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  1. #1
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    Predefinito 19 marzo: Festa del Papà

    Auguri a tutti papà.



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  2. #2
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    grazie

  3. #3
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    Il padre. L'assente inaccettabile

    di Claudio Risè



    Introduzione

    AL LETTORE
    SULLA NOSTALGIA E LA SPERANZA


    “Se quello che i mortali desiderano, potesse avverarsi, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”: è Telemaco, il figlio di Ulisse a parlare così, nell’Odissea. Egli è una delle prime figure che nelle grandi narrazioni dell’umanità testimonia dell’angoscia del figlio senza padre.

    Dopo di lui, ne vennero molti altri. Ed oggi sono legioni.

    In una mailing list di uomini, cui partecipo, é arrivato questo messaggio: “Non so cosa abbiate voi sul comodino da notte (a parte la radiosveglia e la lampada alogena a bassa tensione). Io ho delle foto incorniciate: una di mio figlio a 2 anni sul tappeto elastico al mare, una, piccola piccola, di me e mia moglie nell'87, felici. L'ultima cosa che ho sul comodino è la foto di mio padre a 23 anni, in piedi, giovane e bello, che suona la fisarmonica in Belgio, nel 52, in un bianco e nero splendido, anni 50, sembra quasi Camus (capelli imbrillantinati pettinati all'indietro), immagine dell'uomo che io non sarò mai. Ogni sera, allungando il braccio per spegnere la luce, incontro il suo sguardo sorridente, e ogni sera lo capisco un po' di più. Perciò, se anche vostro padre non c'è più tenete la sua foto sul comodino, (è bello pensare che vostro figlio farà lo stesso)".

    Questo messaggio parla di un sentimento diffuso: la nostalgia dello sguardo paterno. Di un padre che ti guardi, magari anche da lontano, ma che ti veda, ti sorrida, ogni tanto ti sgridi. Di un padre, anche, mitizzabile, come l’emigrato che suona la fisarmonica in Belgio, di un padre di cui si possa cogliere il gusto per la vita e la fatica, la gioia e il dolore. Di un padre più espressivo dell’impeccabile, politicamente corretto, ma anche rigido, poco emozionato e emozionante: “uomo dell’organizzazione", col quale si identifica l’uomo adulto occidentale dei nostri giorni. Ma soprattutto, c'è nostalgia di un padre più coraggioso di lui, del corporate man, dell'uomo di azienda. Più coraggioso negli affetti, ed in particolare, in quello verso i figli.

    Un padre, insomma che non abbia paura di fare il suo mestiere.

    Questo padre però, come vedremo nel corso di queste pagine, oggi è assente. Innanzitutto perché di solito non ha avuto, a sua volta, un padre che gli insegnasse ad essere tale. Inoltre perché, comunque, la società secolarizzata [1] del divorzio facile, e dell'aborto praticabile senza neppure interpellarlo, non gli lascia grandi spazi per esprimersi. Anzi, in genere, questo padre, già insicuro perché nessuno gli ha insegnato come si fa ad esserlo, viene caldamente pregato, dalla cultura sociale dominante, di tacere sui sentimenti, e sulle decisioni che contano per i figli. Parli pure di soldi, organizzi senz'altro un buon livello di vita per la famiglia, ma per il resto, per cortesia, taccia.

    Per tutte queste ragioni, ed altre che cercheremo di spiegare nel corso di questo libro, il padre è oggi emotivamente assente, spesso addirittura respinto in una grigia terra di nessuno, da cui non può più guardare, comunicare coi figli, né loro con lui .

    Quest’assenza, tuttavia, è inaccettabile.

    La figura del padre è, infatti, costitutiva della creazione, della vita, e del suo sviluppo. Senza una significativa presenza paterna l’organismo vitale tende ad indebolirsi, ed a perdere interesse alla stessa esistenza. Tutto l'umano assume una forma definita, ed acquista il suo dinamismo, nel segno del padre, che lo genera, così come acquista tranquillità e sicurezza affettiva nell’esperienza della madre positiva, che lo accoglie. Ecco perché oggi proviamo, tutti, più o meno consciamente, nostalgia di questa presenza.

    Queste pagine vogliono accompagnarla, questa nostalgia, fornendo nel corso del testo informazioni e ragioni sul suo perché.
    L'intenzione è di contribuire ad una speranza: che il padre ritorni.


    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] Che in quanto vede il mondo come "cose", prive di anima, produce una "perdita di rilevanza della legge naturale" che, come ha recentemente osservato Monsignor Tarcisio Bertone, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, genera a sua volta quella "lacuna di paternità, che è una delle cause non marginali della perdita d'identità, e della nevrosi diffusa che affligge il nostro tempo". Cit. in Avvenire, 17 maggio 2002, pag 16.


