Italo Balbo visto da un liberalsocialistaClaudio G. Segrè è un importante intellettuale israelita di tendenze liberalsocialiste, docente di storia nella Università del Texas di Austin. Già autore nel 1978 del pregevole saggio "L'Italia in Libia. Dall'età giolittiana a Gheddafi", esattamente dieci anni dopo ha licenziato alle stampe, per i tipi della editrice bolognese "II Mulino", una biografia di Italo Balbo. Sarà il caso di annotare che l'opera ha riscosso interesse e notevole successo di mercato e di valutazione per il fatto di venire in evidenza non solo e non tanto per il taglio critico -scontatissimo, del resto- con cui il personaggio è trattato, quanto per l'impegno posto dall'Autore nell'evitare demonizzazioni d'obbligo, maldicenze precostituite, forzature in negativo del giudizio storico.
Per rendere una idea del distacco con cui l'antifascista Segrè si esprime sul gerarca romagnolo quadrumviro della Marcia su Roma estrapoliamo dalle pagine 168 e 169 un brano dedicato alle caratteristiche che, fin dal primo numero, assunse "II Corriere Padano", quotidiano di Ferrara fondato dal Balbo il 5 aprile 1925, diretto prima da lui stesso e poi da Nello Quilici, scomparso insieme al capo e ad altri nel rogo sul cielo di Tobruk nei primi giorni della guerra, quando per un errore -questa la versione ufficiale- della «Milmart» l'aereo del governatore della Libia venne abbattuto.
Dice dunque il Segrè: «Balbo polemizzò con il regime fin dal primo numero. Tornò alla carica il 7 aprile, scrivendo che la sola innovazione importante fatta dal regime fascista era stata la milizia. Qualche settimana dopo attaccò il ministro delle finanze e la politica fiscale del regime nella tassazione dei comuni, e la cosa provocò un duro telegramma di Mussolini, la prima di molte lagnanze. Anche nei peggiori momenti della dittatura, "II Padano" prese posizioni audaci e diede prova di indipendenza. Soprattutto si distinse per l'opposizione all'antisemitismo nel 1934 e successivamente all'alleanza con il nazismo. L'atteggiamento eterodosso del "Padano" non fu certamente unico. Molti altri giornali e riviste di provincia, sia per loro tradizione sia perché portavoci di un ras locale, dimostrarono un pari grado di indipendenza. Però il "Padano" era eccezionalmente brillante, come ammise con riluttante ammirazione Mussolini. Ciò dipese in gran parte dal livello di originalità e non conformismo dei redattori attirati da Balbo. C'erano Giulio Colamarino, un liberale ammiratore di Piero Gobetti; Pio Guardenghi, figlio di uno degli ex compagni di partito socialisti di Mussolini e collaboratore de "l'Avanti!"; Massimo Fovel, un economista radicale socialista ai cui scritti si era interessato anche Gramsci. Mussolini una volta accusò Balbo di dare asilo a "residui antifascisti" come Fovel e Colamarino. Per tutto il periodo fascista, quegli uomini continuarono, con discrezione ma persistentemente, a discutere le idee di Marx, Lenin e Gramsci e a provocare ed educare le future generazioni con quelle ideologie proibite. I collaboratori della terza pagina, dedicata alla cultura e all'arte, comprendevano Elio Vittorini, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, Mario Soldati, Luchino Visconti, Giorgio Bassani [un ebreo - N.d.R.], Michelangelo Antonioni e molti altri, tutti famosi all'epoca, o destinati a diventare celebrità della rinascita culturale post-bellica italiana».
Come si vede, trattasi di riconoscimenti forti, dirimenti; soprattutto perché scaturiti dalla penna di uno scrittore indiscutibilmente democratico, espressivo della più impegnata area culturale di radice ebraica. C'è però da rilevare che il Segrè restringe, piuttosto arbitrariamente, l'ambito dei filoni ideologici incubati nella linea culturale del "Corriere Padano" all'ombra della decisiva protezione balbiana. Insomma, in quella remota palestra intellettuale non si esercitava soltanto una costellazione di firme ispirantesi al marxismo-leninismo e al pensiero di Antonio Gramsci. Del resto, gli stessi nomi elencati dal biografo del Maresciallo dell'Aria sono lì a testimoniare della veridicità del nostro asserto.
