

“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS


“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS


“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS


Socializzazione:
il socialismo del Terzo MillennioAngelo FacciaQuando come presidente dell'associazione «Uno dicembre '43», ho lanciato l'idea di una serie di convegni sulla Socializzazione, con l'intento, soprattutto, di divulgare tra i giovani questa teoria economico-sociale, la cosa che non mi sarei mai aspettato è una così vasta ignoranza -anche da parte di persone di notevole cultura economico-sociale- su questo argomento. Solo dopo ho capito, che sulla Socializzazione era calata la stessa cappa di silenzio che da decenni avvolge tanti altri aspetti e realizzazioni dalla RSI, non facilmente criminalizzabili.
Un silenzio, specie da parte della Sinistra, autolesionista e politicamente incomprensibile. Ma come, mi domando, nel momento in cui viene meno il castello di carta del collettivismo, e tutta la «scienza marxiana» mostra interamente i propri limiti e la sua inadeguatezza, la Sinistra, che si trova di fronte ad un fallimento epocale della sua visione del mondo, invece di riflettere, di operare un'autocritica profonda (nel senso di indagare storicamente quali tradizioni, quali idee, quali postulati e programmi, ossia tutto quello che «a sinistra», quindi con ben definite caratteristiche sociali è stato prodotto nella tormentata Storia del socialismo di questo secolo), che fa? Si arrende al Capitalismo! Cerca in Clinton e nel modello "liberal" statunitense i punti di riferimento ideologici.
Scrivo queste cose con amarezza. L'amarezza di chi non si rassegna a vivere di ricordi. L'amarezza di chi pur avendo aderito giovanissimo alla Repubblica di Mussolini, in quel preciso momento, non aveva nessuna cognizione sulla Socializzazione . È vero la nostra adesione alla RSI non aveva nessun tipo di motivazione sociale, era unicamente frutto di una «reazione» al tradimento di un vile Maresciallo e di un Re fellone, che dalla sera alla mattina decisero di cambiare alleato, non tenendo in nessuna considerazione centinaia di migliaia di soldati che combattevano e morivano sui diversi fronti di guerra, e passare dalla parte di chi, fino al giorno prima, era «il nemico». Tradendo così un alleato con il quale si era liberamente e sovranamente stipulato un patto.
Mi rendo conto che ancora oggi queste ovvie affermazioni evocano non sopiti rancori e sono capaci di far scattare quel riflesso condizionato, anche in persone serie e intelligenti, creatosi in anni e anni di assoluta e totale demonizzazione.
Sono cose ovvie e le scrivo solo per ricordare qual'era il clima in cui noi, poco più che fanciulli, educati e formati severamente ai valori dell'onore e della fedeltà, abbiamo scelto di combattere da quella parte: la parte «sbagliata»!
L'onore calpestato fu l'unica molla che fece scattare in noi la ribellione: «Anche se tutti ... noi no!», ci ripetevamo. Determinazione giovanile da cavalieri di un ideale romantico che si sentivano investiti della suprema missione di salvare la dignità di un Popolo; consapevoli di pagare, per questa scelta, un alto tributo di sangue prima e di emarginazione poi. Centomila di quei romantici cavalieri lasciarono le scarpe ...al sole d'Italia.
Noi, i superstiti di quell'epopea unica della storia nazionale solo a guerra finita e nella maturità conoscemmo quel progetto economico-sociale al quale lavorava il governo della RSI e che fu, solo in piccolissima parte allora realizzato. La Socializzazione alla quale io, inconsapevolmente, montavo la guardia, venne smantellata in fretta e furia dai vincitori che furono così premurosi da cancellare ogni traccia di quella straordinaria conquista sociale che, seppure bisognosa di adeguamenti e aggiornamenti, rimane l'unica idea in grado di superare il conflitto sociale, di rendere giustizia a chi con la propria opera manuale e intellettuale contribuisce alla ricchezza ed al benessere collettivo.
In questo senso, come scrivevo all'inizio, mi pare assurda la scelta della Sinistra di cercare "oltreoceano" riferimenti sociali e culturali, quando esiste nella tradizione del Socialismo italiano tanto ancora da esplorare e scoprire. Poteva, quindi, anche in virtù dei trascorsi e mai rinnegati contatti con la componente di sinistra del fascismo, prima del secondo conflitto mondiale, operare una revisione del suo sclerotico antifascismo. Perché oramai gli studiosi seri stanno, da tempo, scrivendo la storia senza paraocchi ideologici, e chiunque non sia culturalmente minorato sa benissimo che il fascismo non è stato un movimento monolitico e che al suo interno vi erano forze che non solo erano socialiste ma addirittura rivoluzionarie. E non parliamo solo di un Ugo Spirito grande teorico dell'economia, teorizzatore della corporazione proprietaria, che nell'immediato dopoguerra militò per alcuni anni nel PCI, ma delle centinaia di intellettuali e sindacalisti fascisti che Togliatti concentrò alle Frattocchie, ospitandoli per alcuni mesi, nel tentativo, riuscito solo in parte, di attirarli verso il partito comunista.
Queste non sono barzellette, basta leggere quanto scrive, nella sua apologetica "Storia del Partito Comunista", Paolo Spriano per essere edotti del fatto che il rapporto tra comunisti e fascisti non si limitò «all'appello ai fratelli in camicia nera» del '37.
