Sulle Sponde dell’Atlantico
In occasione dell’importante visita del Presidente cinese negli Stati Uniti, vi riproponiamo un nostro articolo del 2009 che faceva il punto sulla situazione di smarrimento dell’ex area di riferimento geopolitica mondiale, l’Atlantico, e dei suoi protagonisti principali.
A poco più di un anno di distanza lo smarrimento si sta tramutando in una resa incondizionata, dove il nuovo padrone asiatico detta le sue regole ad un Occidente ormai privo di spina dorsale.
21 Gennaio 2011
Sulle Sponde dell’Atlantico
Premessa
Osservare la situazione geopolitica dell’Occidente è come farsi due passi in un centro di psicanalisi. Profonde infatti sono le crisi di identità, o le sindromi depressive, che colpiscono Stati,sistemi,unioni,istituzioni ecc.
L’instabilità covava da tempo,ma era sapientemente dissimulata da quegli equilibri politici ed economici post “guerra fredda” garanti, in teoria, della transizione in corso, equilibri che però nell’arco di un decennio,proprio con il sopraggiungere del tanto agognato nuovo secolo, si son dimostrati sempre più inefficaci nell’aiutare i timonieri globali, a districarsi da tutto il ginepraio di mutamenti che si son velocemente susseguiti. Fattori di rischio non valutati adeguatamente nel loro reale impatto epocale, se non all’ultimo momento,quando ormai altre dinamiche si stavano concretizzando.
Aspetto questo già più volte rilevato nei nostri articoli.
Lo spettacolo che andò in scena durante il G8 di Genova nel Giugno 2001, e l’attentato a New York nel Settembre dello stesso anno,non fu l’inizio di un’era nuova,ma la fine di ciò che restava della transizione post “guerra fredda”.
Cosa realmente è rimasto in questi ultimi anni di quel new world order, che accese le frenetiche fantasie di complottisti, no-global e bizzarri animali simili? Niente,se non qualche pesante polpettone documentaristico, e parecchie tonnellate di libri scadenti.
Gli stessi attori di quei giorni sono ormai sbiadite figurine,incapaci di cogliere il senso profondo di ciò che loro stessi hanno innescato nei diversi scacchieri mondiali.
Quello che vorremmo capire è chi sta facendo cosa,dove, e possibilmente “perché” la sta facendo. Ciò in ragione del sacrosanto dovere,che ci siamo scelti felicemente, di non allinearci a coloro che oggi di sicuro non si stanno occupando certo dei nostri interessi da preservare,ma si preparano a saltare su di una scialuppa di salvataggio, prima che la nave/Occidente affondi,tentando di farci pure credere che agendo così lo fanno anche “per il nostro bene”.
Quella che seguirà rappresenta una mappatura a grandi linee di quella che fu la più importante regione del globo,oggi in fase di totale squilibrio esistenziale,dove ogni schematismo utilizzato in passato risulta tremendamente inadeguato a tradurre il presente e le sue gestazioni.
Abbiamo intenzione di non dare fiducia,di non elargire ottimismo e di non dispensare facili speranze.
Anche perché in fondo questa situazione l’Occidente “se l’è cercata”,ed è tempo dunque che si prenda le proprie responsabilità.
Il Mar (quasi) Morto
La crisi economica attuale, che in Settembre ha compiuto il suo primo anno di vita e di attività distruttive, è una crisi globale nelle sue dimensioni ma atlantica per gli effetti più profondi e nefasti.
L’Atlantico,il perno su cui ha ruotato gran parte del mondo per mezzo secolo,se non è ormai un mar morto,quantomeno risulta moribondo.
L’Occidente vive una situazione critica, e non sembra destinato ad un futuro roseo;palesemente ridimensionato in ogni sua antica influenza politica,ed implicitamente avviato ad un celere declino economico.
I fin troppo numerosi incontri multilaterali del 2009;Londra (Aprile),L’Aquila (Luglio),Pittsburg (Settembre),per citare i principali,organizzati in omaggio ai vetusti schemi del secolo scorso, si sono rivelati dei clamorosi fallimenti.
L’unico effetto di questi pomposi appuntamenti internazionali è stato rimarcare le specifiche differenze d’approccio con l’attuale grave situazione delle produzioni e dei mercati. Situazione che alcuni Stati emergenti hanno affrontato come un brutto affaticamento,di cui stanno vedendo la fine,mentre i sistemi più maturi rischiano un vero infarto economico.
