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    Predefinito I teatranti della politica.

    Miliardario chic!

    Scalfari e il ceto medio
    di Mario Giordano pg.5 de ilgiornale.it 15 03 2011

    Una volta alla sera andava in via Ve*neto.
    Adesso va in Tv.
    Pare gli piaccia un sacco: esce dal salottino, lascia la ca*nasta, dimentica per un attimo il co*gnac invecchiato in barrique, e oplà ec*colo lì, bello incipriato, sotto i riflettori, felice come un bimbo che ha appena scoperto la trottola.

    Lunedì sera, per esempio, Eugenio Scalfari era a La7 con Lilli Gruber: aveva la barba bianca ben curata, le gote rosse, lo sguardo un po’ sperduto frale labbra a canotto del*la sua intervistatrice.
    A tratti guardava nel vuoto, a tratti balbettava.
    Ogni frase sembrava molto meditata: come se la dovesse tirare giù dall’Olimpo degli il*luministi, come se fosse ispirata in di*retta da Diderot e D’Alambert.
    E inve*ce, per lo più, ogni frase risultava un di*stillato di banali sciocchezze.
    Del tipo: «Le leggi si approvano in Parlamento», «uno che fa comizi si espone», «il libero convincimento è libero», «il sindaco fa il sindaco», «nel deserto non ci sono ingorghi».
    Mancava solo che dicesse che l’acqua per essere calda non può esse*re fredda e poi aveva fatto l’en plein del*l*a meditazione filosofica in stile casalin*ga di Voghera.

    Questo oracolo della banalità, tolto dalla sua naftalina miliardaria, faceva quasi tenerezza: cercava conferme, si sforzava di mostrarsi preparato («Ho letto tutto il disegno di legge») e citava i suoi sterminati articoli, essendo rima*sto ormai uno dei pochi che riesce a leg*gerli tutti interi.
    L’avevano chiamato a La7 per fare l’anti Giuliano Ferrara ma mentre quest’ultimo da Radio Lon*dra diceva delle cose, nonno Eugenio non riusciva a far altro che travasare sciocchezze e bile.
    Quando, per esem*pio, la Gruber gli ha chiesto le ragioni per cui ha rifiutato il dibattito con il di*rettore del Foglio, ha risposto secco: «Perché mi piace combattere con i miei pari e non ritengo Ferrara un mio pari».
    Si capisce: Scalfari è abituato a parlare con Io, al massimo - se proprio deve - si degna di aprire una querelle con Dio.
    Oltre non s’abbassa.

    Liberté sì, fraternité insomma, con l’egalité però non esageriamo.
    Che ci volete fare? La puntata è da rivedere al*la moviola: la Gruber prova a prender*lo per mano come si fa con il nonno un po’ svampito che piomba in salotto con la patta dei pantaloni aperta.
    Lo in*terrompe, lo chiosa, cambia discorso per salvarlo.
    Si rende conto che la sfida con Ferrara si sta tramutando in auto*gol.
    Tutto inutile.
    Su Saviano Scalfari si intorta, su Fini non sa cosa dire, all’im*provviso scopre con scandalo che «i partiti dialogano anche fuori dal Parla*mento».
    Pensa un po’ a che cosa porta*no anni di acuta analisi politica.
    «Luci*do osservatore», lo definisce con corag*gio la Gruber.
    E sarebbe pure lucidissi*mo, in effetti, non fosse per tutta quella cipria sulla pelata...

    Il clou arriva alle 21.08.
    Lilli Gruber pone una domanda secca: «Lei ha pro*posto una tassazione straordinaria sul*le grandi ricchezze. Che cosa intende per grandi ricchezze?».

    Nonno Euge*nio ci mette tre minuti per rispondere, perdendosi nel suo noto labirinto (mentale) fra entrate tributarie, ban*che centrali, tagli lineari, encefalo*grammi piatti, ceti medi e medio alti.
    Alla fine, esattamente alle 21.11, dopo un delirio durato tre minuti, sette pa*rentesi, dodici parafrasi, quattro inci*dentali e nove subordinate, mentre già scorrono i titoli di coda, il Fondatore fi*nalmente pesca in un angolo della sua mente l’illuminazione:
    «La tassa sulle grandi ricchezze», proclama, «devono pagarla i grandi ricchi, cioè tutti quelli che guadagnano più di 40mila euro l’anno».