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II brano riprodotto è stato letto, alcuni giorni or sono, alla tribuna di un convegno -definito, nientepopodimeno, «storico» dalla stampa- dedicato al tema «Italo Balbo nella realtà storica» e naturalmente convocata in Ferrara, città natale del cosiddetto «ras» della Romagna. Di segnalarlo agli intervenuti si è incaricato uno dei relatori militanti nei partiti tradizionalmente democratici, nel quadro di una esposizione diretta a dimostrare il graduale spostamento a sinistra del più anticonformista e deviazionista fra gli alti dignitari del regime mussoliniano.
A sinistra, si capisce, nell'ambito dell'assetto politico dell'epoca; ma pur sempre a sinistra.
Si vuol con ciò significare che Balbo assunse, dal '25 in poi, posizioni che potevano essere tranquillamente condivise dai più intransigenti ed «intrattabili» antifascisti.
Come, per esempio, ignorare la strenua contestazione delle leggi razziali, che non si esaurì a livello di «Gran Consiglio del Fascismo»? Essa, a vero dire, non si appalesò affatto priva di risultati, i quali -per communis opinio- valsero ad attenuare il rigore persecutorio di quelle odiose discriminazioni e a restringerne il campo di applicazione?
Il Segrè cita il gustoso episodio di un tiro mancino giocato al pletorico omologo di Balbo, Goering, capo dell'aviazione del Reich, venuto in Italia in visita ufficiale. Ecco di cosa si trattò: invitato il rappresentante nazista ad un ricevimento in municipio, il gerarca vi fece partecipare, e con tutti gli onori, il direttivo della comunità ebraica di Ferrara. Il segnale era preciso e travalicava la persona di Goering per raggiungere la Cancelleria di Berlino, il cui Grande Inquilino doveva sapere che nella nomenklatura littoria non c'erano solo i partiti del nazional-socialismo alla Farinacci e alla Preziosi, ma anche chi di una alleanza militare e politica con esso e di un assorbimento della sua ideologia non intendeva neppure accettare la più astratta delle ipotesi.
Ad onta, tuttavia, della decisione e della autorevolezza di Balbo l'ultima parola non poteva che spettare a Palazzo Venezia. E, così, ci si avviò alla catastrofe bellica nonostante gli sforzi del primo fra i dissidenti interni al sistema per evitarla. E sì che egli era innatamente guerriero, come testimoniato dal comandante dell'aviazione britannica che, a guerra già dichiarata, inviò un messaggio di cordoglio non appena edotto della tragica fine del suo avversario.
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Sulla morte di Balbo corsero voci fra le più disparate, più o meno attendibili; e, talvolta, al limite del giallo e dell'immaginifico. Tutte, comunque, con addentellati nella risaputa tensione che lo opponeva al capo del governo -già criticato nel '26 per non aver fatto fucilare gli assassini di Matteotti- e a tutta una serie di gerarchi dell'ala conservatrice del regime. Costoro, peraltro, lo avevano in uggia e in dispetto; anche a causa della protezione ostentatamente accordata ad antifascisti di ogni genere e specie, perseguitati dall'OVRA e dintorni.
A sostegno della tesi del progressivo spostamento a sinistra balbiano il relatore ha portato, inoltre, il tema dello stile, dei contenuti, dell'ispirazione che contrassegnarono l'opera del Maresciallo come governatore della Libia. E poggiando sempre su affermazioni del Segrè -nonché di altri biografi e storici di inequivoca collocazione antifascista- ha dichiarato che nel «costruire» la Quarta Sponda egli tenne presente gli insegnamenti sociali del mazzinianesimo.
