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  1. #1
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Sulle Sponde dell’Atlantico

    Sulle Sponde dell’Atlantico


    In occasione dell’importante visita del Presidente cinese negli Stati Uniti, vi riproponiamo un nostro articolo del 2009 che faceva il punto sulla situazione di smarrimento dell’ex area di riferimento geopolitica mondiale, l’Atlantico, e dei suoi protagonisti principali.

    A poco più di un anno di distanza lo smarrimento si sta tramutando in una resa incondizionata, dove il nuovo padrone asiatico detta le sue regole ad un Occidente ormai privo di spina dorsale.

    21 Gennaio 2011

    Sulle Sponde dell’Atlantico

    Premessa
    Osservare la situazione geopolitica dell’Occidente è come farsi due passi in un centro di psicanalisi. Profonde infatti sono le crisi di identità, o le sindromi depressive, che colpiscono Stati,sistemi,unioni,istituzioni ecc.
    L’instabilità covava da tempo,ma era sapientemente dissimulata da quegli equilibri politici ed economici post “guerra fredda” garanti, in teoria, della transizione in corso, equilibri che però nell’arco di un decennio,proprio con il sopraggiungere del tanto agognato nuovo secolo, si son dimostrati sempre più inefficaci nell’aiutare i timonieri globali, a districarsi da tutto il ginepraio di mutamenti che si son velocemente susseguiti. Fattori di rischio non valutati adeguatamente nel loro reale impatto epocale, se non all’ultimo momento,quando ormai altre dinamiche si stavano concretizzando.
    Aspetto questo già più volte rilevato nei nostri articoli.
    Lo spettacolo che andò in scena durante il G8 di Genova nel Giugno 2001, e l’attentato a New York nel Settembre dello stesso anno,non fu l’inizio di un’era nuova,ma la fine di ciò che restava della transizione post “guerra fredda”.
    Cosa realmente è rimasto in questi ultimi anni di quel new world order, che accese le frenetiche fantasie di complottisti, no-global e bizzarri animali simili? Niente,se non qualche pesante polpettone documentaristico, e parecchie tonnellate di libri scadenti.
    Gli stessi attori di quei giorni sono ormai sbiadite figurine,incapaci di cogliere il senso profondo di ciò che loro stessi hanno innescato nei diversi scacchieri mondiali.
    Quello che vorremmo capire è chi sta facendo cosa,dove, e possibilmente “perché” la sta facendo. Ciò in ragione del sacrosanto dovere,che ci siamo scelti felicemente, di non allinearci a coloro che oggi di sicuro non si stanno occupando certo dei nostri interessi da preservare,ma si preparano a saltare su di una scialuppa di salvataggio, prima che la nave/Occidente affondi,tentando di farci pure credere che agendo così lo fanno anche “per il nostro bene”.
    Quella che seguirà rappresenta una mappatura a grandi linee di quella che fu la più importante regione del globo,oggi in fase di totale squilibrio esistenziale,dove ogni schematismo utilizzato in passato risulta tremendamente inadeguato a tradurre il presente e le sue gestazioni.
    Abbiamo intenzione di non dare fiducia,di non elargire ottimismo e di non dispensare facili speranze.
    Anche perché in fondo questa situazione l’Occidente “se l’è cercata”,ed è tempo dunque che si prenda le proprie responsabilità.

