IL NEO-UTOPISMO E LE TRE ILLUSIONI POST-FORDIANE

di Andrea Fais


PREMESSA STORICA


Il percorso storico che ha prodotto la situazione politica italiana odierna sembra ogni giorno confermare la collocazione della sua origine all’interno del processo di deviazione della sinistra. Come più volte indicato dalle analisi del Professor La Grassa, l’involuzione rappresentata dall’eurocomunismo ha definitivamente compromesso ogni residuale elemento di concreta analisi della realtà all’interno del Partito Comunista Italiano. La trasformazione ideologica altro non fu che la copertura culturale di un progressivo ma sostanziale riposizionamento politico dei comunisti italiani che condusse a compimento un processo di revisione strategica generale avviato anni prima e che saldò le proprie posizioni politiche sui nuovi filoni giovanili. Se le conseguenze politiche interne consistettero nella progressiva costituzione di un bacino elettorale completamente nuovo (dalla classe operaia e agricola, molto forte nei primi quindici anni del dopoguerra, alla pletora di funzionari pubblici, divenuta via, via maggioritaria dal 1965 in poi), in termini propriamente geopolitici, il riallineamento del Partito fu ancor più radicale e sconvolgente, orientando politicamente e sentimentalmente questa numerosa galassia di post-marxisti verso gli Stati Uniti.

Mosca, abbandonata tanto dal Partito Comunista più importante dell’area Nato quanto dagli ambienti più ideologizzati del movimentismo marxista-leninista (maoista), era ormai priva di forti referenti nel nostro Paese. Come spesso accadde nella storia, l’ideologia fu in realtà la componente di sovrastruttura di una base geopolitica ben più profonda. L’abbandono della sinistra comunista al meccanismo della democrazia liberale e ai suoi dogmi intrinseci (costituzionalismo, formalismo giuridico, “moralismo” istituzionale) fu letale. Oggi, le propaggini di quella mostruosa macchina di clientele politiche rappresentano il principale ponte strategico di connessione con la grande finanza occidentale e coi più retrivi ambienti dell’atlantismo. La funzione di “copertura a sinistra” svolta da Rifondazione Comunista negli Anni Novanta non fu dissimile rispetto al ruolo storico di Democrazia Proletaria venti anni prima, tanto che, in virtù della ridenominazione del nuovo soggetto, in realtà, l’intenzione era quella di rifondare il vecchio Partito della questione morale: un ritorno all’inizio della deriva proposto, per tanto, come soluzione alla naturale evoluzione della deriva.Intorno a Bertinotti – per dieci anni factotum indiscusso della rivoluzione rinviata – crebbero giornali, circoli e movimenti antagonisti che, seguendo le ultime residuali teoriche del grundrissismo marxiano e delle più recenti generazioni del francofortismo americano, cercarono una nuova saldatura congiunturale cercando di intercettare consenso nelle nuove masse post-ideologiche. Dopo il ’68 e il ’77, ancora imbevuti di retorica pseudo-marxista, venne il ben più variegato ’97, e, dopo La Sapienza, Bologna, Torino e i licei milanesi (ridimensionati per tutti gli Anni Ottanta), i nuovi centri dell’associazionismo utopista si nutrivano di quanto stava contemporaneamente avvenendo a Davos e a Porto Alegre. In alcuni casi si è trattato di un ritorno sulla scena di vecchi (cattivi) maestri, che hanno fornito le più stravaganti e bizzarre letture della realtà post-fordiana e del “nuovo ed inedito” mondo “senza blocchi (apparenti)”. Schiacciate e ridotte ad una dimensione settaria le ultime parrocchie del marxismo, sorte negli anni dell’ultra-maoismo e della rivoluzione culturale, questi movimenti hanno egemonizzato l’intera area a sinistra della sinistra, divulgando e inculcando astrazioni teoriche, falsificazioni ed illusioni epocali. Tali illusioni sono annoverabili in alcune fattispecie ricorsive che richiamano almeno tre ordini categoriali di pertinenza: geopolitico, economico e politico.