Gli Stati a rischio d’infarto si trovano quasi tutti a ridosso dell’Atlantico,o che con esso hanno uno stretto legame,più precisamente un guinzaglio.
L’atlantismo è dunque entrato nella sua fase di necrosi storica,anche se dai vertici multi/targa; G8,G15,G20 ecc.,ormai quasi mensili, l’unica cosa che continua a trasparire sono le velleità di ex super potenze europee ed americane,che ancora pensano di far pesare la loro presenza sui destini mondiali.
Gli occidentali non riescono ancora a comprendere,o forse non vogliono comprendere, che il tempo delle “vacche grasse” è giunto al suo epilogo, e che l’indispensabilità dell’Atlantico (inteso come perno decisionale globale) vien fatto sopravvivere a sé stesso, solo per dare il tempo a che un nuovo spazio/guida lo sostituisca nell’arco di qualche anno.
I due massimi organismi espressione dell’atlantismo,l’ONU e la NATO, sono specchio fedele di tale malessere esistenziale.
L’ONU resta ingessato nella fotografia fatta a Yalta nel Febbraio del 1945,nonostante sia passata molta acqua sotto i ponti della storia.
Pur restando formalmente una pretenziosa utopistica idea di governance globale,ad oggi l’unica sua funzione è quella di “zona grigia” in cui i diversi contendenti internazionali, singolarmente o tramite alcune inedite alleanze, giocano fitte partite diplomatiche.
Veri e propri tornei di poker,dove gli equilibri mutano velocemente,e dove intorno ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza ruotano nuovi attori,con i loro propri interessi, e ciò in spregio ad ogni idealismo universalista.
Il valore poi del Segretario Generale dell’ONU è andato progressivamente sbiadendosi,di pari passo all’indebolimento dell’istituzione nel suo complesso.
Se infatti durante l’ultima fase del secolo scorso abbiamo avuto statisti del calibro di Perez De Cuellar e Boutros Ghali,a ricoprire tale ruolo,ciò non si può dire di Kofi Annan. Figura eticamente tutt’altro che cristallina,in cui durante il suo mandato di Segretario Generale ha visto declinare il già scarso peso specifico dell’ONU, senza praticamente muovere seriamente un dito,forse perché le sue dita erano spesso impegnate a contar i dollari di lucrose attività umanitarie,lo scandalo “Oil for Food”,o a coprire i peccatucci dei suoi funzionari in gita per il mondo,pizzicati sovente mentre scambiavano i campi profughi per enormi bordelli,scandalo “Food for Sex”.
L’attuale Segretario Generale rappresenta poi degnamente il grado di sovrastimato esponente di punta, di questa istituzione politica mondiale, ipertrofica ed entrata in fase di coma irreversibile.
Ban Ki-Moon assomiglia infatti ad un personaggio dei fumetti giapponesi,e pensiamo che la sua capacità di districarsi nel complicato groviglio internazionale sia altrettanto evanescente.
La NATO invece sta cercando una motivazione esistenziale,forse addirittura più urgente di quella dell’ONU,che le dia nuovo lustro ed una nuova ragione sociale per il XXI secolo,cancellando così i segni del tempo trascorso.
Per comprendere la dinamica di tale tentato riposizionamento strategico, di quello che per tutta la “Guerra Fredda” fu un vero e proprio ente inutile militare, occorre dare una rapida occhiata alle missioni in cui la NATO risulta esser stata ufficialmente impegnata negli ultimi quindici anni,l’unico periodo d’attività belligerante della sua storia,con particolare attenzione alle operazioni ancora in corso.
IFOR/SFOR – Bosnia-Erzegovina (1995 – 2004)
Joint Guarantor – Macedonia (1998 – 1999)
Allied Harbour – Albania (1999-conclusa)
KFOR – Kosovo (1999 – in corso)
Task Force Essential Harvest – Macedonia (2001-conclusa)
Operazione Amber Fox- Allied Harmony – Macedonia (2002 – 2003)
ISAF – Afghanistan (2003 in corso)
IRAQ – NATO Training Mission (NMT-I) (2004 – in corso)
Operazione “Indus” – Pakistan (2005-conclusa)
fonte Esercito Italiano
Alcune riflessioni immediate si possono fare anche solo leggendo i teatri delle operazioni,tanto passate,quanto attuali.