    Il Mar (quasi) Morto
    La crisi economica attuale, che in Settembre ha compiuto il suo primo anno di vita e di attività distruttive, è una crisi globale nelle sue dimensioni ma atlantica per gli effetti più profondi e nefasti.
    L’Atlantico,il perno su cui ha ruotato gran parte del mondo per mezzo secolo,se non è ormai un mar morto,quantomeno risulta moribondo.
    L’Occidente vive una situazione critica, e non sembra destinato ad un futuro roseo;palesemente ridimensionato in ogni sua antica influenza politica,ed implicitamente avviato ad un celere declino economico.
    I fin troppo numerosi incontri multilaterali del 2009;Londra (Aprile),L’Aquila (Luglio),Pittsburg (Settembre),per citare i principali,organizzati in omaggio ai vetusti schemi del secolo scorso, si sono rivelati dei clamorosi fallimenti.
    L’unico effetto di questi pomposi appuntamenti internazionali è stato rimarcare le specifiche differenze d’approccio con l’attuale grave situazione delle produzioni e dei mercati. Situazione che alcuni Stati emergenti hanno affrontato come un brutto affaticamento,di cui stanno vedendo la fine,mentre i sistemi più maturi rischiano un vero infarto economico.
    Gli Stati a rischio d’infarto si trovano quasi tutti a ridosso dell’Atlantico,o che con esso hanno uno stretto legame,più precisamente un guinzaglio.
    L’atlantismo è dunque entrato nella sua fase di necrosi storica,anche se dai vertici multi/targa; G8,G15,G20 ecc.,ormai quasi mensili, l’unica cosa che continua a trasparire sono le velleità di ex super potenze europee ed americane,che ancora pensano di far pesare la loro presenza sui destini mondiali.
    Gli occidentali non riescono ancora a comprendere,o forse non vogliono comprendere, che il tempo delle “vacche grasse” è giunto al suo epilogo, e che l’indispensabilità dell’Atlantico (inteso come perno decisionale globale) vien fatto sopravvivere a sé stesso, solo per dare il tempo a che un nuovo spazio/guida lo sostituisca nell’arco di qualche anno.
    I due massimi organismi espressione dell’atlantismo,l’ONU e la NATO, sono specchio fedele di tale malessere esistenziale.

    L’ONU resta ingessato nella fotografia fatta a Yalta nel Febbraio del 1945,nonostante sia passata molta acqua sotto i ponti della storia.
    Pur restando formalmente una pretenziosa utopistica idea di governance globale,ad oggi l’unica sua funzione è quella di “zona grigia” in cui i diversi contendenti internazionali, singolarmente o tramite alcune inedite alleanze, giocano fitte partite diplomatiche.
    Veri e propri tornei di poker,dove gli equilibri mutano velocemente,e dove intorno ai cinque membri del Consiglio di Sicurezza ruotano nuovi attori,con i loro propri interessi, e ciò in spregio ad ogni idealismo universalista.
    Il valore poi del Segretario Generale dell’ONU è andato progressivamente sbiadendosi,di pari passo all’indebolimento dell’istituzione nel suo complesso.
    Se infatti durante l’ultima fase del secolo scorso abbiamo avuto statisti del calibro di Perez De Cuellar e Boutros Ghali,a ricoprire tale ruolo,ciò non si può dire di Kofi Annan. Figura eticamente tutt’altro che cristallina,in cui durante il suo mandato di Segretario Generale ha visto declinare il già scarso peso specifico dell’ONU, senza praticamente muovere seriamente un dito,forse perché le sue dita erano spesso impegnate a contar i dollari di lucrose attività umanitarie,lo scandalo “Oil for Food”,o a coprire i peccatucci dei suoi funzionari in gita per il mondo,pizzicati sovente mentre scambiavano i campi profughi per enormi bordelli,scandalo “Food for Sex”.
    L’attuale Segretario Generale rappresenta poi degnamente il grado di sovrastimato esponente di punta, di questa istituzione politica mondiale, ipertrofica ed entrata in fase di coma irreversibile.
    Ban Ki-Moon assomiglia infatti ad un personaggio dei fumetti giapponesi,e pensiamo che la sua capacità di districarsi nel complicato groviglio internazionale sia altrettanto evanescente.

    La NATO invece sta cercando una motivazione esistenziale,forse addirittura più urgente di quella dell’ONU,che le dia nuovo lustro ed una nuova ragione sociale per il XXI secolo,cancellando così i segni del tempo trascorso.
    Per comprendere la dinamica di tale tentato riposizionamento strategico, di quello che per tutta la “Guerra Fredda” fu un vero e proprio ente inutile militare, occorre dare una rapida occhiata alle missioni in cui la NATO risulta esser stata ufficialmente impegnata negli ultimi quindici anni,l’unico periodo d’attività belligerante della sua storia,con particolare attenzione alle operazioni ancora in corso.

