Tv di regime/Rewind. Da Annozero al Raggio Verde e Sciuscià.
I recenti avvenimenti di crisi militare in Libia hanno costretto Santoro a ricorrere a un parterre di ospiti degno dei suoi talk show Rai d'annata, quelli dell'11 settembre 2001 e della guerra in Afghanistan.
All'epoca, ok, Vauro veniva precettato unicamente come opinionista invece che pagato per far vignette (alcune delle quali anche vagamente divertenti, almeno ieri sera) come oggi. Però la differenza è stata davvero poca.
Un discorsetto a parte merita però il prologo: una lenzuolata senza sapore, con un Santoro intento a regolare i suoi conti privati con Giuliano Ferrara, reo di avergli dedicato qualche punzecchiatura.
Già che c'è, il Michele da Salerno butta lì anche qualche battutina sul direttore generale Masi, giusto per "sistemare" i suoi presunti nemici tutti assieme.
Domanda corale del pubblico: tutto ciò interessa davvero?
Sospendiamo il giudizio, e buttiamoci nella trasmissione.
C'è un'inviata che va a esplorare una riunione romana di Gino superpacifista Strada, che assieme al solito Vauro e ad altri lancia proclami di ferro contro la guerra.
Sempre così: quando va tutto bene, le tv e i giornalisti lasciano Strada a far (benissimo) il suo mestiere di chirurgo. Come se non esistesse.
Il bene non fa audience, evidentemente: fa più rumore l'albero che cade della foresta che cresce.
Appena si profila una guerra, zac, trasformano Strada in un iperpresenzialista dichiaratore, dandone un'immagine un po' distorta, in cui peraltro lui non sguazza male.
Così si trova benissimo a pontificare, a sfottere Massimo D'Alema chiamandolo "semi leader della sinistra italiana", perché è andato coi soldati in Kosovo.
Fine del servizio.
Lo spettatore ignaro si trova di fronte a uno sdoppiamento: Strada è presente anche in studio.
A interloquire, Ignazio La Russa, Walter Veltroni (forse chiamato per la sua propensione al buonismo) e, in collegamento dall'America, Edward Luttwak.
La Russa, più composto di altre volte, ha fatto un bella figura televisiva, ridendo anche ad alcune frasi oggettivamente divertentissime di un editoriale di Marco Travaglio insolitamente leggero e ben poco avvelenato.
Il ministro però ha cominciato parlando delle intenzioni dell'Italia, e provando a fare un'analisi: "Se non fossimo intervenuti, il numero di morti sarebbe stato infinitamente più grande".
Interviene poi Veltroni, che inizia dedicando alle rivolte nordafricane un peana che ormai pochi osano intonare: "Sono cose straordinarie", oltretutto iniziate dai mitici "giovani". Sulla Libia, rinfaccia colpe a Berlusconi, ma anche alla Comunità internazionale.
Inizia poi a parlare Strada, tirando in ballo gli ordigni atomici presenti in Italia, e dicendosi sicuro che qui da noi sarebbero capaci di non opporvisi solo persone "fuori di testa" (testualmente) come Luttwak (che non ha ancora parlato, per inciso).
Una delle poche sparate di un Ginone nazionale stranamente moderato, che però va avanti come nella famosa canzone dei Giganti:
"Noi non abbiamo paura della bomba" (non l'ha detto lui, è il titolo, ma il senso è quello).
Luttwak avrà modo di vendicarsi: oltre a ricordare che a sostenere posizioni anti-guerra ci sono governi poco raccomandabili come quello turco, fa presente che ai tempi di Hitler i pacifisti andavano molto di moda, e che all'epoca, quasi sicuramente, avrebbe visto Gino Strada seduto in un bar a bere un caffè, invece che a combattere il nazismo.
Strada vorrebbe replicare, ma Santoro dà la parola a La Russa, e poi a Veltroni, che ci delizia con un inatteso scoop:
"Sento una grande nostalgia di Andreotti nel dibattito che c'è".
Il tutto per dire che secondo lui all'Italia fa comodo Gheddafi perché controllerebbe meglio il territorio.
Ghiotto il momento successivo: dopo il minuzioso resoconto di un giornalista in diretta dalla Libia, le telecamere vanno a Lampedusa, e una della redazione di Santoro va alla scoperta di latrine luride e baracche diroccate dove vanno i rifugiati, intervistandone alcuni.
Un tale, particolarmente esagitato, vanta un "master in psicologia", ma conclude che "gli italiani sono tutti fascisti e razzisti".
Analisi ponderata e fine, battuta soltanto da quella di un omone siculo: "Dobbiamo fare la guerra a Berlusconi, lui è peggio di Gheddafi".
Subito dopo, quando Veltroni e La Russa commentano le immagini (La Russa osa dire che questi personaggi non sono profughi libici ma immigrati clandestini dalla Tunisia, subendo rimbrotti veltroniani e stradiani), si profila Sandro Ruotolo, che dà la parola a un lampedusano, certo Totò Martello, che sbraita divertenti ingiurie contro La Russa e sembra in stato confusionale.
Ecco, questo è l'Annozero che ci piace, quello che dà agli aspiranti Piero Ricca di mezz'Italia il loro minutino di notorietà.
Strategia a cui ha contribuito Giulia Innocenzi, che ha arruolato dapprima un arrabbiatissimo venticinquenne di origini arabe, poi Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il disarmo, nientemeno.
Potete immaginare i contenuti.
Seguono altre stoccate di Luttwak al pacifismo un tanto al chilo, ma per fortuna il tempo è finito.
Deo gratias.
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iango:

