Notare che finora non ci sono “imputati” né vi è evidenza alcuna di “crimini" che questi supposti imputati potrebbero "aggravare" in diversi modi immaginari. Ma Robertson è desideroso di trovare un modo affinché la NATO "accetti la sfida", se il Consiglio di Sicurezza decidesse di non fare nulla]. “Le imperfezioni del Consiglio di sicurezza richiedono il riconoscimento ad una alleanza come la NATO di un diritto limitato, senza mandato, ad usare la forza per prevenire la commissione di crimini contro l’umanità. Tale diritto sorge quando il Consiglio ha individuato una situazione come minaccia alla pace nel mondo (e quindi individua la Libia, deferendola, all’unanimità, al procuratore del Tribunale penale internazionale)”.
    Quindi, deferire un paese davanti a un procuratore del TPI può essere un pretesto per fare la guerra contro questo paese! Per inciso, la giurisdizione del Tribunale penale internazionale è destinata ad applicarsi a stati che hanno ratificato il trattato che la istituisce, il che, a mio avviso, non è il caso della Libia – o degli Stati Uniti Stati. Una grande differenza, tuttavia, è che gli Stati Uniti sono stati in grado di convincere, intimidire o corrompere molti degli Stati firmatari ad accettare degli accordi nei quali mai, in nessuna circostanza, si deferiscono per un qualsiasi reato degli statunitensi davanti al Tribunale penale internazionale. È un privilegio negato a Gheddafi.
    Robertson, membro del consiglio di giustizia delle Nazioni Unite, conclude che: «il dovere di fermare un massacro di innocenti, come meglio possiamo fare, se chiedono il nostro aiuto, ha “cristallizzato” il fatto che per la NATO utilizzare la forza non è solo “legittimo”, ma “legale”».

    L’idiozia della sinistra
    Dodici anni fa, la maggior parte della sinistra europea ha sostenuto “la guerra in Kosovo”, che ha messo la NATO sulla strada senza fine che segue ancora oggi in Afghanistan. Non avendo imparato nulla, molti sembrano pronti a ripetersi. Una coalizione di partiti che si autodefinisce Sinistra europea, ha pubblicato una dichiarazione che “condanna fermamente la repressione perpetrata dal regime criminale del colonnello Gheddafi” e invitano la UE a condannare “l’uso della forza e ad agire rapidamente per proteggere coloro che dimostrano pacificamente e combattono per la loro libertà”. Nella misura in cui l’opposizione a Gheddafi non è esattamente una “protesta pacifica”, ma ha in parte preso le armi, ciò significa condannare l’uso della forza da parte di alcuni e non di altri – ma è improbabile che i politici che hanno redatto questa dichiarazione si rendano conto di ciò che dicono.
    I paraocchi della sinistra sono illustrati dalla dichiarazione di un documento trotskista secondo cui: “Di tutti i crimini di Gheddafi, senza dubbio il più grave e meno conosciuto è la sua complicità nella politica migratoria della UE…”. Per l’estrema sinistra, il più grande peccato di Gheddafi è quello di cooperare con l’Occidente, e anche l’Occidente deve essere condannato per aver cooperato con Gheddafi. Questa è una sinistra che finisce nella pura confusione; è come fare il tifo per la guerra.

    I rifugiati
    La massa di profughi in fuga dal Kosovo, quando la NATO ha iniziato la sua campagna di bombardamenti, è stata utilizzata per giustificare i bombardamenti, senza un’indagine indipendente sulle diverse cause di questo esodo temporaneo – una delle cause principali fu probabilmente il bombardamento stesso. Oggi, dai report dei media sul numero di profughi che lasciano la Libia da quando sono iniziate le agitazioni, il pubblico potrebbe avere l'impressione che essi stiano fuggendo dalla persecuzione di Gheddafi. Come spesso accade, i media si concentrano solo sull’immagine superficiale, senza cercare una spiegazione. Un po’ di riflessione può colmare il vuoto informativo. È molto improbabile che Gheddafi abbia respinto i lavoratori stranieri che il suo governo ha fatto giungere in Libia per lavorare ai grandi progetti infrastrutturali. Invece, è chiaro che alcuni dei ribelli ‘democratici’ hanno attaccato i lavoratori stranieri per pura xenofobia. L’apertura di Gheddafi agli africani neri in particolare, ha sconvolto un certo numero di Arabi. Ma non bisogna dire troppo su ciò, poiché ora sono i nostri "bravi ragazzi". È un po’ il modo in cui le aggressioni albanesi ai Rom in Kosovo, furono trascurate o giustificate dagli occupanti della NATO, con la motivazione che “i Rom avevano collaborato con i serbi”.