    IFOR/SFOR – Bosnia-Erzegovina (1995 – 2004)

    Joint Guarantor – Macedonia (1998 – 1999)

    Allied Harbour – Albania (1999-conclusa)

    KFOR – Kosovo (1999 – in corso)

    Task Force Essential Harvest – Macedonia (2001-conclusa)

    Operazione Amber Fox- Allied Harmony – Macedonia (2002 – 2003)

    ISAF – Afghanistan (2003 in corso)

    IRAQ – NATO Training Mission (NMT-I) (2004 – in corso)

    Operazione “Indus” – Pakistan (2005-conclusa)

    fonte Esercito Italiano

    Alcune riflessioni immediate si possono fare anche solo leggendo i teatri delle operazioni,tanto passate,quanto attuali.
    Escludendo la missione Unfil in Libano, perorata dall’ONU per qualche strana alchimia diplomatica,dove i contingenti più numerosi ed organizzati presenti in campo sono comunque quelli appartenenti a Stati NATO (Italia,Francia,Turchia,ecc.),l’utilizzo delle forze armate dell’Alleanza Atlantica risulta esser sempre stato direttamente proporzionale alle necessità strategiche degli Stati Uniti.
    Balcani e “Grande Medio Oriente” sono le due uniche macro regioni in cui la NATO sia stata impegnata in modo ufficiale e continuativo,sicuramente anche per contingenze territoriali come per il conflitto ex-jugoslavo (missione IFOR/SFOR) ,ma sempre e comunque come prosecuzione di un intervento militare statunitense,missioni in Iraq,Afghanistan o quella in Kosovo,oppure nel quadro di precisi progetti diplomatici della Casa Bianca,come in Albania,Macedonia e Pakistan.
    Appare così evidente quanto la NATO venga chiamata in causa solo quando gli USA sentono la necessità di non dimostrare unilateralismo (Kosovo), o nel caso in cui la situazione sul campo richieda la presenza anche degli ascari/alleati (Iraq e Afghanistan),in funzione di supporto numerico,o di vera e propria sostituzione operativa.
    Questo è un dato di fatto incontrovertibile.
    La missione ISAF in Afghanistan,ad esempio, nasce per ammantare di legittimità internazionale l’aggressione a questa regione da parte degli Stati Uniti,la pretenziosa “Enduring Freedom”, che G.W.Bush attuò nel 2001, cambiò pelle molto presto, generando in pratica l’attuale presenza delle forze NATO,che si trovano ad oggi senza vie d’uscita facilmente percorribili o indolori.
    L’aggravarsi della situazione sul campo afgano,con poche regioni sotto il reale controllo del presunto Presidente Karzai, ha portato gli americani a condurre continue pressioni sugli alleati atlantici, sia per un aumento dei contingenti,sia per un maggior coinvolgimento in operazioni belliche dirette contro i talebani.
    La risposta degli ascari/alleati al neo Presidente Obama,debole in politica estera e piegato in patria dalla crisi economica, s’è spesso ridotta a poche vaghe promesse, o a peregrine richieste di una “exit strategy” anche per la presenza occidentale in Afghanistan,sulla falsa riga di quella (fuga) che si sta attuando in Iraq da quasi un anno.
    La NATO si trova dunque a vivere in Afghanistan i suoi momenti più cruciali. O l’alleanza resta unita e compatta,vincendo sul campo in breve tempo,cosa poco probabile visti i recenti sviluppi politico/militari,oppure si troverà nella spiacevole situazione di dover combattere una guerra di logoramento per altri anni,con la conseguenza di disintegrare ciò che resta della suo ruolo mondiale,e ponendo a repentaglio la sua stessa unità tanto formale che sostanziale.

