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    Predefinito 5 marzo 1953 - 5 marzo 2011





    ONORE E GLORIA A STALIN, NELL'ANNIVERSARIO DELLA SUA SCOMPARSA...
    Ultima modifica di Stalinator; 05-03-11 alle 00:55

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  2. #2
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    Predefinito Rif: 5 marzo 1953 - 5 marzo 2011

    Ai lavoratori italiani

    Concittadini, compagni!

    Una grave, irreparabile sciagura ci ha colpiti tutti.
    È morto Giuseppe Stalin, l'uomo al quale milioni di operai, di contadini, di intellettuali italiani guardavano con fiducia e affetto, come al loro capo e alla loro speranza, per quella società comunista nella quale ogni uomo, finalmente libero, sarà padrone di dare a seconda delle proprie capacità e di ricevere a seconda dei propri bisogni.
    Stalin è l'uomo che più di tutti ha lavorato e combattuto per spezzare le catene dello sfruttamento e della oppressione. A questa causa ha dedicato tutta la sua eroica esistenza.
    Con Lenin, Egli fu l'artefice della più grande rivoluzione che la storia ricordi; quella rivoluzione che per la prima volta ha spezzato le catene dello sfruttamento dell'uomo da parte di altri uomini, ha indicato a tutti i popoli la strada per diventare arbitri del proprio destino, ha sancito il diritto della persona umana a liberarsi di tutte le schiavitù.
    Stalin - geniale continuatore di Lenin - ha vittoriosamente realizzato le speranze degli oppressi, dei figli del bisogno, del lavoro e della lotta, ha costruito in modo incrollabile il primo Stato socialista, ha gettato le basi per quella società comunista nella quale ogni uomo, finalmente libero, sarà padrone di dare a seconda delle proprie capacità e di ricevere a seconda dei propri bisogni.
    Quando una nuova era di dispotismo e di barbarie sembrava dovesse abbattersi per sempre sul mondo intero cancellando nel sangue tutte le secolari conquiste della civiltà umana, Stalin innalzò la bandiera della lotta contro il fascismo, che indicò come il nemico comune, che doveva essere abbattuto per salvare la libertà e l'indipendenza dei popoli.
    Attorno a Stalin, attorno alla forza invincibile dell'Unione Sovietica e dei suoi eserciti, si strinsero i popoli liberi del mondo intero, serrarono le file tutte le forze decise a respingere il mostro nella sua tana.
    Stalingrado, la città che porta il Suo nome e che già una volta aveva visto ripiegare in fuga i nemici della libertà e del progresso, fu la tomba del fascismo. Essa segnò l'inizio, anche per noi, della liberazione.
    Animati dal sorriso amico e fraterno di Giuseppe Stalin, milioni e milioni di uomini, soldati sui fronti, nei mari, nei cieli, partigiani sulle montagne, patrioti nelle galere, deportati nei campi di sterminio, ritrovarono la certezza della vittoria, la forza per il sacrificio supremo in nome della pace e della civiltà.

    Italiani!
    La sconfitta del fascismo segnò l'inizio del nostro riscatto nazionale. L'amicizia di Stalin e dei popoli dell'Unione Sovietica per il nostro popolo, per la nazione italiana, è di antica data e mai è venuta meno.
    Anche quando, costretti dalla follia dei capi fascisti, soldati italiani ebbero il tragico destino di aggredire l'indipendenza e la pace dei popoli sovietici, venne da Stalin la saggia e ammonitrice distinzione tra le colpe criminali dei dirigenti e le responsabilità dei popoli.
    Nel momento in cui, dopo il crollo dell'8 settembre 1943, sembrava profilarsi davanti al nostro Paese un avvenire di servitù e di smembramento nazionale, fu Stalin, primo e solo nel mondo, a mantener fede alle promesse, a riconoscere l'esistenza di un governo nazionale italiano e il diritto dell'Italia a non essere considerata come un popolo vinto.
    Quando tra le macerie, i lutti, le rappresaglie indiscriminate dei nazifascisti, il nostro popolo seppe accendere la fiamma della resistenza e dell'unità nazionale, venne da Stalin il primo atto concreto di amicizia, la prima offerta di una reciproca fiducia.
    Nessun italiano onesto può aver dimenticato questi fatti decisivi. Per questo noi denunciamo a tutti i buoni cittadini la condotta indegna del Presidente del Consiglio De Gasperi. Nemmeno davanti alla solennità della morte e al cordoglio espresso unanime in tutto il mondo da tutti, quest'uomo ha saputo far tacere l'odio, il livore dell'animo suo di reazionario, di nemico della fraternità e della pace fra i popoli.