    40mila euro l’anno? Grandi ricchi?
    Lilli Gruber sbianca, non sa più dove guardare, cerca di metterci una pezza. 40mila euro l'anno sono all'incirca 1700 euro al mese. Può essere definito «grande ricco» uno che guadagna 1700 euro al mese?
    Nonno Eugenio ormai non risponde.
    È perduto, pronuncia pa*role in libertà. «La tassa di scopo la de*vono pagare solo i grandi ricchi», riba*disce. «La tassa di scopo la deve pagare un’ampia massa di contribuenti», cor*regge subito dopo.

    Allora capiamoci: solo i grandi ricchi o una massa di con*tribuenti?
    Sguardo perso nel vuoto. Boh. E allora «perché non tassiamo le rendite finanziarie?», s’illumina.
    Ma sì, una tassa vale l’altra: basta svuotare le tasche alla gente.

    E poi avanti con il mantra di Prodi, ma quant’era buono Prodi, ma com’era bravo Prodi, come quei vecchi che alla casa di riposo che continuano a recitare la formazione del Bologna che tremare il mondo fa.
    «Ma non gioca più Angelo Schiavio?» No, caro nonno Eugenio: Schiavio è fuori squadra. E tu fuori quadra.
    Co*munque non ti preoccupare: se vuoi ti regaliamo la figurina.
    E anche una bel*la tassa di scopo, magari anche di sco*pone scientifico: così ti ci diverti con gli amici della canasta.
    L’importante è che eviti queste figuracce catodiche e te ne stai lì tranquillo in salotto a dialo*gare con Io, spiegandogli cose impor*tanti:
    il sindaco deve fare il sindaco, un deserto è meno affollato della metropo*litana all’ora di punta, etc.

    Sarà un di*battito appassionante, vedrai.
    Più di quello con Ferrara.
    Magari Io crederà pure a quello che dici.
    E non ti chiederà come si fa a diventare grandi ricchi con 1700 euro al mese senza nemmeno in*cassare, come hai fatto tu, i miliardi dal**l’Ingegner De Benedetti.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: I teatranti della politica.

    Il guitto Fo, Nobel di inciviltà.

    Gaglioffate del tribuno anti Cav.

    di M. Giordano pg.5 de ilgiornale.it del 15 03 2011


    L’opposizione, a corto di idee, lascia ai guitti del suo vivaio il compito di rappresentarla.
    Il più disponibile alla supplenza è il frusto Dario Fo.
    L’arzillo ottantacinquenne, premio Nobel per caso, ha una mostruosa quantità di tempo libero.
    Artisticamente parlando, ha tirato i remi in barca.
    Va in scena col contagocce e non inventa più nulla.
    Però, per non sparire, ha sostituito il palcoscenico con le piazze antiberlusconiane.
    Frequenta girotondi, circoli anarchici, gruppi movimentisti per recitare filastrocche ribelli e brani irridenti del Fo che fu.

    Giorni fa ha arringato la folla a Milano per il Costituzione-day, nobile nome usurpato per inscenare l'abituale adunanza fescennina anti Cav.
    L’uscita di Fo più apprezzata dal colto pubblico è stata: «Berlusconi è scemo», opinione che solo un Nobel per la Letteratura poteva esprimere con tanta arguzia.
    Poi, sfruttando a fondo il successo, come fa il norcino col suino, ha ribadito ieri i concetti su il Fatto, quotidiano a sua misura.
    Ha precisato che Berlusca è «scemo» nel senso che è «fuori di testa al livello di scemenza» e che fa delle «truffalderie da taverna».
    L’ultima, ha spiegato con garbo, è quel «ca..zo d’invenzione del cerottone messo per fare scena».