Escludendo la missione Unfil in Libano, perorata dall’ONU per qualche strana alchimia diplomatica,dove i contingenti più numerosi ed organizzati presenti in campo sono comunque quelli appartenenti a Stati NATO (Italia,Francia,Turchia,ecc.),l’utilizzo delle forze armate dell’Alleanza Atlantica risulta esser sempre stato direttamente proporzionale alle necessità strategiche degli Stati Uniti.
Balcani e “Grande Medio Oriente” sono le due uniche macro regioni in cui la NATO sia stata impegnata in modo ufficiale e continuativo,sicuramente anche per contingenze territoriali come per il conflitto ex-jugoslavo (missione IFOR/SFOR) ,ma sempre e comunque come prosecuzione di un intervento militare statunitense,missioni in Iraq,Afghanistan o quella in Kosovo,oppure nel quadro di precisi progetti diplomatici della Casa Bianca,come in Albania,Macedonia e Pakistan.
Appare così evidente quanto la NATO venga chiamata in causa solo quando gli USA sentono la necessità di non dimostrare unilateralismo (Kosovo), o nel caso in cui la situazione sul campo richieda la presenza anche degli ascari/alleati (Iraq e Afghanistan),in funzione di supporto numerico,o di vera e propria sostituzione operativa.
Questo è un dato di fatto incontrovertibile.
La missione ISAF in Afghanistan,ad esempio, nasce per ammantare di legittimità internazionale l’aggressione a questa regione da parte degli Stati Uniti,la pretenziosa “Enduring Freedom”, che G.W.Bush attuò nel 2001, cambiò pelle molto presto, generando in pratica l’attuale presenza delle forze NATO,che si trovano ad oggi senza vie d’uscita facilmente percorribili o indolori.
L’aggravarsi della situazione sul campo afgano,con poche regioni sotto il reale controllo del presunto Presidente Karzai, ha portato gli americani a condurre continue pressioni sugli alleati atlantici, sia per un aumento dei contingenti,sia per un maggior coinvolgimento in operazioni belliche dirette contro i talebani.
La risposta degli ascari/alleati al neo Presidente Obama,debole in politica estera e piegato in patria dalla crisi economica, s’è spesso ridotta a poche vaghe promesse, o a peregrine richieste di una “exit strategy” anche per la presenza occidentale in Afghanistan,sulla falsa riga di quella (fuga) che si sta attuando in Iraq da quasi un anno.
La NATO si trova dunque a vivere in Afghanistan i suoi momenti più cruciali. O l’alleanza resta unita e compatta,vincendo sul campo in breve tempo,cosa poco probabile visti i recenti sviluppi politico/militari,oppure si troverà nella spiacevole situazione di dover combattere una guerra di logoramento per altri anni,con la conseguenza di disintegrare ciò che resta della suo ruolo mondiale,e ponendo a repentaglio la sua stessa unità tanto formale che sostanziale.
Chàvez ,Lula ed il club dei latinos
Mai come in questo periodo l’America centro/meridionale sta vivendo una fase di profondi mutamenti,e di nuove prospettive…a spese degli Stati Uniti.
03/10/2009;Olimpiadi 2016 al Brasile.
Rio de Janeiro sarà la sede dei Giochi olimpici del 2016, prima volta per il Brasile e l’intero Sudamerica. I festeggiamenti a Rio de Janeiro, la città brasiliana scelta ieri dal Comitato olimpico internazionale come sede delle Olimpiadi del 2016, sono andati avanti tutta la notte. (…)
Fonte Il Sole 24 Ore: notizie di finanza, economia, cronaca italiana, esteri, borsa e fisco
Al mondo c’è chi vince e c’è chi perde,in questo caso chi vince è apparso malignamente contento anche per un motivo più che fondato.
In corsa per ospitare le olimpiadi del 2016,oltre a Rio de Janeiro, c’era niente meno che Chicago,la città del Presidente USA Obama,faro geografico di quella melassa sub culturale che vede nel neo inquilino della Casa Bianca,nero e progressista, il suo beniamino,il suo pigmalione,in teoria l’uomo a cui non si può dire di no.
A sostegno della metropoli a stelle e strisce lo stesso Presidente s’era messo in gioco in prima persona, con tanto di pesante discorso retorico su quanto Chicago fosse da scegliere perché lo diceva “lui”,il presunto “uomo del destino”.
Obama e la sua griffata insopportabile moglie si son visti invece snobbati dal Comitato olimpico,in favore del meno fascinoso Presidente brasiliano Lula.
