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    Predefinito SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI

    MONOTEISMO «INNATO»


    Secondo la teologia cattolica «uno studio diretto ed accurato dei fatti ha portato alla scoperta di un culto dell’Ente Supremo, che si riscontra più o meno in tutti i popoli primitivi. L’Ente Supremo o Gran Dio è presentato come creatore di tutto, anche degli spiriti o divinità inferiori, come onnipotente, immenso, giusto. Questo fatto abbastanza costante nei popoli più antichi dimostra che il Monoteismo è anteriore al Politeismo e che questo è una degenerazione di quello (...) Il Monoteismo, conservato mirabilmente nella tradizione ebraica, (...) fu la religione primitiva» (Dizionario di Teologia Dogmatica - Roma, 1945). Fino dalla sua comparsa, o meglio dalla sua "creazione", l’uomo avrebbe avuto coscienza dell’esistenza di un Ente Supremo, Dio unico ed onnipotente. E ciò sarebbe stato possibile attraverso la "rivelazione" che, teologicamente, è l’atto con cui Dio si rivela, anzitutto nella creazione dell’Universo. È la cosiddetta "rivelazione naturale".

    L’uomo, fin dall’inizio, avrebbe avuto una volontaria disposizione dell’anima a riconoscere Dio come Ente Supremo e padrone dell’Universo e a rendergli il culto dovuto. Senza contare che Dio, si legge nella Genesi, con l’uomo parlava, passeggiava, mangiava e perfino misurava la sua forza fisica nella lotta. La Bibbia (Genesi, 32-24/32) racconta dello scontro fisico, durato una notte intera, tra Giacobbe e Dio in persona e come, in seguito a questo avvenimento, Dio stesso abbia cambiato il nome di Giacobbe in Israele, "colui che combatte", "il guerriero".

    Continua il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Nel corso della loro storia, e fino ai nostri giorni, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc). Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme d’espressione sono così universali che l’uomo può essere definito "un essere religioso"».

    Quindi se idolatria, feticismo, politeismo, rappresentano solo una degenerazione del primitivo monoteismo, nondimeno confermerebbero la necessità, connessa alla natura umana, della credenza in un Essere Superiore.

    Ne L’Origine della Famiglia, della Proprietà privata e dello Stato, Engels descrive in questi termini lo stadio inferiore dello stato selvaggio: «Fanciullezza del genere umano, il quale viveva, almeno in parte, sugli alberi — solo così si spiega il suo sopravvivere di fronte ai giganteschi animali da preda — e si trovava ancora nelle sue sedi originarie: foreste tropicali o subtropicali. Frutta, noci, radici servivano di nutrimento; la formazione del linguaggio articolato è il risultato principale di questo periodo. Di tutti i popoli conosciuti in epoche storiche, neppure uno si trova più in tale stato primitivo. Sebbene questo periodo abbia potuto durare migliaia di anni, non abbiamo prove dirette della sua esistenza, ma una volta ammessa la discendenza dell’uomo dal regno animale, bisogna necessariamente ammettere questo passaggio».

    In questo stadio iniziale della storia umana, quando gli strumenti utensili sono pressoché inesistenti, le facoltà rappresentative minime e lo stesso linguaggio fonetico quasi inesistente, i nostri progenitori conducevano una vita troppo simile a quella degli animali per poter esprimere una qualsiasi forma religiosa.

    Ma la capacità evolutiva dell’uomo, stimolata dalla necessità di provvedere ai propri bisogni, ha creato i primi mezzi tecnici per produrre il necessario per vivere. «È in questo meccanismo di sviluppo dei bisogni sociali, di organizzazioni sociali, e quindi di sviluppo di conoscenza, che, ad un certo punto del cammino dell’umanità, si forma ed appare, in tempo vario ed in modo pressoché uguale nei vari aggruppamenti di essa, quel fenomeno intellettuale che, ad un certo grado della sua evoluzione, assume i caratteri per cui viene designato col nome di religione».

    Possiamo quindi affermare che dopo un lunghissimo periodo in cui l’idea di religione fu del tutto inesistente, l’evoluzione umana ha conosciuto le religioni delle comunità primitive, cui seguirono, dopo lungo corso di millenni, le religioni della società schiavistica, poi quelle della società feudale, infine di quelle del capitalismo. Poiché l’uomo ha creato Dio a sua immagine e somiglianza, se lo raffigura in base alle idee della società in cui vive. Già il filosofo greco Senofane, vissuto circa cinque secoli avanti Cristo, affermava: «Se i buoi, i cavalli e i leoni avessero le mani e potessero con quelle mani dipingere, i cavalli dipingerebbero gli dei simili a cavalli, i buoi simili a buoi, e forgerebbero i loro corpi come ognuno di loro è forgiato (...) Gli etiopi sostengono che i loro dei sono camusi e neri, i traci che hanno occhi cerulei e capelli rossi».

    Dopo un lunghissimo periodo durante il quale la vita dell’uomo poco o nulla si differenziava da quella di altri animali, quando l’uomo è finalmente riuscito a forgiare i primi mezzi tecnici per produrre il necessario alla vita e le singole società umane hanno acquisito delle caratteristiche che differenziano i suoi componenti dal resto degli animali viventi, a quel punto si forma ed appare quel fenomeno intellettuale che viene designato col nome di religione.

    Non vi sono religioni diverse a seconda delle diversità di tribù o popoli messi sommariamente a confronto, ma a seconda delle fondamentali epoche storiche nelle quali è suddivisa l’evoluzione dei singoli popoli.

    «Lo spirito umano — scrive L.Morgan in L’Antica Società — che è lo stesso in tutti gli individui, in tutte le tribù, in tutte le nazioni, e limitato rispetto all’estensione delle sue forze, opera e deve operare in direzioni uniformi e costanti e in stretti limiti di variabilità. I risultati ai quali perviene in paesi lontani nello spazio e nel tempo, costituiscono gli anelli di una catena logica e continua di esperienze comuni (...) Come le successive formazioni geologiche, le tribù dell’umanità possono essere catalogate in strati successivi in base al loro sviluppo: così classificate esse rivelano con precisione quasi assoluta il cammino completo del processo umano, dallo stato selvaggio alla civiltà (perché) il corso delle esperienze umane ha seguito vie quasi uniformi».

    Se il pensiero filosofico, religioso, morale, ecc., percorre determinati ed analoghi stadi, ciò significa che i popoli, qualunque sia la loro razza ed il loro ambiente geografico, nel corso del loro sviluppo sperimentano esigenze materiali ed intellettuali analoghe in corrispondenza ad analoghi processi di produzione. La conclusione è quindi quella che, poiché le religioni corrispondono a comuni necessità di interpretare i fenomeni non controllabili dall’uomo, seppure in epoche ed in regioni differenti, ad un medesimo sviluppo sociale corrispondono le medesime idee religiose.

    IL TOTEM


    La più antica forma di religione, anteriore alla divisione della società in classi, è il cosiddetto "totemismo". La parola Totem, presa dal dialetto algonchino significa "l’affine del fratello" o "il consanguineo". È il vincolo di parentela che intercorre tra il clan ed il suo capostipite presunto che, il più delle volte, viene ravvisato in un animale, in una pianta, in un fiume, dal quale il sostentamento del clan dipende, ne garantisce la sopravvivenza e la continuità. Nel mito latino che narra di Romolo e Remo allattati dalla Lupa affiorano i residui leggendari di una antica società totemica, e gli stessi affiorano anche nel mito biblico del Serpente (divenuto solo in un secondo tempo ingannatore) che permette all’uomo la conoscenza del Bene e del Male. Nella religione giudaica le figure totemiche animali, specialmente il Serpente e il Toro, hanno lasciato forti tracce, dimostrando come sia del tutto falso che il Monoteismo, conservato mirabilmente nella tradizione ebraica, fosse la religione primitiva, anzi, si dimostra come tale religione abbia, al pari delle altre, attraversato tutti gli stadi in concomitanza allo sviluppo dei modi di produzione, di scambio e dell’organizzazione sociale, riferentisi non soltanto ai limiti nazionali, ma, come minimo, a quelli di una area geografica che andava dalla valle del Nilo fino a quella del Tigri ed Eufrate.