Ancora più continui e stretti furono i contatti tra socialisti e fascisti e non furono solo Carlo Silvestri ed Edmondo Cione che, pur senza aderire alla RSI e rimanendo dichiaratamente socialisti, collaborarono con Mussolini, ma i contatti che tramite Alceste De Ambris (sindacalista rivoluzionario, interventista, legionario fiumano ed estensore della Carta del Carnaro, tra i fondatori dei Fasci di Combattimento, estensore con Mussolini del programma di Piazza San Sepolcro nel marzo del '19, passato all'antifascismo nel '22 a seguito della svolta autoritaria e reazionaria del partito Fascista) il partito di Nenni mantenne col fascismo. Né mi pare privo di significato che lo stesso Pietro Nenni fino a tutto il '19 militò nei Fasci di Combattimento e fu tra i promotori del Fascio di Bologna.
Questo detto, mi pare assurdo, che la Sinistra italiana continui nel suo ostracismo verso la Socializzazione soltanto perché è un'idea fascista proposta da Mussolini per ordire l'ultimo inganno nei confronti degli italiani. E non sarebbe più sensato valutarla per quello che è, nel suo valore intrinseco, senza preconcetti.
Noi, che pure abbiamo servito la Repubblica Sociale Italiana -e nulla rinneghiamo- e che da tempo, tanto tempo, ci siamo resi conto che ai suoi "presunti eredi" di Socializzazione e di lavoratori è sempre importato poco o nulla, confidiamo che presto la sinistra, alla quale crediamo di legittimamente appartenere, trovi la capacità e la forza di superare quelle lacerazioni, anche sanguinose, che al suo interno si sono prodotte per riprendere uniti la strada maestra della lotta per una maggiore giustizia sociale in Italia e in Europa.
E la Socializzazione può senz'altro contribuire a raggiungere questo obiettivo.
Angelo Faccia--------------------------------------------------------------------------------
La SocializzazioneManlio SargentiLa Socializzazione è il nocciolo, è l'essenza, è il perno attorno al quale ruota tutta la legislazione sociale della RSI, che riassumeva, per l'appunto, nel trinomio «Italia, Repubblica, Socializzazione» quella che era la ragione stessa della sua esistenza, del suo inveramento nella Storia. La rivendicazione della dignità e del ruolo dell'Italia, l'affermazione del credo repubblicano, l'indirizzo socializzatore in economia indicavano i pilastri sul quale si sarebbe costruito il nuovo Stato.
Ma soprattutto il disegno socializzatore che ponendo alla base del nuovo Stato una diversa concezione del «lavoro» e del «capitale» era tale da rappresentare un enorme strappo con gli assetti politici e sociali precedenti. Non si trattava, infatti, unicamente di una innovazione che introduceva nella società forti elementi di giustizia sociale, ma di qualcosa di infinitamente più radicale e vasto, tale da improntare di sé tutto l'ordinamento giuridico dello Stato, dando ad ogni singolo cittadino un più vasto ruolo, anche spirituale e civile, all'interno della Comunità nazionale.
Di tutto questo poco si è parlato in questi cinquant'anni; quando lo si è fatto si sono dette molte inesattezze, a partire da quelle riportate da un giornale d'«area» che sosteneva che l'ispirazione della Socializzazione sarebbe venuta a Mussolini da Bombacci. Un'inesattezza forse non innocente perché destinata a squalificare, in un certo senso, il concetto stesso di Socializzazione, colorandola di rosso e facendone un'idea d'ispirazione comunista. Nulla di meno esatto è stato scritto e detto; anche se, purtroppo, questa tesi è stata avvalorata da quanto asserito da Marco Tarchi nel suo libro "Teste Dure". Non sappiamo come egli abbia fatto sua quest'idea che, poi, smentisce decisamente allorché egli stesso sottolinea l'estrema segretezza con cui fu condotto tutto il lavoro preparatorio sulla Socializzazione, sin dal suo inizio nel gennaio del '44 e, cioè, nella preparazione di quella dichiarazione programmatica che il Consiglio dei Ministri approvò l'11/1/1944.
Un'attività spasmodicamente, non solo riservata, ma addirittura segreta, espressamente richiesta da Mussolini che conosceva i pericoli ai quali il nuovo ordinamento sarebbe andato incontro, e quindi volle che tutto il lavoro preparatorio fosse condotto con estrema riservatezza. E Tarchi di questo parla nel suo libro; ricorda, come la dichiarazione programmatica dell'11 gennaio non fu in alcun modo comunicata ai membri del Governo. Giunse sul tavolo del Consiglio dei Ministri solo l'11 gennaio, portata da Mussolini, senza che neppure il segretario del PNF ne fosse a conoscenza. E, più o meno, lo stesso si verificò per il Decreto del 12 febbraio '44, che fu comunicato, per ragioni formali di tecnica legislativa, ai Ministri delle Finanze e Giustizia per quanto concerneva il necessario «concerto» solo 24 ore prima della sua discussione in Consiglio. Questo dimostra quanto poco fondata sia l'idea che la Socializzazione possa essere stata concepita e suggerita a Mussolini da altri e che tutto il lavoro preparatorio si svolse all'interno della ristretta cerchia del Ministero dell'Economia Corporativa.
Un'altra inesattezza è quella che vorrebbe la Socializzazione frutto di un'intuizione improvvisa, nata "ex nibido" e, addirittura, secondo una interpretazione malevola, per ingannare, per ordire un ultimo inganno alle masse lavoratrici italiane illudendole con il «miraggio» della «partecipazione alla gestione delle imprese». Anche questa è una grossa, voluta e tendenziosa inesattezza. Non è che non vi sia stata improvvisazione nella preparazione e nel varo della legge, ma sarebbe meglio dire, che c'è stata efficienza e rapidità; se si pensa che il Tarchi fu nominato Ministro per l'Economia Corporativa il 3 dicembre '43 e che già l'11 gennaio '44 il Consiglio dei Ministri fu chiamato ad approvare la "Dichiarazione Programmatica" e che solo un mese dopo lo stesso Consiglio licenziò il "Decreto fondamentale sulla Socializzazione". Quindi si può parlare di accelerazione dei tempi, tale da far invidia ad uno Stato che impiega lunghi mesi, quando non anni, per certe «quisquilie» di ordinaria amministrazione.