    Chàvez ,Lula ed il club dei latinos
    Mai come in questo periodo l’America centro/meridionale sta vivendo una fase di profondi mutamenti,e di nuove prospettive…a spese degli Stati Uniti.

    03/10/2009;Olimpiadi 2016 al Brasile.
    Rio de Janeiro sarà la sede dei Giochi olimpici del 2016, prima volta per il Brasile e l’intero Sudamerica. I festeggiamenti a Rio de Janeiro, la città brasiliana scelta ieri dal Comitato olimpico internazionale come sede delle Olimpiadi del 2016, sono andati avanti tutta la notte. (…)
    Fonte Il Sole 24 Ore: notizie di finanza, economia, cronaca italiana, esteri, borsa e fisco

    Al mondo c’è chi vince e c’è chi perde,in questo caso chi vince è apparso malignamente contento anche per un motivo più che fondato.
    In corsa per ospitare le olimpiadi del 2016,oltre a Rio de Janeiro, c’era niente meno che Chicago,la città del Presidente USA Obama,faro geografico di quella melassa sub culturale che vede nel neo inquilino della Casa Bianca,nero e progressista, il suo beniamino,il suo pigmalione,in teoria l’uomo a cui non si può dire di no.
    A sostegno della metropoli a stelle e strisce lo stesso Presidente s’era messo in gioco in prima persona, con tanto di pesante discorso retorico su quanto Chicago fosse da scegliere perché lo diceva “lui”,il presunto “uomo del destino”.
    Obama e la sua griffata insopportabile moglie si son visti invece snobbati dal Comitato olimpico,in favore del meno fascinoso Presidente brasiliano Lula.
    Uno smacco senza precedenti per la coppia presidenziale,che spesso suppone d’esser già entrata nella storia,accolta in patria da una raffica di critiche,più che giustificate, dovute all’inopportunità di pensare a dei giochi,mentre milioni di americani si trovano a dover fronteggiare il disintegrarsi dell’american dream.
    Questo è solo l’ultimo esempio di come l’America latina si stia emancipando dal soffocante controllo di Washington,durato fin troppo, grazie ad una interessante concomitanza di fattori storici,politici,ed economici, che in questa sede tratteremo solo per sommi capi.
    Con la fine delle dittature militari instauratesi nel lungo arco di tempo tra gli anni ’60 ed ’80 del secolo scorso,ed una transizione spesso affidata ai perentori dettami del liberismo,la nuova fase storica dell’America latina ha visto sorgere una vera e propria tendenza a smarcarsi dai vecchi equilibri atlantici,in favore di una più serrata volontà politica, desiderosa di trovare un proprio spazio ed una propria importanza nel quadro internazionale.
    Va comunque subito chiarito un punto fondamentale; l’economia di questa macro regione del globo è votata all’export,ad oggi con una chiara predominanza di tale attività verso gli Stati Uniti,che pur ridimensionati nella loro passata invadenza politica, restano tuttavia il primo interlocutore economico di queste nazioni.
    Argentina,Brasile,Cile,Messico e Venezuela esportano verso gli USA prodotti manifatturieri,generi alimentari,minerali,gas e petrolio,nonché il bioetanolo, che nei progetti a lungo termine dell’amministrazione Obama dovrebbe sostituire parte dei consumi petroliferi nel suo paese.
    Gli Stati Uniti hanno però di fronte un’America Latina profondamente mutata da un punto di vista politico. Nell’arco di un decennio gli ossequiosi governi liberisti dell’area son stati sostituiti da figure decisamente meno docili.
    Chàvez in Venezuela, da quando è salito al potere nel 1998, sta plasmando sulla sua figura uno strano mix ideologico fatto di nazionalismo militare e castrismo petrolifero.
    In Bolivia troviamo l’indigenismo di Morales,che punta a sottrarre alle vecchie oligarchie filo statunitensi gran parte delle loro prerogative d’influenza politica ed economica.
    Nel Brasile di Lula e nel Paraguay di Lugo i toni invece sono quelli di un socialismo pragmatico,che vuol conciliare terzomondismo e crescita economica.
    Questi nuovi protagonisti del Sud America però,per sostenere lo sviluppo sociale,e dunque il relativo consenso interno,non possono più affidarsi solo ai proventi dell’export,seppur orientato verso altre destinazioni,ma dovranno nel prossimo futuro diventare i catalizzatori anche di nuovi flussi di capitali e di investimenti, provenienti da Cina ed India,ma anche dagli Stati arabi,dunque una pluralità di soggetti diversificati e di prospettive nuove,ciò comporterà quindi la necessità di trovare una più stabile unità regionale,che gioco forza andrà a scontrarsi con quel che resta dell’influenza USA.
    Le criticità in Colombia,in Bolivia ed il colpo di Stato in Honduras, son le prime avvisaglie di queste frizioni.
    Tale nuovo corso della politica sudamericana vede dunque nelle nazioni emergenti dell’Asia,Cina ed India,e anche nella Russia, non solo degli interlocutori commerciali capaci di sostituire nel tempo gli USA, come mercato privilegiato per le proprie esportazioni principali,o come partner finanziari,ma anche come una sorta di sponda di sostegno per le future strategie internazionali,come la definizione del ruolo di alcuni Stati,Brasile e Venezuela in primis,circa questioni quali la proliferazione nucleare,o le trattative all’ombra dell’ONU e del FMI.
    L’attuale crisi ha poi posto con maggior urgenza il superamento definitivo del rapporto privilegiato con la vecchia super potenza atlantica,onde evitare di finire inghiottiti nel giro di pochi anni dal suo inesorabile declino.
    Il Brasile,per dimensioni,per demografia e per prospettive economiche, assumerà un sempre maggior peso regionale,proiettandolo forse ad un ruolo di primo piano nel consesso internazionale quale fattore aggregativo per l’America latina nel suo complesso.
    La scelta del Comitato Olimpico di affidare proprio al Brasile l’organizzazione dei giochi del 2016,può esser letta in questa chiave geopolitica,un primo simbolico segnale di un cambiamento in corso d’opera.