    Per quanto riguarda il Serpente possiamo ricordare, oltre all’arcinoto rettile del paradiso terrestre, quello di bronzo costruito da Mosè e che fu posto in mezzo all’accampamento perché chi fosse stato morso da un serpente, guardandolo, potesse guarire (Numeri, 21-8/9). Il popolo di Israele continuò a bruciare incensi e a venerare il Serpente bronzeo fino a che non venne fatto a pezzi dal re Ezechia (IV libro dei Re, 18-4). Gesù stesso, nel Vangelo di Giovanni (3-14/15), viene paragonato al Serpente di bronzo innalzato da Mosè. Aronne, fratello di Mosè, fu il gran sacerdote del Toro d’oro, ridimensionato poi a vitello in segno spregiativo. Il culto totemico nei riguardi del Toro, diffusissimo su tutto il bacino mediterraneo, aveva ancora presso gli ebrei grande prestigio tant’è che il Dio degli eserciti ebbe serie difficoltà prima di riuscire a sbarazzarsi di questo tenace concorrente. Si veda nella Bibbia il III libro dei Re (12-28) ed il IV libro dei Re (10-29 e 17-16).

    Le figure totemiche assumono il ruolo di progenitore, parente, amico. Il rapporto che si stabilisce tra il gruppo umano ed il Totem è quello di reciproca dipendenza. Il Totem non è ancora un Dio, è soltanto il progenitore; ad esso non vengono rivolte preghiere, al contrario si danno degli ordini, manifestando con riti, ritenuti magici, la volontà collettiva del clan.

    L’uomo che viveva in una società a carattere comunista, ragionava in modo comunista. Ricorreva a rappresentazioni fantastiche della realtà per integrare la relativa parzialit… delle sue conoscenze. Questo però non gli impediva una lucida visione dei rapporti intercorrenti tra uomo e natura. «Le religioni naturali, come il feticismo dei negri o le comuni religioni primitive degli ariani, nascono senza che vi giochi un ruolo l’impostura; l’impostura dei sacerdoti diviene molto presto inevitabile nella loro successiva formazione» (Engels, B.Bauer e il Cristianesimo Primitivo). Nelle religioni primitive nessuna separazione esisteva tra religione e vita: le due cose erano una sola cosa.

    A dimostrazione riportiamo brani da un discorso del capo Seattle della tribù del Duwamish nel territorio di Washington (North West Coast), del 1855. Il governo degli Stati Uniti aveva proposto al capo pellerossa l’acquisto di alcune terre di appartenenza della sua tribù. Le parti del discorso che riportiamo riguardano la risposta del capo dei selvaggi.

    «Il Grande Capo di Washington ci fa conoscere il suo desiderio di comprare la nostra Terra. Il Grande Capo ci invia anche espressioni di amicizia e di pace. È un gesto gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli in cambio non ha molto bisogno della nostra amicizia.

    Esamineremo la vostra proposta, poiché sappiamo che, se non vendiamo, l’uomo bianco può venire con i fucili a prendere la nostra terra.

    Come si possono comprare o vendere il cielo, il calore della terra? È un’idea assurda per noi. Come potreste infatti comprare da noi la frescura dell’aria o gli zampilli dell’acqua, dal momento che non ci appartengono? (...) Ogni angolo di questa terra è sacro al mio popolo. Ogni ago di pino scintillante, ogni lido sabbioso, ogni bruma nei boschi ombrosi, ogni radura, ogni insetto che ronza sono sacri nella memoria e nella esistenza del mio popolo. La linfa che scorre negli alberi porta il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono le nostre sorelle; il daino, il cavallo, la grande aquila, questi sono i nostri fratelli. Le cime rocciose, le linfe nei prati, la foga irruenta del cavallo e l’uomo, tutto appartiene alla stessa famiglia (...) L’acqua limpida che scorre in ruscelli e fiumi, per noi non è solo acqua, ma il sangue dei nostri antenati. Se vi vendiamo della terra dovrete ricordare che essa è sacra, e dovrete insegnare ai vostri figli che è sacra e dire loro che ogni ombra che si riflette nell’acqua chiara dei laghi parla di fatti e di ricordi della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono i nostri fratelli, placano la nostra sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli (...)

    Sappiamo che l’uomo bianco non comprende il nostro modo di pensare. Per lui un pezzo di terra vale l’altro, poiché egli è uno straniero che arriva di notte e prende dalla terra tutto ciò che gli piace. La terra non è per lui un fratello, ma un nemico e una volta che l’ha conquistata l’abbandona. Egli si lascia alle spalle la tomba di suo padre e non se ne cura. Non gli importa di privare della terra i suoi figli. Egli trascura le tombe dei padri e i diritti vitali dei figli. Tratta sua madre la terra e suo fratello il cielo come cose che si comprano, si saccheggiano, si vendono, non diversamente da pecore e gemme scintillanti. La sua voracità divorerà la terra e lascerà dietro di sé il deserto.

    Io sono un selvaggio e non comprendo un modo di pensare diverso dal mio. Ho visto un migliaio di bisonti in putrefazione nella prateria, lasciati dall’uomo bianco che li aveva abbattuti sparando da un treno in corsa. Io sono un selvaggio e non comprendo come il fumante cavallo di ferro possa essere più importante del bisonte che noi uccidiamo solo per sopravvivere. Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se essi sparissero l’uomo morirebbe per una grande solitudine dello spirito. Tutto ciò che accade agli animali ben presto capita anche agli uomini; tutte le cose sono collegate fra loro. Tutto ciò che la terra subisce lo subiscono anche i figli della terra. Se gli uomini sputano per terra, sputano sopra se stessi.

    Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Questo noi sappiamo: tutte le cose hanno un legame, come il sangue che unisce una famiglia. Ogni cosa è collegata alle altre. Qualunque cosa accada alla terra, accadrà anche ai figli della terra (...)

    Anche i bianchi passeranno, forse più in fretta degli altri popoli. Continuate ad insudiciare il vostro letto e una notte morirete soffocati dai vostri stessi rifiuti».

    Il primitivo, nella suo sentire la vita, non contrappone l’uomo alla natura, lo immedesima nella natura stessa e su questa base imposta il suo lavoro e i suoi rapporti sociali. Il Totem è una rappresentazione ingenua, ma non falsa, di questi rapporti. La teoria della continuità delle specie della scienza moderna, non solo era già stata intuita dai pensatori del Rinascimento e messa a punto dai naturalisti della fine del ’700, ma era conosciuta e vissuta dal selvaggio.

    AGRICOLTURA E PASTORIZIA


    Quando i gruppi nomadi, che vivevano quasi esclusivamente dei prodotti offerti dall’ambiente naturale, cominciarono a stabilire fisse dimore e a coltivare la terra, per stimolare i cicli vegetali in modo da ottenere maggiori prodotti dovettero adattarsi ai cicli stagionali e a fissare delle regole che i primi capi ebbero interesse a determinare e a fare conoscere in modo generale. Di qui la necessità di portare l’attenzione sul movimento degli astri, primo fra tutti per i suoi effetti sul clima, il Sole che, in quasi tutte le religioni, è il più importante degli Dei. La parola Dio, in quasi tutte le lingue indoeuropee, si ricollega al principio della luce: la radice div, deiv, nella lingua latina divenuta deu(m), è antico aggettivo con il significato di luminoso. Questa derivazione è ben evidenziata dalla parola latina dies (il giorno), contrapposto al concetto delle tenebre, identificato con potenze malefiche, concetto sopravvissuto fino ad oggi.

    La espressione di queste regole aventi forza di leggi, non poteva che assumere forme vaghe, misteriose e fantastiche, tuttavia sorte direttamente da un bisogno reale e da un procedimento sperimentale.

    Il nascere della religione sta ad indicare che l’uomo è giunto a tal punto della sua evoluzione intellettuale che ricerca un rapporto causale tra i fenomeni ai quali assiste o partecipa e tenta di formulare una teoria, sia pure fantastica, che possa spiegare questi fenomeni.

