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    Predefinito Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    La profezia ignorata: "Una massa di disperati seppellirà l'Occidente"

    Un romanzo francese del 1973 aveva previsto un'ondata di migranti nell'Occidente "politically correct". Un evento che la sinistra ha sempre negato. Per la paura di affrontarlo

    Una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea si arena una flottiglia di navi e bar*coni, carica di un milione di emigranti. Poveracci in pre*da alla miseria, intere famiglie con donne e bambini, una nuvola di disperazione proveniente dal Sud del mondo verso quella che è ritenuta la Terra promessa. Sperano e ispirano una immensa pietà. Deboli, disarmati, posseggono solo la forza che è propria del numero. Sono l’oggetto dei nostri rimorsi e dell’angelismo delle nostre coscienze. Sono L’Altro, cioè la moltitudine, meglio, l’avanguardia della moltitudine. Ora che sono qui, accetterà quella nazione, «terra d’esilio e d’accoglienza » per eccellenza, di riceverli, a rischio di incoraggiare la partenza di altre flotte di infelici che lì si preparano? Perché poi è l’Occidente in quanto tale a scoprirsi minacciato: essere sommerso è ciò che l’attende, e insomma la propria fine. Che fare, dunque? Rinviarli da dove sono venuti, ma come? Chiuderli in campi profughi recintati? Sì, ma poi? Usare la forza contro la debolezza? Affrontarli con la marina, con l’esercito? Sparare? Sparare nel mucchio? Chi obbedirebbe a simili ordini? A tutti i livelli, coscienza universale e coscienza individuale, governi, equilibri geopolitici, ci si pone queste domande, ma, ormai, è troppo tardi...

    Nel 1973, quando Le Camp des Saints di Jean Raspail uscì per l’editore Laffont, in Francia si fece finta che fosse un romanzo razzista e si pensò che il silenzio fosse il modo migliore per parlarne. Trenta e passa anni dopo, mai citato eppure sempre più tradotto, sempre esaurito, sempre riedito e sempre ristampato, sino a questa nuova edizione (389 pagine, 22 euro) che si avvale di una prefazione ad hoc del suo au-tore, è forse giunto il momento per prenderlo per quello che è: un romanzo realista nella sua prefigurazione del futuro. Negli Stati Uniti, dove il moralismo non esclude il pragmatismo, The Camp of the Saints è divenuto un classico, studiato nelle università e al Pentagono, livre de chevet di intellettuali come Paul Kennedy, Samuel Huntington, Jeffrey Hart. Nel Vecchio continente, dove gli sconquassi della sponda orientale di quello che una volta si definiva mare nostrum , sono sotto gli occhi di tutti, ci si continua a rifugiare nei soliti cliché: fratellanza, spirito umanitario, senso di responsabilità nei confronti dei meno fortunati. In Italia, lasciamo perdere... Mentre un leader come il britannico Cameron parla del fallimento del multiculturalismo, la Comunità europea non sembra nemmeno afferrare, come ha scritto l’altro giorno Guido Ceronetti sul Corriere della sera , che «un afflusso sulle coste italiane di sbarcanti a flottiglie intere farebbe esplodere, nell’intera penisola, la precaria e già provata convivenza urbana. L’immigrazione di diseredati, senza un prima né un dopo, in una civiltà di tormentati impoveriti d’idee, si potrebbe definirla con nomi appropriati, severi, gravi, invece che con vulgate buonistiche e aspersioni di ottimismo là dove un dramma insolubile si presenta e ci schiaccia?». Trenta e passa anni dopo, Ceronetti prende dunque di petto «una sfida storica: che dire? che fare?» che trenta e passa anni prima Jean Raspail aveva fatto materia di romanzo, e siccome Ceronetti è un uomo mite e non sospetto di razzismo, bisognerebbe, credo, prestargli attenzione. Anche perché, come scrive egli stesso, «i Romani chiamavano Africa un solo punto: Cartagine. Ci sarà un remoto, temuto, fantasma che si è risvegliato, sulle rovine di Cartagine, dove vagava Caio Mario? Quel che è buono per Cartagine può esserlo anche per Roma?».

    Quando Raspail scrisse il suo romanzo, i movimenti di liberazione del cosiddetto Terzo mondo erano in auge, ogni dittatore nato sulle rovine del colonialismo era considerato un rivoluzionario, applaudito come tale da una sinistra marxista allora in piena salute, l’Europa era scossa dalla contestazione studentesca e non solo al suo interno.
    La questione dell’immigrazione era ancora in fasce, ma il clima ideologico dell’epoca era già pronto per trasformarla in qualcos’altro: l’internazionalismo che batteva in breccia il nazionalismo «bianco», l’idea di meticciato che si sostituiva all’idea di tradizione, lingua, radici; gli «altri» potevano e dovevano essere fieri delle loro, all’Europa non era più permesso: ne aveva approfittato, e ora doveva espiare e divenire un’altra cosa. Nel tempo, la porosità delle frontiere, l’inflazione delle naturalizzazioni, la nazionalità acquisita per matrimonio, la ripugnanza degli europei a esercitare mestieri umili resa possibile dall’utilizzo al loro posto di migliaia e migliaia di immigranti, la spirale inarrestabile dei clandestini (regolamentazione, riunione delle famiglie, scolarizzazione obbligatoria dei bambini) e l’ombrello sociale comunque predisposto (sovvenzioni alle associazioni di sostegno, prestazioni sociali, alloggi eccetera) ha fatto il resto.


    Nel Camp des Saints , non è in discussione la religione. Non è la minaccia del fondamentalismo islamico a essere prefigurata. È il numero, sono le motivazioni di ordine materiale, esistenziale: la miseria, la disperazione, la visione di una terra promessa, l’aspirazione a una vita migliore. Il paradosso è che tutto ciò che un certo pensiero unico occidentale depreca o demonizza al proprio interno, il consumismo, il lusso, persino il sesso, giudica però degno della bramosia di chi arriva dall’esterno: gli fanno schifo le televisioni commerciali, le veline e le letterine seminude, i supermarket e i grandi magazzini, ma è pronto a offrirli al Terzo mondo perché ne gioisca anche lui. È un suo diritto... È il trionfo della dialettica e del contorcimento intellettuale, quello che da trenta e passa anni ha del resto dettato legge nei giornali, nelle università, nell’editoria e che ha creato un «politicamente corretto » grottesco quanto velenoso. Raspail ne dà un riassunto esemplare: «Giorno dopo giorno, mese dopo mese, sul filo del dubbio,l’ordine diveniva una forma di fascismo, l’insegnamento un’imposizione, il lavoro un’alienazione, la rivoluzione uno sport gratuito, il piacere un privilegio di classe, la famiglia una realtà soffocante, il consumismo un’oppressione, il successo sociale una malattia, la giovinezza un tribunale permanente, la disciplina un attentato alla personalità umana ».
    Torniamo a bomba. Un ideale umano che si pone al di sopra delle nazioni, dei sistemi economici, delle religioni è un’astrazione, non significa nulla, se non appunto il niente assoluto, qualcosa come la fissione dell’atomo, il vuoto immenso liberato d’un colpo. Parliamo di diritti universali dell’uomo perché è il metodo più comodo per evitare di affrontare la realtà e perché speriamo sempre che la realtà non ci presenti il conto. Eludiamo il problema, vogliamo avere la coscienza tranquilla e quindi non guardiamo ai numeri, alla demografia, ai rapporti di forza. Ci inteneriamo di fronte alle classi multietniche, naturalmente, sono così carini quei bambini e nella retorica del 150˚ dell’Unità d’Italia, poi, fanno così colore... Fingendo di pensare ai nostri figli, gli prepariamo un futuro a cui non sapranno né potranno opporsi. Perché una notte prossima ventura, sulle coste mediterranee di una nazione europea...