    Lavoratori!
    La caduta del fascismo, che noi dobbiamo prima di tutto all'unità nella lotta, proposta e voluta da Stalin, ha dato ai popoli la speranza di una nuova era fondata sulla convivenza pacifica delle nazioni, sulla libertà, sull'indipendenza, sulla pace.
    Stalin è il simbolo di questa speranza. A Lui l'umanità deve l'affermazione della possibilità di pacifica coesistenza fra sistemi politici ed economici diversi e quindi la concreta prospettiva della pace. A Lui l'umanità deve gli atti continui e concreti di una politica saggia e lungimirante, che smaschera i provocatori di guerra e chiama tutti gli uomini di buona volontà a prender nelle loro mani e far trionfare la causa della pace. A Lui l'umanità deve la certezza che la causa della pace è e sarà difesa fino all'ultimo dallo Stato socialista che egli ha portato al più alto grado di potenza.
    Nello sviluppo delle scienze, delle lettere e delle arti, il pensiero di Stalin, ispirato alla grande, immortale dottrina marxista e leninista, ha lasciato una traccia che i secoli non potranno cancellare. L'insegnamento di Stalin dischiude al pensiero umano la strada della conquista del socialismo, del benessere e del progresso. I suoi scritti sono diventati da anni testo fondamentale dell'educazione di tutti gli operai, di tutti i lavoratori coscienti, di tutti gli intellettuali che pongono il loro ingegno al servizio del progresso e della civiltà.

    Italiani!
    Stalin e morto ma la Sua opera e il Suo esempio vivono immortali. Egli ci lascia uno strumento invincibile - il Partito comunista - per portare avanti la bandiera della libertà, dell'indipendenza, della pace e del socialismo che già sventola vittoriosa su una terza parte del mondo. Stringetevi attorno a questo partito, rafforzatelo, difendetelo, fatelo diventare il partito di tutti i buoni combattenti per il socialismo e per la pace.
    A Giuseppe Stalin, al grande partito che Egli ha diretto con mano sicura, ai popoli dell'U.R.S.S. che sotto la Sua guida hanno dato la scalata al cielo, edificando la prima società di uomini veramente liberi, vada, in queste ore tristi e solenni, il pensiero riconoscente di tutti gli italiani onesti, al di sopra di ogni differenza di fede e di pensiero.
    I comunisti italiani si raccolgano, nel nome di Stalin, attorno al loro partito, al loro Comitato centrale e al compagno Palmiro Togliatti, l'uomo che, alla scuola di Stalin, più ha fatto per la liberazione nazionale e sociale del nostro Paese. Essi chiamano tutti gli italiani a stringersi sempre più numerosi intorno alla loro bandiera, simbolo degli ideali più alti dell'umanità, ai quali Stalin ha consacrato tutta la sua prodigiosa leggendaria esistenza.

    Gloria eterna a Giuseppe Stalin!

    Viva il Partito comunista dell'Unione Sovietica!

    Viva il Partito comunista italiano!

    Viva l'indistruttibile amicizia tra il popolo italiano e i popoli dell'Unione Sovietica!


    (Roma, 7 marzo 1953)

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    Predefinito Rif: 5 marzo 1953 - 5 marzo 2011


  4. #4
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    Predefinito Rif: 5 marzo 1953 - 5 marzo 2011

    La buona novella di San Josif STALIN


    "
    Ci e' stato inviato da Dio " scrive padre Dmitrij Dudko' . L' artefice del socialismo in un solo paese grande ateo? " Solo esteriormente, in realta' fu molto fedele. Non dimentichiamo che studio' in seminario " . Ecco la cronistoria di un' anima ritenuta dannata. Nel giorno del suo funerale il patriarca disse: " E' stato un genio, ho sempre pregato per lui " . L' incontro memorabile del settembre 1943 con i metropoliti apriva un inatteso dialogo con la Chiesa