Ma ciò non significa che ci sia stata improvvisazione; in realtà la Socializzazione, l'idea stessa di questa innovazione economico-politica affonda le sue radici negli strati più profondi del pensiero fascista. Va infatti ricordato, soprattutto ai più giovani che non ne sono a conoscenza, che l'idea della «partecipazione operaia alla gestione dell'imprese» figurava sia nel programma dei Fasci di Combattimento nel '19, sia in quello del PNF nel '21; essa scomparve, poi, dallo statuto del Partito Fascista in seguito alle "concessioni" fatte da Mussolini a certa borghesia per giungere al potere. Ma soprattutto va ricordato che, all'interno del Partito, la concezione socializzatrice continuò ad essere presente, specie entro i Sindacati fascisti, e che lo stesso Mussolini il 23 marzo '36 alla 2ª Assemblea Nazionale delle Corporazioni delineando i caratteri della nuova economia e del nuovo Stato, in un'Italia che era appena uscita dall'esperienza delle sanzioni conseguenti alla Guerra d'Etiopia, diceva, tra l'altro: «Quanto alla grande industria che lavora direttamente o indirettamente per la difesa della Nazione e ha formato i suoi capitali con le sottoscrizioni azionarie, e pure l'altra industria sviluppata che continua sempre più ad assumere caratteri capitalistici o supercapitalistici, che pone dei problemi non più di ordine economico ma sociale, essa sarà costituita in grandi unità corrispondenti a quelle che si chiamano le "industrie chiave"; esse assumeranno un carattere speciale nell'orbita del nuovo Stato».
Questo concetto, che l'impresa capitalistica e supercapitalistica dovrebbero assumere una fisionomia particolare nell'ambito dell'economia nazionale, e in particolare le "industrie chiave" che Mussolini usava nel '36, lo ritroveremo nella legge della Socializzazione.
Questo è uno dei tanti elementi sui quali per evidenti ragioni di spazio non mi soffermo. Sono questi gli argomenti con i quali si può dimostrare che la Socializzazione non è nata dal nulla, che non è stata un'intuizione improvvisa, bensì la ripresa e la valorizzazione di un'idea precedente che, per motivi politici contingenti, il fascismo del dopo '24 e del pre 25 luglio aveva dimenticato ed abbandonato. Quindi la Socializzazione viene da lontano; essa era alla base stessa della concezione fascista dell'ordinamento economico dello Stato, cioè, di quelle che potremmo chiamare le idee sociali fondamentali, poi tradite da quello che potremmo chiamare in termini crudi (ma che non dobbiamo aver paura di usare, in quanto la realtà va guardata per quello che è, non per quello che si vorrebbe fosse): il fallimento dell'esperienza corporativa. Il fallimento, cioè, di quello che era il centro dell'esperienza fascista, in nome del quale, noi giovani di allora, siamo stati fascisti.
Quella generazione, per intenderci, che non aveva fatto il fascismo, che non aveva fatto la Marcia su Roma, che non aveva partecipato allo squadrismo, ma che era diventata fascista durante il regime. Questi giovani sono stati fascisti soprattutto per questo: perché il fascismo rappresentava l'idea del rinnovamento delle strutture economiche e sociali del Paese in una più globale visione di rinnovamento dell'Italia. Quindi con un punto d'arrivo preciso; la trasformazione radicale delle strutture economico-sociali. Questa visione non si era concretizzata, o era stata attuata troppo marginalmente, parzialmente, incompiutamente, frammentariamente.
E dopo il crollo del 25 luglio, dopo la tragedia dell'8 settembre, ci siamo ritrovati a domandarci: perché? E, come si può uscire da questa situazione fallimentare?
Sono state due, a mio parere, le scintille. Due le modalità da cui è scoccata la scintilla della Socializzazione. Da un lato, la convinzione, che deriva, da quello che ricordavo prima: quanto sottintendeva nel suo discorso Mussolini nel '36; dall'altro la constatazione che l'industria italiana viveva soprattutto sullo Stato, grazie ai contributi dello Stato, finanziamenti dello Stato, diretti o indiretti, attraverso quello che al tempo era chiamato Istituto Mobiliare Italiano e che era lo strumento di programmazione dell'economia.
L'evidente constatazione, quindi, che le grande industria italiana, assorbendo risorse di proprietà collettiva era strettamente vincolata al controllo pubblico. Questo era uno dei poli da dove doveva scoccare la Socializzazione.
È possibile, ci si chiedeva, e fu Tarchi per primo a chiederselo, che un'industria che assorbe risorse collettive sia svincolata da ogni possibile controllo della Comunità nazionale? E che i profitti di quest'industria non ritornino a vantaggio della società tutta?
Guardate che questo è un interrogativo di enorme attualità, perché oggi il fenomeno è più ampio di allora, ancora più radicale e spudorato di quanto non lo fosse nel '43. Quindi queste nostre rievocazioni non possono avere unicamente un valore storico e non possono essere rivolte a chiarire solo aspetti, pur importanti, del passato, ma assumono un drammatico valore attuale.
Queste erano dunque le ragioni, i motivi che ci guidarono. Un altro era quello che scaturiva dal fallimento del corporativismo. Perché questa esperienza si era chiusa in modo negativo? Perché le corporazioni che dovevano costituire lo strumento per la disciplina dell'economia, e quindi del controllo dell'economia privata, dell'industria privata, del capitale privato non sono riuscite nel loro compito?
