Il Vajrayana originò all’interno di - o almeno fu trasmesso in Tibet da - un gruppo di praticanti indiani conosciuti, in Sanscrito, come Siddha, convenzionalmente datati circa dal VII o VIII fino al XII secolo. Ray non include direttamente i Siddha nel suo paradigma dei santi della foresta poiché si riferisce a un periodo in qualche modo precedente, ma è abbastanza chiaro dalla sua analisi che rappresentano uno sviluppo successivo dei classici santi della foresta Buddisti cui discute. Questi condividono tra loro l’associazione con i luoghi di pellegrinaggio e lo stile di vita da asceta itinerante.
Sotto molti aspetti assomigliano a dei precursori dei sadhu dell’India moderna, sebbene i moderni sadhu Indiani, naturalmente, difficilmente s’identifichino come Buddisti. I praticanti Siddha Buddisti tuttavia continuarono ad essere una parte significativa della società indiana per molti secoli dopo il collasso del Buddismo di stato in India – sappiamo questo in particolare dagli scritti dello storico tibetano del XVI secolo Taranatha (Templeman-1997) – e sembra abbiano formato un sottogruppo tra gli yogi Nath che sono ancora un componente maggiore nel panorama dei sadhu. Sicuramente, praticanti contemporanei, siano yogi Nath di buona parte del nord dell’India, o i Baul del Bengala, o i Cittar (Siddha) del Tamilnadu, ancora oggi praticano tecniche yogiche molto simili a quelle dei Siddha Buddisti Vajrayana dei secoli VIII-XII, combinate con uno stile di vita itinerante concentrato sulle ricorrenze nei principali luoghi sacri di pellegrinaggio.
Ritornando ai secoli tra VIII e il XII, è degno considerare diverse caratteristiche dello stile di vita Siddha, alcune delle quali indubbiamente comuni con le prime versioni dei praticanti della foresta, altre probabilmente no:
• Inizio con la complessa relazione con il Buddismo monastico urbano rivelato nelle biografie dei Siddha; rispettabili monaci accademici urbani sono rappresentati mentre fuggono per raggiungere i Siddha; la pratica Siddha è vista come un’interiore, più profonda e più effettiva versione della pratica monastica regolare (da questo il detto tibetano “esteriormente Hinayana, interiormente Mahayana, segretamente Vajrayana”). Il Siddha prende dei voti addizionali oltre al voto Pratimoksha del Hinayana e Bodhicitta del Mahayana – se questi sostituiscano i voti precedenti è una questione complessa e spinosa, in teoria e in pratica.
• In seguito notiamo il rifiuto del Siddha verso il celibato monastico – spesso collegato al significato di forme di sadhana sessuale o di pratiche yogiche. I Siddha, maschi e femmine, hanno regolarmente partner sessuali – sebbene non ci sia bisogno di dire che la relazione è per scopi spirituali, un punto spesso sottolineato nelle storie dei Siddha, che su quest’argomento tendono a essere sfidati e a rispondere con dimostrazione di poteri magici sufficienti a convincere i loro critici che loro sono quelli genuini. Si può notare comunque che questo rifiuto del celibato monastico significa che si può essere laici (nel senso di capifamiglia sposati) e Siddha, e significa anche che i Siddha possono avere figli che ereditino le proprietà di famiglia.
• Un altro punto importante è l’estensiva convergenza tra i Siddha e i praticanti shivaiti del tipo Kapalika. Numerosi Siddha tra i maggiori (per esempio Kanha = Krishnacharya) sono importanti negli insegnamenti e lignaggi d’iniziazione, sia Buddisti che Shivaiti (Nath, ecc.). Ora è chiaro che questo va oltre la reale condivisione della natura tipo Bhairava di divinità Tantriche feroci, e a un sostanziale prestito testuale dalle scritture tantriche Indù che sono state incorporate nei testi tantrici buddisti centrali del Vajrayana (Sanderson 1991).
• Questo conduce a un altro problema, l’aspetto “sciamanico” della pratica Vajrayana in India. L’assunzione dell’identità divina attraverso il rituale è una parte critica del Vajrayana, e l’implicazione è che conferisca potere divino al praticante. Questo potere divino è alla base dell’abilità magica del Siddha, e ci sono indicazioni che alcuni Siddha, in certi periodi almeno, vissero come magici praticanti itineranti e si potrebbero definire stregoni viaggianti; sezioni di testi tantrici maggiori, come l’Hevajra Tantra, consistono di collezioni di formule da usare per scopi vari, per sconfiggere l’armata di un nemico, costringere l’amore di una donna, e via di seguito.
• Questo ci porta alla questione sul carattere specificatamente antinomico degli aspetti del vivere Siddha. I Siddha Vajrayana adottarono lo stile di vita degli asceti Kapalika, completo di ornamenti di ossa, coppe di teschio e trombette di ossa umane. I rituali centrali del Vajrayana indiano, ritrovi festivi chiamati ganachakra, idealmente erano ambientati in luoghi, e tempi, marginali e pericolosi, come i campi crematori di notte. Questi richiesero una transizione esplicita in un alternativo e non normale criterio di esistenza in cui i partecipanti e i loro vicini erano trasformati attraverso “pure visioni” nelle divinità tantriche e nel sacro spazio del mandala.
• Non c’è bisogno di dirlo, un simile comportamento era visto con ambiguità nella società circostante. Le Dakini, divinità femminili e i loro rappresentativi umani, che erano (come lo sono oggi) esseri Buddisti Vajrayana esaltati associati con la rivelazione degli insegnamenti tantrici, erano per la rispettabile società Bramanica più spesso figure dubbie; i derivativi moderni del termine, nei linguaggi del nord dell’India, generalmente significano “strega o stregone”. I Siddha Kapalika sono rappresentati, nella produzione letteraria d’elite del periodo, alternativamente come figure divertenti o come maghi malvagi, e quest’ultimo è uno stereotipo ancora operativo nell’India moderna.
• Nonostante questo, notiamo in tutto il materiale Siddha, l’insistenza su bodhicitta, la motivazione centrale del Buddismo Mahayana, come un aspetto significativo dello stile di vita dei Siddha. I Siddha si vedevano come rifiutanti la moralità e il comportamento convenzionale, dove appropriato ai loro propositi, in modo da abbracciare una moralità superiore.
• Questa caratteristica ci suggerisce che possiamo ragionevolmente riferirci ai Siddha in India come latori di una tradizione dissenziente. E’ degno notare che, se le biografie dei Siddha e le storie del lignaggio Vajrayana sono corrette, non tutti i Siddha erano sadhu itineranti o altri personaggi marginali. I Siddha includono re, principi, brahmini e altri individui di strati sociali elevati. La pratica Siddha, in altre parole, poteva essere parte di un modo di vita “dissenziente” a livelli politici abbastanza elevati. Questo dovrebbe forse essere visto in termini d’instabilità politica del periodo, dove il Buddismo di stato monastico convenzionale era in ritirata nella maggior parte dell’India, le nuove ideologie di stato Indù e Musulmane erano ancora in stato formativo, e le basi per la moralità convenzionale ai tempi dovevano sembrare particolarmente fragili e poco convincenti. La via Siddha offriva Illuminazione (bodhi) ma anche potere, e sembra probabile che il potere fosse almeno parte dell’attrazione.










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