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    Bushidō
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    Predefinito Sulla “contestazione totale”





    La “contestazione totale” è una formula venuta in voga. Assunta in vari ambienti “in protesta”, soprattutto di giovani, vi è chi inclina a riconoscerle una validità. In questo, come in tanti altri casi, poco ci si cura di approfondire le idee. Contestazione, di che cosa? Si dice del “sistema”, “sistema” essendo un’altra espressione divenuta corrente, riferita all’insieme delle strutture e delle ideologie della società e della civiltà occidentale, con particolare riferimento alle forme più avanzate della civiltà industriale dei consumi e tecnologica, con i loro condizionamenti; per il che, di solito, si sanno solo prendere in prestito le idee del Marcuse e simili. In realtà, volendo fare sul serio, si dovrebbe parlare piuttosto di “civiltà” e “società” moderna in genere, l’altra non essendo, di queste, che una derivazione, un particolare aspetto e, se si vuole, la riduzione all’assurdo, per cui il senso di una vera “contestazione totale” dovrebbe essere una rivolta contro il mondo moderno. Data la situazione attuale, bisognerebbe vedere, tuttavia, che cosa a tale riguardo non si riduce a fantasticherie e ad agitazioni senza costrutto.

    La prospettiva, tracciata a suo tempo da Alexis Carrel, di un mondo devastato da una bella guerra totale, dove su un’isola l’unico gruppo dei sopravissuti alla catastrofe (di “buona razza”, supponeva il Carrel, con qualche mente geniale fra loro) ricomincia a creare una civiltà, ma in una diversa direzione, avendo finalmente appreso la lezione, sarebbe seducente ma bisogna metterla da parte. Chi se la prende soltanto con la società tecnologica organizzata dovrebbe chiedersi, del resto, se egli sinceramente sarebbe disposto a rinunciare a tutte le possibilità pratiche che essa offre per riesumare, più o meno, lo stato di natura di Rousseau. Secondo noi, ogni uomo che abbia un dominio su sé stesso può sempre fare un uso equilibrato di tali possibilità, riducendo ad un minimo i corrispondenti “condizionamenti” livellatori e spiritualmente deleteri. Se però si dovesse porre il problema per le masse, è utopico pensare di poterle staccare dagli ideali, in buona parte realizzati di una comodità generalizzata e di un edonismo borghese, se non si trova il modo di suscitare in esse una tensione spirituale sul genere del clima che, in una certa misura, pervase le nazioni che ieri avevano gettato il guanto di sfida sia alla plutocrazia, sia al comunismo.

    Approfondendo il problema, si vede che l’oggetto di una protesta e di una rivolta legittima dovrebbe essere, in genere, una civiltà pervasa da ciò che abbiamo chiamata la “demonia dell’economia”, ossia dove i processi economici e produttivi stanno in primo piano soffocando prevaricatoriamente ogni vero valore. Abbiamo già ricordato che nel suo esame dell’alto capitalismo Werner Sombart usò l’imagine del “gigante scatenato”: essa si riferisce al processo economico-produttivo che in un certo modo si autonomizza, trasportando, insieme a coloro che lo subiscono, i suoi stessi soggetti, ossia i managers, i promotori e gli organizzatori di esso, nella società dei consumi. Nel segno della “contestazione” vi è chi ha affermato la giusta esigenza di “ridimensionare” i bisogni, anche nel senso di ridurre quelli parassitari e artificialmente creati dalla produzione e di contenere i processi produttivi, mettendo ad essi, per così dire, le briglie.

    Ora, è evidente che nulla può essere fatto in tal senso in un clima di democrazia e di apparente liberismo. L’abbiamo già detto: l’economia può cessare di essere quel “destino” che Marx, aveva veduto in essa, può venire controllata e frenata solamente ad opera di un potere e di una autorità superiori, i quali possono essere unicamente un potere e una autorità politici. È quel che anche Oswald Splengler aveva considerato, per la fase terminale di un ciclo di civiltà. Ma ciò equivale a riconoscere come condizione imprescindibile una vera “rivoluzione di Destra”, con una nuova valorizzazione antidemocratica dell’idea di Stato, quale potere autonomo avente, appunto, il crisma di una superiore autorità e i mezzi idonei per tenere in soggezione il mondo dell’economia e spezzare la tirannide, limitarne i prussiani. (Fra l’altro, è evidente che per avere un organo adeguato di collegamento e di controllo, si dovrebbe sostituire al regime partitocratrico un sistema di rappresentanze “corporative”, nel senso già indicato).