Perché si era verificato il fenomeno, accentuato in maniera macroscopica durante la guerra, del controllo burocratico. Quel controllo che avrebbero dovuto esercitare le corporazioni, quella disciplina che avrebbe dovuto essere impressa dalle corporazioni era stata, in realtà, demandata ad organi di carattere burocratico nei quali avevano prevalenza gli elementi capitalistici? A questo punto è legittimo domandarsi il perché tutto questo sia avvenuto?
La risposta che si credette di dare fu questa: «è avvenuto perché è mancato l'impulso dei sindacati»; perché il sindacato doveva essere lo strumento per la costruzione dell'ordinamento corporativo, doveva essere lo strumento per convogliare le energie dell'economia nel quadro di un ordinamento che superasse, andasse oltre il precedente quadro economico-sociale. La sua funzione associativa lo ridusse a mero strumento burocratico, con i suoi meriti, per carità; non si vuole qui fare un processo al sindacalismo fascista che pure ha grandi meriti, ma al quale ad un certo momento è mancata, dagli anni Trenta in poi, la capacità di operare un vero cambiamento, l'impulso ad operare in direzione di una ristrutturazione dell'economia. Ad ulteriore chiarimento di ciò, va detto che questo si è verificato perché l'edificio si iniziò a costruirlo dal tetto, mentre per rendersi veramente padroni del meccanismo economico, per mettersi nella condizione di conoscerlo e quindi di regolarlo, occorreva partire dal basso. Occorreva partire dall'impresa, socializzare l'impresa per poter socializzare l'economia e quindi socializzare lo Stato. Questa è stata la sintesi della Socializzazione. E senza dilungarsi troppo (questo discorso per essere chiarito appieno richiederebbe parecchi libri), intendiamo delineare rapidamente le tappe attraverso le quali si è cercato di realizzare la Socializzazione.
La prima tappa fu una relazione presentata da Benito Mussolini, nell'autunno '43, intitolata: "L'organizzazione economico-sociale dello Stato Fascista Repubblicano". Ed una relazione che Tarchi pubblicò in appendice al già citato "Teste dure", con qualche lacuna, con qualche taglio e di cui, tutt'ora, possiedo copia, e che non ho nessuno difficoltà a rendere pubblica, la cui conoscenza è importante in quanto si tratta veramente di un documento rivoluzionario. Un documento che affronta crudamente il problema del fallimento dell'esperienza corporativa; che sviscera, senza mezzi termini, i problemi dell'economia italiana e che addita quelle si pensava dovessero essere le soluzioni (e delle quali mi sembra opportuno qui riportare i dati salienti e fondamentali) e il meccanismo di formazione del piano economico, ossia del piano in cui si parlava di economia programmata, già nel novembre '43. Anticipando, quindi, di decenni, i discorsi che sono stati fatti e che non sono mai stati realizzati.
Le corporazioni elaborano un programma nazionale di massima per i vari rami della produzione. Questo piano viene inviato per lo studio dei particolari di attuazione ai Consigli locali dell'economia corporativa e a quelli delle singole aziende. Sulla base del piano nazionale vengono studiati e determinati i piani provinciali e aziendali che costituiscono le parti via via più precise e minuziose del programma unitario. I programmi aziendali vengono sottoposti all'approvazione dei Consigli della Economia Corporativa per essere armonizzati nel più vasto quadro di programmazione nazionale.
Qual'era il fine ultimo di tutto questo?
Si voleva giungere ad un'economia programmata, ma non burocratizzata. Un'economia in cui il programma emergesse dal basso, scaturisse, quindi, da un programma nazionale unitario, frutto delle esperienze aziendali e dalle necessità delle singole unità territoriali che, poi, si sarebbe dovuto armonizzare nel più vasto concerto nazionale. Allora, come si può facilmente arguire, si era concepito un doppio iter: il quadro generale che scendeva verso il basso e le esigenze particolari che risalivano verso il quadro generale per essere armonizzati.
Era questo, il caposaldo vero della Socializzazione e della programmazione economica!
Ma dal punto di vista istituzionale come questa concezione poteva e doveva attuarsi?
Questa relazione servì a Mussolini per delineare in modo efficace e chiaro la parte economico-sociale del programma di Verona. I 18 Punti del "Manifesto di Verona", largamente conosciuto, ma che ci pare necessario rileggere nelle sue linee fondamentali, evidenziandone i punti qualificanti che erano, nella fattispecie, l'asse portante di tutto il programma.
Il "Manifesto di Verona" enunciava che nella RSI il soggetto primario era il lavoro manuale, tecnico, intellettuale in ogni sua manifestazione, riaffermando il principio della proprietà privata che però, si sosteneva, non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini attraverso lo sfruttamento del loro lavoro. Arrivando ad affermare che l'economia nazionale è tutto ciò che ha dimensioni e funzioni tali da fuoriuscire dall'interesse privato per divenire interesse collettivo e che quindi va ricondotto a quella sfera di azione e intervento propria dello Stato. E continua sostenendo che in ogni azienda le rappresentanza degli operai e dei tecnici coopereranno alla determinazione dei salari, affermando il principio della partecipazione integrale dei lavoratori alla gestione dell'impresa.
Principio che viene reiterato, con ancora maggiore efficacia e precisione, nella dichiarazione programmatica dell'11 gennaio '44. Infatti, in tale documento, non solo veniva affermato il principio della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa, ma veniva altresì dichiarato e posto in primo piano un altro principio: la necessità che le "industrie chiave" fossero direttamente gestite dallo Stato.