    Osama bin Laden
    Un’altra somiglianza tra l’ex Jugoslavia e la Libia, è che gli Stati Uniti (e i loro alleati della NATO) si ritrovano dalla stessa parte del loro vecchio amico dai tempi dei Mujahidin afghani, Osama bin Laden. Osama bin Laden è stato un discreto alleato del partito islamista di Alija Izetbegovic, durante la guerra civile in Bosnia, un fatto che è stato completamente trascurato dalle potenze della NATO. Naturalmente, i media occidentali hanno in gran parte respinto come il delirio di un pazzo la tesi corrente di Gheddafi, secondo cui egli sta combattendo contro bin Laden. Tuttavia, la lotta tra Gheddafi e bin Laden è molto reale ed è precedente agli attacchi dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle e al Pentagono.
    In effetti, Gheddafi è stato il primo a cercare di segnalare all’Interpol bin Laden, ma non ha ottenuto la collaborazione da parte degli Stati Uniti. Nel novembre 2007, l'agenzia di stampa francese AFP ha riferito che i leader del “Gruppo islamico combattente” in Libia avevano annunciato che aderivano ad al-Qaeda. Come i mujahidin che hanno combattuto in Bosnia, il gruppo islamista libico è stato creato nel 1995 da veterani della lotta - sponsorizzata dagli USA - contro i sovietici in Afghanistan, negli anni ‘80. Il loro obiettivo dichiarato era quello di rovesciare Gheddafi e di creare uno stato islamico radicale. La base dell’Islam radicale è sempre stata la parte orientale della Libia, dove è scoppiata la rivolta in corso. Poiché questa ribellione non ha niente delle manifestazioni di massa pacifiche che hanno rovesciato i dittatori in Tunisia ed Egitto, ma ha visibilmente una componente di militanti armati, si può ragionevolmente presumere che gli islamisti stiano prendendo parte alla ribellione.

    Il rifiuto dei negoziati
    Nel 1999, gli Stati Uniti erano disposti ad utilizzare la crisi in Kosovo per dare al nuovo ruolo “fuori area” della NATO il battesimo del fuoco. La farsa dei colloqui di pace di Rambouillet fu affondata dal segretario di Stato USA Madeleine Albright, che mise da parte i dirigenti albanesi del Kosovo più moderati a favore di Hashim Thaci, il giovane leader dell’”Esercito di Liberazione Kosovo” [UCK], una rete notoriamente legata ad attività criminali. C’era un po’ di tutto tra i ribelli albanesi del Kosovo, ma come spesso accade, gli Stati Uniti arrivarono e scelsero il peggio.
    In Libia, la situazione potrebbe essere peggiore.
    La mia impressione, anche in seguito alla mia visita a Tripoli quattro anni fa, è che nella ribellione attuale vi sia una ben maggiore varietà di componenti, con gravi potenziali contraddizioni interne. A differenza dell’Egitto, la Libia non è uno stato molto popoloso, con migliaia di anni di storia alle spalle, un forte senso dell’identità nazionale e una cultura politica consolidata. Mezzo secolo fa, era uno dei paesi più poveri del mondo, e non è ancora completamente uscita dalla struttura clanica. Gheddafi, con i suoi modi di fare eccentrici, è stato un fattore di modernizzazione, utilizzando i proventi del petrolio per elevare il tenore di vita a un livello tra i più alti del continente africano. L’opposizione viene, paradossalmente, sia da tradizionalisti islamici reazionari da un lato, che lo considerano un eretico per le sue vedute relativamente progressiste, sia, dall’altro, dai beneficiari della modernizzazione occidentalizzati, che sono ostacolati dall’immagine di Gheddafi e desiderano ancora più modernizzazione. E ci sono altre tensioni che possono portare alla guerra civile e, addirittura, alla frattura del paese lungo linee geografiche.
    Fino ad ora, i cani della guerra stanno annusando qua e là, per ottenere maggiore spargimento di sangue di quello che si è attualmente verificato. Gli Stati Uniti hanno portato all’escalation il conflitto in Kosovo, al fine di “dover intervenire”, ed è ciò che potrebbe accadere oggi con la Libia, dove è ancor più grande l’ignoranza dell’Occidente su ciò che essi starebbero facendo.
    La proposta di Chavez di una mediazione neutrale per evitare il disastro, è la via della saggezza. Ma in NATOland la nozione stessa di risoluzione dei problemi attraverso la mediazione pacifica, piuttosto che con la forza, sembra essersi volatilizzata.