L’ILLUSIONE DELLA FINE DEGLI STATI

L’illusione della fine degli Stati è probabilmente una della maggiori piaghe all’interno del movimento anticapitalista, non fosse altro che per l’appiglio teorico reperibile all’interno delle principali opere del marxismo. Malgrado il Socialismo Reale avesse ampiamente mostrato l’intrinseca necessità teorica di correggere una ricostruzione storica e politologica del concetto di Stato probabilmente troppo sbrigativa – necessità teorica storicamente evidente in Unione Sovietica nel passaggio politologico dal semi-Stato di Lenin1, allo Stato proletario dell’era di Stalin sino allo Stato di tutto il popolo dell’era di Breznev –, dopo il 1989, un tragicomico dogmatismo formalista e le mai sopite pulsioni libertarie ed anarchiche in seno al movimentismo anticapitalista si sono aggrovigliate come un composto devastante e distruttivo, rinverdendo vecchi schemi, riletti alla luce delle principali apparenze della rivoluzione post-fordiana. La transnazionalità dei rapporti di forza economici, ingigantita e amplificata dall’internazionalizzazione dei mercati finanziari e dalla digitalizzazione informatica della società, ha in realtà illuso molti osservatori che la logica degli spazi potesse essere superata con un colpo di coda del capitalismo stesso il quale, giunto alla sua massima fase di sviluppo finanziarista e manageriale, avrebbe apparentemente posto le condizioni per la distruzione definitiva della vecchia concezione ottocentesca degli Stati nazionali, conservata e mantenuta in vita per mezzo secolo dalla struttura politica dei Paesi del Blocco Socialista e dalle logiche imposte dalla Guerra Fredda.

Diversamente dalle speranze dei neo-utopisti, nei germi del nuovo sistema capitalistico post-fordiano, non è contenuto alcun cosmopolitismo culturale della “Moltitudine”, ma semplicemente una nuova internazionalizzazione tecnica e metodologica. Più che come la marxiana naturale evoluzione internazionale dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, però, la transnazionalizzazione si sta in realtà sempre più configurando come il potente processo di progressivo indebolimento politico e di subordinazione degli Stati vassalli (Europa occidentale, Giappone, Corea del Sud, Singapore) all’interno della sfera d’influenza del polo egemone dell’imperialismo. Negli Stati Uniti, altresì, lo Stato passivo, chiamato ad una funzione semplicemente correttiva in campo economico, è la risultante di una precisa scelta di impostazione liberista, tanto autonoma e volontaria quanto sicura è la generale permanenza (o comunque il rientro) del flusso dei capitali all’interno del Paese.

Fu Lenin ad inquadrare meglio la questione nel 1916, osservando che già Marx aveva “dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio”2. In questo caso il monopolio è evidentemente contenuto all’interno del sistema economico e finanziario degli Stati Uniti.

Il capitalismo si riconferma, dunque, anche nella sua fase imperialista e anche sul piano geopolitico, quale ennesimo processo di negazione della negazione3, laddove la sua internazionalizzazione non è che un processo dispiegato con il preciso scopo di negare sé stessa, tornando a concentrare i suoi flussi nelle mani di sempre più ristretti poli egemoni regionali o nazionali. Quello che è accaduto in Italia tra il 1991 e il 1999 è emblematico di un processo fagocitante esercitato dalla potenza imperialista egemone sulle proprie nazioni-satellite: in otto anni, e soprattutto a seguito del terremoto politico datato 1992, ben 62 tra aziende ed istituti di credito di proprietà dello Stato sono stati dismessi e venduti a gruppi di investitori privati4, in molti casi stranieri, dando luogo ad una delle più violente e rapide opere di privatizzazione e indebolimento di un apparato pubblico mai viste in Europa. I criteri di questa presunta transnazionalizzazione globale del mercato, seguono in realtà un ben più evidente parametro imperialistico in base al quale diventa facile imporre nuove condizioni agli Stati vassalli, consentendo loro un rapido sviluppo nella prima fase ma una progressiva distruzione sociale nel lungo termine (vedi le Tigri Asiatiche di quindici anni fa).