Il principio della "Statizzazione", diciamolo chiaramente, delle industrie ritenute vitali per l'economia nazionale. Anche a questo riguardo dobbiamo fare chiarezza, dissipando gli equivoci che nascono quando si parla di «statizzazione» o «nazionalizzazione»! Perché, come prima accennavo e mi preme di ulteriormente sottolineare, la «statizzazione» era concepita nell'ampio quadro della Socializzazione dell'economia e non era, né voleva essere, una «nazionalizzazione» di carattere burocratico. Non si trattava, cioè, di trasformare l'impresa in organo dello Stato, bensì di gestirla secondo interessi collettivi e lo strumento di questa gestione era individuato in quello che, potremmo dire, costituisce il più originale aspetto di questo disegno: l'«Istituto di Gestione e Finanziamento» (IGF), che doveva nascere dalla fusione dell'IMI e dell'IRI, quindi dalla fusione del finanziamento (che era proprio all'attività istituzionale dell'IMI) con quello della gestione (che era proprio all'attività dell'IRI). Da qui il nome di "Istituto di Gestione e Finanziamento", strumento attraverso il quale lo Stato attuava la propria politica economica non burocratizzando le imprese. Anzi, nella dichiarazione programmatica, dell'11 gennaio si riaffermava, con estrema chiarezza, che nelle imprese di proprietà dell'IRI, quindi incorporate nell'Istituto di Gestione e Finanziamento, i lavoratori non solo avrebbero partecipato alla gestione, ma sarebbero stati gli unici referenti della gestione stessa, mancando il capitale privato. Quindi la gestione delle imprese «statizzate» sarebbe stata di esclusiva competenza di produttori, tecnici ed operai.
Nelle imprese private, invece, vi era l'altra grande novità: la «novità rivoluzionaria»! Nelle imprese private, che private rimanevano, i lavoratori di tutte le categorie, operai, tecnici e intellettuali partecipavano alla gestione attraverso delle «rappresentanze» da loro elette, nei Consigli di Amministrazione che avrebbero assunto il carattere di veri e propri "Consigli di Gestione", quindi, non più amministratori unici o presidenti, ma Consigli di Gestione, nei quali erano parte paritaria, i rappresentanti dei soci (cioè gli eletti dai detentori del "capitale") ed i rappresentanti dei produttori, eletti dall'assemblea di tutti i lavoratori dell'impresa.
Nelle imprese, invece, a carattere non-societario, in particolare nelle imprese individuali, si sarebbe creato pure un Consiglio di Gestione, ma si sarebbe attuata una partecipazione dei lavoratori materialmente più ridotta, ossia un Consiglio di Gestione con soli poteri consultivi ma non deliberativi. Va tenuto conto, inoltre, di un fatto di fondamentale importanza; la figura del Capo dell'impresa che andava ad assumere un ruolo ben diverso in ambito aziendale, non rappresentando più, unicamente, gli interessi del capitale, ma assumendo un ruolo, in un certo senso, "pubblico", quale organo di gestione attraverso cui l'impresa organizzava la programmazione economica. Responsabile, quindi, della gestione aziendale d'innanzi agli organi di controllo e gestione della programmazione economica. Anche questa, ci pare, una notevole e originale concezione che poneva il capo dell'impresa quale centro motore della stessa.
Il 12 febbraio '44 viene approvato il Decreto che dava forma giuridica a questa concezione ed al programma collegato. Resta da chiedersi perché, poi, questo decreto non ebbe completa attuazione? Per quale motivo, nei mesi che seguirono, nulla fu fatto?
Si trattò di un errore gravissimo determinato da qualche inconveniente che fece perdere oltre sei mesi, tanto che l'applicazione della Socializzazione fu applicata, quando tutto stava per crollare, in modo incompleto e caotico. La Storia non si fa con i «se», ma non sappiamo cosa mai sarebbe avvenuto se la Socializzazione fosse stata già, a questo punto, attuata nella sua completezza; se l'economia italiana avesse subito quella rivoluzione profonda che era stata teorizzata.
Ci sono diversi Istituti, realizzati in quel periodo, che sono rimasti e che nessuno ha osato porre in discussione. Ad esempio quello della unificazione dei contributi; i contributi unificati a carico del datore di lavoro non sono una invenzione dei governi del dopoguerra, sono opera del Fascismo Repubblicano introdotti, proprio, nel '44. Forse se attuata prima la Socializzazione avrebbe lasciato «delle tracce». Ma perché, come ci chiedevamo, non è stata realizzata?
Anche a questo proposito sono circolate, e circolano parecchie inesattezze. Si è sostenuto, per fare un esempio, che questa sarebbe la riprova che l'idea della Socializzazione non era una cosa seria, che era lo «specchietto per le allodole», che il Governo fascista non avesse, in realtà, nessuna intenzione di renderla operativa! In verità le ragioni sono profondamente diverse; i ritardi nell'attuazione dipesero da tutta una serie di elementi contrari, cioè, dalla fiera opposizione dei filo-capitalisti, degli ambienti tedeschi che furono tra l'altro opportunamente strumentalizzati da questi ultimi che certo non volevano la Socializzazione e che per questo salivano le scale di Palazzo Ruck per chiedere i favori del Ministero della produzione bellica tedesca. E, bisogna dirlo, anche questo può dispiacere ma va detto, per l'opposizione venuta anche da ambienti del Governo Repubblicano: segnatamente dal Ministero dell'Agricoltura e da quello delle Finanze.
Il Ministro dell'Agricoltura paventava la trasformazione della struttura arcaica dell'agricoltura italiana, che in linea di principio non era esclusa dall'essere socializzata. Infatti, la Legge sulla Socializzazione, interessava tutta l'economia nazionale e avrebbe dovuto essere applicata a tutti i settori produttivi e quindi anche al settore agricolo. Materialmente questo non poteva verificarsi d'un tratto, sarebbe stata necessaria una gradualità e, per il settore agricolo, si sarebbero dovuti studiare i problemi che ne derivavano, ma questo non significava certo che il settore agricolo, come quello commerciale potevano rimanere immuni dalla Socializzazione, e come questi il settore creditizio, cioè, le banche. Il Ministero dell'Agricoltura e con esso la potente Confederazione degli Agricoltori hanno fatto tutto il possibile per impedire che la Socializzazione si estendesse anche al settore agricolo.