    AL LETTORE

  4. #4
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    Citazione Originariamente Scritto da Candido Visualizza Messaggio
    grazie
    Tanti auguri, Roberto.

    Oggi è la festa tua e di tutti i papà. Mi è sembrato giusto che il nostro forum celebrasse questa ricorrenza per dargli, al di là del valore puramente consumistico a cui la si relega, un motivo sociale e anche politico.

    In tempi in cui, per dirla come Risè, il padre è figura assente e addirittura trascurabile per via delle risorse messe a disposizione dalla scienza, in seguito al decadere dell'identità di genere, del rapporto eterosessuale, nonchè del matrimonio tradizionale, c'è bisogno di stare accanto e di ringraziare tutti coloro che oggi, nonostante tutto ciò, hanno scelto di essere padri.

    Evviva il papà.
    Ultima modifica di Florian; 19-03-11 alle 14:09

  5. #5
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    L'Occidente senza padre

    di Claudio Risé

    Area, n. 73, ottobre 2002


    Il dibattito politico in Occidente, ed anche in Italia, ha un carattere pleonastico. Non va al sodo. Come ha osservato di recente in America il colonnello Olivier North, il futuro della società occidentale non dipende da come si libererà dal terrorismo, ma da come e quando ridarà voce e responsabilità alla figura del padre. Il mondo occidentale, attraverso un lungo processo, terminato negli ultimi decenni, ha infatti letteralmente espulso di casa il padre, e così, contemporaneamente, "fatto fuori" la famiglia. L'occidente della tarda modernità è quindi l'unica società fino ad oggi che si è privata di questi fondamentali strumenti necessari all'individuo per formare l'identificazione di sé, e sviluppare la propria personalità: la figura paterna, e la cellula familiare.

    Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto. Invece ciò è avvenuto, anzi, è questo il modello di cultura dominante.

    Gli Stati Uniti, pesce pilota, e (assieme alla Gran Bretagna e ai paesi nordici) principale fautore del disastro é oggi il paese più consapevole di questo rischio, e quello che lo studia di più. A differenza dell'Italia, ancora persa in un cicaleccio tardo-femminista, anche perché qui un sociologo, o uno psicologo che voglia studiare i danni della società senza padri teme, giustamente, di non far carriera. Gli Usa hanno ormai meno tempo da perdere: i divorzi sono stati più del 50% nel solo 2001. Quasi nessuno "motivato" (abuso di alcoolici, percosse, o altri fatti accertabili). Quasi tutti invece "no fault", incolpevoli, e fondati su ragioni psicologiche, difficilmente verificabili: incompatibilità di carattere, non realizzazione delle aspettative della donna, senso di frustrazione. La tendenza è all'aumento: molte previsioni anticipano che i 2/3 degli attuali matrimoni finiranno con un divorzio. Anche la "virtuosa" Italia , però, dal 1980 ad oggi ha più che triplicato il numero dei divorzi, passando da 11.800 a 37.600 nel 2000. Nell'insieme dei paesi occidentali, circa il 70% delle rotture matrimoniali avviene per iniziativa femminile. Anche in Italia, a chiedere la fine dell'unione matrimoniale sono soprattutto le donne, in misura non sostanzialmente diversa dal dato medio occidentale.

    Il divorzio, di solito, mette, come richiesto dalla moglie, il padre fuori di casa, separandolo dai figli. Nel 2000, nell'80% dei giudizi di divorzio "no fault", incolpevole, le madri hanno ottenuto la custodia esclusiva dei figli, privando milioni di padri, che non avevano fatto nulla di male, del loro diritto costituzionale di prendersi cura, custodire, e nutrire i loro bambini. La preferenza accordata alle madri divorziste, in ossequio al potere politico delle "phallic american woman", non riguarda certo la sicurezza e il benessere dei figli. Anzi. Secondo il Ministero della Giustizia degli USA, il 70% dei casi di abuso infantile accertato, ed il 65% degli omicidi genitoriali a danno dei figli, vengono commessi dalle madri, non dai padri. Dopo l'affidamento, le madri ostacolano, in tutti i paesi, l'incontro dei figli coi loro padri, anche se questo atteggiamento danneggia gravemente i figli. Negli Usa, ad esempio, dopo il divorzio, circa il 50% delle madri: " non attribuisce alcun valore nel contatto continuato del padre con i suoi figli", scrive la ricercatrice Joan Berlin Kelly nel suo libro: Sopravvivere alla rottura (Surviving to the breakdown).