    8 marzo 2011

    Un altro intervento della NATO? Rifanno il colpo del Kosovo?*
    Ultima modifica di Murru; 19-03-11 alle 19:51

  9. #9
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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media occidentali

    Una nuova operazione coloniale contro la Libia


    di Domenico Losurdo

    Dopo aver bloccato con un veto solitario una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava l’espansionismo coloniale di Israele nella Palestina occupata, ora gli Usa si atteggiano di nuovo a interpreti e campioni della «comunità internazionale». Hanno convocato il Consiglio di sicurezza, ma non per condannare l’intervento delle truppe saudite in Bahrein ma per esigere e infine imporre il varo della «no-fly zone» e di altre misure di guerra contro la Libia.

    Peraltro, alcune misure di guerra erano state già intraprese unilateralmente da Washington e da alcuni dei suoi alleati: lo dimostrano l’addensarsi della flotta militare statunitense al largo delle coste libiche e il ricorso al classico strumento colonialista della politica delle cannoniere. Ma Obama non si era fermato qui: più volte nei giorni scorsi aveva intimato minacciosamente a Gheddafi di abbandonare il potere; aveva fatto appello all’esercito libico a inscenare un colpo di Stato. Ma l’aspetto più grave è un altro. Assieme a Gran Bretagna e Francia, gli Usa hanno da un pezzo sguinzagliato i loro agenti per porre i funzionari libici dinanzi a un dilemma: o passare dalla parte dei ribelli oppure essere deferiti alla Corte penale internazionale e trascorrere il resto della loro vita in galera, in quanto responsabili di «crimini contro l’umanità».

    Al fine di coprire la ripresa delle più infami pratiche colonialiste, si è scatenato il consueto, gigantesco apparato multimediale di manipolazione e disinformazione. E, tuttavia, basta leggere con un minimo di attenzione la stessa stampa borghese per accorgersi dell’inganno. Giorno dopo giorno si è ripetuto che gli aerei di Gheddafi bombardavano la popolazione civile. Ma ecco cosa scriveva Guido Ruotolo su «La Stampa» del 1 marzo (p. 6): «E’ vero, probabilmente non c’è stato nessun bombardamento». La situazione è radicalmente cambiata nei giorni successivi? Sul «Corriere della Sera» del 18 marzo (p. 3) Lorenzo Cremonesi riferisce da Tobruk: «E come è già avvenuto nelle altre località dove è intervenuta l’aviazione, sono stati per lo pù raid di avvertimento. “Volevano spaventare. Tanto rumore e nessun danno”, ci ha detto per telefono uno dei portavoce del governo provvisorio». Dunque, sono gli stessi rivoltosi a smentire il «genocidio» e i «massacri» invocati come giustificazione dell’intervento «umanitario».

    A proposito di rivoltosi. Giorno dopo giorno vengono celebrati quali campioni della democrazia nella sua purezza, ma ecco in che termini la loro ritirata dinanzi alla controffensiva dell’esercito libico è stata raccontata da Lorenzo Cremonesi sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (p. 13): «Nella confusione generale anche episodi di saccheggio. Quello più visibile nell’albergo El Fadeel, dove hanno portato via televisioni, coperte, materassi e trasformato le cucine in pattumiere, i corridoi in bivacchi sporchi». Non sembra essere il comportamento proprio di un movimento di liberazione! Il meno che si possa dire è che la visione manichea dello scontro in Libia non ha alcun fondamento.

    Ancora. Giorno dopo giorno vengono denunciate le «atrocità» della repressione in Libia. E ora leggiamo quello che sull’«International Herald Tribune» scrive, a proposito del Bahrein, Nicholas D. Kristof: «Nelle scorse settimane ho visto cadaveri di manifestanti, colpiti a breve distanza con colpi d’arma da fuoco, ho visto una ragazza contorcersi per il dolore dopo essere stata bastonata, ho visto il personale di ambulanze picchiato per aver tentato di salvare manifestanti» E ancora: «Un video dal Bahrein sembra mostrare forze di sicurezza che a pochi metri di distanza colpiscono al petto con un candelotto lacrimogeno un uomo di mezza età e disarmato. L’uomo cade a terra e cerca di rialzarsi. Ed ecco allora che lo colpiscono con un candelotto alla testa». Se tutto questo non bastasse, si tenga presente che «negli ultimi giorni le cose vanno molto peggio». Prima ancora che nella repressione, la violenza si esprime già nella vita quotidiana: la maggioranza sciita è costretta a subire un regime di «apartheid».