    "Ci e' stato inviato da Dio" scrive padre Dmitrij Dudko' L' artefice del socialismo in un solo paese grande ateo? "Solo esteriormente, in realta' fu molto fedele Non dimentichiamo che studio' in seminario" Ecco la cronistoria di un' anima ritenuta dannata Nel giorno del suo funerale il patriarca disse: "E' stato un genio, ho sempre pregato per lui" L' incontro memorabile del settembre 1943 con i metropoliti apriva un inatteso dialogo con la Chiesa "Stalin era un despota, ma egli era piu' vicino a Dio" di quanto non lo siano i democratici, i quali "credono soltanto nel Vitello d' oro, nel business, in mammona. Non bisogna dimenticare che i nostri patriarchi Sergij e Aleksij chiamavano Stalin capo inviato da Dio". "Si' , Stalin ci e' stato dato da Dio, ed egli ha creato una potenza tale che, per quanto cerchino di portarla alla rovina, non riescono a rovinarla del tutto. Anche ora che e' abbattuta, di essa hanno paura i tanto vantati paesi capitalistici. E cio' che e' sempre stato deriso, l' inferriata da lui messa, il fatto che lo zar Pietro abbia aperto una finestra sull' Europa, e Stalin invece l' abbia chiusa, e' stata una cosa sacrosanta (...). Per quanto sia amaro il dirlo, un' inferriata contro l' Occidente ci e' necessaria per il bene della Russia. Essa ci aiuta a vedere l' irripetibile originalita' della Russia in quanto santa Russia, paese portatore di Dio e, se volete, Terza Roma, nel senso migliore di questa espressione. E una Quarta non ci sara' , di sicuro". Sono questi alcuni dei Pensieri di un sacerdote su Stalin, che un ex dissidente, padre Dmitrij Dudko' , gia' nei lontani anni sovietici rientrato nei ranghi dell' ordine comunista e ora schierato tra l' estrema destra (o sinistra) "rossobruna" delle forze ideopolitiche russe, pubblica in appendice a un libro appena uscito a Mosca, intitolato laconicamente Stalin. Si tratta di una raccolta di documenti e testimonianze sul capo del comunismo internazionale, "figura veramente demoniaca, in cui s' intreccia un' innumerevole quantita' sia di misfatti, sia di azioni salvifiche per lo Stato russo", come si legge nella nota editoriale introduttiva. Il curatore del volume, M. Lobanov, in una postfazione parla di Stalin come "grande statista". Rispetto al saggio di Lobanov (che si conclude con queste parole solenni: "La Storia, che ha scelto Stalin per i propri fini provvidenziali, aprira' indubbiamente aspetti inattesi in questo grande uomo di Stato"), le pagine del padre Dudko' sono piu' vivaci e aprono, sia pure con uno sforzo dell' immaginazione, "aspetti inattesi" del "padre dei popoli" e "capo amato dei lavoratori di tutto il mondo", come veniva celebrato Stalin. Padre Dmitrij Dudko' dichiara: "Come cristiano ortodosso e patriota russo mi inchino profondamente davanti a Stalin". E precisa: "Stalin esteriormente e' un ateo, ma in realta' e' un credente, come si potrebbe dimostrare coi fatti". E aggiunge: "Non per nulla nella Chiesa ortodossa russa, quando egli mori' , gli fu cantata una solenne messa funebre, il che non poteva avvenire per caso nel periodo piu' "miscredente". Non per nulla egli ha studiato in un seminario ecclesiale, sia pur perdendo la' la fede, ma per riacquistarla autenticamente". Quando Stalin un giorno disse che "il passato appartiene a Dio", queste parole vanno intese nel senso che il passato e' sottoposto "soltanto al giudizio Divino", e non al "nostro giudizio soggettivo, egoistico". Per cui "se dal punto di vista divino si considera Stalin, si vede che in realta' egli era un uomo speciale, da Dio inviato e da Dio protetto". Le parole di padre Dudko' richiamano alla memoria le espressioni dal patriarca di Mosca e di tutte le Russie Aleksij nel giorno dei funerali di Stalin (9 marzo 1953). Dolendosi che con la scomparsa di quell' "uomo geniale" fosse venuta meno una "grande forza morale", egli disse: "Noi pregavamo per lui, quando ci giunse la notizia della sua grave malattia. Ed ora, dopo la sua scomparsa, preghiamo per la pace della sua anima immortale (...)". I ditirambici elogi pronunciati nel 1953 dal patriarca Aleksij e oggi da padre Dmitrij per quell' "uomo della Provvidenza" comunista suonano tragicamente grotteschi, se si ricorda che Stalin, anche in questo fedele seguace di Lenin, perseguito' senza pieta' credenti e sacerdoti, soggiogando quel che restava della Chiesa ortodossa e rendendo sistematica la campagna di ateizzazione dell' intero Paese. Ma non si puo' non ricordare un episodio centrale dei rapporti tra potere sovietico e comunita' religiosa, quando nel pieno della guerra antinazista, nel settembre 1943, ebbe luogo un memorabile incontro tra Stalin e i metropoliti Sergij, Aleksij e Nikolaj, al Cremlino, per iniziativa di Stalin, ovviamente. Su questo "inatteso dialogo" qualche tempo fa e' stata pubblicata la testimonianza del generale del Kgb Georgij Karpov, allora presidente (e tale resto' fino al 1960) del Consiglio per gli affari della Chiesa ortodossa russa presso il Consiglio dei Ministri dell' Urss. Stalin dapprima convoco' Karpov e, in presenza di Malenkov e Beria, fece varie domande sulla personalita' dei suddetti tre metropoliti e si fece informare sui patriarchi di Costantinopoli e Gerusalemme, sullo stato delle chiese ortodosse in Romania, Jugoslavia e Bulgaria, sui rapporti tra la Chiesa ortodossa russa e le consorelle organizzazioni ecclesiali estere. Giunse alla conclusione che era necessario creare un apposito organo, privo di potere decisionale, ma incaricato di informare il governo sui problemi della Chiesa e di trasmettere alla dirigenza ecclesiale le sue decisioni. Dalla dacia di Stalin, dove avveniva questa consultazione, Karpov telefono' al metropolita Sergij, invitandolo, con gli altri due suoi