Uno smacco senza precedenti per la coppia presidenziale,che spesso suppone d’esser già entrata nella storia,accolta in patria da una raffica di critiche,più che giustificate, dovute all’inopportunità di pensare a dei giochi,mentre milioni di americani si trovano a dover fronteggiare il disintegrarsi dell’american dream.
Questo è solo l’ultimo esempio di come l’America latina si stia emancipando dal soffocante controllo di Washington,durato fin troppo, grazie ad una interessante concomitanza di fattori storici,politici,ed economici, che in questa sede tratteremo solo per sommi capi.
Con la fine delle dittature militari instauratesi nel lungo arco di tempo tra gli anni ’60 ed ’80 del secolo scorso,ed una transizione spesso affidata ai perentori dettami del liberismo,la nuova fase storica dell’America latina ha visto sorgere una vera e propria tendenza a smarcarsi dai vecchi equilibri atlantici,in favore di una più serrata volontà politica, desiderosa di trovare un proprio spazio ed una propria importanza nel quadro internazionale.
Va comunque subito chiarito un punto fondamentale; l’economia di questa macro regione del globo è votata all’export,ad oggi con una chiara predominanza di tale attività verso gli Stati Uniti,che pur ridimensionati nella loro passata invadenza politica, restano tuttavia il primo interlocutore economico di queste nazioni.
Argentina,Brasile,Cile,Messico e Venezuela esportano verso gli USA prodotti manifatturieri,generi alimentari,minerali,gas e petrolio,nonché il bioetanolo, che nei progetti a lungo termine dell’amministrazione Obama dovrebbe sostituire parte dei consumi petroliferi nel suo paese.
Gli Stati Uniti hanno però di fronte un’America Latina profondamente mutata da un punto di vista politico. Nell’arco di un decennio gli ossequiosi governi liberisti dell’area son stati sostituiti da figure decisamente meno docili.
Chàvez in Venezuela, da quando è salito al potere nel 1998, sta plasmando sulla sua figura uno strano mix ideologico fatto di nazionalismo militare e castrismo petrolifero.
In Bolivia troviamo l’indigenismo di Morales,che punta a sottrarre alle vecchie oligarchie filo statunitensi gran parte delle loro prerogative d’influenza politica ed economica.
Nel Brasile di Lula e nel Paraguay di Lugo i toni invece sono quelli di un socialismo pragmatico,che vuol conciliare terzomondismo e crescita economica.
Questi nuovi protagonisti del Sud America però,per sostenere lo sviluppo sociale,e dunque il relativo consenso interno,non possono più affidarsi solo ai proventi dell’export,seppur orientato verso altre destinazioni,ma dovranno nel prossimo futuro diventare i catalizzatori anche di nuovi flussi di capitali e di investimenti, provenienti da Cina ed India,ma anche dagli Stati arabi,dunque una pluralità di soggetti diversificati e di prospettive nuove,ciò comporterà quindi la necessità di trovare una più stabile unità regionale,che gioco forza andrà a scontrarsi con quel che resta dell’influenza USA.
Le criticità in Colombia,in Bolivia ed il colpo di Stato in Honduras, son le prime avvisaglie di queste frizioni.
Tale nuovo corso della politica sudamericana vede dunque nelle nazioni emergenti dell’Asia,Cina ed India,e anche nella Russia, non solo degli interlocutori commerciali capaci di sostituire nel tempo gli USA, come mercato privilegiato per le proprie esportazioni principali,o come partner finanziari,ma anche come una sorta di sponda di sostegno per le future strategie internazionali,come la definizione del ruolo di alcuni Stati,Brasile e Venezuela in primis,circa questioni quali la proliferazione nucleare,o le trattative all’ombra dell’ONU e del FMI.
L’attuale crisi ha poi posto con maggior urgenza il superamento definitivo del rapporto privilegiato con la vecchia super potenza atlantica,onde evitare di finire inghiottiti nel giro di pochi anni dal suo inesorabile declino.
Il Brasile,per dimensioni,per demografia e per prospettive economiche, assumerà un sempre maggior peso regionale,proiettandolo forse ad un ruolo di primo piano nel consesso internazionale quale fattore aggregativo per l’America latina nel suo complesso.
La scelta del Comitato Olimpico di affidare proprio al Brasile l’organizzazione dei giochi del 2016,può esser letta in questa chiave geopolitica,un primo simbolico segnale di un cambiamento in corso d’opera.
( continua )
Geopolitica


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