    ( continua )



    Geopolitica

  2. #2
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Sulle Sponde dell’Atlantico

    Stati Uniti (d’Asia)


    Quando,tra qualche decennio,si studierà il declino dell’atlantismo,non si potrà negare l’evidente “tradimento” che proprio il principale Stato atlantico ha perpetrato nei riguardi del suo stesso fulcro identitario.

    Gli Stati Uniti d’America stanno vivendo la fase avanzata di un mostruoso processo di metamorfosi geopolitica ed economica,che li porterà a diventare,volenti o nolenti, un’appendice dell’Asia,completamente manovrata dai suoi protagonisti.

    La verità è a portata di mano,nessuno può negare che la stretta interdipendenza esistente tra Cina e USA sia tutt’altro che un fenomeno passeggero,o una visione priva di fondamento,così com’è altrettanto chiaro quale dei due Stati tragga maggior giovamento da questo stato di cose.

    Pechino ha nelle sue mani la vita e la morte degli Stati Uniti.

    Attraverso l’esposizione debitoria nei riguardi dei cinesi,ed in funzione di un mercato interno drogato da manufatti e prodotti dagli “occhietti a mandorla”,l’intero popolo (se così lo si può definire) americano sta volgendo i propri destini verso una succube acquiescenza agli interesse della nuova super potenza asiatica. Se l’era Bush ha preparato le condizioni per questa situazione,l’attuale amministrazione Obama sta attuando un sistematico ancoraggio degli Stati Uniti al nuovo polo economico e decisionale mondiale, il futuro non tanto remoto “asse” Cina/India.

    Il vero new world order,che sarà più che mai visibile,concreto,operante alla luce del sole,con tutti crismi del liberismo.

    Gli Stati Uniti si garantiranno i vitali prestiti cinesi grazie a unilaterali “scambi” di tecnologia matura; nucleare,eolico,spaziale,energetico ecc.