colleghi, a un incontro con Stalin che ebbe luogo la sera stessa del 4 settembre al Cremlino. Durante la conversazione coi tre gerarchi della Chiesa ortodossa russa Stalin, dopo aver dato un' alta valutazione dell' attivita' patriottica svolta dalla Chiesa durante la guerra, tocco' il problema principale, quello del patriarca, cioe' l' anormalita' del fatto che nel corso di diciotto anni tale posto fosse rimasto vacante e non fosse stato eletto un successore al patriarca Tichon, morto nel 1925. Quando gli dissero che per nominare il patriarca era necessario convocare il Concilio, Stalin espresse il suo assenso e promise tutto l' aiuto necessario. Quando il metropolita Sergij noto' che, data la situazione bellica, non era facile convocare i vescovi e che l' operazione richiedeva almeno un mese, Stalin domando' : "Ma non si potrebbero fare le cose con ritmi bolscevichi?". Poi, date le disposizioni al generale Karpov affinche' tali "ritmi" fossero assicurati in modo che il Concilio potesse aver luogo l' 8 settembre, Stalin, usando il gergo bolscevico, si interesso' della preparazione dei "quadri" dei servitori del culto, proponendo di aprire dei seminari. E quando i metropoliti gli dissero che la Chiesa per il momento non aveva forze sufficienti per organizzarli, Stalin rispose: "Come volete, ma il governo non obiettera' contro l' apertura sia di seminari che di accademie". Fu sollevata quindi la questione dei sacerdoti detenuti o, dopo la detenzione, confinati. Stalin disse a Karpov di studiare la questione e invito' il metropolita Sergij a preparare un elenco di sacerdoti chiusi in luoghi di pena, ossia nel Gulag. Infine Stalin offri' ai metropoliti aiuti in generi alimentari, mezzi di trasporto e sedi di abitazione. La conversazione fini' a tarda notte e il mattino successivo, nella Cattedrale dell' Epifania nel corso della solenne liturgia domenicale, fu annunciata la convocazione del Concilio dei vescovi, l' 8 settembre, per l' elezione del patriarca. Nelle "Izvestija" di quello stesso giorno si poteva leggere la notizia dell' udienza concessa da Stalin ai metropoliti. Una versione piu' colorita dell' incontro del 4 settembre si legge nelle memorie di Levitin Krasno' v, edite anni fa a Gerusalemme. Quando il metropolita Sergij disse che alla Chiesa mancavano i servitori del culto per poter aprire i seminari, Stalin domando' con finta ingenuita' : "E come mai vi mancano i "quadri"? Dove sono andati a finire?". Al che il metropolita rispose: "I "quadri" ci mancano per varie ragioni: noi prepariamo un sacerdote, ma lui diventa Maresciallo dell' Unione Sovietica". Un sorrisetto di soddisfazione sfioro' le labbra di Stalin: "Come no? Io sono un seminarista. A quel tempo ho sentito parlare anche di Lei...". Stalin si mise a ricordare gli anni da lui passati in seminario e disse che sua madre fino alla morte rimpianse che il figlio non fosse diventato prete (mentre il padre voleva che facesse il suo stesso mestiere, cioe' il ciabattino). Si puo' aggiungere una terza testimonianza: quando Stalin presento' al metropolita Sergij il generale Karpov come colui che avrebbe curato i rapporti tra la Chiesa e il governo, il metropolita non si trattenne dal dire: "Ma non sara' quel Karpov che finora ci ha perseguitato?". Al che Stalin replico' : "Proprio lui. Il partito gli aveva ordinato di perseguitarvi e lui eseguiva l' ordine. Adesso noi gli ordiniamo di essere il vostro angelo custode". Da queste testimonianze emerge uno Stalin "figura diabolica e grande statista", come lo definiscono i suoi attuali patriottici ammiratori russi "rosso bruni", che, quando avverte l' utilita' che la Chiesa ortodossa russa puo' dare non solo nel corso della guerra, ma anche nell' imminente dopoguerra, la potenzia organizzativamente (con la nomina del Patriarca) e concede l' apertura di seminari per formare quei "quadri" di servitori del culto che egli, esemplare allievo di Lenin, aveva fino ad allora perseguitato e che poi per lo piu' diventeranno collaboratori o delatori del Kgb: "Non posso proprio resistere alla vista di una madre che piange". Dal libro "Stalin", Mosca 1995, sono tratte le lettere qui tradotte, relative agli anni giovanili di Stalin (vero nome Iosif Giugashvili) e al suo apprendistato in un seminario. Giugashvili Iosif durante la perquisizione fatta dagli ispettori ad alcuni allievi della quinta classe piu' volte si e' messo a discutere con detti ispettori, esprimendo nelle sue dichiarazioni scontento per le perquisizioni fatte di tanto in tanto tra gli allievi del seminario, ed ha dichiarato inoltre che in nessun altro seminario simili perquisizioni vengono effettuate. L' allievo Giugashvili in generale manca di rispetto ed e' sgarbato nei riguardi dei superiori e sistematicamente non saluta uno degli insegnanti (...). L' aiuto ispettore A. Rzhavenskij (1898). Padre Ispettore, non oserei scriverLe questa lettera, ma il dovere di liberarLa da ogni equivoco circa la mancata ottemperanza della parola da me dataLe, cioe' di ritornare in seminario lunedi' , mi costringe a questo passo. Ecco la mia storia. Sono giunto a Gori domenica. Si e' scoperto che il defunto aveva espresso l' estrema volonta' di venire sepolto assieme al padre nel vicino villaggio, a Svenety. Lunedi' la salma fu trasportata cola' e martedi' fu inumata. Decisi di tornare martedi' notte, ma ecco presentarsi circostanze capaci di legare le mani anche all' uomo piu' forte in qualsiasi senso: la madre del defunto (...) mi implora con le lacrime agli occhi di "essere suo figlio almeno per una settimana". Non posso resistere alla vista di una madre che piange e, spero che me lo perdoni, decisi di restare li' (...). L' allievo Iosif Giugashvili (1899) (Trad. di Clara Strada Janovic)