    Ps. Le Camp des Saints è stato tradotto in italiano alla fine degli anni Novanta, dalle Edizioni del Cavallo alato, la piccola casa editrice di Franco Freda. Non se n’è accorto nessuno o quasi, ma chi lo vuole ridurre a un romanzo razzista non ha che da impugnare quel nome come una clava. Siamo sempre un Paese di indignati speciali.

    La profezia ignorata: "Una massa di disperati seppellirà l'Occidente" - Esteri - ilGiornale.it del 03-03-2011
    Ultima modifica di acquazzurra; 03-03-11 alle 10:29

  2. #2
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    azzzzzAttila Destriero e Arco famosissimi nel corso dei millenni
    per le loro profezie...ma oggi in un mondo di stolti Attila e amici,
    relegati in XFILES, perchè dicesi complottisti, chissà forse per
    vostra malattia congenita all' ermetismo, alla velocità chissà,
    forse Attila scrive troppo, ma Attila non ha fretta, lui ed amici
    HIGHLANDER...fuggono il tempo e a volte le ragioni.....

    Un consiglio, se volete prendere ragione di quanto potrebbe
    accadere, vi esorto, a dare occhiatina ad un mio post sul
    Nuovo Ordine Mondiale in luogo, su appunto XFILES, almeno,
    ve ne farete un' idea di ipotizzabili eventi...
    nessuna verità, nessuna falsità, ma noi!!!!!

    Ed ora verifichiamo nel tempo dove siamo giunti...
    e i timori d' oggi...non cicicocognegne...
    e il venire nessuna passeggiata...:gratgrat:iaociao:

    la profezia, le profezie...
    Ultima modifica di attila621; 03-03-11 alle 18:43
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
    Dostoevskij.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    ....azzzzzzzzzzzzCerte mie visioni lungimiranti,
    ....azzzzzzzzzzzzCerti miei post su previsioni Nato..
    ....azzzzzzzzzzzzCerti miei cavalli di battaglia che da anni MONOLOGO..
    ....azzzzzzzzzzzzCerte mie frasi ribadite all' eccesso..."a poco a poco la realtà vi SOMMERGERA'.."
    ....azzzzzzzzzzzzIl NUOVO ORDINE MONDIALE..NWO...
    ....azzzzzzzzzzzzLA CRISI PARTE DA LONTANO..."NON SOLO UN FATTORE ECONOMICO.."appunto..
    ....azzzzzzzzzzzzIL PRENDERE COSCIENZA..
    ....azzzzzzzzzzzzLa mia decantata preveggenza...
    ....azzzzzzzzzzzzSe tali spinte demokratiche spingessero troppo...pensando a paesetti tipo CINA O INDIA..
    ....azzzzzzzzzzzzATTILA DESTRIERO E ARCO SPESSO A FAR CENTRO.....MA LORO HIGHLANDER..
    ....azzzzzzzzzzzzA TUTTO CIO' CHE MAI SPIEGAI PER RISPETTO ALTRUI..PER NON DIFFONDERE PAURE "SUPERFLUE"
    ....azzzzzzzzzzzzORA DOVRO' PAGARE IL MIO DEBITO ASTRATTO ALLA GIUSTIZIA DISTORTA DEL MONDO..
    ....azzzzzzzzzzzzIL MIO VIVERE RUBATO DA LUGUBRI PENSIERI OGGI IN PARTE MANIFESTI.......
    ....azzzzzzzzzzzzE IL PEGGIO A VENIRE.....AUGURI...
    ....azzzzzzzzzzzzSARA' MAI GIUNTO IL MIO MOMENTO PER ECLISSARMI E SPARIRE??!!!!!!
    un saluto a voi tutti uomini e donne liberissimi di questo vostro mondo....Attila Destriero e Arco..
    mi ASPETTO SOLO UN ban...sarà mai un colpo di pistola:gratgrat:misero me misero il mondo
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    ...a tutto c' è sempre una ragione...
    l' importante è che poi tutto il disastro
    si infranga sopra i popoli, e alle loro tribolazioni...
    poi chissà, il fatalismo, fin chè dura........

    La crisi parte da lontano..non è solo un fattore economico
    gio giu 24, 2010 10:10 am

    ...Mi arrangio, come sempre,
    spesso mi chiedo, l' economia reale, il pil, esisteranno ancora???!!!!
    In tanta maleducazione, in nessuna etica, nella assoluta mancanza
    di alcun rispetto, in un mondo complessato ad arte e riempito di
    falsa finanza, di problemi che spesso non capiamo...noi cosa c' entriamo??!!!
    Ebbene, noi le allodole, la cacciagione da "abbattere", da destabilizzare,
    da cuocere a puntino, da derubare per salvare parvenze...
    Loro, i contrapposti, pochi ma potenti ad innalzare specchi sempre più grandi,
    ove le allodole a guardarsi e apparentemente sempre "uguali"...
    ma bisognerebbe infrangere tali specchi per vedere la mera realtà...
    L' ECONOMIA REALE, la nostra economia rubata, affogata in un sistema
    fortemente maleducato a cui non so se riusciremo far fronte...
    Non spetterebbe a noi...ma loro, i potenti contrapposti, sempre
    a remare contro...ma solo contro di noi...
    CRISI SISTEMICA DISARTICOLATA...LA BOLLA, LA BOMBA
    LASCIATACI TRA LE MANI...SARANNO C...I...
    ma arrangiamoci...come sempre...

    Il rischio Stati Uniti
    di Luiz Alberto Moniz Bandeira - 23/06/2010

    Fonte: eurasia

    Irresponsabilità fiscale, spesa pubblica fuori controllo, alti deficit di bilancio, disavanzo commerciale, corruzione, inflazione e stagnazione economica sono alcuni dei fattori chiave che hanno portato la Grecia sull’orlo della bancarotta. Con un rapporto debito pubblico/PIL di circa il 124,5%, il più alto dell’UE, e un deficit/PIL del 11,3% previsto per il 2010 (al secondo posto, dietro l’Irlanda, con il 12,4%) la Grecia ha affrontato e sta affrontando difficoltà enormi, così come, in misura minore, altri paesi della regione, soprattutto Irlanda, Portogallo e Spagna. Tuttavia, le agenzie di rating (oltre un centinaio, tutte sotto l’influenza di Wall Street) hanno ulteriormente peggiorato la situazione declassando il giudizio sulla Grecia, favorendo, volutamente, l’attacco all’euro da parte di chi specula con le valute sui mercati azionari.