    Naturalmente, gli uomini che tengono alla loro famiglia ( che in genere sono anche quelli che tengono alla società), soffrono di questo meccanismo perverso. In Inghilterra, dal 1970, il suicidio tra gli uomini è aumentato del 72%, mentre quello tra le donne è rimasto costante. Fu appunto nel 1970 che l' orientamento antipaterno divenne dominante, anche per effetto del l'affermazione del femminismo, le cui leve furono in buona parte assorbite dalla magistratura, e dalle altre professioni attive nella "Fabbrica dei divorzi", psicologi, assistenti sociali. L'interruzione nella trasmissione della cultura materiale e istintuale maschile, realizzata con la "rimozione" del padre ha prodotto, naturalmente, un indebolimento dell'identità dell'uomo, di cui quella cultura è elemento costitutivo, e fondante. E, contemporaneamente, una grave insoddisfazione nella gran parte delle donne e delle madri, che non si identificano affatto con le starlet delle "Pari opportunità", e non ne possono più di mariti narcisi e figli terrorizzati dalla vita. Antropologia, biologia, e pensiero filosofico (Nietzsche e Scheler tra gli altri), sanno bene che il corredo istintuale umano di partenza è debole.

    L'uomo (non solo il maschio naturalmente) non " é ", ma diventa. Per questo la trasmissione "di genere", é così importante. L'essere umano è infatti l'unico tra gli animali, che nasce non sapendo "per istinto" come amare, come fare del sesso, come difendersi e come organizzare i propri affetti e le proprie relazioni. Lo psicanalista e antropologo Alexander Mitscherlich ricorda (in "Società senza padri") che l'uomo: "non possiede un modello di comportamento ereditario né per far la corte, né per accoppiarsi, e la sua conoscenza su come riconoscere i nemici, non é innata". Ma lo diceva già benissimo Linneo, diversi secoli prima di lui.

    I politici d'occidente hanno sostituito la "political correctness", e un ossequio formale verso quelle donne che gridano più forte, e sono meno provviste di lealtà verso la famiglia e la società, a queste antiche conoscenze della biologia, dell'antropologia, e della stessa psicologia. Verranno puniti. Dai giovani che in questo servilismo verso gli aspetti più distruttivi del materno hanno perso la giovinezza, e rischiato di perdere anche la vita. Dalle donne, private dalla società similfemminista della virilità dei loro uomini. E infine dagli uomini stessi che, con le loro ultime forze, rovesceranno il cinismo libertino di una cultura di cartapesta.


    --------------------------------------------------------------------------------

    Claudio Risé, psicoterapeuta, membro del Consiglio Direttivo dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia, ha approfondito i temi della cultura "di genere", maschile e femminile, nei libri (tra gli altri) Il Maschio selvatico, Red edizioni, oggi alla dodicesima edizione, e Donne Selvatiche. Forza e mistero del femminile. (scritto con Moidi Paregger Risé), Frassinelli 2002 (alla seconda edizione). Di prossima pubblicazione il libro (dei cui materiali si è giovato quest'articolo): "Padre, assente inaccettabile", in uscita presso le Edizioni San Paolo entro la primavera 2003.


    L'Occidente senza padre
    Ultima modifica di Florian; 19-03-11 alle 14:06

  6. #6
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    “NEL NOME DEL PADRE”
    Intervista a Giovanni Testori di Gianni De Martino


    Pubblichiamo, per concessione dell’autore, questa intervista dove Giovanni Testori ci parla di due figure indissolubilmente unite: il padre, e Dio. Praticamente inedita (fu pubblicata, a suo tempo, solo su “La Tribù”, il giornale della Comuna Baires, purtroppo a ridottissima tiratura), è uno straordinario documento. De Martino, in ricerca, sollecita Testori sulle inquietudini di quella fine secolo, l’Oriente, la morte di Dio, il “vuoto” buddista che potrebbe sostituirsi alla pienezza della religiosità cristiana: E Testori risponde con una fermezza di fede che è contemporaneamente intuizione poetica, e toccante devozione filiale.

    Erano i tempi della morte, della droga, dell'oriente, e anche di una ricerca profonda e libera: animata dal rifiuto di ciò che allora chiamavamo “integrazione”, da un uso “accresciuto” del corpo sottratto finalmente alla famiglia, al partito e all'oratorio, e da un desiderio “dissidente” che si muoveva secondo un altro ritmo, controcorrente. La corrente andava verso l'edificazione di una società dell'abbondanza e dei divertimenti, una specie di triviale Disneyland planetaria, quasi una grande placenta consumistica, per la quale – attraversati non a caso da fantasmi di divoramento – temevamo di dover pagare un prezzo troppo alto. Si nasceva, si viveva e si moriva in uno strano vuoto, in un regime spettacolare d'immagini e di evanescenze, dove sembravano regnare solo condizioni demagogiche non dico per salvarsi l'anima, ma perlomeno per la costituzione di una coscienza… Così per capire il senso di quella situazione cercavamo un nuovo linguaggio. Alla ricerca di qualcosa, come molti in quel periodo, di ritorno dall'India nel 1982 andai a trovare Giovanni Testori nella sua casa di Brera, a Milano. Cosa ne pensava Testori della svolta ad Oriente e dell'esperienza del divino stranamente sollecitata proprio dall'assenza di Dio? Aveva altre idee, altre passioni, ma aveva cercato e diceva di aver trovato qualcosa che anche noi cerchiamo... Eravamo rimasti d'accordo che ci saremmo rivisti, cercando di approfondire l'inchiesta su Dio. Poi, per vari motivi, la nostra conversazione è rimasta in parte inedita.