Industriali, agricoltori, ambienti bancari: questi hanno avuto voce soprattutto al Ministero delle Finanze; hanno continuamente posto ostacoli che si concretavano nel far giungere al Duce «appunti» e «promemoria» che servivano per indirizzare, per ispirare la volontà del Capo. In questo senso, come sostenevo prima, si inseriva l'ostilità tedesca. Queste sono le ragioni vere della ritardata applicazione della Legge.
Mussolini è stato esitante per lungo tempo, per molti mesi e si decise, ironia della Storia, solo quando sulla "Stampa" di Torino apparve il famoso articolo di Concetto Pettinato: «Se ci sei batti un colpo»; se questo governo c'è si faccia sentire. Perché non ha fatto questo e quest'altro, tra l'altro non ha realizzato la Legge sulla Socializzazione delle Imprese.
Fu questo l'elemento decisivo che portò Mussolini, per smentire queste affermazioni, ad autorizzare il Decreto del giugno '44 e l'entrata in vigore del Decreto del febbraio precedente. Così finalmente la Socializzazione potè entrare nella sua fase di attuazione, frenata però da molte pastoie perché, come ultimo baluardo di resistenza, si convinse Mussolini a non attuarla totalitariamente in tutto il settore industriale e di farlo per gradi, iniziando dalle imprese editoriali. Poi si dovettero vincere le resistenze tedesche che si opponevano alla applicazione della legge nelle industrie che lavoravano per la guerra in quanto i Tedeschi le consideravano settori di loro interesse tanto da definirle "Aziende protette", e via discorrendo. Finché si giunse alla fine del '44, ai tragici echi che preludevano alla fine della RSI e la Socializzazione si concluse in modo piuttosto amaro con gli esperimenti condotti dal Ministero del Lavoro nelle grandi industrie piemontesi, soprattutto alla FIAT e alla Montecatini, che dettero purtroppo risultati non esaltanti.
Questo è il quadro storico, un quadro forzatamente sommario; ci si dovrebbe, per meglio capire, addentrare nei particolari, cosa non possibile nei limiti di un saggio giornalistico. Ma voglio dire un'ultima cosa; quello era solo il punto di partenza; la direttiva era «socializzare l'economia per socializzare lo Stato». La Socializzazione delle Imprese doveva essere il punto iniziale per creare una struttura sindacale che rispondesse alla nuova concezione dell'impresa: un'impresa non più capitalistica!
Dalla nuova struttura sindacale avrebbe dovuto generarsi una nuova struttura corporativa della quale esisteva già una bozza di decreto istitutivo. Una struttura corporativa che avrebbe dovuto essere, a sua volta, l'espressione di una realtà nuova che nel frattempo si sarebbe creata. A questo punto noi ci fermammo perché nei prodromi della RSI si era parlato di una Costituente che avrebbe dovuto scaturire dal nuovo assetto dello Stato e, quindi, non era il caso di anticipare i tempi di quella che avrebbe dovuto essere l'Assemblea Costituente.
Ma nelle nostre menti vi era anche un ulteriore anello della struttura del nuovo Stato: quella che era stata in embrione la "Camera dei Fasci e delle Corporazioni", esperimento con esito negativo come tutta l'esperienza corporativa del Ventennio, ma che avrebbe potuto rinnovarsi attraverso la ristrutturazione dell'organismo corporativo per divenire l'organo rappresentativo non delle categorie e dei ceti sociali, come spesso il corporativismo viene inteso, ma come la rappresentanza organica degli interessi e delle esigenze del popolo lavoratore e produttore.
Manlio SargentiL'inserto
Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
Yasser Arafat
Una religione senza guerra è zoppa.
Ruhollāh Mosavi Khomeyni


Ottimi articoli postati Johann von Leers. Confermano la visione d'insieme sulla questione sociale avuta da chi, come Sargenti, ha vissuto quell'epopea unica rappresentanta dall'esperimento socializzazione della RSI.
“Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS


Terza via per il futuro: la Socializzazione,
uno strumento politico per coalizioni di nuovo respiro
Per maggiormente chiarire e spiegare questo argomento ritengo opportuno fare qualche premessa necessaria. Esiste, accanto al capitale-denaro, al capitale-industriale, al capitale-mercé, il capitale-lavoro molto spesso, se non sempre, del tutto equiparato al capitale-mercé. Che significa? Significa che il lavoratore è considerato alla stregua di uno scampolo di stoffa o di un avanzo di magazzino, aventi un onere ben determinabile preventivamente. Il beneficio, viceversa, è esclusivamente per il proprietario degli strumenti di lavoro, delle merci o di tutto il magazzino o di tutto lo stabilimento o il complesso degli stabilimenti tra loro organizzati e diretti più che da un «padrone», nel senso antico del termine, quasi sempre, almeno nelle aziende di più grandi dimensioni, che oggi hanno dimensioni sovra-nazionali se non planetarie (si pensi alla Sony, alla Bayer, alla ITT, alla Nestlé, alla IBM, alla Exxon etc. che da sole hanno un fatturato cinque volte maggiore di quello dell'Egitto e della Nigeria messi insieme) da un «padrone astratto», «invisibile», «invulnerabile» (non si può sparare per esempio al «padrone» per vendicarsi di essere trattato da «oggetto» e non da «soggetto» del processo di produzione e quindi di accumulazione della ricchezza). Si è pertanto, ancorché in presenza di qualche garanzia di legge, pur sempre novelli e moderni schiavi, sottoposti e vincolati per un minimo di 35/40 anni a chi detiene nelle sue mani il tuo destino (e insieme al tuo quello della tua famiglia).