    L’eruzione della crisi economica e finanziaria, che scuote la Grecia e minaccia Irlanda, Portogallo, Spagna e tutta la zona euro (16 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea e altri nove non membri UE che hanno adottato l’euro), è stata un’evoluzione, la terza fase della crisi economica e finanziaria iniziata negli Stati Uniti, con l’esplosione del mercato immobiliare nel primo semestre del 2007, quando grandi banche d’affari come Merrill Lynch e Lehman Brothers hanno sospeso la vendita di derivati, e nel luglio dello stesso anno, le banche europee hanno registrato perdite nei contratti basati su mutui sub-prime.


    L’inadempienza da parte dei debitori ipotecati ha provocato il disastro, colpendo i prestiti delle imprese, carte di credito, ecc. Poi, nel settembre 2008, la crisi ha colpito il settore bancario, con il fallimento e la dissoluzione di Lehman Brothers, la quarta banca d’investimento degli Stati Uniti, dopo 158 anni di attività. E, infine, ha coinvolto e impegnato gli stessi Stati nazionali. Ha portato l’Islanda, le cui banche facevano affari per un valore tre volte superiore al PIL del Paese, a un virtuale fallimento, con dirette conseguenze per il Regno Unito, suo principale creditore. E alla fine del 2009 si è manifestata in Grecia, minacciando la stabilità dell’intera Eurozona, dato che molti Paesi non hanno rispettato gli obiettivi previsti dal Trattato di Maastricht per l’unificazione monetaria, compreso il controllo del deficit di bilancio (fino al 3% PIL), e l’indebitamento pubblico (fino al 60% del PIL).


    La situazione si presenta ancora più grave, dal momento che l’eventuale destabilizzazione dell’Eurozona potrebbe innescare una crisi sistemica, a causa della promiscuità delle banche tedesche, francesi e americane con i singoli Stati nazionali e con altre banche, attraverso debiti incrociati. Se la Grecia e/o il Portogallo non fossero più in grado di rimborsare i debiti contratti con le banche, la crisi si propagherebbe e crescerebbre come una palla di neve. Ad esempio, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, le banche portoghesi devono 86 miliardi di dollari alle banche spagnole, che, a loro volta, devono 238 miliardi alle istituzioni finanziarie tedesche, 200 miliardi alle banche francesi e circa 200 miliardi a banche statunitensi.


    La concessione di circa un trilione di dollari alla Grecia, promessi dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, non puntava ad aiutarla, bensì a salvare le banche tedesche, francesi e gli investitori statunitensi, che forniscono più di 500 miliardi di dollari in prestiti a breve termine alle banche europee, in particolare a quelle di nazioni più deboli, per finanziare le loro operazioni quotidiane.


    Questo indebitamento dello Stato con le banche e delle banche con altre banche dimostra che, nonostante i fattori nazionali, la crisi che è scaturita in Grecia e che minaccia di infettare tutta l’Eurozona è anche, in un’altra dimensione, una conseguenza diretta della crisi degli Stati Uniti, dato che il sistema capitalista, distorto dal mercato mondiale e dalla divisione internazionale del lavoro, costituisce un complesso interdipendente, e non una semplice somma delle economie nazionali.


    L’aumento del prezzo del petrolio e dell’oro sul mercato mondiale, così come il forte apprezzamento dell’euro, hanno mostrato la profonda crisi che deteriorava e deteriora l’economia americana. L’apprezzamento dell’euro, a causa del crollo del dollaro, ha infettato, invece, Paesi come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo, che non battono moneta propria e non possono quindi attuare politiche di svalutazione, per ridurre i salari, controbilanciare la perdita di competitività delle loro esportazioni, aggiustare i conti ed equilibrare il saldo di conto corrente della bilancia dei pagamenti.


    Nonostante l’enorme asimmetria, la grave situazione economica e finanziaria della Grecia e di alcuni altri Stati dell’Unione Europea è molto simile a quella degli Stati Uniti, il cui debito estero, al 31 dicembre 2009, è stato di circa 13,76 trilioni di dollari: le stesse dimensioni del PIL stimato in 14,26 trilioni nel 2009, calcolato in base alla capacità del potere d’acquisto. Il debito pubblico degli Stati Uniti a maggio 2010 era di circa 12,9 trilioni di dollari, di cui 8,41 trilioni in possesso delle pubblica amministrazione e 4,49 trilioni in mano a governi stranieri. Tale importo (12,9 trilioni) rappresenta circa il 94% del PIL degli Stati Uniti, mentre quello della zona euro è dell’84%.


    Il problema fiscale negli Stati Uniti è estremamente grave. L’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, nell’ottobre 2009, dichiarò di non essere troppo preoccupato per la debolezza del dollaro, ma con i costi di lungo periodo per gli Stati Uniti, insieme all’aumento del debito pubblico, è iniziato rapporto sempre più esplosivo, come una spirale, in cui il pagamento dei sempre maggiori interessi aumentava il deficit e il debito, generando un nuovo aumento, e così via. Il disavanzo di bilancio dell’anno fiscale 2009, chiso il 30 settembre, è più che triplicato rispetto a quello dell’anno precedente, raggiungendo il record di 1,4 trilioni di dollari.


    Il presidente Barack Obama ha presentato per l’anno fiscale 2010 un bilancio, con spese per circa 3,5 trilioni e un deficit federale di 1,7 trilioni, il che significa che il governo americano dovrà prendere prestiti, aumentando il debito pubblico, o emettere più dollari, dal momento che il risparmio nazionale è insufficiente a soddisfare le spese. Il deficit fiscale si intreccia con il crescente deficit commerciale, che nel 2009 ha rappresentato più del 40% (1,04 miliardi), del totale dei suoi scambi con altri paesi. E, nei primi tre mesi del 2010, ha continuato a crescere. A marzo, il Dipartimento del Commercio ha annunciato un disavanzo di 40,4 miliardi, contro i 39,4 miliardi di febbraio.


    La sostenibilità del deficit fiscale e commerciale – i cosiddetti “deficit gemelli”, non perché siano uguali, ma perché sono interdipendenti – dipende dal costante afflusso di capitali stranieri, provenienti principalmente da investimenti della Cina, con l’acquisto di buoni del Tesoro degli USA.


    Effettivamente sono le banche centrali di altri Paesi che finanziano il deficit di conto corrente degli Stati Uniti, nell’ordine di 380,1 miliardi di dollari nel 2009, più del 6% del PIL; deficit che, nel primo trimestre del 2010 è saltato a 115,6 miliardi di dollari, contro i 102,3 miliardi dello stesso periodo del 2009, con una crescita di circa 2,35 miliardi di dollari al giorno. Se l’afflusso di capitali dall’estero cessasse, il Tesoro americano non avrebbe risorse, nel corso del 2010, per rifinanziare i suoi 2 trilioni di debito a breve termine, il 44% del quale detenuto da paesi stranieri.


    Gli Stati Uniti sono al primo posto tra i Paesi con il più grande debito estero del mondo (13,7 trilioni di dollari), seguiti da Gran Bretagna (9,6 trilioni), Germania (5,2 trilioni), Francia (5 trilioni) e Paesi Bassi (2,4 trilioni). Si tratta, quindi, di una superpotenza debitrice, virtualmente in bancarotta. Non si è ancora arrivati allo stato di insolvenza solo perché può stampare dollari, che sono la moneta di riserva internazionale.