In base alle ultime analisi statunitensi, tra i primi quaranta Paesi al mondo per indicatore di libertà economico-finanziaria, vi sono i principali Stati mittel-europei (Germania, Austria, Svizzera, Irlanda, Danimarca, Spagna ecc..), l’Australia, la Nuova Zelanda, la Georgia, Singapore, la Corea del Sud, il Giappone e il Canada5. Gli Stati Uniti si attestano tra i primi dieci, ma (furbescamente) ben distanti dai primati di Singapore e Hong Kong, dimostrando il loro classico ruolo di Confederazione politica a carattere liberista, ma ben temperata da sostanziali correzioni di Stato che evitino di far implodere in maniera irreversibile il sistema sociale interno. Al di fuori della sfera d’influenza degli Stati Uniti, nei Paesi dove il ruolo dello Stato, sia per ragioni storiche sia per ragioni politiche, ha garantito maggior solidità e ben più salda presenza nella determinazione dell’indirizzo economico, la situazione è completamente ribaltata: la Cina è annoverata al 135esimo posto per indice generico di libertà economica, con un indice relativo alla libertà di investimento straniero stimato intorno ad un valore di circa 25/100, spiegando che in generale “il Partito Comunista, sebbene abbia consentito alcuni movimenti economici in risposta alle forze del mercato, mantiene ancora una autorità essenziale sostanzialmente su tutte le decisioni economiche”6 e che “il settore finanziario di Stato assegna spesso il credito su criteri politici, minando l’efficienza economica e la produttività”7.

La Russia è piazzata addirittura al 143esimo posto, soprattutto per effetto della scarsa libertà di investimento straniero e di un’insufficiente libertà finanziaria, mentre l’India è al 124esimo, con una libertà finanziaria ed una libertà di investimento estero molto limitate dalla generale predominanza del controllo dello Stato nei settori strategici8. Motivazioni analoghe anche per il Vietnam (139esimo), per il Venezuela (175esimo), per l’Iran (171esimo) e per la Corea del Nord, fanalino di coda con un totale azzeramento dei criteri economici e finanziari internazionali. Tra gli Stati dell’Asia Centrale, membri effettivi assieme a Russia e Cina nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, solo il Kazakistan emerge, piazzandosi al 78esimo posto, specialmente per effetto delle sue specifiche (e limitate) aree economiche interne destinate all’investimento straniero (sul modello cinese dei primi Anni Novanta), mentre Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan restano notevolmente arretrati nei bassi piani della graduatoria9.

Proprio i Paesi dell’Area della SCO, nata come forum inter-governativo volto alla sicurezza internazionale e alla cooperazione in ambito militare e strategico, hanno visto un innalzamento del livello delle spese militari e delle esercitazioni congiunte, come scontata risposta alla crescente egemonizzazione e penetrazione degli Stati Uniti e all’espansione dell’Area Nato, avviata dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia. In generale, “la spesa militare mondiale nell’anno 2008 risulta aver raggiunto quota 1464 miliardi di dollari; ciò rappresenta un incremento del 4% in termini reali se rapportato all’anno 2007 con un incremento del 45% rispetto al 1999”10.

Nel decennio 1999-2008, se gli Stati dell’America settentrionale hanno aumentato del 66% la propria spesa militare, in Europa orientale, l’allargamento della Nato (Ungheria, ex Cecoslovacchia, Polonia, Romania e Slovenia), ha provocato un aumento del 174% della spesa militare. La risposta della Russia, sin dal 1999, subito dopo i disastri dell’epoca Eltsin, non si è fatta attendere, così come quella della Cina, che, nello stesso periodo, ha aumentato del 194% il suo investimento in campo bellico, balzando al secondo posto nella graduatoria mondiale della spesa militare delle nazioni nel 200811.