    - Lei scrive che senza Dio Padre possiamo vivere solo come ombre o assassini. Tuttavia vi sono civilizzazioni culturali, come per esempio il buddhismo, che hanno fondato una morale che regge a ogni critica razionale, senza far ricorso all'idea di un Dio Padre, di un Dio Creatore. Lei sembra far risalire ogni violenza a un oblìo, alla dimenticanza del nostro comune destino di figli.

    "E' un oblio presunto. Non si può vivere fuori dal rapporto col Creatore, col Padre. Le strozzature che insorgono da questa mancanza, da questo primo offuscamento, determinano nell'uomo una sorta di perpetua insoddisfazione; in quanto tutti i gesti che compie, tutte le spinte che giustamente mette in atto per arrivare a un'esistenza umana e sociale più giusta e illuminata sono riferite a delle mitologie contingenti - e non a un assoluto - che disattendono questa tensione che c'è nell'uomo di un riferimento certo, fermo, obiettivo, reale. Allora questa delusione si fa grumo nel cuore e nella mente dell'uomo e anche della sua carne. E l'assommarsi di questi grumi determina una terribile nostalgia del rapporto rifiutato col Padre, quindi della coscienza del nostro essere figli, del nostro essere fratelli gli uni degli altri. E la violenza è la punta estrema di questa insoddisfazione e di questa nostalgia che non riesce più a rendersi umile e si scatena contro i fratelli, che essendo tali sono la testimonianza irrefutabile dell'impossibilità di vivere al di fuori del riconoscimento del Padre".

    - Il linguaggio religioso è calato sul senso del Dio-pieno, mentre nell'esperienza che viviamo il fatto religioso sembra nascere da un vuoto. Del resto questo accade: si manifesta l'interesse per l'Oriente, per tradizioni diverse dalle nostre...

    "Tutto ciò che possiamo e dobbiamo fare è permettere che il segno di questa Paternità in noi venga ascoltato, venga accolto e realizzato. Siamo chiamati a vivere in un momento drammatico, terribile della vita. E l'urgenza che riappare nei giovani è proprio questa: avvertono la caduta delle posizioni di benessere e della giustizia sociale come divinità che hanno lasciato sfiniti i giovani, e riappare questa domanda come non accadeva nelle generazioni passate. La mia speranza è legata alla capacità che questi giovani avranno di realizzare la risposta nella vita storica e a come permetteremo loro che questo avvenga. C'è da temere che i vari poteri ideologici liberalisti e marxistici cerchino di soffocare questo gemito, questa apertura, per avere l'uomo ancora una volta e di più vittima del loro terribile meccanismo".

    - Ma è anche possibile esprimere una morale sulla base del riconoscimento della comune umanità, esprimere amore e compassione sulla base del riconoscimento del dolore e del desiderio di felicità comuni alla mia e all'altrui vita, come accade per esempio nel buddhismo, senza appunto far ricorso al fantasma del padre.

    - L'uomo non può essere salvato che come figlio e fratello...

    "Non sembra che questo, oggi, possa soddisfare l'urgenza di una possibile rifondazione d'una religiosità e d'una morale per l'uomo moderno disincantato. Alcuni pensano che il cristianesimo pare non essere in grado di rispondere ai bisogni etico-religiosi.

    "Bisognerebbe aprire un discorso più ampio. Noi in Italia viviamo ancora in un paese che crede di risolvere il bisogno di tutti gli uomini da una posizione di privilegio, elitaria. Il cristianesimo non sembra in grado di rispondere? Probabilmente i cristiani come lo vivono oggi. Credo che gli ideologismi e alcune filosofie moderne abbiano spostato la questione, in quanto credono che la risposta segua la domanda. Capisco che alcuni scrittori - e sono anch'io scrittore - siano tentati di andare sui limiti. Ma questa è una posizione elitaria, dimentica di tutti gli altri, e che si crede sciolta dal grande abbraccio dell'esistenza".

    - E' probabile che sia così, che la maggioranza non vada sui limiti. Ma se Dio è morto il secolo scorso, si tratta di approfondire questo "vuoto", di ritrovare un libero uso delle sorgenti religiose, e questo bisogno oggi non sembra coinvolgere solo alcune élites, ma forse si svolge nel segreto del teatro del cuore di molte persone.

