di A. Sallusti pg.1 e pg.6 de ilgiornale.it 28 2 2011

Cesare Romiti è un anziano si*gnore molto rispettato, famo*so per aver salvato la Fiat dai disastri provocati prima dal '68 poi dalla crisi economica degli an*ni Settanta e infine da alcune scelte della famiglia Agnelli.
Fu lui a riporta*re in mare la corazzata industriale e a pilotarla per oltre vent'anni.
Tra i suoi meriti il principale fu forse quel*lo di essere riuscito a tenere l'Avvoca*to fuori dalla plancia.
In quel tempo Romiti aveva due passioni: l'impresa e i giornali.
Attraverso Fiat prima e Ge*mina poi aveva le mani sul Corriere della Sera (La Stampa faceva parte del patrimonio di casa, la Repubblica era di un parente stretto). E fu una pre*sa forte, perché oltre alla passione l'uomo sapeva bene che potere e in*formazione vanno a braccetto.

Dopo un lungo periodo di assenza, Romiti ieri è tornato in tv, ospite di Maria Latella (sua ex giornalista) nel pomeridiano di Sky.
Tra l'altro ha det*to: spero che Mediaset non si interes*si alla carta stampata perché sarebbe un duro colpo alla libertà di informa*zione.
Ha poi dubitato con sarcasmo delle parole di Fedele Confalonieri, che nei giorni scorsi aveva definito stupidaggini le voci su possibili in*gressi di Mediaset nella proprietà di importanti quotidiani.

Sono convinto che Confalonieri non mente, ma resta comunque tri*ste vedere un ex grande dell'impresa italiana allinearsi all'antiberlusconi*smo militante pur di strappare un ulti*mo titolo di prima pagina, farsi stru*mento del Santoro di turno. Ma chi vuole prendere in giro, dottor Romi*ti?

Nei suoi giornali (io ci sono stato) non si poteva scrivere non dico una notizia ma neppure una riga che Fiat (cioè lei) non volesse, ligi al motto: ciò che serve a Fiat serviva al Paese.
E questo accadeva non solo nei fogli di proprietà diretta o indiretta.
Attraver*so la ragnatela del potere e i soldoni della pubblicità, il condizionamento della carta stampata e della magistra*tura era generale. Scontato che Fiat (le sue aziende, le sue banche, le sue assicurazioni) era intoccabile, lei cre*de, dottor Romiti, che qualche pm, di*rettore o cronista, durante il suo re*gno fosse libero di indagare sui conti esteri della famiglia Agnelli?
Di curio*sare tra i giovani amorazzi dell'Avvo*cato, che in quanto a bunga bunga la sapeva più lunga di Berlusconi?
Di in*fangare la real casa pubblicando, per esempio, i veri motivi che portarono al suicidio del povero Edoardo?

Se questo Paese ha perso molti tre*ni non è soltanto perché quelli costru*iti dalla Fiat erano inadeguati (ricor*date i primi pendolini, sempre fermi in mezzo alla campagna?) ma anche per il tap*po che l'era tanto cara a Romiti provocò sulla li*bertà di informazione.
Il più colossale conflit*to di interesse mai visto in questo Paese non è quello che oggi Romiti paventa ma quello di cui lui fu, impunemen*te, artefice e protagoni*sta.

L'ex numero uno di Fiat non è in queste ore l'unico furbetto della comunicazione.
Sem*pre ieri Diego Della Val*le, imprenditore di successo (Tod’s e non so*lo), ha sferrato un vio*lento attacco a Cesare Geronzi, presidente delle Generali.
Le Ge*nerali sono una delle più grandi casseforti private del Paese, tanto grande da poter incide*re sul futuro della stabi*lità del sistema Italia forse anche più del governo stesso.
Questo concetto, direi questa responsabilità, è ben presente a Cesare Ge*ronzi che di conseguen*za dirige i lavori a mo*do suo, che è poi quello dell'interesse degli azionisti prima di tutto ma con un occhio a in*teressi generali.
Ciò non è una cosa disdice*vole.
Dal punto di vista strettamente di merca*to e di redditività, pro*babilmente sarebbe stato più conveniente vendere l'Alitalia ai francesi, o Telecom agli spagnoli, tanto per fare due esempi con*creti.
Se così fosse stato oggi saremmo l'unico Paese occidentale a di*pendere dall'estero per la telefonia e il tra*sporto aereo.

Ma questo rischio non è considerato tale da imprenditori che evidentemente e legitti*mamente, pur arrivan*do per meriti nel cuore del sistema finanziario del Paese (Della Valle è nel consiglio di ammi*nistrazione di Genera**li), pensano sempre, co*munque ed esclusiva*mente agli affari loro.
Che se poi di questi affa*ri ( investimenti in grat*tacieli francesi, banche russe o nuovi treni ita*liani via consociate estere) non se ne sa nul**la, neppure in consi*glio di amministrazio*ne, tanto meglio.
Ge*ronzi è accusato di vo*ler capire che cosa suc*cede nella più grande impresa italiana che gli è stata liberamente affi*data.
Non mi sembra un reato, anche se capi*sco* che la cosa possa in*nervosire chi pensava che fosse giunto il mo*mento di poter fare gli affari propri senza trop*pi intralci.
In questo la parabola di Della Valle assomiglia molto a quella di Gianfranco Fi*ni: rompere con il gran*de capo per ottenere qualche vantaggio per*sonale.
Fini sbagliò pa*role, modi e tempi.
Del*la Valle vedremo.

saluti