    Strada Vittorio

    Pagina 21
    (2 gennaio 1996) - Corriere della Sera


    Ultima modifica di Stalinator; 04-03-11 alle 22:32

  6. #6
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    Predefinito Rif: 5 marzo 1953 - 5 marzo 2011

    Stalin il rivoluzionario
    Il significato della battaglia contro gli antistalinisti


    A proposito del libro di Ludo Martens "Stalin: un altro punto di vista", edito da Zambon

    Nel corso degli ultimi tempi abbiamo sentito più volte l’esigenza di rispondere in maniera organizzata alla campagna anticomunista condotta non solo dalla destra, ma anche dalla sinistra anticomunista decisa a liquidare il novecento comunista, a partire da Stalin, inglobandoci gli ‘errori e orrori’ di tutti i protagonisti dell’epoca.

    Purtroppo, come è già accaduto con gli avvenimenti del 1989 e seguenti, il terreno su cui viene seminato l’anticomunismo era stato ben arato e non solo dalla propaganda borghese, ma da quel radicalismo di sinistra che anticipa, da Trotskj in poi, le controrivoluzioni.

    Ricordate Solidarnosc e gli esiti della vicenda polacca fino all'elezione di Giovanni Paolo secondo? E la rivoluzione di ‘velluto’ in Cecoslovacchia che ha portato al dissolvimento dello stato unitario e al governo di Havel? E i vari movimenti arancione sostenuti da Bush in nome della democrazia, che hanno allargato l’area di influenza dell’imperialismo USA nel mondo, in particolare ad est e in Asia centrale? Negare oggi il nesso tra certe critiche di ‘sinistra’ e campagne anticomuniste pilotate dall’imperialismo diventa sempre più difficile, anche se l’enorme apparato propagandistico e culturale dell’occidente capitalistico cerca di nascondere costantemente i fatti e rendere confusi i contorni di questi nessi.