    Ma la tendenza del dollaro è di declinare, tanto che, dopo essersi svalutato del 40% tra il 2002 e il 2008 e rivalutato del 20% nei confronti dell’euro, tra marzo e dicembre 2008, durante la crisi finanziaria, è tornato a svalutarsi del 20% tra marzo e dicembre 2009, a causa delle preoccupazioni del mercato con il debito estero degli Stati Uniti. La sua rivalutazione a seguito della crisi in Grecia e della conseguente debolezza economica dell’Eurozona, è congiunturale. Il dollaro è strutturalmente indebolito dai deficit fiscali e valutari e dall’alto debito estero degli USA. La prospettiva è che, giorno più giorno meno, perda lo status di unica valuta di riserva internazionale, a prescindere dalla Cina e dal fatto che gli Stati Uniti sono il centro del sistema capitalistico mondiale. E quando questo accadrà, gli Stati Uniti avranno enormi difficoltà per pagare i loro debiti, attraverso prestiti da altri paesi.


    Nell’agosto del 2007, David M. Walker, capo del Government Accountability Office, un’agenzia del Congresso americano incaricata di revisionare la spesa del governo, ha avvertito che il Paese era su una “piattaforma infuocata” (burning platform) fatta di politiche e pratiche insostenibili, cronica scarsezza di risorse per la sanità, problemi di immigrazione e impegni militari all’estero, che minacciava di scoppiare se non fossero stati presi provvedimenti al più presto. Prevedendo aumenti “drammatici” di tasse, riduzione dei servizi pubblici e un rifiuto su larga scala di utilizzare i buoni del Tesoro americani come strumento di riserva da parte degli altri Paesi. E ha indicato “notevoli somiglianze” tra i fattori che hanno portato alla caduta dell’Impero Romano e la situazione degli Stati Uniti a causa del declino dei valori morali e di civiltà politica, la fiducia e l’eccessiva dispersione delle Forze armate all’estero, così come l’irresponsabilità fiscale del governo degli Stati Uniti.


    Meno di un anno più tardi Paul Craig Roberts, ex vicesegretario del Dipartimento del Tesoro durante la presidenza di Ronald Reagan (1981-1989), ha dichiarato, in un articolo intitolato “The Collaps of American Power” pubblicato sul Wall Street Journal, che la superpotenza – gli Stati Uniti – non era in grado di finanziare le proprie operazioni interne, né tanto meno le sue “ingiustificabili” guerre, se non fosse per la bontà degli stranieri, che le prestano denaro senza alcuna prospettiva di essere rimborsati. In effetti, gli Stati Uniti possono mantenere le guerre in Iraq e Afghanistan, due guerre perse, soltanto grazie a finanziamenti da altri Paesi, soprattutto Cina e Giappone, che continuano a comprare buoni del Tesoro americano.


    Joseph E. Stiglitz (premio Nobel per l’economia) ha stimato che il costo totale di queste due guerre supera i 2,7 trilioni di dollari, in termini di solo budget, con un costo economico totale di circa 5 trilioni di dollari. Non senza ragione, la rivista The Economist, nell’edizione del 27 marzo 2008, ha pubblicato un articolo intitolato “Waiting for Armageddon”, in cui ha sottolineato che l’aumento dei fallimenti delle imprese potrebbe essere un segno che il peggio doveva ancora venire. Il peggio che ci si può attendere è la bancarotta dello stesso governo degli Stati Uniti, il cui sistema finanziario la Cina, che detiene oltre 2,4 trilioni di dollari di riserve valutarie, può ormai permettersi di acquistare.


    In tali circostanze, il default della Grecia, se dovesse accadere, non pregiudicherebbe soltanto l’intera Eurozona. Comprometterebbe anche la struttura economica e finanziaria degli Stati, la cui politica fiscale di lungo termine è insostenibile. Ma il problema non si pone soltanto nella spesa per i servizi sociali e sanitari, come i repubblicani conservatori e perfino alcuni democratici accusano. Il cancro che corrompe l’economia americana è il militarismo, alimentato dai profondi interessi del complesso militare-industriale, nei grandi affari che uniscono le grandi società e i militari, fomentando un clima di supposte minacce, un ambiente di paura, al fine di costringere il Congresso ad approvare massicci investimenti per il Pentagono e altre agenzie relative alla difesa.


    L’industria bellica, con l’intera filiera produttiva, costituisce un’altra bolla che prima o poi esploderà. Il governo degli Stati Uniti, sia con il presidente Barack Obama che con chi gli succederà, non avrà risorse sufficienti per sovvenzionarla per sempre, con ordinativi di armi da parte del Pentagono, né per il mantenimento di centinaia di basi militari e migliaia di soldati in tutte le regioni del mondo. Certo, tagliare questi costi è molto difficile. Potrebbe influenzare l’economia di molti stati americani, soprattutto nel Sunbelt (Texas, Missouri, Florida, Maryland e Virginia), dove sono presenti le industrie di armi che utilizzano tecnologia ad alta intensità di capitale.


    In tali circostanze, tra tangenti, corruzione, pagamento delle commissioni che facilitano gli ordinativi e i contributi alle campagne elettorali dei partiti politici, il complesso militare-industriale, con un enorme peso economico e politico, esercita una forte influenza sul Congresso americano e su tutti i media, in particolare sulle reti televisive. Tuttavia, l’incomparabile potere militare degli Stati Uniti ha limiti economici. L’irresponsabilità fiscale, il mancato controllo della spesa pubblica, gli alti deficit di bilancio, il continuo deficit della bilancia commerciale, l’elevato debito estero, la corruzione inerente alla collusione tra il Pentagono e l’industria delle armi, rappresentato dal complesso militare-industriale, la recessione – fattori simili a quelli che hanno prodotto la crisi in Grecia – rappresentano la più grande minaccia e possono abbattere la superpotenza. E su questa estrema vulnerabilità della sua economia, con la possibilità d’insolvenza, le agenzie di rating non fanno previsioni.

    (Traduzione di Carlo Cauti)
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    La crisi parte da lontano..non è solo un fattore economico
    gio giu 03, 2010 97 pm

    ...ora guardiamo alla crisi con occhi diversi,
    e lo facciamo in due modi, il primo quello dei
    potenti, tutti quei "signori" che di signorile
    hanno ben poco se non ingenti capitali forniti
    dai soliti "coglioni" che noi siamo, questi signori,
    sono gli stessi a scatenare crisi dissesti economici
    e sociali nei più disparati angoli del mondo, e mai
    nessuno ne parla, non c'è mai un' interfaccia
    direttamente proporzionale agli avvenimenti
    e alla loro predominanza, e questo silenzio
    agevola il loro operare su larga scala...
    La seconda visione ne è la conseguenza
    della prima, l' assoluto silenzio di interi
    popoli a cui tutto viene tragicamente
    rubato senza che alcuno batta un colpo
    a favore di tanti diseredati, tutto insomma
    avviene come sempre e noi tutti ad affogare
    in un mare di apparenza, ove la crisi la fa da
    padrona, noi tutti apparentemente evoluti
    al nulla i problemi di ieri oggi massificati
    in relazione a spazi sempre più ristretti,
    ove per forza di cose si arriverà prima o poi
    a spingerci, per poi calpestarci in un mondo
    interamente privatizzato ove gli esseri umani
    alla stregua della merce stessa...avevo parlato
    della fame del mondo, di come questo antico
    problema falsamente mistificato per poi in
    realtà mai nemmeno affrontato, solo parvenza
    per masse dissolute al facile abboccare dei media
    ad obbedire, avevo già parlato di come oggi
    l' AFRICA l' unico continente ancora scoperto
    e facile preda dei soliti signori che altro
    interesse non hanno che il loro, tutto ciò
    in stretta relazione con l' altro mio argomento
    in luogo, riferito al N.W.O. tutto tragicamente
    concatenato ma non dobbiamo sentire...
    aaazzzzzzzzzzzzL' AFRICA.................
    Ultima modifica di attila621; 03-03-11 alle 18:53
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
    Dostoevskij.