    "Dio non è morto nel secolo scorso. E' l'uomo che si è allontanato. Vede, è come nei 'Sei personaggi in cerca d'autore' di Pirandello: è l'Autore che cerca, non lo scrittore. Ed è ancora la questione dell'Amleto di Shakespeare - che per me resta l'ultimo grande profeta -, quando appare lo spettro del padre che chiede: "Ti ricordi di me?".

    --------

    Milano, 16 marzo 1993

    Intervista di Gianni De Martino a Giovanni Testori, pubblicata, con qualche modifica, con il titolo “Nel nome del Padre”, La Tribù, n° 28, 5 maggio 1982.
    Gianni De Martino è stato tra i fondatori della rivista "Mondo Beat" e direttore di "Mandala. Quaderni d'oriente e d'occidente". Ora vive e lavora a Milano come giornalista e saggista, specializzato in cultura araba.
    Blog: Gianni De Martino


    NEL NOME DEL PADRE

  7. #7
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Auguri a tutti papà.


    "Insomma se è in gamba, ti porta l'aereo così basso.. ehehehe...
    Lei dovrebbe vederlo, è uno spettacolo: un gigante come il B-52.... BHOOAAAMMM!!!!.. con i gas di scarico t'arrostisce le oche vive!!"

  8. #8
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    Basta confusione, Dio è padre e non madre

    di Claudio Risé

    Il Giornale, 1 agosto 2004


    Un "Basta" detto con toni cortesi, come si addice alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ed al suo prefetto, il cardinale Joseph Ratzinger. Tuttavia, un "Basta" che farà clamore, e avrà conseguenze importanti nel mondo. Basta, per esempio, col raccontare che Dio è padre ma anche madre, ed anzi è forse più madre che padre (dato che i padri sono brutti e cattivi), come molta pseudoteologia cattolica andava da tempo dicendo e scrivendo. Dio è Padre, e basta confusioni. Basta anche col considerare la maschilità del figlio di Dio, Gesù Cristo, come un optional, un caso, qualcosa che poteva benissimo essere anche il suo contrario, una femminilità. Tanto da poter essere raffigurato con mezzo volto maschile, e mezzo femminile, come il Cristo di Assisi; ma anche con quello sempre più spesso stampigliato sui rosari, con una bella permanente da attrice che copre l' eventuale espressione di dolore del Crocefisso. L'assalto "antipatriarcale" alle concezioni tradizionali della Chiesa era infatti andato molto lontano. Forse troppo , per una religione il cui Dio è una Trinità formata appunto da un Padre, da un Figlio, e dallo Spirito Santo. Ma in una cultura , come quella della tarda modernità, dove si afferma tranquillamente che tutto è "culturally constructed", una costruzione culturale, è in fondo naturale che anche il sesso, anzi il genere, di Dio cambi a seconda delle preferenze culturali, e delle "quote " di rappresentanze dei due sessi adottate dai vari parlamenti. C'è però una piccola differenza.

    Il Cristianesimo non è una produzione culturale qualsiasi, ma una religione rivelata, con un Libro Sacro molto preciso, la Bibbia, che è quello che è. Prendere, o lasciare. Non si può trasformare la storia di un uomo che duemila anni fa disse di essere venuto per realizzare la volontà del padre, e per questo finì sulla croce, in quella di un androgino figlio di madre. Quella, sarebbe un'altra storia. Ed anche la nostra sarebbe, quindi, diversa.

    Ecco perché la lettera di Joseph Ratzinger, e della Congregazione per la Dottrina della Fede, ai Vescovi, è destinata a smuovere molte cose, molte abitudini, molti equivoci. Nel mondo cattolico, ma anche fuori di esso. Perché con questo testo la Chiesa si sfila, molto elegantemente, dal delirio scientifico e morale che vuole ogni realtà "culturalmente costruita", e quindi mutevole a piacere, per dire che l'essere umano, e divino, è quello di cui parla la Bibbia, dal Genesi, ai Vangeli. C'erano stati dei segni, che il Basta era in dirittura di arrivo. Due anni fa, ad esempio, l'editore Marietti pubblicò un libro di un Vescovo che pensa, e che conta, Angelo Scola, Patriarca di Venezia, intitolato :"Uomo- donna. Il caso serio dell'amore”. Vi si diceva, (come oggi Ratzinger) non facciamo confusione: se Dio ci ha fatti maschio e femmina, aveva le sue ragioni. Non sovrapponiamo una confusa e mutevole ingegneria sessuale al preciso disegno del Creatore. Certo, posizioni come queste rompono un sacco di uova, in molti, eccellenti panieri. Che dirà per esempio il santificato sociologo Antony Giddens, che già molti anni fa sosteneva che nel mondo di oggi ognuno può essere il designer di se stesso, scegliendo tutto quanto gli aggrada, corpo e sesso compreso? Ma anche il sensibile Zygmunt Baumann, che oppone la flessibilità delle "costruzioni culturali", e dei modelli di vita che ne discendono, alla rigidità delle fedi?Continueranno, è certo, a pensarla come prima, e così i loro numerosi discepoli. Ma, con una Chiesa cattolica che ha cominciato a descrivere i guai della vita come costruzione culturale, dicendo il suo "Basta" il gioco diventa meno semplice. Per tutti.