    Seppure con un certo ritardo sui tempi ‘italiani’ della discussione, ci si ripresenta l’occasione di replicare alle più recenti campagne anticomuniste con l’uscita del libro del compagno Ludo Martens, Stalin un altro punto di vista, edito in Italia da Zambon con la prefazione di Adriana Chiaia.

    Il libro di cui stiamo parlando non è un libro’storico’ sull’epoca di Stalin, magari più benevolo degli altri, bensì un libro politico che mette in luce le questioni essenziali su cui fino ad oggi è basata la campagna anticomunista e le capovolge dandone, appunto, un altro punto di vista.

    Fino ad oggi l’offensiva della borghesia e della sinistra anticomunista ha costretto i compagni a rifugiarsi in nicchie nostalgiche dalle quali non si è partiti quasi mai per una controffensiva politicamente forte e capace di imporsi nel dibattito. L’elogio emotivo di Stalin, da una parte, e la timida ammissione controcorrente che in fondo c’era del buono anche nell’URSS di Stalin dall’altra, non potevano sbloccare la situazione e riavviare un serio dibattito.

    Il libro di Ludo Martens sblocca questa situazione, impone subito una scelta di campo basata sui fatti e offre al lettore un’ipotesi su cui muoversi nello scontro con l’anticomunismo di sinistra. Le questioni scabrose, quelle su cui in genere si stende un velo anche da parte dei più volonterosi difensori del movimento comunista, vengono rilanciate non come ‘orrori’, ma come meriti di Stalin e della sua linea rivoluzionaria. Una tesi questa che prenderà allo stomaco le ‘anime belle’ e le scandalizzerà al punto di produrre magari qualche conato di vomito.

    Ma come, Ludo Martens riprende la tesi del connubio Trotskj-nazisti? Come, in questo suo libro si esalta la collettivizzazione delle campagne e il socialismo in un solo paese? Possibile che la storia di Bucharin sia ricondotta a cospirazione e tentativo di restaurare il capitalismo nell’URSS? E la grande purga che ha preceduto l’attacco dei nazisti è davvero una scelta obbligata per serrare le file? Infine la grande guerra patriottica è stata o no una grande affermazione dell’URSS di Stalin e della sua capacità di direzione politica e militare?

    Il filo rosso che lega tutti questi interrogativi dà il senso all’epoca di Stalin e la definisce come un grande tentativo rivoluzionario per consolidare la Rivoluzione d’Ottobre e darle una prospettiva mondiale. Le ragioni per cui questo tentativo si è interrotto sono oggetto di discussione, ma non ne inficiano la validità, come il bonapartismo e la restaurazione non possono mettere in discussione la grande rivoluzione francese. Questo spiega perché da decenni va avanti con tanto accanimento l’attacco e la demolizione a Stalin e in questo attacco svolge la sua opera l’anticomunismo di sinistra, in modo che ne sia dimostrata l’'oggettività’. Se destra e sinistra sono d’accordo chi può contestare il giudizio su Stalin?

    Avvertiamo i compagni e le compagne che il libro di Ludo Martens non è un libro facile, nonostante la sua chiarezza e semplicità di esposizione. La lettura di questo libro presuppone che ci si sappia orientare su che cos’è un processo rivoluzionario e sui mezzi con cui una rivoluzione si possa portare avanti. E in questo bisogna utilizzare le categorie di Marx e di Lenin e non la ciarlataneria bertinottiana. Ovviamente questo si contrappone sia alle tesi evoluzionistiche e parlamentariste della sinistra riformista sia ai sogni rivoluzionari dei radikalen piccolo borghesi. La rivoluzione comunista è scontro di classe e trasformazione rivoluzionaria. Questo la borghesia e l’imperialismo l’hanno perfettamente compreso. La sinistra no!

    I compagni e le compagne che hanno di fronte l’odierna campagna contro l’impero del male possono fare un parallelo tra passato e presente e rendersi conto del perché va avanti la canea antistalinista. Noi non intendiamo fare apologie, ma collocare l’era di Stalin nella sua dimensione storica e rivoluzionaria. Marx ha scritto, a proposito della Comune di Parigi, che essa vive nel grande cuore della classe operaia. Così noi dobbiamo affermare che l’esperienza sovietica sotto la direzione di Stalin il rivoluzionario è saldamente impiantata nel cuore dei comunisti.