    Poi è passato alla Gelmini «serva dei ricchi» e alla riforma della Giustizia:
    «Una bidonata tremenda».
    Tutte riflessioni non solo nobelianamente espresse ma che danno un decisivo contributo al dibattito: quello sul livello mentale dell’intellighenzia di sinistra.
    La polpa però sta nel seguito dell’intervista.
    Rievocando il C-day, Fo -in un ideale paragone con Bersani & co.- esalta se stesso.
    Finché hanno parlato i soliti noti del Pd -racconta- «la gente non aveva avuto reazione».
    Poi, «ho parlato io e l’ho buttata in sollazzo» e giù tutti a ridere e partecipare. Ossia: io sì che so entusiasmare. In pratica, una patente di imbecillità ai papaveri del Pd e un’auto candidatura alla guida della sinistra ammosciata. Con quale programma? Il casino permanente.

    Testuale: «Il Sessantotto. Che fantasia, che creatività! Spero che si possa arrivare a un altro momento del genere. Non bisogna fermarsi. Continuiamo questo Carnevale».
    Col fine - sottinteso - di cacciare il Cav. Cioè, un ottantacinquenne attaccato con i denti alla breccia che ingiunge al settantaquattrenne di lasciare la sua.
    È il proverbiale bue che se la prende con l’asino.

    Fo è così: inesorabile con gli altri, morbido con sé.
    Si impanca, fa la predica, si considera integerrimo.
    Si vanta della sua coerenza umana e politica e ha rilasciato fiumi di interviste sulle nozze esemplari con l'attrice, Franca Rame.
    Questa orgia di okay su quanto li riguarda, è il vizio degli smemorati.
    Dario è sempre stato prono al capo di turno.

    Nella Repubblica di Salò alleata dei nazisti, fu con Mussolini e si arruolò come paracadutista. Aveva 18 anni e si poteva perdonargli qualsiasi cosa.
    Invece, quando nel dopoguerra il fatto fu riesumato, era già comunista e negò tutto.
    Querelò giornalisti e giornali che accennavano alla «macchia», mentendo a tutto spiano, finché fu inchiodato da un tribunale con questa sentenza:
    «È certo che Dario Fo ha vestito la divisa di paracadutista repubblichino nelle file del Battaglione Azzurro di Tradate... anche se ha cercato di edulcorare il suo arruolamento volontario sostenendo di avere svolto la parte dell'infiltrato pronto al doppio gioco».
    Dopo che, spogliati i panni del fascista, passò al comunismo, cominciò a prendersela con quelli che facevano l’inverso, lasciando la sinistra per nausea.

    Forte della sua limpida coscienza ha accusato di «tripli giochi e salti della quaglia» Giuliano Ferrara, Paolo Liguori, Sandro Bondi, ecc., senza essere mai frenato dal pudore.
    Tipico dei caporali ideologici.

    Vi do altri esempi di com’è accomodante con se stesso.
    Nel 2006, si discuteva in Parlamento se proseguire la missione in Afghanistan. Fo era contro l’impegno militare e lo disse in tutte le salse: a teatro, in piazza, sotto la doccia. Ma quando la moglie Franca, allora senatrice dell’Idv di Di Pietro, votò per la missione seguendo l’ordine di scuderia, Dario cominciò a zufolare, prese un’arietta distratta e dimenticò l’argomento.
    Anche le consorti sono piezz ’e core.

    Nello stesso anno, scaduto il mandato di Gabriele Albertini, era cominciata la corsa per il nuovo sindaco di Milano. Fo si candidò con una lista propria a sinistra della sinistra, «Dario Fo per Milano».
    Nella fase iniziale sbeffeggiò il prefetto Ferrante candidato ufficiale dei cattocomunisti, trattandolo da pistola.
    Poi, richiamato all’ordine da Bertinotti o altri così, si allineò alla disciplina rossa, appoggiando il prefetto.
    Ma, per sbiadire la resa, lo fece da paravento: «Noi siamo per Ferrante. Siamo fanatici di Ferrante. Gli romperemo i coglioni, ma lo sosterremo».
    Era già Nobel per la Letteratura, di qui la prosa vivace.