    Basta confusione, Dio è padre e non madre

  9. #9
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    Joseph Ratzinger:
    Dio è Dio perché è Padre, non è Padre perché è Dio



    Le parole (nientemeno) di Papa Joseph Ratzinger, sulla paternità di Dio, dicono finalmente la parola conclusiva sulle apostasie di tantissimi cattolici e spesso autorevolissimi. Si tratta di un dialogo tra l'allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede ed il giornalista Vittorio Messori, raccolte nel libro "Rapporto sulla Fede" (Ed. San Paolo, 1985):

    Vittorio Messori: Eppure, sembra davvero sostenibile anche per un cattolico (e un Papa lo ha recentemente ricordato) che Dio è al di là delle categorie della sua creazione; e dunque è tanto Padre che Madre.

    Joseph Ratzinger: Questo è corretto se ci poniamo da un punto di vista puramente filosofico, astratto. Ma il cristianesimo non è una speculazione filosofica, non è una costruzione della nostra mente. Il cristianesimo non è "nostro", è la Rivelazione di Dio, è un messaggio che ci è stato consegnato e che non abbiamo il diritto di ricostruire a piacimento. Dunque, non siamo autorizzati a trasformare il Padre nostro in una Madre nostra: il simbolismo usato da Gesù è irreversibile, è fondato sulla stessa relazione uomo-Dio che è venuto a rivelarci. Ancor meno ci è lecito sostituire Cristo con un'altra figura. Ma ciò che il femminismo radicale - talvolta anche quello che dice di richiamarsi al cristianesimo - non è disposto ad accettare è proprio questo: il carattere esemplare, universale, immodificabile della relazione tra Cristo e il Padre.

    Vittorio Messori: Se queste sono le posizioni contrapposte, il dialogo sembra bloccato.

    Joseph Ratzinger: Sono infatti convinto che ciò cui porta il femminismo nella sua forma radicale non è più il cristianesimo che conosciamo, è una religione diversa.


    Joseph Ratzinger: Dio è Dio perché è Padre, non è Padre perché è Dio

  10. #10
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    Predefinito Rif: 19 marzo: Festa del Papà

    IL RUOLO DEL PADRE
    LUCA GALLESI INTERVISTA CLAUDIO RISE'

    da Studi cattolici, Febbraio 2002


    Giornalista – ha una rubrica tra le più seguite del supplemento femminile del Corriere della Sera Io Donna -, docente universitario di polemologia (la scienza che studia le guerre), psicoterapeuta junghiano e soprattutto autore di numerosi libri sulla condizione maschile, Claudio Risé ha recentemente promosso, assieme a un gruppo di intellettuali italiani, un appello a favore della figura del padre, sempre più emarginata dalla cultura occidentale moderna. Non si tratta soltanto di un appello teorico a difesa di astratti “valori”, ma di un’iniziativa che intende farsi promotrice anche di una precisa proposta di legge che favorisca il riconoscimento del ruolo del padre nella questione dell’aborto, ovvero che il padre possa opporsi all’aborto voluto dalla madre.

    D. Quali sono le cause dell’indebolimento della figura paterna in Occidente?

    R. Le cause sono da ricercarsi essenzialmente nei due parricidi commessi in Occidente: il primo inizia sostanzialmente con l’Illuminismo e diventa un fenomeno diffuso durante l’Ottocento e noto come la “morte di Dio”, ossia la separazione dell’umanità dalla dimensione del sacro e l’allontanamento della figura del Padre dalla vita dell’uomo; a partire dal Novecento, e in modo ancora più incisivo dopo la Seconda guerra mondiale, a questo primo parricidio se ne aggiunge un secondo, e cioè la vera e propria abolizione dalla vita della famiglia e dalla formazione dei giovani della figura paterna, che viene prima gradualmente e poi completamente assorbita dall’azienda. Pensiamo che il tempo libero dei padri americani che svolgono un lavoro dipendente diminuisce del 20% tra il 1929 al 1990. In una fase di espansione economica, industriale e commerciale il tempo libero va dunque verso la totale estinzione.

