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    Predefinito Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali conseguenze


    Ieri sono iniziate la operazioni della coalizione dei volenterosi. Lo scopo è quello di impedire alle truppe di Gheddafi di fare una strage nella Cirenaica, regione che comprende Bengasi e che è stata da sempre ostile al Colonnello.

    C’è comunque ben poco di altruistico nelle intenzioni dell’Occidente. Seppur con il consenso dell’Onu e della Lega Araba , che partecipa ai raid, (non dell’Unione Africana però) Europa e Usa agiscono anche per motivi economici e politici. Sarkozy ad esempio, il primo promotore dell’azione militare, cerca un rilancio in ambito interno, le sue quotazioni sono in forte ribasso e tra un anno, nel 2012, in Francia si terranno le elezioni presidenziali. Una vittoria nel rovesciamento di Gheddafi, con conseguenti ricchi trattati economici con i successori del Rais, darebbero una carta vincente al Presidente francese in vista di una riconferma futura. Obama d’altra parte, dopo il discorso de Il Cairo di due anni fa ed il sostegno alle rivoluzioni tunisine ed egiziane, non poteva esimersi dall’appoggiare una richiesta di aiuto, fatta dagli insorti in Cirenaica e nel resto della Libia. Ed anche per gli Stati Uniti vi sono aspetti economici da non trascurare.

    In tutto questo l’Italia ha un ruolo piu defilato ma comunque importante. Oltre ad aver concesso le basi Nato, il nostro paese potrebbe, in seguito, partecipare attivamente alle operazioni aeree, perche solo di operazioni aeree si tratta. Nessun militare della coalizione dovrebbe infatti mettere piede sul suolo libico.

    Il Post possiamo leggere il quadro in cui si muove l’Italia:

    Gheddafi si trova in un bunker nel complesso militare di Aziziya, a Tripoli, circondato da migliaia di sostenitori che si sono offerti come scudi umani.

    Molti in queste ore si sono chiesti che fine fa il trattato tra Italia e Libia, che il Post aveva raccontato qui. Il trattato, tra le altre cose, impegna i due paesi a “non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”.

    Al di là del fatto che il governo italiano ha già detto di considerare “sospeso” il trattato con la Libia, oggi ci si trova evidentemente in una circostanza di ingerenza compatibile con la Carta delle Nazioni Unite: è l’ONU che ha dato mandato agli attacchi, sulla base della dottrina generale per cui la sovranità nazionale ha limite nella minaccia alla pace e nelle violazioni dei diritti umani. Inoltre, sempre la Carta delle Nazioni Unite enuncia all’articolo 1 il principio dell’autodeterminazione dei popoli: esistono, insomma, i margini per considerare fondata la sospensione del trattato tra Italia e Libia. Un altro punto di quel trattato, infatti, impegna i due paesi ad agire “conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Non si può certo dire che Gheddafi lo abbia fatto.

    Sul Corriere Fiorenza Sarzanini ci parla invece delle possibili ritorsioni del Colonnello verso il nostro paese. Bombardamenti, atti terroristici isolati etc:

    In realtà nessuno è in grado di fornire certezze sugli armamenti accumulati dopo la revoca dell’embargo e dunque sull’eventualità che il Colonnello sia in grado di colpire Lampedusa, Linosa e addirittura arrivare fino a Pantelleria. Del resto gli accordi economici stretti negli ultimi anni da numerosi Stati occidentali riguardano anche l’industria bellica, però non esiste una lista ufficiale delle apparecchiature consegnate…..
    …Ed è proprio un eventuale gesto isolato ad allarmare, come è stato ribadito due giorni fa durante la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza convocato al Viminale dal ministro dell’Interno Roberto Maroni.
    La circolare firmata dal capo della polizia Antonio Manganelli e indirizzata a prefetti e questori al momento si limita a sollecitare «la massima attenzione per gli obiettivi sensibili e soprattutto per le frontiere marittime e terrestri», ma la decisione di convocare in maniera permanente il Comitato di analisi strategica conferma le preoccupazioni relative all’evolversi di «una situazione di guerra che può diventare simile all’Iraq e all’Afghanistan però questa volta in un Paese che si trova a poche centinaia di miglia da noi». In queste ore si cerca di scoprire se negli arsenali del Raìs ci siano armi chimiche.
    E’ bene comunque fare delle puntualizzazioni sulla Libia. La rivoluzione libica è diversa da quella egiziana o tunisina. Se in quei paesi si è lottato per la libertà ma anche, e soprattutto, per un miglioramento delle condizioni di vita, in Libia la popolazione è nettamente piu ricca degli altri fratelli africani. D’altronde vi sono ben pochi immigrati libici in giro per l’Europa e i milioni di egiziani scappati dal paese, dopo la nascita delle rivolte, dimostrano come la forza lavoro in Libia sia in buona paarte importata dall’esterno, come noi stessi facciamo con gli immigrati dell’est europa e dell’africa.

    Insomma, in Libia non si combatte per questioni economiche. Lo si fa per questioni tribali. Il paese infatti è formato da varie tribù, alcune delle quali sono stanche del dominio di quella di Gheddafi. D’altro canto, dopo decenni dalla rivoluzione che ha affrancato il Paese dal colonialismo occidentale, la burocrazia la fa da padrona. Tanto è vero che da anni uno dei figli di Gheddafi stava tentando di “svecchiare” il regime del padre:

    E’ almeno dal 2005 che Seif al-Islam Gheddafi, il volto più spendibile a livello internazionale ed interno, tra i tanti (otto) figli del Colonnello insieme a quello di Aisha Gheddafi, stava cercando di trovare una nuova strada per svecchiare la ‘rivoluzione verde’, ormai impantanata in logiche di potere e cristallizzata intorno ad una casta di tecnocrati cresciuti all’ombra dei pozzi petroliferi. La Fondazione Gheddafi, presieduta da Seif, si era specializzata sulla questione dei diritti umani, pubblicando un libro bianco sulle condizioni delle carceri e delle libertà nel paese per due anni, l’ultimo nel novembre 2010. L’altro fattore di rinnovamento era la stampa, gestita dalla compagnia privata al Ghad, con sede a Londra e che possiede i quotidiani Qea, Quryna e l’agenzia Libya Press, chiusa a fine 2010.
    Va quindi ricondotto il tutto ad una strategia politica occidentale per cambiare i propri interlocutori in Libia? L’Occidente ha quindi, ancora una volta, scelto di entrare a gamba tesa in affari interni per beneficiarne in campo economico? In parte credo sia vero. Ora l’Italia è il primo partner commerciale del paese, dopo la fine della guerra probabilmente le cose cambieranno. La Francia e la Gran Bretagna avranno un peso maggiore. L’America potrà vantare successi in campo di politica estera senza invasioni di massa come quelle di Irak ed Afghanistan. L’Italia ne uscirà ridimensionata, pagando il pegno di aver stipulato una alleanza troppo stretta con il Rais libico. Tutto questo in caso Gheddafi cada, nel caso in cui resista le cose potrebbero mettersi male per l’Occidente. Un intervento di terra credo sia fuori discussione.

    Peraltro anche in Oman ed in Bahrein stanno accadendo cose gravissime, con ingerenze saudite, senza che la comunità internazionale si trappi le vesti come per la Libia.

    Sono convinto però che i rivoltosi libici non debbano essere abbandonati a loro stessi. La comunità internazionale doveva fare qualcosa, qualcosa è stato fatto, forse troppo tardi, forse in modo sbagliato. Sarebbe stato preferibile ottenere la approvazione dell’Unione Africana, anche se il sostegno della Lega Araba è stato fondamentale. Sarebbe stato meglio intervenire sotto l’egida della Nato, anche se la Risoluzione Onu ha un valore decisivo.