    La pratica magica delle popolazioni primitive si presenta come un tentativo "sperimentale" di pressione materiale esercitata dall’uomo nei confronti nella natura. Come più tardi la filosofia e la scienza, la religione ebbe il compito di assolvere alla necessità di formulare delle ipotesi per spiegare i fenomeni dell’Universo. Religione e scienza sono state generate dalle stesse cause e, sostanzialmente, rappresentano il medesimo fenomeno a diversi gradi di sviluppo.

    Le scienze procedono costruendo ipotesi che successive osservazioni eliminano, in tutto od in parte, per formularne di nuove. Queste sono possibili e costituiscono un progresso in quanto si avvalgono delle nozioni precedentemente formulate che sono servite da base, anche se talvolta in contraddizione con esse. Ogni passo avanti si trova, però, ad essere imprigionato nei limiti costituiti dalle cognizioni socialmente già acquisite. Così anche nella religione la nuova dottrina, considerata "più vera" di quella che fino a ieri era ritenuta tale, prende campo e soppianta quella precedente perché riesce a dare una spiegazione a fenomeni naturali o sociali fino a quel momento non spiegati o inesistenti, oppure ne dà una spiegazione più accettabile, completa, precisa.

    Con l’evoluzione sociale incomincia la trasformazione religiosa. L’uomo, diventato pastore ed agricoltore, acquista nuovi rapporti di dipendenza con la natura fino ad allora non avvertiti. L’uomo, che fino ad allora aveva guardato alla Terra, rivolge ora il suo occhio al Cielo: al sole, alle nubi, alle stagioni. Nasce la credenza in forze personalizzate che presiedono al succedersi dei cicli e delle alternanze atmosferiche. Questa credenza, molto probabilmente, è sorta in questo modo: esisteva la osservazione ancestrale che vi erano esseri che si muovevano, si alimentavano, si modificavano e morivano; vi erano altri esseri che si modificavano e morivano, ma non si muovevano e non si alimentavano; vi erano, infine, esseri (o cose) che non si modificavano e non si muovevano da se stessi e per muoversi dovevano essere trasportati o spinti da altri esseri che avevano la facoltà di muoversi. L’idea del moto fu fra le prime a formarsi. Fu allora un significativo passo nella conoscenza quello che consisté nella formulazione della ipotesi che corpi (come ad esempio del Sole e della Luna) non appartenenti a quelli che si muovevano da sé, dovessero essere spinti o trainati da esseri simili a uomini o animali dotati di enorme potenza, anche se non visibili. Ammessa l’esistenza di questi esseri si dovette ammettere anche la caratteristica dell’immortalità. L’idea della divinità era nata.

    La parola "religione" viene fatta derivare dal latino relegere (ripensare), o religare (legare strettamente), oppure reeligere (rieleggere). Comunque sia, in definitiva, la religione costituisce una legge, un vincolo morale, una regola, che lega gli uomini nei loro rapporti: è il "senso della giustizia". I concetti che nelle varie epoche e nelle varie società hanno costituito l’idea della giustizia dipendono dai rapporti sociali esistenti nei diversi stadi dell’evoluzione storica ed economica umana.

    GIUSTO E INGIUSTO


    Scrive P.Lafargue, in Il Determinismo Economico di Marx: «Le passioni e le nozioni esistenti nell’uomo prima della costituzione della proprietà, e gli interessi, le passioni, le idee che la proprietà genera, agendo e reagendo gli uni sugli altri, hanno finito per partorire, sviluppare e cristallizzare nel cervello dei civilizzati l’idea del giusto e dell’ingiusto. Le origini umane dell’idea di giustizia sono le passioni della vendetta e il sentimento dell’uguaglianza».

    La vendetta è uno dei sentimenti più antichi dell’animo umano. I selvaggi trasmettono di padre in figlio il ricordo di una offesa patita e l’impegno a vendicarla. La Bibbia ci insegna che Dio vendica «le iniquità dai padri nei figli e nei nipoti fino alla terza e quarta generazione» (Esodo, 34/7).

    Il Dio ebraico non differiva per niente dagli Dei babilonesi, egiziani e di qualsiasi altro popolo. Il primitivo, in continua lotta con l’ambiente ostile, gli animali e le altre genti, non concepiva il senso dell’individualità. Non potendo vivere isolato si radunava in tribù; i membri della tribù agivano e pensavano in sintonia: andavano a caccia, combattevano e coltivavano in comune. L’uomo selvaggio non riusciva a concepire la vita individuale al di fuori dall’ordine sociale comunitario. La punizione più grave che veniva inflitta a coloro che venivano meno alle regole del contratto sociale era l’espulsione dalla tribù, cosa che equivaleva ad una condanna a morte. Caino, scacciato dopo l’assassinio del fratello Abele, innalza il suo lamento: «Ecco, tu mi scacci oggi sulla Terra; fuggirò la tua faccia, e sarò fuggiasco e ramingo nel mondo. Perciò chiunque mi trovi mi ucciderà» (Genesi - 4-14).

    La tribù riteneva di avere lo stesso antenato, lo stesso sangue era il sangue che scorreva nelle vene di tutti; versare il sangue di un membro della tribù equivaleva a versare il sangue della comunità. Tutti i membri avevano il dovere/diritto alla vendetta. È presumibile che questo sentimento comunitario, garanzia alla protezione che ne derivava nei confronti dell’offesa subita per opera di un estraneo alla tribù, comprendesse perfino il membro allontanato per indegnità. A Caino che teme per la sua sorte, Dio assicura: «No, non sarà così. Anzi chiunque ucciderà Caino sarà punito sette volte di più. E pose il Signore su Caino un segno acciocché nessuno che lo incontrasse lo uccidesse» (Genesi, 4-15).

    continua..

    Partito Comunista Internazionale



  2. #2
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    Predefinito Rif: SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI

    Dopo un lunghissimo periodo durante il quale la vita dell’uomo poco o nulla si differenziava da quella di altri animali, quando l’uomo è finalmente riuscito a forgiare i primi mezzi tecnici per produrre il necessario alla vita e le singole società umane hanno acquisito delle caratteristiche che differenziano i suoi componenti dal resto degli animali viventi, a quel punto si forma ed appare quel fenomeno intellettuale che viene designato col nome di religione.

    ==========
    appare quando l'umanità non trova più cibo sufficiente e spontaneo sulla terra ed è costretta ad inventare l'egricoltura e l'allevamento per sopravvivere...
    prima c'era l'eden, il paradiso terrestre ....ora c'è il lavoro duro e lo stridor di denti...
    ovvero i tiranni e sacerdoti che inventano la favola della cacciata dall'eden per inculcare il complesso di colpa del peccato originale....
    altro che diorepapelle:
    Ultima modifica di PUPO; 28-03-11 alle 11:45
    [B]per mantenere in pace un mondo caratterizzato da ingiuste concentrazioni di ricchezza ed enormi sacche di povertà è necessario trasformare i poveri in zombie con la propaganda e le religioni[/B]

  3. #3
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    Predefinito Rif: SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI

    infatti storicamente parlando le culture adottarono delle religioni che si adattarono al proprio ambiente, iniziando con le forze della natura prima, passando per il politeismo e infine arrivando al monoteismo
    la religione poi è stata utilizzata per creare una legittimitò al potere interno, perchè servivano leggi, un sovrano che era tale perchè voluto da una divinità( o perchè era considerato un Dio stesso). da li incominica la cultura umana.
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

  4. #4
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    Predefinito Rif: SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI

    SULL'ORIGINE DELLE RELIGIONI

    (Continua dal numero 273)

    GIUSTO E INGIUSTO

    Se la tribù ritiene di essere offesa per una ingiuria sofferta da un suo qualunque membro, allo stesso modo tutta la tribù veniva considerata responsabile delle offese commesse da uno di loro. L’assassinio di un selvaggio equivaleva alla dichiarazione di guerra fra due tribù, perché l’offesa individuale si trasformava in offesa collettiva e la vendetta si abbatteva su tutti, compresi donne e bambini, nonché i loro animali. Proprio come fa il Dio biblico nei confronti degli egiziani, degli abitanti di Gerico e di tutti gli altri nemici.