    D. Oltre che di minore “quantità” di tempo dedicato alla famiglia, si può parlare anche di scarsa “qualità” del tempo stesso, ossia di una carenza di valori da proporre e di modelli da indicare ai figli?

    R. Le cose vanno di pari passo. In Occidente, soprattutto a partire dalla nascita della grande Corporation in poi, si diffonde un nuovo modello di figura paterna e quindi un nuovo modello di famiglia e di società: la figura moderna della tarda modernità - o del tardo capitalismo, se preferiamo - è un uomo che lavora in azienda, la cui funzione è quella di procacciare denaro per aumentare lo status di se stesso e della sua famiglia. La funzione educativa scompare del tutto; il fatto che il tempo diminuisca fa parte dello stesso processo secondo il quale l’uomo non deve più educare e non deve aver più nulla a che fare con la regolamentazione della procreazione che diventa per la prima volta – ed è un fatto antropologico - sempre più prerogativa riservata alle donne. Così l’uomo viene espulso dalla famiglia e per certi versi anche dalla società, dove è presente solo come produttore di reddito. Non è più un produttore di norme, come vuole la simbolica legata alla figura del padre, da quello celeste a quello famigliare, e nemmeno di valori: è solo un produttore di reddito che va a sostenere i consumi che sono l’obiettivo principale di questo tipo di società.

    D. La rivoluzione sessuale, con la conseguente liberalizzazione dei costumi derivata dalla diffusione dei contraccettivi, ha svolto un ruolo in questo sbiadimento del padre?

    R. Sono fenomeni interessanti ma li ricondurrei tutti all’interno di questo processo, compreso il movimento femminista che si sviluppa, come gli altri fenomeni, all’interno del vuoto lasciato dall’assenza della figura paterna. Vanno cioè a riempire uno spazio che non è più occupato dall’uomo-padre. La posizione che ho sostenuto in tutti i miei libri, dal Maschio selvatico (Edizioni red) in poi, è che per esempio il femminismo, al quale è stato attribuito un grande ruolo in questo mutamento di costumi e di orientamenti morali, in realtà non l’ha mai avuto, come per altro sostengono anche numerose ex-protagoniste del femminismo, oggi molto critiche sui risultati ottenuti. Penso per esempio a Germaine Greer, che denuncia il fallimento completo del femminismo perché non è riuscito ad affermare la simbolica che gli stava dietro e si è tradotto in un discorso di potere omogeneo agli interessi della società dove c’era questo vuoto paterno e maschile da riempire.

    D. La Chiesa cattolica, con la sua dottrina millenaria che prevede il sacerdozio riservato agli uomini celibi può contribuire a rallentare questo processo di femminilizzazione della società?

    R. Io spero fortemente che la Chiesa cattolica, forte del suo patrimonio scritturale di cui è portatrice, giochi il suo ruolo fino in fondo nella società, ribaltando i risultati del vuoto di posizioni maschili che ci troviamo a subire a causa degli interessi economici della società. C’è bisogno di riaffermare l’importanza della figura paterna anche all’interno della vita spirituale e della dimensione religiosa di ciascuno di noi. Se la Chiesa cattolica insiste a difendere i valori che ha sempre difeso, questo può avere importantissime conseguenze nella società.

    D. Possiamo attribuire al pansessualismo dilagante e al conseguente disordine dei costumi sessuali un ruolo importante nella disgregazione della società?

    R. Anche in questo caso secondo me ci troviamo di fronte a una conseguenza, più che a una causa. Nello smarrimento dell’identità e nello smarrimento dell’identità sessuale la ricerca ossessiva e sfrenata del piacere sessuale diventa una manifestazione del delirio di onnipotenza in cui l’individuo si ritrova nel tentativo di bilanciare la propria impotenza. Per cui l’idea che tutto sia permesso e che ogni sessualità sia possibile è una conseguenza della fantasia di onnipotenza di un individuo privo di equilibrio.

    D. Anche l’omosessualità viene proposta come modello “normale”, e si arriva addirittura a teorizzare una “famiglia” omosessuale…

    R. L’omosessualità è un comportamento umano registrato da sempre, ma il ruolo che sta assumendo nella società occidentale di questi ultimi anni è una conseguenza di quanto dicevamo prima; la sparizione della figura paterna, sottraendo il giovane maschio a ogni esperienza di iniziazione alla propria dimensione maschile lo lascia in qualche modo in una terra di nessuno che viene, per forza di cose, occupata dalla sfera di influenza materna; è sempre più diffusa la situazione di “figli senza padre”, condizione che rende il giovane maschio più in sintonia col mondo femminile; atteggiamento questo che lo induce ad avere una avversione per il mondo maschile e lo spinge a cercare in direzione di una propria omosessualità; la sua curiosità anche verso il corpo maschile, causata dall’assenza del rapporto col padre, viene quindi trasferita verso un altro uomo, su cui viene caricata di valenze affettive ed erotiche frutto sempre dell’assenza paterna.