Vi è dunque la globale tendenza ad un generale tentativo di rafforzamento degli Stati, soprattutto di quelli geograficamente più grandi e più densamente abitati: da sole, Cina ed India contano quasi due miliardi e mezzo di abitanti, e, con la Russia, il Medio Oriente e l’Asia Centrale, compongono uno dei più vasti e giganteschi fronti continentali al mondo, ed il più importante sul piano geopolitico. In queste aree del pianeta la modernizzazione tecnologica e l’apertura ai mercati, malgrado le diverse vicende storico-politiche particolari, hanno fatto registrare una sostanziale affermazione (o riaffermazione) del ruolo politico dello Stato, soprattutto in materia di indirizzo economico, di approvvigionamento energetico e di rafforzamento strategico. Il messianismo della “fine degli Stati” e l’avvento del cosiddetto nuovo villaggio globale si dimostrano in sostanza per ciò che rappresentano: un’utopia ideologica, priva di riscontri storici e scientifici.


L’ILLUSIONE DELLA DECRESCITA

Il decrescitismo è una delle più grandi assurdità del neo-utopismo anticapitalista e uno dei più gravi assunti teorici nati dalla infausta saldatura tra i filoni del movimentismo politico next-age degli Anni Novanta provenienti dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra (ambientalismo, anti-nuclearismo, futurologismo, cospirazionismo ecc….) e diversi ambienti dell’anticapitalismo. In una spaventosa analogia con quanto sostenne Marx nei confronti degli utopisti del suo tempo, “rientrano in questa categoria economisti, filantropi, umanitari, miglioratori della situazione delle classi lavoratrici, organizzatori di beneficienze,protettori degli animali […]”12. Quello che sorprende è la sostanziale confusione concettuale innescata da questi filoni ideologici in merito all’industria moderna e agli sviluppi scientifici degli ultimi centocinquanta anni, innestando nel dibattito delle sinistre un latente e criptico conservatorismo ideologico senza casi analoghi nemmeno a destra. “Salvare il pianeta” era la missione politically correct del progressismo Anni Novanta, e una giusta, responsabile salvaguardia dell’ambiente era, così, concettualmente degenerata ed amplificata a tal punto da sacrificare sull’altare dell’ascetismo ambientalista qualunque strategia industriale razionale e di buon senso: tutto purché non si “surriscaldi la crosta terrestre” o si “scongiuri la guerra atomica del futuro”, preconizzata dalle pellicole di fantascienza del periodo.

La paura del futuro e delle “macchine” conduceva molti neo-utopisti verso una bizzarra ideologia riformista e neo-feudale, nella generale confusione favorita, in Occidente, da uno sviluppo quasi sempre caratterizzato, nella storia moderna, dalle forze di produzione capitalistiche, lasciando questi anticapitalisti nell’inconsapevolezza del fatto che “mentre il modo con cui il capitalismo impiega il macchinario perpetua necessariamente la vecchia divisione del lavoro con le sue specializzazioni fossilizzate, malgrado queste siano diventate tecnicamente superflue, lo stesso macchinismo si ribella a questo anacronismo”13 e che “la base tecnica della grande industria è rivoluzionaria”14. Marx si era spinto oltre, osservando che “dal sistema della fabbrica, come si può seguire nei particolari negli scritti di Robert Owen, è nato il germe della educazione dell’avvenire, che collegherà, per tutti i bambini oltre una certa età, il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica, non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come unico metodo per produrre uomini di pieno e armonico sviluppo”15.

Nell’annosa questione della divisione tra Città e Campagna, era stato lo stesso Engels ad auspicare una rapida modernizzazione anche all’interno della filiera agricola, al fine dell’omogeneizzazione dei tessuti cittadini e di un’urbanistica sociale razionalizzata. Questo progetto titanicamente ripreso dalla Repubblica Popolare della Cina, costituisce ancora oggi la principale sfida del gigante orientale, all’interno del vasto ed epocale programma delle Quattro Modernizzazioni lanciate da Deng Xiaoping nel 1979.

Ed è proprio la Cina ad imporsi oggi come una delle nazioni strategicamente più razionali e funzionali, laddove lo sviluppo di nuovi sistemi di biomasse e di difesa dell’ambiente si coniugano in maniera lineare con l’incremento sostenibile e funzionale delle infrastrutture e degli impianti termici e nucleari.