    La vendetta collettiva poteva però, alla lunga, mettere in pericolo l’esistenza stessa della comunità. Nella necessità di prevenire le disastrose conseguenze della vendetta estesa a livello clanico o tribale, i selvaggi dovettero adottare dei sistemi tendenti a domare loro sentimenti di rappresaglia sottoponendoli a regolamentazione. Questo sistema, che apparentemente sembrava venire meno al senso di solidarietà, consisteva nel sacrificare il solo membro che aveva commesso l’offesa consegnandolo al clan al quale la vittima apparteneva perché solo su di lui venisse esercitata vendetta. Solo si garantiva che la pena non sarebbe stata superiore all’offesa arrecata. Nacque in questo modo la legge del taglione: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ferita per ferita, piaga per piaga» (Esodo, 21-23 ss).

    La legge del taglione, che oggi, secondo la morale borghese, appare così brutale e selvaggia, al contrario serviva a garantire sia il colpevole (che non avrebbe ricevuto pena superiore al danno arrecato), sia il suo clan (che non avrebbe subito alcuna ritorsione).

    Questa legge con l’istituzione della proprietà privata a poco a poco cadde in disuso finché non venne del tutto soppiantata. La proprietà fece cessare lo scorrere del sangue a causa di morti ed amputazioni: non più "vita per vita, occhio per occhio, dente per dente", ma "beni per vita, beni per occhio, beni per dente". Il sangue non chiamava più sangue ma un semplice risarcimento materiale. Questo nuovo costume costrinse l’uomo ad entrare nel mondo dell’astrazione per risolvere i nuovi problemi che era chiamato a risolvere. Doveva trovare degli equivalenti tra cose che non avevano nessun rapporto materiale diretto; trovare lo equivalente economico per una vita, una ferita, una ingiuria, cosa che secondo la legge del taglione era del tutto immorale se non impensabile.

    Continua Lafargue: «Probabilmente la trasformazione del taglione è stata facilitata dallo schiavismo e dal commercio degli schiavi, la prima forma di commercio internazionale che si sia stabilita in forma regolare. Lo scambio di uomini vivi con buoi, armi ed altri oggetti, indusse il barbaro a convincersi che il taglione potesse trovare un equivalente diverso dal sangue. Ma avvenne un nuovo fenomeno familiare, che contribuì ancor più del commercio degli schiavi a modificare il taglione. Fino a quando esisté la famiglia matriarcale, la donna visse nell’ambito del suo clan, con uno o più mariti. Invece, nella famiglia patriarcale, la giovane abbandonava la propria famiglia per trasferirsi in quella del marito; il padre veniva indennizzato a titolo di compensazione per la perdita della figlia, la quale, sposandosi, cessava di appartenergli. La giovane, quindi, divenne oggetto di scambio, colei che può procurare buoi (alphesiboia, secondo la terminologia omerica): infatti in Grecia veniva scambiata proprio con buoi. Il padre cominciò col barattare le figlie e finì col vendere i figli, come dimostrano le leggi greche e romane. Il padre, vendendo il proprio sangue, spezzava l’antica solidarietà che univa i membri della famiglia e li legava per la vita e per la morte. I genitori, che ormai scambiavano i figli, sangue del loro sangue, con bestiame ed altri beni, a maggior ragione erano disposti ad accettare bestiame od altri beni per il sangue versato, per il figlio ucciso. Dal canto loro i figli, seguendo l’esempio dei genitori, arrivarono ad accontentarsi di una qualsiasi indennità per il sangue versato dei loro genitori».

    Non si deve però credere che questo "innaturale" costume, che sovvertiva tutte le leggi dell’egualitarismo primitivo, sia riuscito facilmente ed in breve tempo a sradicare dal cuore umano i sentimenti e gli istinti per tanto tempo inveterati. Sia la religione, custode degli antichi costumi, sia il senso dell’onore e della dignità si opposero per molto tempo alla sostituzione del sangue e dell’offesa con il denaro.

    Aiace, che, assieme ad Ulisse e Fenice, era stato inviato presso Achille per convincerlo ad accettare i doni di Agamennone e, placata con questi la sua collera, a tornare alla battaglia, si rivolse all’eroe offeso in questi termini: «Spietato! Eppure anche da chi gli uccise / Un fratel suo, da chi gli uccise un figlio, / Altri accetta un’ammenda; e nel paese / Quello, il fatto espiato, ancor rimane, / E all’altro, poi che accolto ebbe il riscatto, / Il cuor si placa e l’animo superbo» (Iliade, IX). Questi pochi versi dimostrano come il prezzo del sangue ormai riuscisse ad acquietare l’antico istinto della vendetta. Ma evidentemente le resistenze al nuovo costume erano ancora forti perché non solo Achille non volle piegarsi di fronte ai doni di Agamennone: «Anche se tanti / Tesori egli mi dia quanti granelli / Han l’arena e la polvere, piegarmi / L’animo non ancora egli potrebbe, / Prima che tutto mi abbia ripagato / L’amaro oltraggio».

    RELIGIONE E SCIENZA

    Nel testo del Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo che l’uomo «Scopre alcune "vie" per arrivare alla conoscenza di Dio». Queste «vengono anche chiamate "prove dell’esistenza di Dio" non nel senso delle prove ricercate nel campo delle scienze naturali, ma nel senso di "argomenti convergenti e convincenti" che permettono di raggiungere vere certezze. Queste "vie" per avvicinarsi a Dio hanno come punto di partenza la creazione: il mondo materiale e la persona umana». Tali prove sarebbero: 1) «Il mondo: partendo dal movimento e dal divenire, dalla contingenza, dall’ordine e dalla bellezza del mondo si può giungere a conoscere Dio come origine e fine dell’Universo»"; 2) «L’uomo: (...) egli percepisce segni della propria anima spirituale. Germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile alla sola materia. La sua anima non può avere origine che in Dio solo (...) Dio può essere riconosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create».

    A tale proposito non sono mancate, fino dalla antichità, profonde intuizioni. Ad esempio il poeta latino Lucrezio, vissuto al tempo della Repubblica, in merito all’origine della religione ci lascia in De Rerum Natura questi possenti versi:

    «Come si è sparsa tra i popoli l’idea del divino / e perché le città son piene di are, di culti / e di riti solenni che tutt’ora si compiono in eventi / insoliti, e donde provenga ai mortali l’orrore / che in tutta la terra fa sorgere questa infinita / serie di templi e alle feste li stipa di genti; / non è da spiegarsi una cosa difficile.

    Dalle veglie stanche e dai sogni degli uomini / alte figure sorgevano, forse memorie del giorno / tormentato; e le credemmo vive perché ci pareva / che si muovessero e dai volti imperiosi mandassero / voci superbe. E siccome restavano / immensi fantasmi fissi nel fondo dell’animo / pensammo che nessuna forza nemica mai / li potesse distruggere; e così furono essi / di vita immortale immaginati. Ed anche / sembrarono più di noi fortunati e sereni / perché non poteva toccarli paura di morte / e perché senza fatica in quei sogni lontani / nascevano liberi e belli e autori di meraviglie.

    E gli uomini inoltre guardavano / l’immutabile norma dei cieli / e i ritorni costanti delle stagioni: / ma per scoprire le cause non bastava guardare. / Allora fu solo rifugio dover tutto agli Dei, / tutte ai lor cenni rimettere le cose del mondo. / E subito posero in cielo ai Numi le sedi, / templi di nebbie, / perché in cielo si vede la luce, la luna, il giorno; / in cielo si vede la notte e si vede / ai severi silenzi il chiaro andar delle stelle; / in cielo le nubi, il sole, la pioggia, la neve, / la grandine, il fulmine, il vento; e i cupi / ululati del tuono sembrano lunghe / mormorate minacce allargarsi nell’aria.

    Certo che fu sventurata la stirpe degli uomini / tali fatti credendo ed altre ire crudeli / venir dagli Dei. / Quante paure avrebbero scansato per sé / e quante per noi pene e pianti e sfortune. / Eppure mostrarsi col capo velato / vicino a una statua, andar visitando gli altari / non è religione; non è religione cadere / distesi per terra, alzare verso i marmi / le palme supine e sporcare / con sangue di forti animali le are; / è religione, se mai, poter guardare / con la mente tranquilla l’immenso / della materia (...)