    A un certo punto, superata la sessantina cominciò a correre la cavallina mandando per qualche tempo a farsi friggere il matrimonio d'amore con la Rame.
    C’è una velata somiglianza con il Cav, nonostante Dario si consideri di altra pasta.
    Stufa dell'andazzo, Franca lanciò via intervista un primo avvertimento nel lessico di famiglia: «Quando un uomo è importante, le ragazze se le ritrova a letto già col bidet fatto».

    Fo continuò trasgredire e allora Franca tradì a sua volta e lo fece sapere.
    Poi passò al contrattacco e a Domenica in dichiarò in diretta: «Divorzio da Dario».
    Raffaella Carrà, sull’orlo dello svenimento, sussurrò: «Ma lui è al corrente?». «Adesso lo sa», rispose l’altra gelida.

    Nel curriculum di Fo c’è anche una vera gaglioffata.
    Dopo la morte dell'anarchico Pinelli aizzò una campagna di odio contro Luigi Calabresi. Sosteneva che il commissario avesse ucciso l’anarchico spingendolo dalla finestra della Questura milanese.
    Non si limitò -come Eco, Colombo (Furio) e altri cicisbei della penna- a firmare manifesti incendiari contro il «commissario torturatore», ma scrisse una commedia ultracolpevolista, Morte accidentale di un anarchico.
    Accreditava così la menzogna della defenestrazione dolosa, fomentando il clima di livore.
    Morte accidentale è del 1971; nel maggio ’72, Calabresi fu ucciso dai mazzieri di Lotta continua, nella stessa Milano in cui Dario recitava il suo testo bugiardo.

    Non risulta che, successivamente, il Nobel abbia avuto parole di scusa, né di umana pietà.
    Ma dove trova ancora lo stomaco di aprire bocca?

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Rif: I teatranti della politica.

    L’ultima trovata radical chic del Pd: Bersani «eroticamente composto».

    Intanto c’è da intendersi su cosa significhi «eroticamente composto».
    Vuol dire che durante il servizio fotografico non ha allungato le mani sui creativi? O che i creativi, negli scatti, sono riusciti a domare il suo normalmente inimbrigliabile sex appeal, a tenere a bada, disperdendolo un po’, quel naturale erotismo che il modello sparge di solito attorno a sé come fosse Ddt?
    O che, al contrario, il candidato del Pd, Pier Luigi Bersani è «oltre» ogni tentazione?
    Una specie di Jack Nicholson nostrano che però non ha mai girato Il postino suona sempre due volte e non ha mai conosciuto Jessica Lange, una sorta di Jaen Pierre Bacri italiano al quale sono rimaste solo Parole, parole, parole?
    O forse è «eroticamente composto» perché posa vestito? Mah.

    La coppia creativa Aldo Biasi e Salvo Scibilia, che si è occupata della campagna del Pd, «Oltre» (prontamente ribattezzata «Oltre-tomba» da Oliviero Toscani) è pienamente soddisfatta di come è riuscita a far apparire Bersani «solido» e, appunto, «eroticamente composto».
    Passi per il solido, anche se non è affatto detto che uno con le maniche della camicia arrotolate sembri automaticamente concreto e di altri indizi a conferma del giudizio non c’è traccia, ma è l’altra definizione ad aprire francamente più di un quesito.
    Specie se si pensa che è stata scelta da due uomini di comunicazione, specie se si pensa che è stata scelta da due uomini di comunicazione che Bersani l’hanno conosciuto da vicino.

    «Eroticamente composto»...
    Se è una trovata per allontanare l’idea del rigor mortis, in termine di rimandi, è decisamente un fallimento perché «composto» fa pensare a «ri-composto» e «eroticamente» fa pensare a quel che resta, cioè al «rigor» e allora si torna all’idea di Toscani.
    Se invece si tratta di un eufemismo per dire che Bersani sta in un emisfero e l’erotismo in un altro, beh, allora è elegantissimo.
    Certo che il modo in cui la coppia creativa ha definito la propria campagna è infinitamente più efficace della campagna stessa.

    di Valeria Braghieri pg.5 de ilgiornale.it di oggi 16 03 2011

    saluti

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    Predefinito Esagerati!!!!