Constatata l’ovvia superiorità dell’energia nucleare in termini di impatto ambientale e di convenienza rispetto al tradizionale utilizzo degli idrocarburi (fonte di inquinamento e di emissione di CO2), oggi è opportuno sviluppare un’adeguata soluzione allo stoccaggio delle scorie, fermo restando che soltanto il 7% delle scorie sono classificate ad un livello medio di rischio e solo il 3% ad un livello alto16, e che esistono nuove possibilità di contenimento legate al deposito geologico e all’utilizzo del rame17.

Gli utopisti gridano, in ogni loro ragionamento, al “consumismo” e ad una non meglio specificata “sete di profitto” che ottunde il mondo ormai “globalizzato” e “livellato” verso lo “sfruttamento dell’intero nostro pianeta”. E, dunque, le centrali nucleari diventano emblemi dei “potenti della Terra”, le industrie vengono ridisegnate con canne fumarie maligne e piratesche e le pipeline degli idrocarburi diventano i “tubi del profitto”. Tutti gli elementi (nucleare, petrolio, gas naturale, carbone e materie prime varie) che, nell’era delle scoperte seguite alla Seconda Rivoluzione Industriale, muovono lo sviluppo dell’economia reale e la grande espansione mondiale della base tecnica dell’odierna industria e dell’odierna produzione, favorendo dunque un de-centramento geopolitico rispetto al polo egemone verso un rinnovato multipolarismo, vengono posti all’indice dai neo-utopisti.

È una supponenza del tutto superficiale quella di considerare le categorie del consumo e della produzione come specifici caratteri o esclusive conseguenze del sistema capitalistico. Ovviamente, come già anticipato da Marx nello studio dell’accumulazione, è la sovrapproduzione a segnare indelebilmente il modo della produzione capitalistica, non certo la penuria o l’improvviso immiserimento collettivo18. Ma è proprio questo stesso modo di produzione e accumulazione a contraddistinguersi per la fondamentale appropriazione del lavoro altrui, mediante il ruolo economico e giuridico della proprietà privata dei mezzi di produzione (e non certo della proprietà personale dei beni di consumo!). I saggi e necessari obiettivi dell’eliminazione della sovrapproduzione e dei consumi superflui sono dunque ben altra cosa dalla limitazione della produzione, o, peggio, dalla sua soppressione, dal fantomatico ritorno ad un primitivismo arcadico o alla vita di comunità, auspicati da certi intoccabili profeti dell’anticapitalismo.

Pensare di ricorrere all’introduzione di una cosciente e progressiva decrescita economica, tanto più se diversificata tra Occidente e Oriente, non soltanto è una soluzione retriva, rozza e simil-religiosa, ma è, proprio a monte di tutto ciò, in particolar modo qualcosa di assolutamente astratto e anti-storico, proprio per il fatto che “la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale”19 e “che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce”20.


L’ILLUSIONE DELL’IMMINENTE CROLLO DEL CAPITALISMO


Quella dell’imminente crollo del capitalismo in realtà è la madre di tutte le utopie degli anticapitalisti utopisti, per mezzo della quale, da circa venti anni cercano ciclicamente di scatenare una reazione popolare a-catena, nella pia illusione di tornare a smuovere masse molto diverse dal passato, composte da individui ovviamente ben poco disposti a compromettere la propria posizione sociale, per inseguire la folle brama di una fantascientifica rivoluzione automatica, che dovrebbe arrivare a seguito di crisi regionali e sporadiche, (solitamente accomunate artificialmente tra loro da qualche strampalata pseudo-analisi simil-economica improvvisata), cui si aggiunge qualche pomeriggio di inutile guerriglia urbana e la grande attesa quasi messianica che tutto ciò si diffonda a macchia d’olio nel pianeta – fantasticamente inquadrato come un insieme di protuberanze di uno stesso sistema transnazionale – per smuovere le urla dei neo-utopisti fin sotto un fantomatico palazzo del potere, in realtà assolutamente inesistente. È puramente astratto nell’attuale sistema economico-finanziario occidentale, indicare in un’istituzione politica il polo di origine del modo di produzione capitalistico. Gli assalti alle singole filiali bancarie, ai parlamenti, il teppismo urbano, sull’ondata emotiva del fenomeno black block, si sono velocemente indirizzati lungo la via della delazione indicata dalle rivoluzioni colorate e dalla loro regia imperialista, a tutto vantaggio geopolitico del polo egemone del capitalismo, nell’alveo dell’opera di destabilizzazione politica degli Stati estranei alla sfera d’influenza atlantica o entrati in rotta di collisione con essa.