    E ancora degli uomini il meschino animo trema / alla vana paura dell’ira divina quando / colpita dal fulmine la torrida terra sussulta / e sotto l’aerea corsa del tuono nei liquidi nembi / scompare il profilo dei monti e il fragore celeste / si spande e batte sui colli e da lungi si ode / se dalle valli la vasta eco risponde; / allora i superbi tiranni rammentano / la rotta fede e si nascondono e temono / che della pena il grave tempo sia giunto. / E quando sul mare la flotta pesante di eserciti / e di elefanti entra nell’ombra della burrasca / il capitano prega dal cielo la calma dei venti / inutilmente: perché mentre va su la prua / al supplice voto un turbine sorge violento / e lo prende e contro le rocce lo sbatte, al guado / ignoto dell’implacabile morte. / A tal segno una forza segreta calpesta le cose / umane e sembra schernire, deridere / i fasci superbi e la scure feroce. / E in fine, quando tutta la terra / sotto i piedi vacilla e cadono al suolo / o stanno lì lì per cadere le nostre città, / qual meraviglia se gli uomini tengono a vile / se stessi e lasciano ai numi un’immensa / occulta potenza che tutto governi?»

    L’uomo, dice il poeta, si è creato l’idea degli Dei in considerazione della propria debolezza nei confronti di forze terribili e sconvolgenti, incapace di comprenderne i fenomeni: un fulmine, una morte improvvisa, l’eruzione di un vulcano. Tutto questo ha portato l’uomo ad immaginare la presenza di esseri sovrannaturali ai quali ha dato forme in parte umane ed in parte animalesche, corpi materiali od invisibili ed immateriali. Per conciliare queste forze, per rendersele amiche innalza templi, offre sacrifici, istituisce culti. Risalta la potenza dei versi: "È religione, se mai, guardare con la mente tranquilla l’immenso della materia". Quello di Lucrezio è un materialismo ingenuo perché mancava di solide premesse scientifiche. La superstizione religiosa non prende alimento dall’ignoranza, ma dalla oppressione delle masse, schiacciate dal meccanismo della dominazione di classe. Dio, che la scienza ha scacciato sia dal Cielo sia dalla Terra, continua a regnare nella società.

    In occasione della pubblicazione in lingua italiana dell’Origine delle Specie, "La Nazione" di Firenze, il 30-31 maggio 1865, scriveva: «Il giorno 24 novembre 1859 il signor Carlo Darwin pubblicava in Inghilterra un libro intitolato; The Origin of Species by Natural Selection ecc. Il signor Carlo Darwin era da lunga pezza conosciuto in Inghilterra come naturalista segnatissimo e noto ai dotti di tutte le nazioni pel celebre viaggio di circumnavigazione fatto a bordo del vascello inglese The Beagle in qualità di naturalista (...) Il nuovo libro fu subito avidamente cercato e letto in Inghilterra e si trovò conforme alla autentica salda riputazione dell’autore, e ricco di pregi ammirati negli altri scritti. Ma l’argomento qui era diverso: non si trattava di descrizione o comparazione di specie, ma della questione della specie in generale (...) Darwin, appoggiato ad una serie di osservazioni e di fatti, e promettendo maggior copia di fatti e di osservazioni in un più ampio lavoro di prossima pubblicazione, sostiene che la specie può mutare, e deve mutare col mutare delle esterne condizioni in cui l’animale vive (...) Darwin si appoggia ai fatti e dai fatti si studia di trarre le sue deduzioni, sviluppa ad ogni passo quelle gravi obiezioni che gli si affacciano mostrando bene di valutarne tutta la importanza, e procede con riguardo, con cautela, dubitosamente: la qual cosa cresce il valore dei suoi argomenti e gli fa attento e fiducioso il lettore, il quale sente d’esser chiamato piuttosto a compagno in una ricerca difficile, che non ad uditore di una nuova teoria. E invero, il libro di Darwin ebbe, un ottimo accoglimento (...) Ma in breve le cose mutarono, perché, letto meglio il libro, ci trovarono dentro, come dice Dante, il velen dell’argomento. Ammettendo le trasformazioni delle specie e la derivazione delle une dalle altre in luogo delle creazioni successive, si viene a contrastare la parola della Bibbia dove dice espressamente che Dio creò le une dopo le altre le varie specie degli animali, e i teologi inglesi, molti dei quali sono pure naturalisti valenti, insorsero contro la nuova teoria gridando tanto nel nome della rivelazione, quanto in quello della scienza».

    IL SEGRETO DELLA VITA

    Dottrine apertamente materialistiche hanno accompagnato, in tutti i tempi, i progressi della ricerca scientifica. Il materialismo nacque ai tempi delle repubbliche della Grecia classica e di Roma. Ma il libro di Darwin venne a rivoluzionare le scienze naturali e segnò una tappa importantissima nella elaborazione del pensiero materialistico moderno, che aveva avuto rigogliosa ripresa ad opera degli enciclopedisti francesi della fine del 1700 e doveva poi raggiungere il punto più alto, ad opera di Marx, nella dottrina del materialismo dialettico. Agli enciclopedisti, che già avevano raggiunto notevoli risultati, mancavano i preziosi materiali documentari accumulati dalle ricerche geografiche, geologiche, paleontologiche che Darwin doveva genialmente intraprendere, leggendo la storia segreta della vita sulla Terra.

    L’importanza della dottrina evoluzionistica di Darwin, nel campo della conoscenza scientifica della materia organizzata vivente, eguaglia senza dubbio le opere dei fondatori della moderna meccanica celeste: Copernico, Keplero, Galilei e Newton. Le scoperte di questi grandi dell’indagine astronomica dovevano conseguentemente portare alle ipotesi sulla formazione dei corpi celesti e, in particolare, del sistema solare. Dal tempo in cui Kant, e più tardi Laplace, formularono la nota ipotesi della formazione del sistema planetario per emissione di materia solare, le ipotesi cosmogoniche si sono susseguite. Differiscono le une dalle altre, ma tutte hanno in comune il principio informatore dell’evoluzione del cosmo. Le scoperte della moderna astrofisica non permettono di nutrire dubbi sul fatto che le costellazioni, gli astri, i pianeti, fino alla nostra piccola Terra hanno tutti una storia, anche se si misura a milioni di anni. I corpi astrali non sono né fissi né eterni: oltre ad essere in perpetuo moto, sorgono, vivono, si trasformano nelle immensità dello spazio. La materia evolve. Il mondo fisico e lo stesso Universo stellare che cadono sotto la nostra osservazione sono lo stadio attuale di un processo evolutivo che è innegabile, anche se, al momento, non conosciamo tutte le leggi del suo sviluppo.

    L’evoluzionismo cosmico fu grande conquista del pensiero, ma prima di Darwin mancava ancora una dottrina che spiegasse materialisticamente le leggi che governano il regno della vita. L’ipotesi nebulare, formulata da Kant nel 1755 e più tardi perfezionata da Laplace, aveva scacciato il mito creazionista almeno dai confini del sistema solare. Esso però restava inattaccabile nel campo della biologia e, in definitiva, continuava ad apparire come l’unica spiegazione delle origini dell’uomo, proposte dalla religione nella sua pretesa natura contraddittoria di materia e di spirito, di corpo e di anima. La gloria imperitura di Darwin è quella di avere svelato il mistero che circondava l’origine delle diverse forme di vita sulla Terra. L’Origine delle Specie conquistava all’evoluzionismo il grande regno della materia organizzata vivente; introduceva il principio dialettico della trasformazione nel campo biologico. Da allora sappiamo che non solo le nebulose, gli astri, i pianeti sono testimonianza del perenne movimento della materia, ma le stesse forme nelle quali la vita si manifesta sulla Terra.

    Fino ad allora era stata quasi unanimemente accettata la formula di Carlo Linneo secondo cui "tante sono le specie quante fin dal principio furono create da Dio". I ritrovamenti fossili, che documentavano l’esistenza in un remoto passato di specie animali oramai estinte, non metteva in nessun imbarazzo la dottrina di Linneo, perfettamente aderente ai dogmi biblici e lo scienziato francese George Cuvier argomentava ipotizzando una serie di catastrofi ognuna della quali avrebbe eliminato delle specie animali esistenti, ma attribuiva ancora al Padreterno il crearne di nuove e più perfette. Con Darwin invece viene a crollare il mito della creazione separata delle specie, animali e vegetali, che, fino a quel momento, erano state considerate fisse ed immutabili, come già, prima di Copernico, le stelle fisse dell’Ottavo Cielo. Nella grande concezione darwinista il mondo biologico quale ci circonda oggi non è esistito da sempre, ma ha subìto una lunga e complessa trasformazione, per cui le specie animali e vegetali ora viventi, e fra esse la umana, sono eredi delle specie scomparse.

