Originale



La nostra è una civiltà in cui tutto ha un prezzo e pochissime cose hanno un valore.
La pratica della giustizia non sfugge a questa logica tanto più che è completamente eclissata da un'altra disciplina, la pratica della legge, che è cosa ben diversa.
Infatti, laddove la giustizia prescive criteri etici, la legge si limita a dire a quale prezzo questi possono essere violati e i suoi esecutori – giudici, avvocati, magistrati – sono impegnati in una battaglia che, dietro una mano di vernice, altro non è che un negoziato commerciale per stabilire il suddetto prezzo.
In sostanza, soprattutto nel campo civile, chiunque commetta un reato può in un secondo momento "rimediare" pagando un risarcimento, una sanzione, e quindi, un prezzo. Ma colui che ha commesso il reato non viene "corretto" nel senso che non capisce necessariamente di aver sbagliato. Il messaggio che gli si da al momento della sanzione è che il suo errore può essere letteralmente "comprato" col denaro.
Questa distorsione della giustizia a vantaggio della legge ha inoltre un'implicazione classista. E' evidente che chi possiede più denaro può "comprarsi" più reati e quindi commettere più errori senza mai imparare la lezione una sola volta, mentre chi è povero non solo non ha questa possibilità ma, al minimo errore che non potesse saldare, potrebbe "pagare" il proprio reato ben oltre il necessario con pignoramenti o sequestri di beni.
E' in questo senso che mi sento di parlare di usura giudiziaria, una situazione in cui chi non ha denaro deve pagare nel tempo un prezzo più gli interessi.

Per fare un esempio, ed è un esempio che ho vissuto di recente, chiedendo una somma a chi ha copiato un testo scritto e lo ha diffuso violando i copyright, quella persona cosa capirà? Che per la violazione dei diritti d'autore c'è un prezzo sul listino e che quel prezzo può anche essere fastidioso per il portafoglio. Ma non capirà necessariamente perché eticamente è sbagliato fare ciò e nulla vieta di pensare che in futuro ripeterà lo sbaglio essendo nella possibilità economica di farlo.

La pratica della legge, quindi, sembra rispecchiare perfettamente la nostra società economicizzata in cui l'importante è rispettare le regole del commercio mentre ogni aspetto etico non solo è relegato ai margini del pensiero ma è addirittura rifuggito dallo Stato e da ogni settore pubblico in particolare.
Non a caso gli stati moderni si rifiutano totalitariamente di essere "stato etico" e di proporre una morale di comportamento ai propri cittadini sulla base che uno Stato deve essere "materiale" senza interferire nella sfera privata del singolo, cosa che costituirebbe una sorta di "liberiticidio" nella civiltà di oggi.

Da qui deve partire il rinnovamento.
Non è possibile avere un rispetto reciproco dell'altro, della sua proprietà, della sua serenità, senza aver prima maturato una profondità etica e una convinzione religiosa nel neminem laedere, non far danno a nessuno.
Non è necessario rivedere i criteri in base a cui si decide cosa sia giusto o cosa sia sbagliato. Persino la legge attuale stabilisce correttamente che picchiare qualcuno, rubare i suoi soldi e copiare i suoi libri sono cose sbagliate. Il cambiamento di rotta va affrontato nella sfera etica dove lo Stato, attraverso ogni suo mezzo, deve riappropriarsi dell'etica condivisa dalla gente e tutelarla, ritrasmetterla.
La lesione dell'altro non andrà più punita solo a livello economico, andrà invece prevenuta insegnando che la lesione stessa è una colpa morale – concetto del tutto assente oggi tra le persone – che degrada chi lo commette e ferisce chi lo subisce.
Se reato dovesse esserci, la punizione sarà a livello di immagine, di degradazione pubblica di chi ha sbagliato, così che sia portato a vergognarsi di ciò che ha commesso (rientrando così nella sfera morale) e allo stesso tempo imponendo un suo aiuto personale alla persona danneggiata per rimediare al danno stesso, pagando quindi con la propria disponibilità a collaborare con chi si è tentato di fregare.