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    INVICTIS VICTI VICTURI
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    Predefinito Viva l'unità d'Italia (ma studiamo meglio la storia)

    Viva l'unità d'Italia (ma studiamo meglio la storia)

    Federico Locchi

    Secolo d'Italia (il DOMENICALE) del 20 marzo 2011

    Si fa presto a dire Italia. Già, ma quale? In momenti come quello appena attraversato, in cui l'Italia tutta (o quasi) ha festeggiato i suoi primi 150 anni da Stato unitario, fare chiarezza non è mai una mossa sbagliata. Massimo Gramellini, su La Stampa, ha posto l'accento sull'ecumenismo della ricorrenza: «Come tanti torinesi in questa giornata di festa - ha scritto - passeggio sotto i portici imbandierati del centro levandomi il cappello ogni volta che qualcuno mi saluta: "Cerea". "Cerea. Anzi... buongiorno!". Oggi si parla italiano. Perché oggi sulla Gazzetta Ufficiale del Regno è nata l'Italia e, comunque la pensiate, è una gran cosa. Una cosa fatta da noi. Già, noi. Una minoranza di entusiasti. Ma sono le minoranze di entusiasti a fare la storia, per poi imporla ai pigri e agli scettici come epica collettiva». Altri commentatori, talora per strizzare l'occhio alla Lega, talora no, hanno posto l'accento sulla dialettica unità/differenza.
    Aldo Cazzullo, ad esempio, sul Corriere della Sera ha richiamato l'attenzione sulla vitalità del paesaggio culturale e umano dell'Italia, vista come «il Paese degli ottomila comuni, che a ogni collina cambia accento, paesaggio, costumi e prodotti, ma che mantiene una vocazione universale: la classicità e la cristianità, i Cesari e i Papi; il Rinascimento, con cui insegnò al mondo a raffigurare e pensare le cose, e il Risorgimento, con cui si riaffacciò sulla scena internazionale. Perciò oggi è giusto festeggiare, tutti insieme; senza che questo implichi essere tutti d'accordo, condividere la stessa idea dell'Italia». L'ultima annotazione non è affatto banale. Perché dalla retorica dello «stringiamoci a coorte» a un unanimismo delle opinioni che non c'è e non è nemmeno bene che ci sia il passo è breve. L'identità italiana, del resto, è molto più stratificata di quanto non ci dicano le letture retoricheggianti.
    Cosa che bisognerebbe spiegare, ad esempio, ai tanti che in questi giorni hanno riconosciuto la necessità del federalismo e nello stesso discorso, magari persino nello stesso periodo, hanno elogiato quell'antifederalista radicale di Mazzini. Forse bisognerebbe, tutti quanti, rimetterci a studiare un po'. Perché, se poi si studia davvero, i particolari interessanti vengono fuori. Prendi Renato del Ponte, che giovedì ha spiegato in un bell'articolo comparso sul Foglio, come le fisime sul tricolore "massonico" siano in gran parte frutto di letture unilaterali e banalizzanti. Si dice, ad esempio, che il verde del drappo nazionale fu voluto per omaggiare proprio le logge. Ma, spiega del Ponte citando l'esperto Aldo Mola, la massoneria "adotterà" quel colore in tempi molto più recenti. Da dove uscivano, allora, quei tre colori messi in fila? L'origine remota, pensa un po', derivava da Roma antica. Il rosso, in particolare, era il colore di Marte, il bianco quello di Giove e il verde quello di Venere. Ma c'entra anche la trifunzionalità duméziliana: il bianco richiama la sovranità, il rosso l'ambito guerriero e il verde l'ambito della produzione. «A Roma - spiega lo studioso di cultura tradizionale - i tre colori connotano peraltro anche le tre tribù primitive dei Ramnes, dei Luceres e dei Titienses, con le quali Romolo crea la prisca città, retaggio di una tradizione forse ancora più antica, sì che, volendo disegnare il sito della Roma originaria sulla base di questa tripartizione, otterremo la tavolozza del nostro tricolore, con al nord il verde dei Titienses, al centro il bianco dei Ramnes al sud il rosso dei Luceres». Del resto anche un altro esperto di "cose tradizionali" come Sandro Consolato, già a novembre, aveva detto la sua, sempre sul Foglio, bacchettando in special modo una destra a suo dire troppo poco affezionata al tricolore, per ragioni ataviche e a volte incomprensibili. «Vivo da circa trent'anni entro la cultura "tradizionale" e "di destra" - spiegava Consolato - e ritengo di dover considerare con particolare attenzione tale cultura in un discorso attuale sul Risorgimento e l'Unità nazionale, poiché penso che è lì che si sono generati i guasti maggiori, dal momento che l'Italia, paese anomalo per eccellenza, ha visto formarsi nel suo seno, dopo la Seconda guerra mondiale, correnti di destra le cui idee sono andate a rafforzare i sentimenti antinazionali e non filonazionali degli italiani, il che non avviene in nessun'altra nazione». Annotazioni quanto mai attuali, soprattutto in un momento in cui, nel mare magnum degli instant book risorgimentali, qualche specialista comincia a rompere l'unanimismo e a prendere le distanze dal linguaggio nazional-patriottico. È il caso, ad esempio, di Sublime madre nostra (Laterza) di Alberto Mario Banti che mette in questione tutta l'ideologia "nazionalpatriottica" evidenziando come il linguaggio risorgimentale si nutra di alcune figure caratteristiche: la nazione come parentela/famiglia; la nazione come comunità sacrificale; la nazione come comunità sessuata, funzionalmente distinta in due generi diversi per ruoli, profili e rapporto gerarchico. Ma pensiamo anche, ad esempio, a L'apostolo a brandelli di Simon Levis Sullam (Laterza), che si chiede se l'appropriazione fascista di Mazzini sia stata veramente così arbitraria e se motti come "Dio e il popolo", "Prima i doveri, poi i diritti", "Pensiero e azione" siano del tutto "innocenti". Com'è stata possibile, si chiede Levis Sullam, la diversa presenza di Mazzini nel pensiero e nella lotta politica italiani? Come ha potuto la sua eredità generare esiti politici opposti che al pensiero mazziniano continuarono a richiamarsi? Francesco Crispi a Gaetano Salvemini, da Benito Mussolini ad Antonio Gramsci, in molti e da più parti hanno letto, interpretato, rivisitato, criticato il pensiero di Giuseppe Mazzini. E non è affatto detto, spiega l'autore, che chi lo ha riletto da destra sia stato meno filologicamente onesto dei suoi lettori progressisti. Insomma, mentre a destra molti fanno fatica a ritrovarsi in una narrazione collettiva sentita e vissuta in modo finalmente pacificato, gli addetti ai lavori finiscono proprio per sottolineare quanto il Risorgimento sia anche "nostro". Com'è strana la vita...

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Viva l'unità d'Italia (ma studiamo meglio la storia)

    Ma quanta gente si nomina in questo messaggio, giornalisti, politici, saltinbanchi ecc, personalmente me ne frego di quello che scrivono o dicono altri, io ho le mie idee e non le cambio legendo pareri di altri, l'Italia e' sempre stato il paese dei bla bla e tutti a onorare quello che scivono o annunciano i professor di turno, io l'unita' d'Italia l'onoro a mio modo, senza essere condizionato da figuri del cavolo!!!!hefico:
    SU QUESTA PATRIA GIURA E FARAI GIURARE AI TUOI FRATELLI CHE SARETE SEMPRE, OVUNQUE, E PRIMA DI TUTTO ITALIANI !!" [Nazario Sauro]

 

 

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