Proprio mentre stanno ancora annunciando, periodicamente e a più riprese, l’imminente crollo del sistema capitalistico, in virtù di fenomeni in verità assolutamente eterogenei e separati tra loro, come quelli avvenuti (e praticamente subito rientrati e già dimenticati) in Inghilterra, in Irlanda e in Grecia, i teorici dell’utopismo radicale non fanno che rafforzarne la presenza. Marx stesso era stato sufficientemente chiaro allorquando, introducendo il concetto di rotazione del capitale, comprese che “da questo ciclo, abbracciante una serie di anni di rotazioni in connessione tra loro nelle quali il capitale è vincolato dalla sua parte costitutiva fissa, deriva un fondamento materiale delle crisi periodiche, in cui la vita economica percorre successivi periodi di ristagno, di vitalità media, di precipitazione, di crisi”21, aggiungendo che “la crisi costituisce sempre il punto di partenza di un nuovo grande investimento, quindi costituisce anche più o meno – considerata l’intera società – un nuovo fondamento materiale per il prossimo ciclo di rotazione”22.

Anche Marx aveva annunciato ottimisticamente l’avvento della rivoluzione, questo è evidente. Ma in quel caso vi sono due sostanziali differenze di contenuto legate a previsioni che, pur errate sul pian storicistico (l’imminente avvento rivoluzionario non toccò minimamente le nazioni avanzate e progredite del mondo occidentale ma prese piede “paradossalmente” negli arretratissimi panorami sociali della Russia e della Cina, provocando conseguenze ideologiche di vasta portata e fisiologiche riletture posteriori), ad ogni modo delineano e descrivono, sul piano tecnico, l’unico sviluppo possibile di una trasformazione in senso socialistico di una società capitalistica molto avanzata, come quella occidentale


1.
il capitalismo non crolla nel senso autentico del termine, nella misura in cui riesce a gestire, attraverso metodi sempre nuovi (che Harvey, nell’epoca attuale ha definito come il fix spazio-temporale), le sue crisi interne e a fare di esse il punto di partenza di un nuovo grande investimento: per tanto l’unico mezzo per il suo definitivo superamento non era certamente l’attesa messianica di un crollo auto-indotto né tanto meno l’abbattimento delle condizioni tecniche oggettive che storicamente ne hanno favorito lo sviluppo, ma, al contrario, la presa di coscienza del proletariato e la dittatura del proletariato, ossia il criterio della forza di Stato, pur inverso e capovolto verso l’interesse popolare.

2.
le condizioni per l’avvento della società socialista e, successivamente, della società comunista, erano, per Marx, già contenute nel ventre del capitalismo stesso, nelle sue basi tecniche di produzione e distribuzione, rispetto alle quali sarebbe stato necessario soltanto trasformare i rapporti di produzione e scambio fino ad allora vigenti nel modo di produzione capitalistico, abbattendo con la forza di un esercito nazionale proletario armato e organizzato (non con qualche teppista che lancia molotov contro la polizia) la proprietà privata dei mezzi di produzione, considerata come la contraddizione principale in seno al capitalismo e lo strumento principale di appropriazione del lavoro altrui, e dichiarando, attraverso lo Stato, un nuovo ordinamento che stabilisse la proprietà sociale dei mezzi di produzione.

La NEP negli Anni Venti e la pesante industrializzazione negli Anni Trenta in Unione Sovietica, e la Teoria delle Quattro Modernizzazioni nella Repubblica Popolare della Cina, così come le immense fasi di massimizzazione delle forze produttive tentate (e non sempre riuscite) in quasi tutti i Paesi Socialisti del Novecento, dimostrano come il costante e compatibile aumento delle condizioni di vita della popolazione passi soltanto per uno sviluppo economico capace di tenere il passo con le fondamentali dinamiche della storia e con l’avanzamento delle tecnologie che, necessariamente, determinano e accompagnano i principali cambiamenti epocali della società. Allo stesso modo, la difficoltà di un progressivo sviluppo internazionale delle istanze del socialismo, dimostrano ancora una volta la forza impressionante dell’imperialismo, nella sua storica funzione progressiva e ricorsiva di produzione – espansione – accumulazione. Dinnanzi a questo strapotere è fondamentale lo strumentale carattere dello Stato e delle sue strutture difensive e strategiche, volte a rispondere, colpo su colpo, alle minacce e alle ingerenze, neutralizzando il nemico ed indebolendone il raggio d’influenza globale. Null’altro è più attuale di quanto la storia degli ultimi due secoli ci abbia già ampiamente mostrato, poiché tutto torna, seppur diverso.



1 Il riferimento è al termine utilizzato da Lenin in Stato e Rivoluzione, laddove lo Stato viene ancora marxianamente concepito come struttura politica e giuridica congiunturale allo sviluppo storico del modo di produzione capitalistico, e dunque come istituzione destinata all’estinzione transitoria lungo una fase di passaggio alla società socialista, retta da un semi-Stato.

2 V. LENIN, Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Cap. I – La concentrazione della produzione e i monopoli, 1916

3 K. MARX, Il Capitale, Libro I, Sez. VII, Cap. 24, par. 7 – Tendenza storica dell’accumulazione capitalistica, 1866 «[…]Il modo di appropriazione capitalistico che nasce dal modo di produzione capitalistico, e quindi la proprietà privata capitalistica, sono la prima negazione della proprietà privata individuale, fondata sul lavoro personale. Ma la produzione capitalistica genera essa stessa, con l’ineluttabilità di un processo naturale, la propria negazione. È la negazione della negazione […]».

4 A. BRACCIO, Italia in vendita: vent’anni di privatizzazioni, Coordinamento Progetto Eurasia, 4 marzo 2010

5 HERITAGE FOUNDATION, Index of Economic Freedom, Relazione 2011, Country rankings

6 HERITAGE FOUNDATION, Index of Economic Freedom, Relazione 2011, China

7 ibidem

8 HERITAGE FOUNDATION, Index of Economic Freedom, Relazione 2011, Country rankings

9 ibidem

10 ARCHIVIO DISARMO, Le spese militari mondiali nel 2008, relazione 2009

11 SIPRI, Sipri Yearbook 2009. Armaments, disarmament and international security, Oxford University Press, 2009

12 K. MARX – F. ENGELS, Manifesto del Partito Comunista, Sez. III, Cap. 2, Il socialismo conservatore o borghese

13 F. ENGELS, Anti-Duhring, Terza Sezione: Socialismo, Cap. III – Produzione, 1878

14 ibidem

15 K. MARX, Il Capitale, Libro I, Sez. IV, Cap. 13, Par. 9 – Legislazione sulle fabbriche, 1866

16 IEN, Classificazione e sistemazione in sicurezza delle scorie nucleari, Classificazione delle scorie nucleari

17 IEN, Classificazione e sistemazione in sicurezza delle scorie nucleari, Barriere naturali ed ingegneristiche per i rifiuti di terza generazione

18 Nel Capitale, Marx insiste su questa categoria della sovrapproduzione, che sarà poi utilizzata anche da Engels nell’Anti-Duhring in opposizione al concetto di sottoconsumo introdotto da Duhring.

19 F. ENGELS, Anti-Duhring, Terza Sezione: Socialismo, Cap. II – Elementi teorici, 1878

20 ibidem

21 K. MARX, Il Capitale, Libro II, Sez. II, Cap. 9 – La rotazione complessiva del capitale anticipato. Cicli di rotazione

22  ibidem