    Tecnologie ad alto valore strategico,un tempo incedibili,ma che per Obama e la sua corte dei miracoli potranno rappresentare una moneta di scambio,utile ad evitare che quel che resta del “sogno americano” venga solo più riproposto nei filmetti per adolescenti cretini.

    L’attuale establishment democratico ha già provveduto,attraverso le indubbie capacità del Segretario di Stato H.Clinton, a creare i presupposti per un duraturo tandem Pechino/Washington nelle diverse questioni di politica internazionale, che possono vedere gli Stati Uniti utili ai loro nuovi padroni.

    Tanto in Asia,quanto in Africa, i “paladini” della democrazia occidentale stanno sempre più assecondando la tecnocrazia gialla.

    Ecco dunque che il regime dei generali nel Myanmar (ex Birmania), o la repressione delle minoranze etniche nella stessa Cina,(regioni di Tibet e Xinjiang),diventano questioni che la Casa Bianca pone sempre più in basso nell’agenda delle problematiche internazionali da risolvere,così come accade per i dossier “Sudan” e Zimbabwe”,improvvisamente scomparsi dalla ribalta mediatica.

    Quello che ci chiediamo da un po’ di tempo è per quanto gli Stati Uniti saranno convenienti a questo nuovo ordine. La spasmodica ricerca da parte delle nazioni emergenti d’Asia,con la Cina a fare da capofila, di nuovi mercati da sviluppare (Africa e Sud America) dovrebbe cominciare a far presupporre che l’ex super potenza atlantica sia destinata ad uno sfruttamento intensivo,fino al midollo delle sue possibilità,per poi esser abbandonata a sé stessa e alla sua prevedibile implosione.



    L’Europa…


    …verso Pechino

    Qualche mese fa il think-tank di politica internazionale European Council on Foreign Relations,pubblicava sul suo sito (The European Council on Foreign Relations) un’interessante focus sulle relazioni e le prospettive del rapporto Unione Europea/Cina.

    Analisi molto articolata dell’attuale situazione interna all’UE,e delle differenti posizioni dei singoli Stati dell’Unione sul dossier “Cina”,con anche un primo bilancio di quanto il colosso asiatico stia marginalizzando le residuali influenze europee in ambito internazionale. Cosa per altro confermata sulla stessa stampa cinese, o nel sito internet ufficiale dello stesso Governo,dove si parla ormai apertamente di un G2 esclusivo,Cina/USA, capace di essere l’unica governance globale possibile.

    Interessante è poi il quadro confermato di un Vecchio Continente dove blocchi contrapposti usano il paravento delle istituzioni comunitarie, e anche dell’ONU, per avviare rapporti privilegiati con il drago asiatico. Riteniamo che questa situazione de facto permarrà e s’intensificherà con l’incancrenirsi della crisi economica in vera depressione, o comunque nel lento declino del sistema ancora vigente,che aveva nelle due sponde atlantiche il suo perno.

    Quello che però ci ha stupiti di questo documento è la sintesi propositiva,dove vengono perorate scelte a dir poco autolesionistiche.

    Gli osservatori più attenti,tra i quali ci annoveriamo,hanno da tempo compreso che Pechino sfrutta le divisioni interne all’Unione, per mantenere le conquiste economiche e commerciali raggiunte nei primi anni del XXI secolo.

    Prendendo a prestito le parole contenute nel focus dell’ecfr possiamo dire che in Europa esistono quattro distinti approcci nei riguardi della Cina:

    Assertive Industrialists, Ideological Free-Traders, Accommodating Mercantilists and European Followers.


    Assertive Industrialists

    Nazioni industriali resistenti alla Cina,come la Germania.

    Ideological Free-Trader

    Liberisti commerciali,vero cavallo di troia dei cinesi nell’UE,come Gran Bretagna ed Olanda.

    Accommodating Mercantilists

    Nazioni industriali divise tra la “resistenza” e la “dipendenza”dai prodotti cinesi,l’Italia è tra questi.