  7. #7
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  8. #8
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    Predefinito Rif: 5 marzo 1953 - 5 marzo 2011

    TUTTI I LAVORATORI DEL PIANETA PIANSERO LA SCOMPARSA DI STALIN, FULGIDO RIVOLUZIONARIO SOCIALISTA, PERSONIFICAZIONE DELL'IMMORTALE SPIRITO PATRIOTTICO GRANDE-RUSSO E GUIDA PER I POPOLI OPPRESSI DALL'IMPERIALISMO

    Ultima modifica di Stalinator; 05-03-11 alle 21:55

  9. #9
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    Predefinito Rif: 5 marzo 1953 - 5 marzo 2011

    " Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L'ultima sua parola è stata di pace. [...] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto." [SANDRO PERTINI, 1953]

  10. #10
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    Oggi, come ieri, ancora dalla parte di Stalin,
    oggi, come ieri, ancora comunisti


    Affinché l'anniversario della morte di Josif Vissariovic Stalin non rimanga confinata nelle mozioni dell'affetto, o dell'odio, a seconda dello schieramento fazioso, tribale verrebbe da dire, alla luce degli ultimi fatti internazionali, è doveroso affrontare il significato politico che, nell'attualità, costituisce l'eredità del pensiero di questo grande statista.

    Il mio intento sarà quindi di sintetizzare, in parole chiave, questo rilevante contributo storico e politico.


    1. La via nazionale al socialismo

    L'internazionalismo era stata la grande speranza, messianica, dei fondatori teorici e politici dell'idea comunista. Sino alla morte di Lenin vi è una consapevolezza della necessità dell'espansione della rivoluzione bolscevica, dal suo terreno primigenio, asiatico, all'Europa occidentale. Si guarda, in particolare, alla Germania, la cui traballante repubblica di Weimar, è avversata sia da sinistra, sia da destra. Si guarda all'Italia foriera di sindacalismo d'avanguardia, che nel biennio rosso, dal 1919 al 1921, imporrà uno scacco al padronato, con l'occupazione e l'autogestione delle fabbriche.

    Non è un caso, però, che queste realtà saranno l'oggetto del più grande esperimento politico del capitalismo moderno: il fascismo. La sconfitta delle sinistre comuniste, come spiega lucidamente Grossweiler nell'opera "l'(ir)resistibile ascesa di Hitler" è in primo luogo dovuta alla crasi tra l'ala riformista socialdemocratica e l'ala massimalista proto-comunista.

    Contrariamente all'esperienza storica della rivoluzione d'ottobre, in cui, il patto di desistenza tra menscevichi e bolscevichi è meramente tattico e viene rotto dall'insurrezione leninista, e porta alla successiva soppressione politica dell'ala menscevica (si ricordi la soppressione della duma), in Europa l'incertezza dei comunisti, nel rompere con gli iscarioti alleati, permise alla reazione politica del capitalismo una riconquista del potere.

    In questo contesto Stalin seppe valutare, con immediatezza, la degenerazione politica delle socialdemocrazie e dichiarò la via nazionale al socialismo come fase intermedia di un processo rivoluzionario, capace di assestare e potenziare le conquiste della prima rivoluzione socialista della storia. E' bene ricordare sempre che Stalin fu il primo ad essere consapevole del carattere tatticista di questa strategia. I cardini dell'idea consistevano nella considerazione che era necessario, in primo luogo, creare una coscienza di classe rivoluzionaria, azzerare l'analfabetismo, e combattere una lotta senza quartiere contro le quinte colonne e gli agenti dell'imperialismo, che, attraverso le spedizioni militari finanziate dalla Francia e dall'Inghilterra, si erano già radicate sul suolo sovietico. Alla base la certezza che via via che si avanzava nella realizzazione delle suddette conquiste, la reazione dei nemici di classe sarebbe aumentata, anziché affievolita, in modo esponenziale.



    2. La de-kulakizzazione


    La lotta, nelle campagne, contro il kulak rappresenta un esempio del metodo marxista-leninista, che ha guidato, come una stella polare, l'azione politica di Stalin.

    Questa lotta, infatti, si basò su un'attenta analisi marxista dei rapporti interni di classe.

    Così si esprimeva Mikojan, il 1 marzo 1929:

    "A dispetto dell'autorità politica del partito nelle campagne, il kulak ha più autorità in campo economico: la sua fattoria è migliore, le sue macchine sono migliori e lo si consulta per gli affari economici. Il contadino medio propende per l'autorità economica del kulak. E l'autorità di quest'ultimo sarà ancora forte fino a quando noi non avremo i kolchozy" (1)

    Evidente il significato di classe che motiva l'azione del partito. Azione che si ramifica nelle forme di repressione - educazione - nuova architettura. Il partito mandò nelle campagne circa 30000 giovani comunisti reclutati dal comitato centrale per l'edificazione dei contadini. Inutile dire che molti di loro furono uccisi, in modo sanguinario, dagli stessi kulaki.