    D. Fa bene il Catechismo della Chiesa Cattolica a condannare l’omosessualità?

    R. Non ho l’autorità per esprimermi su una condanna di tipo spirituale; come psicanalista quello che posso dire è che non sempre l’omosessualità, o per lo meno l’episodio omosessuale, ha una natura essenzialmente patologica e distruttiva; spesso, e in questo sia Freud che Jung erano d’accordo, dietro una spinta omosessuale c’è una ricerca di conoscenza, tipico ad esempio di quella fase omosessuale ormai scomparsa in questo generale caos, tipica dei ragazzini pre-puberi che cercano un approfondimento della loro identità maschile o femminile. Come operatore della psiche posso solo constatare la presenza di una ricerca identitaria dietro una sessualità “sana”. Una società che tende ad abolire completamente le differenze sessuali indipendentemente da qualsiasi ordine simbolico, è una società profondamente patologica.

    D. Lei è il promotore, con altri intellettuali, dell’appello significativamente intitolato “Per il padre”. Di che cosa si tratta, esattamente?

    R. Il senso più generale di questo appello è quello di promuovere, attraverso un dibattito che coinvolga il maggior numero di componenti della società civile, una nuova cultura del padre. La figura paterna è stata distrutta in silenzio, e ci troviamo quindi dinanzi a un vuoto che oltretutto non è nemmeno dichiarato. Di fronte a questa pericolosissima situazione, una sorta di buco nero nell’esistenza tanto individuale quanto collettiva, noi chiediamo una discussione forte e chiara sul senso della figura paterna nella vita umana e nella società europea e occidentale. All’interno di questo discorso generale, menzioniamo subito un punto importante e significativo di questa rimozione di qualsiasi potere decisionale per il padre nel processo procreativo, ed è il caso del padre che fortemente desidera il figlio concepito che la sua compagna desidera abortire. Sono situazioni più frequenti di quanto non si creda: il maschio è sempre sconfitto e così il bimbo viene abortito. Riteniamo questo caso emblematico dell’impotenza paterna e pensiamo che questa battaglia possa essere efficace a condurre il tema dell’identità maschile al centro del dibattito culturale.

    D. L’aborto è la seconda tappa, dopo il divorzio del processo di disgregazione dell’unità familiare. E’ uscito recentemente per le Edizioni Ares Ripensare il divorzio, saggio che propone l’ipotesi provocatoria di un matrimonio civile indissolubile per le coppie che lo desiderassero. Cosa ne pensa?

    R. E’ un’idea legittima, nel senso che se una coppia ha questo desiderio, lo Stato dovrebbe assecondarlo. E’ una manifestazione di libertà che ritengo importante.

    D. Per concludere torniamo all’attualità: è recente l’ipotesi di condanna dei genitori del ragazzo che ha ucciso a scuola la sua compagna di classe, genitori che sono stati ritenuti responsabili del comportamento omicida del figlio per non aver proposto modelli educativi in grado di limitare le pulsioni omicide del figlio. E’ una condanna legittima?

    R. Mi pare una cosa gravissima, perché siamo di fronte ad una società che da una parte priva le figure genitoriali e in particolare il padre di ogni possibilità di intervento educativo nei confronti dei figli e poi li punisce nel caso in cui l’educazione fallisca. Mi sembra un caso di malafede e di schizofrenia pubblica molto grave. Come padre di due figli intendo a questo proposito ricordare la mia durissima battaglia contro le terribili potenzialità distruttive del mezzo televisivo. I genitori che abbiano questa preoccupazione sono assolutamente isolati in mezzo alla società. Isolati dalla scuola, perché il loro intervento di contenimento della televisione è considerato un negativo atteggiamento di isolamento del bambino nei confronti del mondo in cui vive, e viene naturalmente considerato negativo anche dai produttori di programmi televisivi e dalle autorità che consentono che questi programmi vengano trasmessi. Si tratta non solo di programmi “cretini”, come giustamente ha ricordato la moglie del Presidente della Repubblica, ma fortemente diseducativi e dissolutori di ogni messaggio di sviluppo morale. La totalità dei film e soprattutto dei varietà che vengono trasmessi sono l’ esempio di una volgarità sottile e cinica, svalutativa di ogni comportamento portatore di una tensione etica. Personalmente da moltissimo tempo non guardo la televisione; mi basta leggere quello che scrivono i giornali per sapere ciò che viene trasmesso e avere la conferma che il livello dei programmi televisivi italiani è il più basso d’Europa.


    Intervista a Studi Cattolici

 

 
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