    Ma la vera vittoria del pensiero materialistico non consiste tanto nel principio della trasformazione della specie, quanto nel fatto che la trasformazione biologica viene spiegata con fattori assolutamente naturali. Nella lotta contro l’ambiente ostile la vita viene a conservare per selezione quelle mutazioni nelle funzioni organiche, quei nuovi caratteri che facilitano la sopravvivenza. Questi caratteri, più capaci d’esser trasmessi ereditariamente di altri meno favorevoli, finiscono con il costituire i tratti fondamentali di nuove specie. Con ciò si spingeva l’indagine scientifica dal mondo inorganico, minerale a quella del multiforme mondo della vita, superando l’antitesi metafisica tra spirito e materia.

    Darwin tentò di dimostrare inoltre come vita fisica e vita psichica obbediscano alle stesse leggi oggettive di evoluzione. Come afferma Engels, la mente appare come il livello più alto raggiunto nella organizzazione della materia. Anche in tal senso il darwinismo rappresenta una tappa importantissima ed una battaglia vinta del pensiero materialistico moderno.

    I materialisti, ai quali Darwin forniva un’altra formidabile arma di lotta contro l’idealismo e la superstizione religiosa, non seppero però rendersi conto del fatto, apparentemente paradossale, per cui la scienza aveva dovuto faticare con maggiore asprezza per strappare Dio dalla Terra che per strapparlo dal Cielo.

    Durante il convegno annuale della Società Britannica, del 1860, mentre si discuteva delle tesi darwiniste sull’origine delle specie, l’erudito arcivescovo anglicano Samuel Wilberforce si rivolse a Thomas Huxley, sostenitore dell’evoluzionismo, in questi termini: «È da parte di suo nonno oppure di sua nonna, Sir, che lei è imparentato con le scimmie?». Al che Huxley rispose: «Se dovessi scegliere per mio antenato fra una scimmia ed un uomo che, per quanto istruito, usi la sua ragione per ingannare un pubblico incolto, non esiterei un istante a preferire la scimmia».

    Le Chiese infatti osteggiarono immediatamente la teoria di Darwin. Solo quando si accetti la creazione dell’uomo per intervento diretto di Dio, possiamo ammettere che l’idea di un Essere Supremo sia nata assieme all’uomo. Ma quando si ammetta la tesi dell’evoluzione, crolla tutta l’impalcatura teologia. Se oggi il papa può permettersi di "riabilitare" Darwin senza per questo incrinare la potenza della religione, ma anzi raccogliendo il plauso di tutta la cultura "laica" borghese, non significa affatto che religione e scienza non siano in contraddizione, come preti e scienziati borghesi pretendono di dimostrare. Al contrario, ciò dimostra la giustezza della tesi marxista secondo la quale la religione non affonda le sue radici nel terreno dell’ignoranza, ma deriva da profonde ragioni sociali e che potrà essere abolita solo dopo l’abolizione della società divisa in classi. Dimostra altresì l’impossibilità, per l’eunuca scienza borghese, di liberarsi dall’abbraccio della superstizione religiosa, sua indispensabile alleata nel mantenere lo stato di sfruttamento e di dominio sul proletariato.

    RELIGIONE E MARXISMO


    Né le scoperte dei grandi scienziati dell’antichità, né quelle che gettarono le basi della scienza moderna sono valse a scalzare il dominio della religione. L’articolo del giornale fiorentino, tra le altre cose, affermava: «Certo è che oggi taluni teologi in Inghilterra (...) dicono che il concetto della creazione non perde della sua grandezza, anzi acquista, considerato per questo nuovo verso, ed è certo ancora che se la teoria di Darwin è destinata a prevalere, i teologi troveranno che essa è nella Bibbia chiara e lampante, e che è tutto difetto dei nostri poveri occhi se prima d’ora non ve l’abbiamo saputa leggere».

    La religione è inseparabilmente legata alla società divisa in classi. L’intellettuale può, senza cambiare il suo stato sociale, rigettare la superstizione religiosa ed abbracciare le dottrine dell’ateismo borghese, ma per le grandi masse sfruttate è impossibile, continuando a vivere nelle atroci condizioni imposte dalla divisione in classi, liberarsi dalle credenze religiose. Si dice che Napoleone avesse affermato che il compito della religione è quello di fare accettare la "disparità delle fortune" e che "un uomo muoia di fame vicino ad un altro che ha mangiato troppo". Che il generale corso non fosse uno sprovveduto in materia ce lo conferma l’organo teorico della chiesa cattolica che scrive: «L’idea di un Catechismo "unico" e "universale" risale a Napoleone che, per fini politici, volle un catechismo unico — il "Catechismo di Napoleone" (1806) — per tutto il suo impero» ("Civiltà Cattolica", 2 gennaio 1993).

    Engels, nel suo discorso davanti alla tomba aperta di Carlo Marx, pronunciò queste parole: «Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana, cioè il fatto elementare, finora nascosto sotto il manto ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un letto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, di arte, di religione e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo di un popolo e di una epoca in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l’arte ed anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente come si era fatto fin’ora».

    Ciò non significa che Engels e i marxisti ignorino le sovrastrutture d’ogni ordine e il loro effetto, ma rivendicano che ogni società storica ha le proprie e che è solo rivoluzionando le prime che si rivoluzionano le seconde. Il devoto crede: una religione è vera, le altre false; il materialista borghese opina: le regioni sono tutte false; la critica del monismo marxista stabilisce che le religioni, in quanto manufatte, sono tutte vere.

    Marx scrive in Per la Critica della Filosofia del Diritto di Hegel: «L’uomo fa la religione, la religione non fa l’uomo. E precisamente la religione è la coscienza di sé ed il sentimento di sé dell’uomo che non ha ancora acquistato o ha subito perduto se stesso. Ma l’uomo non è un essere astratto, rintanato fuori dal mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una coscienza del mondo rovesciata, perché essi sono un mondo rovesciato. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo completamento solenne, la sua ragione generale di giustificazione e di conforto. È la realizzazione fantastica della essenza umana, perché l’essenza umana non ha vera realtà (...) La miseria religiosa è da una parte l’espressione della miseria reale e dall’altra la protesta, contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo spietato, come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo. La vera felicità del popolo esige la eliminazione della religione in quanto illusoria felicità. L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla propria condizione è l’esigenza di rinunciare ad una condizione che ha bisogno dell’illusione. La critica della religione è così in germe la critica della valle di lacrime, di cui la religione è il nimbo. La critica non ha tolto uno per uno i fiori immaginari alla catena perché l’uomo porti quella catena priva di illusioni e di conforto, ma perché si liberi dalla catena e colga il fiore vivente. La critica della religione disinganna l’uomo, affinché pensi, agisca, plasmi la sua realtà come un uomo disincantato, arrivato al possesso del giudizio, affinché si muova intorno a se stesso e quindi intorno al suo vero sole. La religione è soltanto il sole illusorio, che si muove intorno all’uomo finche egli non si muove intorno a se stesso. Dunque il compito della storia, dopo che è scomparso l’al di là della verità, è di stabilire la verità di qua. Il compito della filosofia, che è al servizio della storia, dopo che è stata smascherata la figura sacra dell’auto-alienazione umana, è in primo luogo di smascherare l’auto-alienazione nelle sue figure profane. La critica del Cielo si converte così nella critica della Terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica».