    European Followers

    Nazioni che non ritengono di dover prendere campo in tale questione e rimandano tutto alla politica comunitaria,l’unico campo dove non troviamo Stati di peso.


    Il documento in esame centra sicuramente tutte le fragilità storiche e l’inefficienza organizzativa della politica estera dell’UE nel suo complesso,abbandonandosi però a delle speranze un po’ puerili.

    L’Europa dovrebbe acquisire ascendente su Pechino per il solo fatto d’avere (in teoria) un mercato finanziario interno più solido,che dovrebbe attirare il surplus monetario dei mandarini,o per la detenzione di qualche alta tecnologia “matura” appetibile,assurde speranze dal nostro punto di vista.

    A parte che sulla solidità finanziaria del Vecchio Continente avremmo qualche perplessità,ma poi dovrebbero spiegare questi think-tank quali ricadute positive dovrebbe ricevere la società europea dal fatto che i cinesi vengano a sorreggere il nostro circuito bancario,o i titoli di Stato,o per qualche accordo d’interscambio tecnologico ed infrastrutturale.

    Le prospettive che l’ecfr propone per l’UE,nel rapporto con la Cina, sono a dir poco ridicole;viene auspicato infatti un percorso simile a quello che stanno percorrendo gli Stati Uniti.



    fonte ecfr


    Praticamente l’UE dovrebbe diventare una succursale tecnologico/finanziaria della Cina,che sarebbe la parte forte che avrebbe tutti i vantaggio, mentre noi europei dovremmo essere la parte debole,che si accontenterebbe delle briciole asiatiche pur di galleggiare.

    Secondo l’ecfr l’Europa dovrebbe persino orientare l’apparto amministrativo alla conoscenza remissiva del nuovo “padrone”,pensiero di una certa coerenza logica,visto che saremo sempre noi europei a dover chiedere spazio ed ossigeno,mentre Pechino potrà entrare in Europa come in una casa di tolleranza…Infondo anche questo scenario fa parte del processo da noi giustamente definito dell’economa del fantastico.


    …verso Mosca

    La fine dell’URSS (01/01/1992) ispirò alcune prime timide idee circa l’integrazione della Russia in un quadro pienamente europeo.

    Tali teorie risultarono però deboli o marginali per molti motivi,non ultimo dei quali l’estrema dipendenza dell’Europa dagli equilibri atlantici,in quell’epoca ancora molto forti.

    Negli ultimi anni però il crescente peso internazionale della nuova Russia di Vladimir Putin,e gli eccessi dell’unilatelarismo statunitense durante la presidenza Bush, hanno decisamente alimentato quello che per certi aspetti non rappresenta più solo una necessità geopolitica dell’UE,ma anche un antico desiderio di Mosca; una Russia finalmente compresa come grande nazione di civiltà europea,e non più vista quale immensa distesa imperiale tra Vecchio Continente ed Asia.

    Il problema nel realizzare questa via ad un grande asse UE/Russia,nel quadro dei nuovi equilibri globali,è però insito nelle stesse fragilità dei due attori in causa.

    L’Unione Europea è profondamente divisa sul dossier “Russia”.

    Gran Bretagna,Polonia, Stati baltici e scandinavi sono apertamente ostili a Mosca,e con motivazioni diverse,tutte egualmente virulenti.

    Italia e Germania vedono invece con favore la creazione di una lobby UE/Russia in funzione sia di contenimento all’espansionismo cinese,che di supporto al declino americano.

    Tra questi due estremi troviamo un vero e proprio branco di “pesci in barile”,capeggiati dalla Francia,sempre desiderosa di tenere un piede in due staffe,essere una potenza atlantica di mediazione con Washington,e la premiere dame europea in sede d’Unione.

    La Russia stessa si trova a dover affrontare una significativa crisi strategica.