    A rafforzare l’apparato di repressione provvedono «mercenari stranieri» e «carri armati, armi e gas lacrimogeni» statunitensi. Decisivo è il ruolo degli Usa, come chiarsice il giornalista dell’«International Herald Tribune», riferendo di un episodio che è di per sé illuminante: «Alcune settimane fa il mio collega del “New York Times” Michael Slackman fu catturato dalle forze di sicurezza del Bahrein. Egli mi ha raccontato che esse puntarono le armi contro di lui. Temendo che stessero per sparare, egli tirò fuori il passaporto e gridò che era un giornalista americano. A partire da quel momento l’umore cambiò in modo improvviso; il leader del gruppo si avvicinò e prese la mano di Slackman, esclamando con calore: “Non si preoccupi! Noi amiamo gli americani!”».

    In effetti in Bahrein è di stanza la Quinta flotta Usa: Non c’è neppure bisogno di dire che essa ha il compito di difendere o imporre la democrazia: ovviamente, non in Bahrein e neppure nello Yemen, ma soltanto … in Libia e nei paesi di volta in volta presi di mira da Washington.

    Per ripugnante che sia l’ipocrisia dell’imperialismo, essa non è un motivo sufficiente per passare sotto silenzio le responsabilità di Gheddafi. Se anche storicamente ha avuto il merito di aver spazzato via il dominio coloniale e le basi militari che pesavano sulla Libia, egli non ha saputo costruire un gruppo dirigente sufficientemente largo. Per di più, ha utilizzato i profitti petroliferi per inseguire improbabili progetti «internazionalisti» all’insegna del «Libro verde», piuttosto che per sviluppare un’economia nazionale, moderna e indipendente. E così è stata persa un’occasione d’oro per mettere fine alla struttura tribale della Libia e al dualismo di vecchia data tra Tripolitania e Cirenaica e per contrapporre una solida struttura economico-sociale alle rinnovate manovre e pressioni dell’imperialismo.

    E, tuttavia, da un lato abbiamo un leader del Terzo Mondo che in modo rozzo, confuso, contraddittorio e bizzarro persegue una linea di indipendenza nazionale; dall’altro un leader che a Washington esprime in modo elegante, levigato e sofisticato le ragioni del neo-colonialismo e dell’imperialismo: ebbene, solo chi è sordo alla causa dell’emancipazione dei popoli e della democrazia nei rapporti internazionali, oppure solo chi si lascia guidare dall’estetismo piuttosto che dal ragionamento politico può schierarsi con Obama (e Cameron e Sarkozy)!

    Ma poi è realmente elegante e fine Obama che, pur insignito del premio Nobel per la pace, neppure per un attimo prende in considerazione la saggia proposta dei paesi latino-americani, l’invito cioè da Chavez ed altri rivolto alle parti in lotta in Libia perché compiano uno sforzo per la composizione pacifica del conflitto e per la salvezza e l’integrità territoriale del paese? Subito dopo il voto all’Onu, andando oltre la risoluzione appena votata, il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a Gheddafi e ha preteso di lanciarlo in nome della «comunità internazionale». Da sempre l’ideologia dominante rivela il suo razzismo identificando l’umanità con l’Occidente; ma questa volta dalla «comunità internazionale» sono esclusi non solo i due paesi più popolosi del mondo, ma persino un paese-chiave dell’Unione europea. Attegiandosi a interprete della «comunità internazionale», Obama ha mostrato un’arroganza razzista persino peggiore di quella di cui davano prova nel passato coloro che schiavizzavano i suoi antenati.

    E’ elegante e fine Cameron che, per sconfiggere l’opposizione interna alla guerra, ripete ossessivamente che essa risponde agli «interessi nazionali» della Gran Bretagna, come se non fossero già chiari gli appetiti per il petrolio libico? Chi non sa che questi appetiti sono diventati ancora più voraci, una volta che la tragedia del Giappone ha gettato un’ombra pesante sull’energia nucleare?

    E che dire poi di Sarkozy? Sui giornali si può leggere tranquillamente che egli, oltre che al petrolio, pensa alle elezioni: quanti libici il presidente francese ha bisogno di ammazzare per far dimenticare i suoi scandali e le sue gaffes e assicurarsi così la rielezione?

