Nella puntata di qualche giorno fà de Le Iene, è stato proposto un servizio Le Iene - LUCCI: Addio Italia! - Video Mediaset nel quale si descriveva la situazione di piccole aziende, spesso a conduzione e tradizione familiare, le quali di fronte alla persistente crisi economica fanno fatica a reggere ed andare avanti. Non solo, quello che sta davvero contribuendo a strozzarle è poi (o forse sopratutto) lo stato italiano con la sua pressione fiscale congiunta all'assenza di una politica industriale di rilancio, oltre alle banche che proprio nel momento che dovrebbero dare ossigeno uccidono definitivamente negando il credito.
Nel servizio della trasmissione, gli esempi erano di aree industriali dell'area nord milanese e di alcune del Piemonte. Realtà fatte di investimenti, sacrifici, tradizione, tecnologia, innovazione, che ora si stanno trasformando in cimitero industriale.
A queste aziende però, una possibilità glie la sta offrendo la Svizzera, la quale con una politica di supporto agli investimenti dall'estero, fatta di soluzioni complete che prevedono tasse con percentuali nettamente inferiori a quelle italiane e con aliquota fissa, di fornitura di infrastrutture eccellenti, di tempi e costi d'avvio dell'impresa
nell'ordine dei pochi giorni e di un'unico interlocutore di riferimento svizzero che supporta e guida il processo, sta attraendo tanti imprenditori italiani.
Il servizio de Le Iene, oltre a dare un'ulteriore evidenza del declino che sta vivendo la Padania trascinata nella palude italica, implicitamente offre lo spunto a qualche considerazione.
Esisterebbe un modello di delocalizzazione alternativo a quello dei paesi cosidetti emergenti, fatto di sfruttamento e di bassa manovalanza e quindi inevitabilmente anche di scadente valore finale del prodotto. Ma si può crescere, progredire e sviluppare con standard più alti, continuando ad offrire un prodotto o servizio finale di buon
livello. Infatti, è interessante da notare come nei casi esposti da Le Iene, la volontà di spostarsi in Svizzera è sia di azienda che di lavoratore, di padrone e operaio, quasi fosse la Svizzera una specie di area di salvaguardia non solo della remunerazione economica mensile, ma anche di anni di tradizione industriale che possono essere messi al riparo dal rischio che invece un certo modello di globalizzazione sta distruggendo.
Stiamo parlando poi, di un paese fuori dall'UE e dall'Euro, altro elemento, qualora ce ne fosse bisogno, che smentisce l'assoluta necessità di stare in questa organizzazione politica e di adottare questa valuta per non soccombere. Anzi, che continua ad essere economicamente solido, ha ottimi livelli d'infrastrutture, di sanità, istruzione, in generale di efficienza e credibilità istituzionale.
Nel caso dovesse diffondersi e crescere la fuga oltre il vicino confine elvetico, sopratutto se il modello di delocalizzazione dovesse rivelarsi di successo, potrebbe contribuire non poco a far apprezzare un sistema politico federale vero, che produce organizzazione efficiente e funzionale. Sempre nel servizio televisivo di cui faccio riferimento, una delle cose subito apprezzate da quegli imprenditori che stavano valutando lo spostamento in Svizzera delle proprie attività, era la poca burocrazia, la corruzione quasi inesistente e la sicurezza. Uno di loro era sorpreso nel vedere, facendo un sopralluogo ad un edificio industriale, la mancanza di recinzioni e barriere lungo il perimetro.
Di quelli che di voi saranno arrivati fino a questo punto nel leggere, molti diranno che sono cose ovvie e scontate certe differenze con la Svizzera. Si è vero, ma lasciatemi dire che è proprio desolante dover essere protagonisti passivi di questo sprofondamento nazziunale, quando invece, se le cose negli anni novanta prendevano un'altra piega, quel modello svizzero poteva essere realtà nella Padania di oggi.




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