    Lenin scrive: «Il marxismo è materialismo. A tale proposito, esso è altrettanto implacabilmente ostile alla religione quanto lo è il materialismo degli enciclopedisti del XVIII secolo o il materialismo di Feuerbach. Ciò è innegabile. Ma il materialismo dialettico di Marx e di Engels va più in là degli enciclopedisti e di Feuerbach, nell’applicazione della filosofia materialistica nel campo della storia, nel campo delle scienze sociali: noi dobbiamo combattere la religione: questo è l’abbiccì di tutto il materialismo, e perciò anche del marxismo. Ma il marxismo non è un materialismo che si limita all’abbiccì. Il marxismo va più in là. Esso dice: bisogna saper lottare contro la religione e per questo bisogna spiegare materialisticamente l’origine della fede e della religione delle masse».

    La religione non nasce come "oppio dei popoli", lo diventa nella società divisa in classi. La religione è "l’oppio dei popoli", "l’acquavite spirituale" di cui le masse hanno bisogno per dimenticare la loro materiale sottomissione sociale e rappresentare il loro anelito ad una umanità umana. I diseredati nella religione cercano la realizzazione del loro fondamentale bisogno di fratellanza e di felicità terrena. Per questo in tutti i movimenti religiosi si sono sempre manifestate vere e proprie correnti di rivolta sociale. Gli esempi sono innumerevoli: possiamo accennare al messianismo e profetismo ebraico, ai culti salvifici dell’Oriente, al cristianesimo primitivo, a tutta la serie delle eresie medioevali, alle revisioni dell’islamismo, a svariate sette protestanti nate sulla scia della Riforma, ai movimenti di libertà dei popoli coloniali ed ex-coloniali, ecc. Ma i movimenti religiosi, che talvolta furono dei veri e propri partiti rivoluzionari, oggi sono tutti quanti al servizio della peggiore reazione con il fine di distogliere il proletariato dalla via della sua emancipazione sociale, dal ricongiungersi alla dottrina rivoluzionaria marxista.

    Soltanto il proletariato cosciente, che ha spezzato le catene della rassegnazione e si è votato alla lotta contro il capitalismo abbracciando il programma e la teoria marxista, può emanciparsi dalla religione; per contro non è possibile che i progressi della Scienza vengano a minacciare la sopravvivenza della superstizione religiosa nelle masse. Se, ad onta dei progressi scientifici conseguiti nell’indagine dell’Universo e della vita, la superstizione religiosa continua a dominare le coscienze ciò è da spiegarsi innanzi tutto interpretando le reali radici della religione. Lenin a tale proposito scriveva: «Perché la religione si mantiene negli strati arretrati del proletariato delle città, nei larghi strati del semiproletariato, come pure nelle masse dei contadini? Per l’ignoranza del popolo, risponde il progressista borghese, il radicale o il materialista borghese; dunque abbasso la religione, viva l’ateismo: la diffusione delle idee atee è il nostro compito principale. Il marxista dice: ciò è falso. Tale punto di vista non è che un "illuminismo" superficiale, borghesemente limitato. Un simile punto di vista non spiega abbastanza a fondo, non spiega in senso materialistico, bensì in senso idealistico le radici della religione. Nei paesi capitalistici moderni queste ragioni sono soprattutto sociali».

    Il marxismo afferma che la religione, che soggioga ed addormenta i popoli, non è il risultato di un duello di idee nel chiuso della coscienza, ma l’unica maniera non rivoluzionaria di reagire all’ingiustizia, alla prepotenza, ai delitti impuniti, al dominio del terrore inseparabilmente legati alla divisione in classi economiche della società, e che la vittoria della "scienza" sulle religioni non può essere l’effetto della predicazione illuminista, ma una delle conseguenze della trasformazione sociale che cancelli la paurosa condizione materiale delle masse. Tale compito non poteva spettare ai pensatori atei della borghesia, ma solo alla avanguardia della classe che storicamente ad essa si oppone, al comunismo rivoluzionario.

    BORGHESIA E RELIGIONE

    Se le tenebre della religione potessero essere dissolte semplicemente con la luce delle scoperte scientifiche oggigiorno la superstizione dovrebbe essere da un gran pezzo scomparsa. Al contrario, proprio in questi ultimissimi anni assistiamo ad una rivitalizzazione di tutte le religioni, ad un loro riaffermarsi offensivo nella società, all’abbandono totale, da parte della borghesia, dell’ateismo illuministico, al riconoscimento dell’importanza religiosa da parte di tutti quegli uomini e partiti che un tempo ostentavano richiamarsi alla ideologia marxista. Già Marx scriveva, il 28 giugno 1855: «Antica storia è la dottrina secondo cui le classi sociali nominalmente sopravvissute e ancora in possesso di tutti gli attributi del potere, dopo che la base della loro esistenza è imputridita da lungo tempo sotto i loro piedi — e continuano a vivere stentatamente, poiché già prima che sia stato stampato il manifesto a lutto e aperto il testamento, sono scoppiate fra gli eredi liti sul diritto all’eredità — si stringono insieme ancora una volta, prima dell’estrema agonia, passano dalla difensiva all’offensiva, sfidano invece di ripiegare, e cercano di tirare dalle premesse le condizioni più estreme che, nonché essere messe in discussione, sono già condannate. Così ora l’oligarchia inglese. Così la chiesa, sua sorella gemella. Innumerevoli sono i tentativi di riorganizzazione all’interno della Chiesa di Stato, quella alta e quella bassa, i tentativi di venire ad un accomodamento con i dissidenti per ripristinare così una potenza compatta di fronte alla massa profana della nazione, con la rapida susseguente istituzione di regole religiose con effetto coercitivo».

    La borghesia nacque atea. Con il suo trionfo Satana, preso a simbolo dell’ateismo, trionfò su Dio. «La borghesia, classe sociale poco stimata dal Padreterno, si impadronì del potere e ghigliottinò il re, che Dio stesso aveva consacrato. Le scienze naturali, da Lui maledette, trionfarono arrecando ai borghesi più ricchezze di quanto Dio avesse potuto donare ai suoi protetti, i nobili ed i sovrani legittimi. La Ragione, che Dio aveva incatenato, spezzò le sue catene e lo trascinò davanti al suo tribunale. Il regno di Satana cominciava. I poeti romantici della prima metà dell’800 composero inni in suo onore: era il vinto indomabile, il grande martire, il consolatore e la speranza degli oppressi. Simbolizzava la borghesia in perpetua rivolta contro l’aristocrazia, il clero, i tiranni» (P.Lafargue).

    Per gli artisti borghesi Satana, ovvero la negazione di Dio, rappresentava tutto ciò che collabora al progresso umano, una sorta di principio di vita, indissolubilmente legato alla civiltà, alla scienza, alla ragione, alla libertà di pensiero ed alla evoluzione sociale. Satana incarnava lo spirito di rivolta contro ogni forma di autorità e di potere che limitano le potenzialità materiali e spirituali dell’uomo. I borghesi individuavano nella religione la forza reazionaria e frenante della storia, l’espressione principale dell’autoritarismo e della violenza sull’uomo. Carducci terminava la sua ode A Satana con questi versi: «Salute, o Satana, / O ribellione / O forza vindice / De la ragione! / Sacri a te salgano / Gl’incensi e i voti! / Hai vinto il Geova / Dei sacerdoti».

    Già prima di prendere il potere la borghesia aveva infatti scritto sulla sua bandiera e sul suo programma il grido di "Morte a Dio!". Se non fossimo dei materialisti non riusciremmo a comprendere come le "idee" in certi momenti si manifestano in modo violento e si impongono (ironia dei fatti concreti) a dispetto delle menti che le hanno formulate.

    Ma la borghesia, appena preso il potere, non solo si guardò bene dal mettere in opera gli estremismi dei negatori del regime aristocratico, e si affrettò a rimettere sugli altari quel Dio che la Ragione aveva violentemente abbattuto. Continua il nostro Lafargue: «Non riponendo più fede assoluta sulla sua potenza, gli accostò un esercito di semidei: Progresso, Giustizia, Libertà, Civiltà, Umanità, Patria, etc, cui venne conferito l’incarico di tutelare i destini delle nazioni che si erano scrollate di dosso il giogo dell’aristocrazia (...) In Inghilterra e in Francia la vittoria definitiva della borghesia rivoluzionò il pensiero filosofico: le teorie di Hobbes, di Locke e di Condillac, dopo aver svolto un ruolo primario, vennero detronizzate. Non erano nemmeno più oggetto di discussione: venivano menzionate in forma artatamente incompleta, oppure falsificata per dimostrare a quale livello sappia pervenire lo spirito umano quando abbandona le vie del Signore. La reazione arrivò a tali estremi che, durante il regno di Carlo X, erano guardate con sospetto perfino le teorie dei sofisti dello spiritualismo, e si cercò di vietarne l’insegnamento nelle scuole. La borghesia trionfante rimise sull’altare della sua Ragione le verità eterne e lo spiritualismo più volgare.
    Già nel 1794 la borghesia francese istituiva la festa dell’"Essere Supremo" con un decreto (di Robespierre!) che all’art.1 recita «Il popolo francese riconosce l’esistenza dell’Essere Supremo e dell’immortalità dell’anima».