E del resto gli schiavi dell'America di metà Ottocento non mancavano di avere -si può discutere se per liberalità del padrone o per mero interesse di questi- tutta una serie di garanzie: erano alloggiati, sfamati, vestiti e si riproducevano liberamente -cosa addirittura più difficile oggi e de facto impedita alla faccia di tutte le Commissioni sulle pari opportunità- e si godevano un pezzettino di tempo libero e facevano anche un po' di «carriera» (cuoca, cameriere, cocchiere, fiduciario etc.) sempre comunque nell'ambito di quanto stabilito dal «datore di lavoro» nonché padrone. All'epoca, peraltro, c'erano anche delle «positività» oggi assolutamente non pensabili dai novelli schiavi: il sentirsi, ed essere ancorché nella schiavitù, una forte comunità ricca dei suoi retaggi e dei suoi costumi come dei suoi spirituals e dei suoi aneliti di miglioramento sociale e di libertà. Erano e si sentivano, insomma, Nazione. In seguito, gli schiavi negri nordamericani riuscirono a liberarsi dei ceppi, terribili e sempre infami della schiavitù, ma non proprio per ragioni legate all'umanitarismo dei Nordisti, tranne lodevoli ma ingenue eccezioni, quanto per gli interessi industriali e «liberistici» e affaristici ed egoistici del Nord!
Ma questa è una storia lunga che ci porterebbe lontano dall'argomento in trattazione.
Oggi il liberismo spinto-che-più-spinto-non-si-può (ossia lasciar del tutto libero il mercato da qualunque ceppo normativo) vi sembra che possa cementare il senso della Comunità e in definitiva il senso della Nazione? Ogni lettore si dia la risposta che vuole; a parere di chi scrive il liberismo spinge invece verso l'annullamento dello spirito di Comunità tant'è che si mira, nelle centrali che contano, a realizzare il cosiddetto villaggio globale, cioè ad essere tutti gli abitanti del pianeta omologati se non omogeneizzati da «identici consumi» e quindi da identiche necessità artatamente provocate. Ma anche questo è argomento che ci porterebbe lontano e fuori di quello strettamente scelto. Solo che non si può non osservare che l'argomento del «capitale-lavoro» è interconnesso, per così dire, con tanti altri. In sostanza, e in breve, mi viene voglia di dire che si perpetua oggi una sorta di schiavitù moderna.
Perché quando si sostiene che il lavoratore subordinato non può «partecipare» non già alla paritaria divisione della ricchezza prodotta ma neanche alla impari divisione (mi fanno ridere o meglio incazzare i cosiddetti premi di produttività o di rendimento peraltro sempre in bilico e spessissimo oggetto di intimidazioni intolleranti, tipo: comportati bene se no ti tolgo o ti riduco drasticamente il premio in parola), a me pare che ci sia sostanzialmente ben poca differenza dalla condizione degli schiavi negri di cui sopra.
Tant'è che oggi come allora tutti i lavoratori producono sì ricchezza ma per pochi privilegiati, detentori del capitale-denaro, contro una mercede preventivamente concordata nel suo ammontare. Questa mercede, oltre a diventare -a causa della pressione fiscale di uno stato famelico perché molto corrotto ieri forse solo un po' meno oggi- sempre più insufficiente per pagare l'alloggio, per sfamarsi, per vestirsi, per istruirsi, per utilizzare il proprio tempo libero, per vivere in libertà... peraltro fittizia anche se il gran numero di auto in circolazione o di elettrodomestici in ogni casa e soprattutto in TV ci inducono a credere e a pensare il contrario, è pressappoco quella che il padrone schiavista dava ai suoi schiavi. Certo lo schiavista americano (perdoni il lettore questo continuo riferimento, utilizzato a mo' di esemplificazione e chiarimento concettuale) avrebbe dato anche la TV e gli elettrodomestici e l'auto ai suoi subordinati negri perché è sempre suo interesse conservare al meglio il proprio capitale-lavoro/merce.
Ma provate a ribellarvi al vostro Capo: non riceverete frustate o non finirete ai ceppi.
Peraltro l'insistente invocazione da parte degli organi rappresentativi del mondo imprenditoriale, e cioè dei liberisti spinti di cui sopra e dei suoi sostenitori sparsi in ogni partito in Italia da AN al PDS, ad una maggiore (sic!) liberalizzazione del mercato del lavoro tende ad ottenere -in parole povere- la massima libertà di licenziare. E chi oggi viene licenziato è sicuramente in una posizione forse peggiore dello schiavo il quale, tutto sommato, diciamo per una pernacchia al padrone, se ne usciva con qualche frustata (era imperdonabile una punizione maggiore fino all'uccisione come sostengono i falsi umanitaristi di oggi, per la semplice considerazione che il padrone mai ha interesse a perdere senza contropartita il suo capitale; tutt'al più lo metteva in vendita pure se a prezzo vile pur di sbarazzarsi di un elemento indisciplinato fonte di turbative), mentre chi fa due fotocopie personali in ufficio è licenziato in tronco (si leggano i quotidiani del 7.12.1995); senza considerare la vita difficile che ha sul posto di lavoro (fabbriche, ospedali, ministeri, banche etc.) chi non è esperto in arti supine che nulla hanno a che vedere con la quantità e la qualità del lavoro prodotto! O al contrario considerando invece la carriera facile che privilegia certi figli di papà o certi detentori di tessere e raccomandazioni giuste !