    Non era possibile lasciare che Gheddafi sterminasse centinaia di migliaia di oppositori, senza far nulla. Qualcosa si doveva fare. L’importante è che non si invada la Libia e che non si uccidano civili innocenti, altrimenti rischieremmo un nuovo Kossovo e non sarebbe il viatico migliore per il proseguimento de L’89 del mondo Arabo.
    Se hai un po di tempo da perdere fai un salto qui:
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  2. #2
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

    Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

    Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

    L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

    Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

    La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

    Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

    Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

    Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

    La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

    L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

    L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

    È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

    Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

    Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.
    Dannato Barone Rosso.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    Quando Veltroni e Casini tifavano il movimento Arcobaleno

    Sinistra,Democrazia,Lavoro: Quando Veltroni e Casini tifavano il movimento Arcobaleno
    VOTA NO AL REFERENDUM DEL 4 DICEMBRE
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    la guerra in irak era tutta un altra cosa, anche se l'ignobile D'alema ha chiesto l'espulsione del labour party dal PSE, almeno così qualcuno mi ha riferito non so sia vero
    Ultima modifica di democratico; 20-03-11 alle 23:09

  5. #5
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    Il motivo è sempre lo stesso: il petrolio, con la differenze che ora ce lo fotto sotto il naso e noi siamo contenti.
    Dannato Barone Rosso.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    Citazione Originariamente Scritto da morfeo Visualizza Messaggio
    L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

    Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

    Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

    L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

    Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

    La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

    Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

    Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

    Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

    La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

    L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

    L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

    È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

    Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

    Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.
    quindi tutte le testimonianze di cittadini libici che hanno parlato di torture, di mercenari, di uccisioni etc.. sono tutte false?
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    non c'era la risoluzione Onu e soprattutto nessuno si è inventato le armi chimiche. C'è solamente un popolo, sceso in piazza (altra differenza con l'Iraq) perchè si sono chiesti come mai delle ricchezze petrolifere ne godono solo pochi intimi. Poi hanno visto come stanno i loro coetanei europei, cioè noi, e hanno deciso di far capitolare un regime che rende ricchi 4 beduini e rimane indifferente verso il suo popolo.
    Antifascista, cattolico-democratico, contrario al principio "destro" di "limite e conservazione" e sostenitore del principio di "non appagamento", dunque, di centrosinistra!

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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    Citazione Originariamente Scritto da Popolare Visualizza Messaggio
    non c'era la risoluzione Onu e soprattutto nessuno si è inventato le armi chimiche. C'è solamente un popolo, sceso in piazza (altra differenza con l'Iraq) perchè si sono chiesti come mai delle ricchezze petrolifere ne godono solo pochi intimi. Poi hanno visto come stanno i loro coetanei europei, cioè noi, e hanno deciso di far capitolare un regime che rende ricchi 4 beduini e rimane indifferente verso il suo popolo.
    no dai, la guerra in libia non è per motivi economici. Sono le tribu ostili a gheddafi che hanno deciso di farlo fuori. Lui ha reagito in modo scomposto, usando le bombe ed ha quindi dato un assist all'Occidente, pronto a farlo fuori per papparsi i ricchi giacimenti di petrolio.

    Cosa potevamo fare noi? stare fuori ed essere cancellati dai contratti economici? Non credo fosse possibile...
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    Citazione Originariamente Scritto da danny78 Visualizza Messaggio
    no dai, la guerra in libia non è per motivi economici. Sono le tribu ostili a gheddafi che hanno deciso di farlo fuori. Lui ha reagito in modo scomposto, usando le bombe ed ha quindi dato un assist all'Occidente, pronto a farlo fuori per papparsi i ricchi giacimenti di petrolio.

    Cosa potevamo fare noi? stare fuori ed essere cancellati dai contratti economici? Non credo fosse possibile...
    questa è più o meno la mia lettura della situazione

  10. #10
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    Predefinito Rif: Guerra in Libia: i veri scopi del conflitto tra disinformazione e reali consegue

    Citazione Originariamente Scritto da Feliks Visualizza Messaggio
    questa è più o meno la mia lettura della situazione
    triste ma credo sia questo il motivo.
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