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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    La crisi parte da lontano..non è solo un fattore economico
    gio giu 03, 2010 10:07 pm

    ...l' occidente rinnega il colonialismo...
    il lupo perde il pelo ma non il vizio,
    oppure.....l' altra faccia della verità...
    alla faccia di ONU FAO e quant'altro
    queste organizzazioni, guarda caso
    presiedute da gli stessi signori che,
    di signorile ben poco....Azzzzzzzzzzzzè cosi che operano operiamo\\\\finchè duraazzzzzz.

    Più di 20 paesi africani cedono terreni agli stranieri per l'agricoltura intensiva.


    di John Vidal


    Awassa, Etiopia. Usciamo dalla strada principale a Awassa, abbiamo convinto le guardie e viaggiamo per un miglio su terreno disabitato fino a quando troviamo quella che presto sarà la più grande serra dell’Etiopia. Situata sotto una scogliera della valle di Rift, la costruzione è ancora lontana dall' essere finita, ma la struttura in plastica e acciaio si estende su 20 ettari- la misura di 20 campi di calcio.
    Il manager della fattoria ci mostra milioni di pomodori, peperoni e altri vegetali coltivati in file di 450 metri in condizioni controllate dal computer. Ingegneri spagnoli costruiscono la struttura in acciaio, la tecnologia olandese minimizza l'utilizzo di acqua da due pozzi e 1000 donne raccolgono e conservano 50 tonnellate di alimenti al giorno.
    Entro 24 ore si trasporteranno per 320 km a Addis Abeba e avranno volato in aereo per 1.600 km ai negozi e ristoranti a Dubai, Jiddah e altri luoghi del Medio Oriente.
    L’Etiopia è uno dei paesi più affamati nel mondo nel quale più di 13 milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari, ma paradossalmente il governo offre almeno 3 milioni di ettari della sua terra più fertile a paesi ricchi ed a alcuni degli individui con più soldi nel mondo perché esportino alimenti alle loro popolazioni.
    I 1000 ettari che contengono le serre di Awassa sono state concesse per 99 anni ad un imprenditore miliadario nato in Etiopia, Mohammed al-Amoudi, uno dei 50 uomini più ricchi al mondo. La compagnia Saudi Star pianifica di spendere fino a 2 miliardi di dollari comprando e coltivando 0,5 milioni di ettari di terra in Etiopia nei prossimi anni. Fin' ora ha comprato 4 fattorie e sta coltivando frumento, riso, vegetali e fiori per il mercato saudita. Spera di riuscire ad impiegare più di 10.000 persone.
    Ma l’Etipia è solo uno dei 20 paesi o più, africani neI qualI le terre si stanno comprando o cedendo per un’agricoltura intensiva su scala immensa in quello che potrebbe essere il più grande cambiamento nelle relazioni di proprietà dall’era coloniale.

    La febbre della terra.
    Un ricercatore dell’Observer calcola che fino a 50 milioni di ettari di terra- un’aerea il doppio del Regno Unito- sono stati acquistati negli ultimi anni o sono in processo di negoziazione da parte dei governi e investitori agiati che lavorano con sussidi statali. I dati utilizzatii sono stati compilati da Grain, l’Istituto Internazionale per l' Ambiente e lo Sviluppo, la Coalizione Internazionale per l'accesso alla terra (ILC), ActionAid e di altri gruppi non governativi.
    La febbre della terra, che si accelera, è stata causata dalla scarsità mondiale di alimenti che seguì ai forti aumenti del petrolio nel 2008, la crescente scarsità di acqua e l’insistenza dell' UE che il 10% di tutto il combustibile per il trasporto deve provenire da biocombustibile entro il 2015.
    In molte aeree gli accordi hanno portato sconforto, malessere pubblico e lamentele sull’ “appropriazione della terra”.

    L’eperienza di Nyikaw Ochalla, un’Anauk indigena della regione Gambella dell’Etiopia, che adesso abita in Gran Bretagna ma è in continuo contatto con agricoltori della sua regione, è tipica. Ha detto: “Tutta la terra nella regione Gambella si utilizza. Ogni comunità possiede e si prende cura del proprio territorio, dei fiumi e terre da coltivazione al suo interno. Dire che esiste terra sprecata o non usata a Gambella è un mito diffuso da governo e investitori”.

    “Le compagnie estere arrivano in gran numero e privano le persone della terra che hanno utilizzato per secoli. Non ci sono consultazioni con la popolazione indigena. Gli accordi si chiudono in segreto. L’unica cosa che le persone del posto vedono è gente che arriva con numerosi trattori per invadere le loro terre”.

    “Tutta la terra che circondava il villaggio della mia famiglia, Illia, è stata presa ed è svuotata. Adesso la gente deve lavorare per una compagnia indiana. La loro terra è stata presa con la forza e senza alcun compenso. La gente non può credere a quanto sta succedendo. Migliaia di persone ne saranno colpite e soffriranno la fame”.

    Non si sa se gli acquisti miglioreranno o peggioreranno la sicurezza alimentare in Africa, o se stimoleranno conflitti separatisti, ma si prevede che un importante rapporto della Banca Mondiale dovrebbe essere pubblicato questo mese avverta dei potenziali benefici e degli immensi pericoli che questo rappresenta per la gente e la natura.
    Aumenta la febbre degli agro-alimentari internazionali, le banche d’investimento, gli hedge funds, i commercianti in materie prime, fondi sovrani come fondi pensione, fondazioni e individui britannici attratti dalla terra più economica del mondo.

    Insieme cercano ovunque, nel Sudan, in Kenia, Nigeria, Tanzania, Malawi, Etiopia, Congo, Zambia, Madagascar, Zimbawe, Mali, Sierra Leone, Ghana e altri luoghi. Solo l’Etiopia ha approvato 815 progetti agricoli finanziati da stranieri dal 2007. La terra esistente che gli investitori non hanno potuto comprare si sta svendendo per un dollaro l’ettaro all’anno, all’incirca.
    Si pensa che l’Arabia Saudita, insieme ad altri Stati degli emirati del Medio Oriente come Qatar, Kuwait e Abu Dabi, sia il più grande acquirente. Nel 2008 il governo saudito, che è stato uno dei più grandi produttori di frumento del Medio Oriente, ha annunciato che avrebbe ridotto la sua produzione interna di cereali di un 12% per conservare la sua acqua. Ha assegnato 5 miliardi di dollari per fornire prestiti a tassi preferenziali a compagnie che volevano investire in paesi con una forte potenzialità agricola.

    Nel frattempo la compagnia d’investimento saudita Foras, sostenuta dalla Banca dello Sviluppo Islamico e ricchi investitori sauditi, ha intenzione di spendere 1000 milioni di dollari entro sette anni per comprare terre e nella produzione di sette milioni di tonnellate di riso per il mercato saudita. La compagnia dice che sta studiando l’acquisto di terre in Mali, Senegal, Sudan e Uganda. Nel volversi verso l’Africa per produrre le sue coltivazioni basiche, l’Arabia Saudita non solo acquista terre africane ma si assicura anche l’equivalente di centinaia di milioni di galloni di acqua all' anno.
    L’acqua, dice l’ONU, sarà la risorsa determinante nei prossimi 100 anni.


    Enormi affari
    Dal 2008 investitori sauditi hanno acquistato notevolmente nel Sudan, Egitto, Etiopia e Kenia. L’anno scorso i primi sacchi di frumento prodotto in Etiopia per il mercato saudita sono stati presentati da Al-Amoudi al Re Abdullah.
    Alcuni degli affari africani in questione sono di dimensione esorbitante: la Cina ha firmato un contratto con la Rep. Democratica del Congo per la coltivazione di 2,8 milioni di ettari di olio di palma per biocombustibile. Prima che fallisse a causa dei disturbi, un affare di 1,2 milioni di ettari tra il Madagascar e la compagnia sudcoreana Daewoo avrebbe incluso quasi la metà della terra coltivabile del paese.

    Vi è anche la domanda di terra per produrre colture di biocarburanti. Compagnie europee di biocombustibile hanno acquistato e sollecitato circa 4 milioni di ettari in Africa. "Ciò ha portato allo spostamento di persone, la mancanza di consultazione e di compensazione, promesse non mantenute sulle retribuzioni e opportunità di lavoro", ha detto Tom Rice, autore di un dossier di ActionAid che calcola che l’UE deve coltivare 17,4 milioni di ettari, più della metà della grandezza dell’Italia, se vuole raggiungere l’obiettivo di un 10% di biocombustibile per il 2015.

    “L’appropriazione della terra per biocombustibili in Africa sta spostando agricoltori e produzione di alimenti. La quantità di persone che soffrirà la fame aumenterà”, ha detto. Aziende britanniche hanno ottenuto terre in Angola, Etiopia, Mozambique, Nigeria e Tanzania per coltivare fiori e vegetali.
    Compagnie indiane, coperte da prestiti governativi, hanno comprato o affittato centinaia di migliaia di ettari in Etiopia, Kenia, Madagascar, Senegal e Mozambique dove coltivano riso, canna da zucchero e lenticchie per alimentare il loro mercato interno.

    Nessun sito è lasciato senza essere considerato. Il Sudan, che emerge da una guerra civile ed è stato in gran parte privato dello sviluppo per una generazione, è uno dei nuovi punti di attrazione. Compagnie sudcoreane l’anno scorso hanno comprato 0,7 milioni di ettari nel nord del Sudan per coltivare frumento; gli Emirati Arabi hanno acquistato 760 milioni di ettari e il mese scorso l’Arabia Saudita ha chiuso un accordo per 40.000 ettari nella provincia del Nilo.

    Il governo del Sud del Sudan dice che molte compagnie cercano ora di acquistare terre. “Abbiamo ricevuto molte sollecitazioni di numerosi promotori. Ci sono affari in corso”, ha detto Peter Chooli, direttore delle risorse acquatiche e di irrigazione, a Juba settimana scorsa. “Un gruppo danese è in affari con lo Stato e un altro vuole usare terre vicino al Nilo”.

    In uno degli affari più straordinari, l’azienda avventuriera newyorkese d’investimento Jarch Capital, diretta dell’ex commerciante in materie prime Philip Heliberg, ha affittato 800.000 ettari nel sud del Sudan, vicino al Darfur. Hiliberg non solo ha promesso di creare posti di lavoro ma anche che investirà un 10% ed oltre dei suoi guadagni nella comunità locale. Ma è stato accusato dai sudanesi di “appropriarsi” di terre comunali, e di dirigere un tentativo statunitense di frammentare il Sudan ed sfruttare le sue risorse.

    Nuovo colonialismo
    Devlin Kuyek, un ricercatore residente a Montreal che lavora con Grain, ha detto che gli investimenti in Africa vengono visti ora da parte di numerosi governi come una nuova strategia per l'approvvigionamento di cibo.

    “I paesi ricchi mirano all’Africa non solo per ottenere un buon profitto, ma anche come una polizza assicurativa. Scarsità di alimenti e disturbi in 28 paesi nel 2008, diminuzione della fornitura dell’acqua, cambiamento climatico ed un immenso aumento della popolazione, si sono combinati per far si che i terreni siano attraenti. L’Africa ha più terre e, in paragone con altri continenti, sono economiche”, ha detto.

    Ma molti degli affari sono ampliamente condannati da gruppi non governativi occidentali e nazionali come un “nuovo colonialismo”, che allontana le persone dalla campagna e sottrae le risorse già scarse delle persone.
    Abbiamo trovato Tegenu Morku, agente immobiliare, in un caffè sul bordo della strada, mentre era in viaggio verso la regione Oromia in Etiopia alla ricerca di 500 ettari di terreno ad un gruppo di investitori egiziani. Pianificavano l’allevamento di bovini, la coltivazione di cereali e spezie, e l’esportazione della maggior quantità possibile in Egitto. Ci doveva essere acqua e sperava che il prezzo fosse intorno ai 15 birr (circa un dollaro) per ettaro all’anno- meno di un quarto del costo delle terre in Egitto ed una decima parte del prezzo dei terreni in Asia.

    “La terra, la mano d’opera a basso prezzo ed il clima sono buoni. Tutti- sauditi, turchi, cinesi, egiziani- sono in attesa- Agli agricoltori non piace perché sono mandati via ma possono trovare terre in altri luoghi e, inoltre, ricevono un compenso, equivalente all’incirca al valore dei raccolti di 10 anni”, ha detto.

    Carestia causata dall'uomo
    Oromia è uno dei centri della febbre per la terra africana. Haile Hirpa, presidente dell’associazione di studi d’Orobia, la settimana scorsa, in una lettera di protesta al segretario generale dell’ONU, Ban Ki-Moon, ha detto che l’India ha acquistato un milione di ettari, Djibouti 1000 ettari, Arabia Saudita 100.000 e che investitori egiziani, sudcoreani, cinesi, nigeriani e altri arabi erano attivi nello Stato.
    “Questa è la nuova colonizzazione del XXI Secolo. I sauditi si beneficiano con la semina di riso mentre gli oromi muoiono di miseria causata dalla fame, mentre stiamo parlando”, ha detto.

    Il governo etiope ha smentito che gli affari stiano provocando fame e ha detto che gli affari terrieri attirano centinaia di milioni di dollari d’investimento estero e creano decine di migliaia di posti di lavoro. Un portavoce ha detto: “L’Etiopia ha (75 milioni di ettari) di terre fertili, delle quali solo un 15% sono attualmente in uso- principalmente da agricoltori per sopravvivere. Della restante terra, solo una piccola percentuale- 3 a 4%-viene offerta agli investitori esteri. Agli investitori non si dà mai la terra che appartiene ad agricoltori etiopi. Il governo stimola gli etiopi nella diaspora ad investire nella loro patria. Contribuiscono con tecnologia necessaria, offrono posti di lavoro e corsi di perfezionamento agli etiopi, operano in aree dove ci sono terre adeguate e accesso all’acqua”.