    Afferma Marx in La Questione Ebraica: «Il problema è questo: come si articola una completa emancipazione politica nei confronti della religione? Se perfino nel paese della completa emancipazione politica (gli Stati Uniti, dove non esiste né religione di Stato, né religione dichiarata come della maggioranza, né la preminenza di un culto sugli altri - ndr) troviamo non solo l’esistenza, ma l’esistenza vivace e vitale della religione, abbiamo la dimostrazione che l’essenza della religione non contraddice la perfezione dello Stato (...) L’emancipazione politica dell’ebreo, del cristiano, dell’uomo religioso in genere, s’identifica con l’emancipazione dello Stato dall’ebraismo, dal cristianesimo, dalla religione in genere. Nella sua forma, in modo conforme alla sua natura di Stato, lo Stato si emancipa dalla religione in quanto si emancipa dalla religione di Stato, quando cioè lo Stato come tale non professa alcuna religione, quando lo Stato si riconosce appunto come tale. L’emancipazione politica dalla religione non è l’emancipazione definitiva e coerente dalla religione, perché l’emancipazione politica non è la forma definitiva e coerente dell’emancipazione umana. Il limite dell’emancipazione politica si rivela immediatamente nel fatto che lo Stato si può liberare da un vincolo senza che l’uomo ne sia realmente libero (...) L’elevazione politica dell’uomo al di sopra della religione implica tutti i difetti e tutti i pregi dell’elevazione politica in genere. Lo Stato in quanto Stato annulla, per esempio, la proprietà privata, l’uomo dichiara politicamente abolita la proprietà privata non appena abolisce il censo quale elemento determinante per l’elettorato attivo e passivo (...) Non è forse idealmente abolita la proprietà privata quando il nullatenente diventa legislatore del possidente? Il censo è l’ultima forma politica del riconoscimento della proprietà privata. Tuttavia con l’annullamento politico della proprietà privata, non solo essa non viene abolita, ma è addirittura presupposta (...) L’uomo si emancipa politicamente dalla religione relegandola dal diritto pubblico al diritto privato. Essa non è più lo spirito dello Stato in cui l’uomo, anche se in modo limitato, in una forma ed in una sfera particolari, si comporta come specie, in comunità con altri uomini: è diventata lo spirito della società borghese, della sfera dell’egoismo, del bellum omnium contra omnes. Non è più l’essenza della comunità, ma l’essenza della discriminazione (...) Quindi l’uomo non venne liberato dalla religione: ricevette la libertà religiosa».

    COMUNISTI, CHIESE, RELIGIONE

    Scrivemmo su "L’Avanguardia" il 14 febbraio 1913: «L’attuale borghesia era atea ed infrangeva gli altari, quando la religione costituiva l’ultima difesa del regime feudale e della monarchia assoluta dei re per "diritto divino", e rappresentava un ostacolo alla sua ascensione. Ma, oggi la borghesia rinuncia al suo bagaglio filosofico e ridiviene cristianuccia perché a sua volta, scossa dai moti rivoluzionari del proletariato, sente il bisogno di aggrapparsi a tutte le ancore di salvezza. Per noi socialisti che vogliamo contrastare gli effetti di questa alleanza fra capitalismo e clericalismo, è quindi necessario non mettere fuori causa la religione. È assurdo pretendere che il prete non si occupi di politica e si mantenga neutrale nei conflitti economici. Bisogna mirare alla distruzione dell’istituto ecclesiastico non solo nelle sue manifestazioni "temporali", ma anche nella sua essenza religiosa e spirituale, perché è impossibile separare quelle due esplicazioni dell’attività dei preti».

    Per il partito marxista è quindi inaccettabile l’atteggiamento di disinteressarsi del fatto religioso perché ritenuto affare di sola coscienza privata, e di limitarsi a denunciare ai proletari il danno che deriva al loro movimento dalla dedizione al prete quando essa esorbita dal campo strettamente spirituale. A questo vero e proprio cedimento al nemico abbiamo esaurientemente risposto al punto 20 della nostra Piattaforma Politica del 1945: «Il partito proletario comunista non può commettere il colossale errore di considerare la potente organizzazione della Chiesa come neutrale nei conflitti di classe, né lasciarsi indurre a questo dal fatto storico che la Chiesa stessa, fulcro sociale e politico dei regimi pre-borghesi, sia oggi passata alla solidarietà totale con gli istituti capitalistici succeduti alla rivoluzione democratica. Anzi, proprio per questo la Chiesa va considerata come fattore di prim’ordine nella conservazione degli istituti capitalistici, tanto più quanto essa, come in Italia, è riconciliata con lo Stato ed è ispiratrice di partiti che hanno deposto la impostazione antidemocratica e antisociale in corrispondenza della parallela rinuncia dei partiti borghesi all’anticlericalismo massonico. Il partito proletario di classe, dinanzi alla collaborazione senza riserve tra cattolici e sinistra democratica, non proclama certo il ritorno all’anticlericalismo borghese di tipo massonico, fieramente avversato dalle sue migliori tradizioni, ed alla religione non contrappone un ateismo di antico tipo borghese, ispirato alla formula antimarxista secondo cui occorre prima liberare le coscienze dall’oscurantismo religioso per avere poi il diritto di voler liberare le classi inferiori dallo sfruttamento sociale. Il partito però, nella sua propaganda, pone in evidenza l’antitesi fondamentale tra la sua teoria del mondo e della storia e ogni concezione trascendente, mistica, religiosa, e dichiara incompatibile con l’appartenenza alle file rivoluzionarie quella ad associazioni e confessioni religiose di qualunque scuola. Il regime proletario, dopo la rivoluzione, escluderà programmaticamente qualsiasi associazione religiosa, ritenendo che non possa non presentare caratteri politici, e si riprometterà di far sparire progressivamente ogni credenza religiosa, in quanto le masse, liberate dagli estremi della depressione economica, saranno condotte sempre più alla conoscenza scientifica ed alla concezione propria della dottrina del partito. La stessa campagna di chiarificazione politica e teorica deve avere di mira la critica, insieme alle concezioni religiose, di quelle di natura ’immanentistica’ ossia che sostengono come direttrici delle attività umane forze e valori immateriali collocati nella sfera della pura attività ideale. Come coefficiente di degenerazione teorica, queste concezioni possono essere ancora più pericolose di quelle trascendenti, che, facendo salvo un incomprensibile mondo dell’al di là, impediscono meno la concreta conoscenza dei rapporti reali; sicché ogni ateismo che ricadesse nella incredulità di tipo borghese illuministico non va considerato un progresso verso la concezione dottrinaria comunista».

    Noi non accettiamo quindi che la religione possa esser considerata questione privata, vedendo nella religione uno dei mezzi di difesa della borghesia e fattore importantissimo della vita sociale.

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    Predefinito Rif: SULL’ORIGINE DELLE RELIGIONI

    Citazione Originariamente Scritto da Haxel Visualizza Messaggio
    infatti storicamente parlando le culture adottarono delle religioni che si adattarono al proprio ambiente, iniziando con le forze della natura prima, passando per il politeismo e infine arrivando al monoteismo
    .
    non è proprio cosi perchè il monoteismo psicologico è cosa molto antica e non un passaggio verso un qualcosa di migliore rispetto al politeismo greco-romano o insomma europeo. Intendo dire che il monoteismo non è uno sbocco verso qualcosa di migliore rispetto agli esempi antecedenti,come puoi ben notare anche esso è stato divorato dalla scienza faustiana e ridotto a messaggio sogiale.

 

 

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