Del resto, si era sempre dichiarato repubblicano e mazziniano, pur dopo essere uscito dal movimento che a Mazzini ortodossamente faceva riferimento; anche quando aveva stretto una alleanza di classe con l'Agraria in chiave antisocialista, durante il periodo indubbiamente più buio -e da giudicare con severità- della sua vicenda politica.
In che modo e in quale misura Italo Balbo fece del mazzinianesimo popolare? Egli, anzitutto, rovesciò, senza residui e sbavature, la linea repressiva adottata da De Bono e da Graziani per inaugurare un rapporto con gli indigeni molto più umano, tollerante, rispettoso dei costumi e delle tradizioni locali. E anche più corretto sotto il profilo sociale.
Naturalmente, si trattava pur sempre di colonialismo; che, però, all'epoca, connotava il modo di essere in chiave espansionistica e dominatrice di potenze grandi, medie e perfino piccole -si pensi, ad esempio, al Belgio e all'Olanda-, in primo luogo di quelle democratiche. Poi distribuì le terre redente dall'aridità desertica a migliaia e migliaia di coloni provenienti dall'Italia contadina, sottraendo le operazioni connesse a tale riforma ai grandi gruppi economici privati -accusati di non aver altro stimolo che il più alto profitto possibile, nudo e crudo- per affidarle ad enti pubblici. Il tutto nella cornice di grandi opere statali, non completamente distrutte dalla guerra.
Il chiosatore di codeste res gestae non ha mancato, ovviamente, di soffermarsi sui lati negativi del balbismo, tutti riferibili alle imprese squadriste nello scontro con la sinistra sia massimalista che riformista. Ha però rilevato l'inesattezza di presentare Balbo come l'inventore dell'antisocialismo violento. Esso, infatti, risale al periodo immediatamente successivo all'Unità, ed è di origine repubblicana. Fondato sulle aggressioni reciproche, sugli scontri di piazza, sugli attentati, sugli agguati, sul sangue, trovò i suoi illustratori in scrittori quali Antonio Beltramelli e Rino Alessi.
Il primo ne trattò in chiave satirica, per esempio con il romanzo "II cavalier Mostardo"; mentre il secondo lo svolse in versione tragica, nella silloge di racconti e di memorie recante il titolo "Un colpo di fucile". Fra «Rossi» (socialisti) e «Gialli» (repubblicani) in Romagna fu sempre guerra. Almeno fino a quando la lotta antifascista non ne unificò energie, obbiettivi, strategie.
Resta, comunque, la questione dell'assassinio di Don Minzoni, il parroco di Argenta collegato al partito popolare di Sturzo. In proposito, è stato letto un rapido brano del Segrè che vi accenna e così suona: «L'inchiesta del giugno 1947 fu condotta in un clima antifascista. L'indagine fu minuziosa e la corte alla fine stabilì che Balbo non era direttamente implicato nel delitto e non ne aveva responsabilità penale. Le prove disponibili confermano questa conclusione. In cause successive i giudizi sono sempre stati favorevoli alla famiglia Balbo contro chi affermava diversamente».
L'oratore ha anche affermato che, secondo il Segrè, nel '21, nelle zone di Balbo i morti socialisti furono una dozzina e, più o meno, altrettanti quelli fascisti. Ebbene, per un socialista libertario e non-violento come il sottoscritto anche un solo morto rappresenta una incommensurabile tragedia; però bisogna ammettere che in sede di valutazione oggettiva, statistica, «militare», si tratta di cifre irrisorie. A Taurianova, nelle varie Taurianova, succede ben altro! Così come -anzi ancor di più- sulle autostrade festive.
Nell'anti-sinistrismo balbiano, peraltro, ogni tanto si aprono non trascurabili crepe. Come quando il «ras» fa riferimento ad una «Trinità» dei lavoratori composta da Cristo, Mazzini e Marx, del quale ultimo egli individua un ruolo storico nello stimolo forte e costante al proletariato per una sua presenza compatta e organizzata nella società.
Enrico Landolfihttp:///www.tabularasa.altervista.or...4_landolfi.htm




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