Ognuno sa quanto, già oggi, è difficile entrare nel mondo del lavoro, e uscirne a 40/50 anni, diventa una tragedia per la quasi impossibilità di trovarsi una nuova occupazione specie per chi è privo del capitale-denaro. E quanti drammi sono a mia conoscenza! Mi rendo conto che chi scrive quello che ho scritto io (e cioè la persistenza di un moderno schiavismo nel Duemila e pure nell'Occidente evoluto) rischia di essere considerato, con grande probabilità, un fanatico pazzoide fuori del tempo reale, ma pazienza! Alla mia vera libertà di dire e pensare in controtendenza o controcorrente, non rinuncio e del resto credo che qualche lettore non rimarrà proprio del tutto annichilito da queste modeste considerazioni. Premesso quanto sopra, l'argomento del titolo che pure merita una trattazione particolareggiata e specifica, ha trovato a questo punto, io credo, in tutti i lettori le conclusioni cui si voleva arrivare. Vi pare possibile che debba continuare e addirittura debba tentare di rafforzarsi ancora di più il sistema capitalistico con tutte le aberrazioni derivanti dagli sviluppi tecnologici, tipo ad esempio il mondialismo finanziario? Non è forse più opportuna una inversione di tendenza e ritrovare «la diritta via» che è anche la terza via del titolo? Tutto il potere nelle mani del capitalista privato o nelle mani di quello pubblico è giusto? è utile? è opportuno? è possibile anche per il futuro? E tutti i terribili guasti prodotti sul pianeta sotto l'aspetto ambientale e sotto l'aspetto socio-economico soprattutto nel Terzo e Quarto mondo ricchi di miseria in espansione esponenziale, non sono sufficienti a far aprire gli occhi a tutti, governati e governanti di ogni parte politica e di ogni latitudine?
La caduta, sotto il peso dei suoi fallimenti e peggio ancora della sua incongruenza di fondo (la proprietà è un furto dimenticando che vi è quella fatta col più onesto lavoro, che è viatico di fiducia, è sprone ad ogni fatica, è tranquillità per ogni vecchiaia, è premio ad ogni lavoro!), del sistema del capitalismo pubblico o collettivismo marxista ha prodotto e produce la vittoria sempre più baldanzosa del sistema del capitalismo privato e dei metodi che diventano ogni giorno sempre più poveri e più deboli alla mercé dei nuovi «schiavisti» sempre più ricchi.
Il che impone, da parte di chi non intenda subire un tale stato di cose, rivedere coraggiosamente le proprie posizioni di diniego della terza via che si propone, prendere atto che essa diventa una strada obbligata (forse la sola!) per superare le laceranti sperequazioni esistenti nel mondo e purtroppo destinate ad acuirsi, per riacquisire il senso vero della vita e della persona umana che non è né un robot senza anima né un mero consumatore di pop corn, di coca cola o di programmi televisivi e combattere tutti insieme per limitare il predominio del capitale-denaro nelle sue varie forme e metodi di concretarsi. La terza via, la socializzazione, consiste nella partecipazione dei lavoratori alla divisione della ricchezza prodotta e nella partecipazione alla gestione aziendale in un clima non di conflittualità ma di vera e sentita collaborazione, onde ottimizzare le scelte produttive evitando gli sbandamenti padronali finalizzati al massimo profitto col minimo costo. Della partecipazione vi è un accenno anche nella Magna Charta vigente all'articolo 46, che è però rimasto del tutto disatteso forse perché per 50 anni in Italia si è preferito perpetuare le divisioni e la lotta di classe per vivere di rendita da una parte (i seguaci di Adam Smith) e dall'altra (i seguaci di Marx). Mi piace citare una frase del Maestro di vita, di cultura e di anticonformismo, Rutilio Sermonti: «Tra uomini che perseguono un unico fine superiore e comune il conflitto è inconcepibile».
Mi rendo conto che non ho esposto tutte le ragioni a difesa della terza via, ma non posso abusare dell'ospitalità di questa rivista. Posso però, se il direttore lo vorrà, ritornarci sopra con maggiori e più convincenti argomenti. Voglio solo aggiungere, in conclusione, che il mondo del capitale in genere vieppiù quello apatride, tenta in tutti i modi di «coinvolgere» il lavoratore introducendo l'arma dei benefits, parlando in maniera enfatica ma ambigua del ruolo insostituibile delle risorse umane o del senso di appartenenza aziendale (tutti eufemismi per «fregare» meglio il sottoposto) o di altre forme di retorica tutte finalizzate ad ottenere di più sotto il profilo della produzione, a diminuire i costi o eliminare le tensioni. Insomma prima si usavano le frustate sulla schiena o i balli sull'aia, oggi si usano metodi scientifico-psicologici che frustano il cervello e comunque frustrano e avviliscono in ogni caso la persona umana.
Viva il liberismo capitalistico, dunque? O avanti -anche se ancora in pochi- con la terza via? A sostenere questa antica e nello steso tempo modernissima idea non siamo in cattiva compagnia: c'è -o dovrebbe esserci- anche tutto il mondo cattolico.
Io non ho dubbi sulla scelta: non mi stanco però di consigliare a tutti quelli del nostro mondo (di sinistra antagonista, ma nazionale) di cercare fortemente e caparbiamente nuovi compagni di strada dopo la svolta liberistica dei «fiuggiaschi»
Occorre dividersi in futuro solo su questo: chi è a favore della partecipazione e chi è contro.
Il discrimine non sarà il fascismo o l'antifascismo ma tra chi è per una giustizia sociale secondo schemi concettuali e giuridici autenticamente rivoluzionari perché ancora quasi del tutto nuovi e inapplicati, e chi no.
Carlo De LucaAnno IV - 1995, n° 7 - De Luca
Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
Yasser Arafat
Una religione senza guerra è zoppa.
Ruhollāh Mosavi Khomeyni