    La realtà nel territorio è diversa per Micheal Taylor, specialista in International Land Coalition. “Se c’è terra in Africa che non è stata coltivata, probabilmente c'è un motivo. Forse si usa per il pascolo o si lascia deliberatamente senza coltivare per prevenire l'esaurimento di nutrienti e l'erosione. Chiunque abbia visto queste aree identificate che non sono usate capisce che non ci sono terre in Etiopia che non abbiano già proprietari e usuari”.
    Gli esperti in sviluppo sono divisi riguardo ai benefici delle coltivazioni intensive su grande scala. L’ecologista indiana Vandana Shiva, a Londra, la settimana scorsa ha detto che l’agricoltura industriale su grande scala non solo separa la gente della terra ma anche che richiede l’uso di prodotti chimici, pesticidi, fertilizzanti, uso intensivo dell’acqua e del trasporto, conservazione e distribuzione su grande scala che nell’insieme si trasforma i paesaggi in enormi piantagioni di mono-coltivazioni.

    Stiamo assistendo ad una spoliazione su scala massiva. Significa che ci sono meno alimenti disponibili e che la gente del posto avrà meno. Ci saranno più conflitti e instabilità politica e le culture si perderanno. I piccoli agricoltori dell’Africa sono la base per la sicurezza alimentare. La disponibilità di alimenti del pianeta diminuirà”, dice. Ma Rodney Cook, direttore del Fondo Internazionale dello Sviluppo Agricolo dell’ONU vede potenziali benefici. “Eviterei il termine generale di “appropriazione della terra”. Se si fa correttamente, questi affari possono rappresentare dei benefici per tutti e saranno uno strumento per lo sviluppo”.

    Lorenzo Cotula, ricercatore senior nell’Istituto Internazionale per l’Ambiente e lo Sviluppo, coautore di un dossier sugli scambi di terre in Africa con il fondo dell’ONU l’anno scorso, ha stabilito che gli affari bene strutturati possono garantire lavoro, infrastrutture migliori e migliore resa delle coltivazioni. Ma se sono mal fatti potrebbero provocare molti danni, specialmente se si esclude la gente del posto dalle decisioni sulla distribuzione della terra e non si proteggono i loro diritti sulla terra.

    L’acqua pone anche una polemica. Funzionari governativi locali dell’Etiopia hanno detto all’Observer che compagnie estere che hanno delle fattorie per la coltivazione di fiori e altri grandi fattorie intensive non pagano l’acqua. “Ci piacerebbe che la pagassero, ma gli accordi li fanno con il governo centrale”,ha detto uno di loro. Ad Awassa, la fattoria al-Ampuni usa tanta acqua all’anno quanto 100.000 etiopi.
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
    Dostoevskij.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    UNA BREVE RIFLESSIONE...PER QUEL CHE VALE...

    La crisi parte da lontano..non è solo un fattore economico..
    mar mar 09, 2010 11:08 am

    ...teorizziamo..
    La più grossa contraddizione

    Ci sono moltissimi punti su cui una persona
    può venire bollata come "complottista"
    o semplicemente "folle" o ancora "paranoica",
    ma tutti possono essere messi in discussione da un qualsiasi individuo.
    Quello che invece pare mettere d'accordo tutti
    è che la possibilità di essere soli contro un diabolico titano
    (il NWO ed i suoi fautori) sia quantomeno esagerata,
    tanta e tale è la portata dell'inganno
    che deve essere perpetrato ai danni del mondo intero.

    Riflettiamo però un secondo su di un'argomento
    che è sempre caro alle persone: la politica.
    I cittadini di uno stato, politicamente parlando,
    possono essere divisi in moltissime categorie
    (non mi riferisco affatto a destra/sinistra):
    ad esempio c'è chi è un attivista
    ed ha una cieca fede nel carrozzone politico.
    C'è chi segue attentamente le vicende della politica
    perchè non può farne a meno (del resto, ogni decisione presa
    nei "palazzi del potere" giusta o sbagliata che sia influisce sulla vita di tutti).
    Scivolando nel baratro dell'apatia politica, poi,
    la gente si interessa sempre meno agli affari dei politici.
    Chiediamoci dunque che cosa fa propendere una persona
    per un determinato orientamento:
    possiamo ottenere la risposta a questa domanda
    chiedendo direttamente a coloro che non seguono la politica.
    Il "veleno" che ci mostrano (per quanto a volte diluito) è sempre lo stesso:
    "tanto pensano sempre prima ai propri interessi"
    (avessi un centesimo per ogni volta che ho sentito questa frase).
    Quello che allontana la gente dalla politica è, dunque,
    una crescente disillusione verso le istituzioni in generale.

    Vediamo quindi come il sistema si protegge
    da questi "bestemmiatori" (passatemi il termine):
    avete presente la teoria delle "mele marce"?
    Per chi non la conoscesse, si tratta della spiegazione
    che viene implicitamente fornita agli scandali che
    saltuariamente fanno capolino davanti all'opinione pubblica.
    Di fatto, si è portati a pensare che quegli individui malvagi
    siano solo pochi deviati in confronto ad una candida società priva di veri mali.
    Questo deriva dal principio (non totalmente errato, peraltro)
    secondo il quale alle basi della gerarchia politica
    (o di qualsiasi altra gerarchia, come vedremo in seguito)
    ci sono soggetti innocenti o comunque inconsapevoli,
    mentre salendo ai vertici si acquista
    consapevolezza e quindi responsabilità/potere.

    Passiamo ad un altro esempio:
    credo che nessuno si sognerebbe mai
    di pensare male del proprio medico di fiducia
    (anche se vi possono essere casi isolati di poca professionalità)
    e comunque non lo si includerebbe in alcun disegno "oscuro".
    Sarete tutti però concordi con me che ai vertici di questa piramide
    vi sono elementi (le case farmaceutiche in primis)
    che proprio a causa degli enormi interessi economici e finanziari
    in gioco se ne fregano altamente della moralità
    e continuano a proporre medicinali
    ad un prezzo elevatissimo o peggio dannosi.
    Insomma la medicina è la scienza che lotta contro
    quasi tutto quello che la tiene in vita:
    vedrete senz'altro l'analogia con l'esempio precedente.

    Espandiamo ora il ragionamento alla totalità delle gerarchie
    (e in ultima analisi a quello che si conosce degli Illuminati):
    non è dunque necessario che tutta la piramide
    lavori consapevolmente per attuare le decisioni prese alla sommità.
    Inconsapevolmente gli strati inferiori
    lavorano nella stessa direzione di quelli superiori.
    Del resto il meccanismo è ben noto e sostanzialmente
    è identico a quello della verità a strati.
    Con l'11 settembre, gli Illuminati hanno creato
    il pretesto per un'accelerazione dei propri piani.
    Scendendo ad un livello più basso abbiamo
    militari che combattono per ciò che credono reale
    (aiutando così il progetto di dominio globale)
    e ancora più in basso troviamo la gente comune
    che ha talmente tanti grattacapi
    che riesce solo ad avvertire il timore di ciò che accade,
    sufficiente però a mantenere il necessario controllo delle masse.