    I giornalisti e gli intellettuali di corte amano dipingere un Gheddafi isolato e incalzato da un popolo coralmente unito, ma chi ha seguito gli avvenimenti non ha avuto difficoltà a rendersi conto del carattere grottesco di questa rappresentazione. Il recente voto al Consiglio di sicurezza ha smascherato un’altra manipolazione, quella che favoleggia di una «comunità internazionale» unita nella lotta contro la barbarie. In realtà, si sono astenuti, esprimendo forti riserve, Cina, Russia, Brasile, India e Germania! I primi due paesi non sono andati oltre l‘astensione e non hanno posto il veto per una serie di ragioni: intanto, non bisogna perdere di vista il fatto che tuttora non è facile e può comportare problemi di vario genere sfidare la superpotenza solitaria. Ma, ovviamente, non si tratta solo di questo: Cina e Russia hanno ottenuto in cambio la rinuncia all’invio di truppe di terra (e di occupazione coloniale); hanno evitato interventi militari unilaterali di Washington e dei suoi più stretti alleati, come quelli messi in atto contro la Jugoslavia nel 1999 e nell’Irak nel 2003; hanno cercato di contenere le manovre dei circoli più aggressivi dell’imperialismo che vorrebbero delegittimare l’Onu e mettere al suo posto la Nato e l’«Alleanza delle democrazie»; per di più si è aperta una contraddizione nell’ambito dell’imperialismo occidentale guidato dagli Usa, come dimostra il voto della Germania.

    Con riferimento in particolare a un paese come la Cina diretto da un partito comunista, va osservato che il compromesso che esso ha ritenuto di accettaree non vincola in alcun modo i popoli del mondo. Come ai suoi tempi ha spiegato Mao Zedong, una cosa sono le esigenze di politica internazionale e i compromessi propri di paesi di orientamento socialista o progressista, altra cosa è invece la linea politica di popoli, classi sociali e partiti politici che non hanno conquistato il potere e non sono quindi impegnati nella costruzione di una nuova società. Una cosa è chiara: l’aggressione che si prepara contro la Libia rende più che mai urgente il rilancio della lotta contro la guerra e l’imperialismo.

    18 marzo 2011


    Domenico Losurdo: Una nuova operazione coloniale contro la Libia
    Ultima modifica di Murru; 19-03-11 alle 19:52

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    Predefinito Rif: La crisi libica, l' imperialismo e le menzogne dei media occidentali

    E' veramente sconcertante la follia razzista e guerrafondaia che ha preso gran parte della sinistra italiana. Perchè non è solo una questione di propaganda, di subalternità culturale alle campagne mass-mediatiche televisive. C’è anche questo, ma non solo. Non è solo questione di ingenuità, di pensare che davvero l’interesse della Francia sia di sostenere il popolo libico e non di sostituire l’Italia nel controllo del petrolio libico. Di aver creduto che la Germania avesse riconosciuto negli anni ’90 la secessione della Croazia e della Slovenia per bontà e non per portarle nell’area di influenza del Marco o che la Nato avesse bombardato la Serbia per ragioni umanitarie, che gli Usa avessero fatto la guerra a Saddam Hussein per trovare le armi di distruzione di massa, che gli Usa avessero invaso l’Afghanistan per trovare Bin Laden e non per installarsi militarmente nel cuore dell’Eurorasia, ai confini con India, Cina e Russia, eccetera, eccetera. Non è solo questo, segno che questa sinistra, e non solo quella presente in parlamento, è allo sbando completo e alla mercè di tutte le ideologie capitalistiche, dei Marchionne e dei vari Emilio Fede televisivi. Secondo me non è solo questo. In questi giorni ho sentito emergere anche un vero e proprio razzismo, una sorta di superiorità bianca su un mondo che non è tutto "civile", bianco e cristiano come quel piccolo manipolo di paesi capitalisti dominatori da secoli del mondo, che ha colonizzato, oppresso, sfruttato, schiavizzato, rapinato a mano armata la stragrande maggioranza del mondo. Tant’è vero che per giustificare l'ennesima guerra neocoloniale delle potenze europee in concorrenza fra di loro e con gli Usa, si giudica il regime di Gheddafi, "incivile", africano, con le amazzoni, i cammelli, gli anelli da baciare e quant'altro, e che per questo merita di essere annientato, anche dalla Nato, dagli Usa, dalla Francia, da chiunque ! E’ un delirio razziale innanzitutto.