    Per le classi dirigenti di Mosca appare chiaro che i cinesi,oggi collaborativi in molti settori economici,ed alleati in diversi scacchieri internazionali,non ci penserebbero due volte ad avventarsi sulle grandi e ricche regioni siberiane, sfruttando magari una debolezza istituzionale al vertice del Cremlino,utilizzando il proprio peso demografico per una vera colonizzazione etnica.

    L’attuale alleanza tra russi e cinesi in campo internazionale risulta più un contratto a tempo determinato,che un vero sodalizio di lunga durata.

    La Russia però non trova una sponda sufficientemente compatta nell’UE, venendo spesso,e gratuitamente,irritata dalle continue nenie demo-progressiste del Governo britannico, o dalle ingerenze di fondazioni “filantropiche” e Ong di varia prezzolatura. Obiettivo dichiarato di tali manovre è l’indebolimento del Giano bifronte Putin/Medvedev,il cui carattere autoritario e nazionalista appare vitale in questo scenario geopolitico,forse per la stessa incolumità territoriale dello Stato russo.

    Altro ostacolo per questi potenziali alleati è rappresentato dall’economia.

    Anche in questo caso le divisioni interne all’UE incidono notevolmente,favorendo più i rapporti privilegiati bilaterali tra russi e tedeschi,ad esempio,o tra russi ed italiani,invece che orientare gli sforzi dell’intero Vecchio Continente verso un progetto unitario di più ampio respiro.

    L’attuale crisi della struttura economica occidentale ha posto anche in evidenza le criticità interne della Russia,troppo dipendente dal prezzo delle materie prime che esporta,mentre l’UE sta facendo i conti con il rapido declino dei sistemi produttivi dei suoi principali Stati.

    Con delle condizioni di questo tipo la via verso Mosca appare forse ancora troppo nebulosa,per poter essere percorsa con sicurezza.


    …Verso Thule

    Concludiamo questa nostra lunga disamina sull’agonia dell’Atlantico,tratteggiando brevemente quella che può essere una prima embrionale idea di come proprio in sé stessa l’Europa occidentale,oggi vaso di coccio tra vasi di ferro,possa trarre la forza di riprendere un cammino che non è “solo” politico, “solo” economico,o che mira a “tirare a campare”,ma che sarebbe un cammino di civiltà, nel senso più completo ed organico che possa esistere.

    Noi di Thule non auspichiamo più al ritorno in auge di un mare (quasi) morto come l’Atlantico,e non vogliamo affidare la speranza di rinascita dell’Europa a vie che sicuramente porterebbero il nostro continente a dover diventare una debole “donzella” da tutelare,o peggio,una squallida meretrice pronta a vendersi alla potenza emergente di turno.

    Le grandi nazioni d’Europa,che per prime sono entrate nella decadenza della propria civiltà,potranno ritrovare la forza delle origini solo abbandonando ogni tentativo d’inseguire la post-modernità,con la sua economia del fantastico,e le prospettive di crescita senza freni del suo vorace sistema economico/sociale, che di tale nuova era rappresenterà l’espressione massima.

    Infondo sarà solo un bene se le nostre nazioni perderanno le condizioni per attirare capitali o surplus finanziari di super potenze asiatiche,il “drogato” potrà così disintossicarsi una volta per tutte.

    La prospettiva che sola può ridare forza vitale ai popoli europei,oggi succubi di un declino barocco,spacciato sotto il nome di progresso,sarà quella di un isolamento benefico,duro,difficile,ma rigenerativo,in cui poter ritrovare le ragioni della passata grandezza ed un nuovo ruolo nel mondo.



    Gabriele Gruppo




    Bibliografia e Siti


    “Eurussia,il nostro futuro?”, Limes 2009

    “La Cina spacca l’Occidente”, Limes 2009

    “La Ricerca dell’Infelicità”,Thule-Italia 2009

    “EU-China Relations”,European Council on Foreign Relations 2009


    Esercito Italiano

    The European Council on Foreign Relations

    www.english.gov.cn

    Aspen Institute Italia










    Geopolitica

 

 

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