    Il kolkoz e il sovcoz rappresentarono le forme della produzione moderna, basata anche sull'utilizzo di un sistema di trattori pianificato centralmente.

    Il processo di dekulakizzazione è indicativo anche del modo concreto di operare di Stalin, che è pronto a criticare il burocratismo delle operazioni, che porta a sottostimare le difficoltà e a sovrastimare i risultati. E' celebre, in tal senso, la pubblicazione della "vertigine del successo" in cui Stalin critica aspramente gli eccessi del "sinistrismo".



    3. La diplomazia al servizio della difesa del socialismo


    Una volta dichiarato valido il principio della via nazionale al socialismo, si doveva agire conseguentemente, nelle relazioni diplomatiche internazionali.

    E' bene ricordare quale fosse significativamente esteso l'accerchiamento capitalistico ai danni dell'Unione Sovietica.

    A occidente Francia e Inghilterra sovvenzionavano ampiamente i movimenti sovversivi. A oriente l'imperialismo nascente della potenza giapponese premeva sui confini.

    Molti sollevarono, quindi, forti perplessità sul patto Russo-Tedesco di non aggressione e sul successivo trattato di frontiera. È bene ricordare che quando l'URSS fu attaccata dal demone nazista, gli stati occidentali soffiavano sul fuoco, e fu soltanto un cambio al vertice, nel governo londinese, che, obtorto collo, spostò gli assetti di questa impostazione. La politica di Chamberlain era apertamente anti-sovietica.

    Solo le necessità di sopravvivenza portarono le potenze occidentali a sostenere l'Unione Sovietica nella lotta contro il fascismo.

    Questo si deve ricordarlo a chi, in malafede, traccia la banale equazione Stalin = Hitler. Viceversa il patto di non aggressione permise il completamento del processo d’industrializzazione, in chiave militare, foriero della grande vittoria di liberazione.



    4. La permanente tensione rivoluzionaria


    La lotta di Stalin alle burocrazie sclerotizzate fu un tema centrale della politica di questo grande statista, spesso misconosciuta ma fondamentale. La lotta fu tenace, ma, si deve ricordare che la velocità del processo rivoluzionario congelò molti funzionari, tecnici, diplomatici ecc in un'apparente adesione al nuovo ordine, pura forma di opportunismo, mentre nascosto covava un odio feroce verso il nuovo modello socialista.

    Si potrebbero citare moltissimi esempi, da Solomov, a Frunze, fino a più celebri Zinoviev, Kamenev, Bucharin. E' interessante, in proposito, leggere le considerazioni di Kamenev, che ricordiamolo, fu uno dei più importanti uomini politici, nei primi passi del governo sovietico. Zinoviev era lo strumento interno portavoce di queste idiozie trozchiste, tra cui: "l'assassinio di Kirov è un fatto nuovo e positivo, addirittura sistematico". E come non ricordare il tentativo bonapartista degli apparati militari, guidati in primis da tuchacewski, da sempre ostili al controllo politico delle forze armate? Tuchacewski aveva, infatti, posto ai vertici delle forze armate una serie di accoliti che avevano allontanato, o messo in posizione subordinata, i commissari politici, che avevano lo scopo di diffondere le idee e lo spirito del socialismo alla classe dei soldati. Tutte queste escrescenze furono spazzate vie con i processi del 37-38, le cosiddette purghe.

    Che avesse ragione il vecchio Stalin lo dimostra infine il percorso doloroso che l'Unione Sovietica avrebbe imboccato dopo la sua morte. I primi atti politici di Kruscev furono di rimettere in sella questi vecchi arnesi della socialdemocrazia, i burocrati, i carrieristi, gli yesman, i militari di professione.

    Che i lettori ricordino cosa fu il socialismo, Stalin vivente, in altre parole un maestoso e compatto potere delle masse dei lavoratori che si estendeva su un sesto della superficie mondiale!

    E lo confrontino con l'attuale situazione internazionale.

    Stalin non è morto.

    Noi non vogliamo venerare Stalin perché sarebbe una forma di nuovo paganesimo. Noi non abbiamo bisogno dei totem.

    Ma noi abbiamo bisogno di attualizzare il suo grande insegnamento politico, e avvicinarci alla luminosità della sua figura morale.

    (Luca Pastura)


    Note

    (1) Stalin un altro punto di vista - Martens - 1994 - pag. 117

 

 
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