    Alla fine dell'800 i civilissimi inglesi, nella guerra coloniale del capitalismo alla ricerca di materie prime da rubare e di schiavi da deportare, invasero e occuparono il territorio degli incivili Zulù. Faccio questo esempio estremo, perché gli Zulù erano una popolazione semi-primitiva, la più lontana dalle nostre concezioni marxiste, che opprimeva a sua volta altre popolazioni con metodi terribili, altro che il regime di Gheddafi ! Gli Zulù si difesero come poterono con archi e frecce contro le armi allora moderne e potenti dell'esercito inglese, e dettero anche delle sonore lezioni di dignità e di coraggio agli inglesi, che poi però con la forza delle armi e della violenza li sconfissero e stabilirono in Sudafrica la vergogna del regime bianco dell’apartheid. Noi comunisti da che parte saremmo stati ? In tutte le guerre coloniali e imperialistiche siamo stati sempre, sempre, dalla parte degli oppressi contro gli oppressori, dalla parte dei popoli africani, molto più "incivili" e contro le potenze europee civilissime, democraticissime, ma che hanno per secoli applicato persino lo SCHIAVISMO agli altri popoli "inferiori" perchè più "incivili". Dalla parte degli indiani e indios d'America contro i colonizzatori inglesi, francesi, spagnoli. Dalla parte dei popoli latinoamericani contro l’oppressore, torturatore, nord-americano. Dalla parte degli indiani e dei cinesi contro le civilissime e criminalissime potenze europee sfruttatrici. Dalla parte degli "incivili" palestinesi, un po' scuri in faccia e governati da Hamas, contro il civilissimo stato bianco israeliano. Mettendo in primo piano la contraddizione principale, che è quella dell'oppressore colonialista e imperialista contro il popolo oppresso, colonizzato, occupato, invaso, sfruttato, senza per questo aderire ai regimi sociali o alle culture dei popoli oppressi, a volte lontane anni luce dalla nostra concezione comunista. Senza mai farci bloccare nella lotta contro le occupazioni e le guerre imperialiste dall'analisi dei regimi dei paesi oppressi. Se sulla base della critica e della nostra opposizione all’incivile regime di Gheddafi dovessimo parteggiare con i civili bombardieri francesi, allora non capisco perché critichiamo la "missione" in Afghanistan contro il regime terribile, fanatico, integralista dei Talebani! Altro che bombardamenti sui matrimoni, sui funerali, sui bambini che giocano ci vorrebbero, bisognerebbe raderli a zero e gasarli tutti questi incivili e barbari popoli del mondo, così brutti, sporchi e cattivi, così diversi da noi bianchi, democratici, occidentali, cristiani ! E' veramente sconcertante questa follia razzista e guerrafondaia che sento in giro anche fra di noi, premessa classica per ben più gravi altre tragedie.

    Fra l’altro faccio notare agli ingenui di sinistra che, come si legge da tutti i giornali, è in corso una guerra commerciale fra l'Italia e la Francia. Tremonti prepara un decreto per impedire la scalata dei francesi in importanti aziende italiane. C'entra qualcosa questo scontro economico-commerciale fra Francia e Italia con la vicenda libica? E dico di più, che potrà scandalizzare gli ingenui antiberlusconiani e filo-Pd: c'entra qualcosa l'asse Italia-Russia-Turchia sul gasdotto con l'attacco dei mesi scorsi a Berlusconi (la Turchia accetta di far passare il gasdotto South Stream sulle sue acque territoriali e in cambio i russi accettano di partecipare al progetto dell'oleodotto che collegherà il Mar Nero al Mar Mediterraneo, il tutto con la partecipazione dell’Eni e con la mediazione del governo italiano, cosa che ha irritato molto contemporaneamente gli Usa e Israele) ? C'entra qualcosa con la vicenda libica l'asse Usa-Francia contro l'asse Russia-Germania, come è chiaramente emerso nel voto all'Onu (da cui si spiega la posizione della Lega da sempre filo-tedesca e la ritorsione anti-francese di Tremonti) ? Questa non è geopolitica astratta, è analisi concreta dei conflitti economici e commerciali fra le diverse potenze capitalistiche, che hanno portato il mondo altre volte a guerre mondiali. Invece non è da marxisti, di qualunque tendenza, ma è proprio da ingenui credere che le potenze capitalistiche come quelle europee o come gli Usa siano interessati ai diritti del popolo libico.



    Leonardo Masella, 19 marzo 2011.


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