    "Cose allucinanti". Nel colloquio con Repubblica (leggi l'articolo), il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi continua a ripeterlo. Le trentatre ragazze, i bonifici bancari, le intercettazioni, il fango dei magistrati. E' un fiume in piena: "Andrò in tv a spiegare tutto e a difendermi. Andrò a tutte le udienze". Perché il Cavaliere non si arrende nemmeno davanti a questo "uso della giustizia così barbaro e così lontano dalla realtà". Contro tutto questo il premier ha deciso di porre un argine.

    "Io ho 75 anni... 33 ragazze in due mesi mi sembrano troppe anche per un trentenne. Sono troppe per chiunque". Mentre il tribunale di Milano chiude le indagini su Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede senza nemmeno interrogarli, Berlusconi è a Palazzo Grazioli. Legge le carte del tribunale. "Hanno messo in piazza 33 ragazze che passeranno il resto della loro vita con il marchio della prostituta - spiega il Cavaliere a Claudio Tito - e invece erano ragazze che hanno avuto solo il torto di partecipare a cene con il presidente del Consiglio in cui c'erano tre musicisti e sei camerieri". E precisa che di questi sei camerieri tre venivano da un'agenzia esterna. Quindi non erano dipendenti. Il premier parla di "cene eleganti" durante lequali "le ragazze facevano quattro salti in discoteca". E precisa: "Da sole, perché a me non è mai piaciuto ballare". Niente di più.

    Dalla ricostruzione fatta, i pm milanesi hanno invece dipinto un quadro a tinte fosche. Ma Berlusconi lo smonta, punto per punto. Perché le accuse non reggono, fanno acqua da tutte le parti. "Ho sempre avuto vicino a me la mia fidanzatache per fortuna sono riuscito a tenere fuori da questo fango - continua Berlusconi - se avessi fatto tutto quello che dicono, mi avrebbe cavato gli occhi".

    Oltre ai numeri a dir poco iperbolici anche le accuse sui bonifici bancari non reggono. "La verità è che la giustizia di questi signori è senza senso", spiega il Cavaliere assicurando di non aver mai pagato una donna. "E poi può mai essere possibile che uno paghi con dei bonifici bancari una prestazione sessuale? - chiede - ma dove si è mai visto?". Lo scopo dei bonifici è, infatti, diverso da quello ipotizzato dal tribunale milanese. "Alcuni - spiega lo stesso Berlusconi - servivano a pagare il mutuo ai genitori di una ragazza". D'altra parte non è la prima volta (e non sarà nemmeno l'ultima) che il premier ha aiutato le persone in difficoltà.

    Anche la ricostruzione della telefonata alla Questura di Milano appare forzata. Il Cavaliere assicura di aver chiesto solo informazioni. Nessuna pressione, insomma. Dopo tutto, lo dicono anche i funzionari di polizia. "E' solo una montatura, uno scandalo", continua il premier ribadendo di aver parlato con Mubarak di Ruby. "Gli interpreti e i commensali possono confermarlo - continua - in quei giorni mi stavo occupando della crisi tra la Libia e la Svizzera". La sua preoccupazione è stata: "E se anche da noi una parente di un premier straniero va in prigione? Che succede?".

    Nonostante l'assalto giudiziario Berlusconi non si fermerà. Anzi è fermamente deciso a difendersi in tutte le sedi possibili. Per 14 mesi è stato messo sotto controllo, ma le accuse sono inconsistenti e frutto di una vera montatura. Combatterà contro tutto questo. "Per questo andrò in tv - tuona - per spiegare tuitto questo, per difendermi e difendere quelle ragazze. E parteciperò a tutte le udienze dei processi".

    di Andrea Intini su ilgiornale.it di mercoledì 16 marzo 2011
    Aggiornato oggi alle 19:16

    saluti

 

 

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