    REFLEX..azzzzzzzAttila Destriero e Arco..:gratgrat:
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
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  8. #8
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    ..ED ORA FERMATEVI, riflettete, ditevi pure che,
    tutto ciò non c' entra niente....ma così non è....
    le paratie stagne....
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    La crisi parte da lontano..non è solo un fattore economico
    gio nov 19, 2009 10:04 am

    Ora vi illustrerò la mia teoria esprimendola con una formula matematica.
    La formula: La capacità del capitalismo di distribuire ricchezza è inversamente proporzionale allo sviluppo tecnologico ed alla diversità dei mercati (diversità della ricchezza dei popoli e dei diritti dei lavoratori).

    Faccio una importante premessa, valuterò la situazione più positiva possibile, cioè non considererò le variabili e gli eccessi, che incidono negativamente sul sistema (es. speculazione finanziaria, corruzione, consumo delle risorse delle risorse, costi da inquinamento ecc..); quindi se il capitalismo non funziona cosi, ovvero depurato da tutte le variabili negative, vuol dire che è un sistema sbagliato.

    Se una persona esprime una formula, sta a lui dimostrare che funzioni, quindi procedo:

    Ci sono tre attori principali nel libero mercato: i proprietari delle attività produttive, i dipendenti che vi lavorano, i consumatori (tutti).

    Il mercato funziona quando un impresa produce una merce che viene acquistata da un consumatore, l'imprenditore paga i suoi dipendenti e ha un suo personale guadagno, quindi dipendente ed imprenditore si trasformano in consumatori.
    In una condizione ideale tutte le figure si devono bilanciare, in effetti se l'imprenditore non paga i suoi dipendenti questi non possono essere consumatori e l'impresa, non potendo vendere le merci prodotte, fallisce.
    Il capitalismo (libero mercato) mette il consumo, alla base del suo sviluppo.
    Uno dei principi base del capitalismo è che se non lavori, non puoi consumare; da questo ne consegue che affinché il sistema produca ricchezza generalizzata, occorre una larga base di lavoratori e di consumatori.
    Il fatto che il lavoratore ed il consumatore coincidono e si possono muovere in libertà sono la forza del capitalismo, ed in effetti questo ha prodotto enorme ricchezza ed ha contribuito ad un benessere diffuso (magari a scapito dell'ambiente, ma questa è un'altra storia).azzzzzzz...
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
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  10. #10
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    Predefinito Rif: Una massa di disperati seppellirà l'Occidente

    La crisi parte da lontano..non è solo un fattore economico
    gio nov 19, 2009 10:07 am

    Ora vediamo, in che modo la tecnologia contribuisce nel lungo termine ad indebolire il capitalismo:

    Gli imprenditori in concorrenza tra di loro, utilizzano la tecnologia per essere più competitivi e la tecnologia aumenta la quantità di produzione a parità di lavoratori; ora le scelte sono 2:

    1) Si riducono i dipendenti

    Soluzione non proponibile, visto che i dipendenti sono anche i consumatori; se questi non possono più comprare si dovrà ridurre la produzione, con la conseguenza di riduzione dei dipendenti, innescando una spirale negativa.

    2) Si aumenta la produzione.

    In effetti questa è una strada auspicabile (inquinamento a parte) perché aumentano i beni prodotti, ed anche perché questo comporta che vi deve essere anche un aumento degli stipendi, altrimenti, i consumatori, non possono comprare i maggior prodotti disponibili.

    Fin qui abbiamo visto come il capitalismo (perfetto), possa generare ricchezza.

    Ora vediamo cosa succede se la tecnologia aumentando la capacità di produzione satura il mercato, a quel punto la capacità di consumare diventa costante (praticamente ai due lavori 8 ore le passi a produrre, e 8 ore a consumare), mentre la produzione aumenta, anche in questo caso le scelte sono:

    1) Si riduce la produzione.

    Questa soluzione non è proponibile perché in questo modo si riducono i dipendenti - consumatori, innescando una spirale negativa.

    2) Si fanno durare le merci di meno (obsolescenza programmata, esempio con la moda) e/o si riducono i costi utilizzando materiali meno buoni (durata minore).

    In questo modo, si può guadagnare tempo, ma la fine si arriva comunque a saturare il mercato. (lasciamo perdere il maggiore inquinamento che si produce).
    Se poi i prodotti si comprano e non si usano, per cui si fanno lavorare persone non per produrre beni ma rifiuti, si crea inefficienza nel sistema.

    3) Si spostano i lavoratori dalla produzione di beni ai servizi o allo svago per creare nuovi consumatori.

    Questo però non risolve il problema perché anche questi, producono un bene (anche se non fisico) che deve essere consumato, altrimenti questi lavoratori non possono essere consumatori dei beni prodotti.

    4) Si spostano i lavoratori dalla produzione di beni ai servizi gestiti dallo stato (si ricorre alle assunzioni pubbliche).

    Questo comporta che a fronte di minor lavoratori che producono, aumentano coloro che forniscono servizi pubblici; fino ad una certa misura questo concorre positivamente alla creazione della ricchezza e del benessere, ma oltre una certa soglia determina una inefficienza del sistema che porta lo stato ad indebitarsi.

    5) Si importano nuovi consumatori (attraverso l'immigrazione).

    L'inserimento di stranieri più poveri, determina una nuova richiesta di beni, ma anche di posti di lavoro, se si prende anche in considerazione che molti stranieri inviano parte di quello che guadagnano verso le loro nazioni di origine, si può ritenere che questo apporto sia sostanzialmente irrilevante.
    Mentre si innesca il fenomeno di lavoro nero a basso costo che tende ad abbassare anche gli stipendi dei lavoratori nazionali, riducendo la capacità dei lavoratori di consumare.

    6) Si cercano altri consumatori in altre nazioni (globalizzazione).

    Se nella globalizzazione, ci si rivolge a paesi avanzati con mercati già saturi, si avrà uno scambio di merci, ma la situazione generale non cambia.

    Allora si deve accedere a mercati non saturi dove esistono milioni di persone in uno stato di povertà; questi però non possono consumare, perché non hanno reddito; quindi li devi trasformare prima in lavoratori, affinché avendo reddito possano comprare le merci che l'impresa produce.
    A questo punto le imprese multinazionali, dei paesi sviluppati, aprono loro sedi produttive nei paesi dove i mercati non sono saturi.

    In questo caso però il costo della mano d'opera in quei paesi è molto più basso dei paesi più sviluppati, e quindi le imprese producono, in quei paesi, merci ad un costo più basso di quello che hanno nei paesi sviluppati.

    In effetti, almeno inizialmente, le imprese non possono vendere nei paesi poveri i loro prodotti (più evoluti) costruiti nei paesi sviluppati, ma sono costretti a rivendergli i prodotti a basso costo costruiti in loco.
    Quindi in questa fase, i problemi di sovrapproduzione nei paesi sviluppati rimangono, mentre nei paesi poveri inizia il processo di sviluppo.
    " l' uomo ha una tale passione per il sistema
    e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità,
    per non vedere il visibile, a non udire l' udibile,
    pur di legittimare la propria logica."
    Dostoevskij.

 

 
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