    Ora, vorremmo proprio vedere quanti fra i “protestatari”, che malamente mascherano la loro soggiacenza a tendenze anarcoidi e di sinistra, sarebbero pronti a riconoscere che, fuori dalle utopie apocalittiche, questa sarebbe l’unica via da prendere, per una rivoluzione degna di questo nome. Ma un’azione nel campo interno non sarebbe meno necessaria di quella nel campo esterno, politico-sociale. Bisognerebbe porsi il problema della visione del mondo e della vita, e uno degli oggetti principali di una “contestazione totale” dovrebbe essere il rimettere in discussione quella che fa da fondo e da presupposto al mondo moderno in generale. Qui sarebbe da considerare un settore assai più vasto di quello che riguarda la solo economia, e il discorso sarebbe lungo. Ci limiteremo a ricordare che il pervertimento della cultura moderna è cominciato con l’avvento della scienza, alla quale si sono subito associati il razionalismo ed il materialismo. Ed anche a tale riguardo si può parlare di processi autonomizzatisi, i quali hanno preso la mano all’uomo che, per così dire, non riesce a tenersi al passo con le sue stesse creature. Non si tratta, naturalmente, di negazioni pratiche ma di ciò che ha inciso sulla visione del mondo, la quale da tempo è stata appunto condizionata dalla scienza; la filosofia e le stesse credenze religiose essendo passate praticamente in un piano secondario e irrilevante. È il “mito” della scienza che si dovrebbe combattere, ossia l’idea che essa conduca a ciò che è veramente degno di essere conosciuto, che essa nelle sue applicazioni vada di là dal dominio dei semplici mezzi e da un qualche contributo alla soluzione dei problemi fondamentali dell’esistenza.

    “Progressismo”e scientismo vanno, del resto, a braccetto, e oggi spesso si assiste ad una ripresa degli scontati motivi patetici del tempo del balletto Excelsior, con la scienza vincitrice dell’ “oscurantismo” e avviatrice verso un radioso avvenire. Che idee del genere non trovino eco soltanto presso dei provinciali mentali, risulta da vari sintomi. Un solo esempio: Ugo Spirito, già fascista e gentiliano, oggi comunista professore all’università, è, come pensatore, una nullità, ma è sintomatico il suo bandire un “nuovo umanesimo” nel quale alla scienza si da il valore di una metafisica e in essa si indica la base per il vero rinnovamento di una umanità unificata. In questa fisima egli peraltro, s’incontra col cosidetto “umanesimo socialista” infetto fino alle midolla di scientismo; né manca, nello Spirito, un simpatico rinvio alla Cina maoista, il che segna il limite della deviazione intellettuale e della mistificazione. Invero, ciò che entrerebbe in quistione in una autentica contestazione totale sarebbe effettivamente una “rivoluzione culturale”, ma non sul genere di quella delle Guardie Rosse cinesi, la quale è piuttosto stata una “rivoluzione anticulturale”, non rendentesi conto che il primo obiettivo contro cui dovrebbe puntare è il cosidetto “marxismo scientifico” il quale resta uno dei dogmi fondamentali inattaccabili della dottrina (se così è lecito chiamarla) di Mao Tse-tung. Insieme ad una presa di conoscenza di quella critica della scienza che ha già una seria tradizione (partendo da un Poincarè, da un Le Roy, da un Boutroux, dallo stesso Bergson, ecc.) alla quale si sono aggiunti i validi contributi di un pensiero tradizionale (Guénon, Schuon, Burckhardt, ma già un De Maistre aveva detto il fatto loro ai savants ed agli scientismi del suo tempo), si dovrebbe dunque assumere un atteggiamento di distaccata freddezza rispetto a tutto il mondo della scienza e della stessa tecnica, le stesse diavolerie speciali dovendo essere considerate come una specie di giuochi per bambini grandi che possono far colpo solo su spiriti semplici.

    Dunque, demistificazione antiscientista e lotta per una diversa visione del mondo. In correlazione, lo stesso problema dell’insegnamento e della formazione della gioventù dovrebbe essere affrontato in termini ben più seri di certe contestazioni universitarie di oggi, che puntano solo su problemi di struttura e di didattica. Qui la vera contestazione, la “rivoluzione culturale”, dovrebbe riprendere più o meno i termini della politica svolta da W. von Humboldt e dal suo gruppo, circa un secolo e mezzo fa, nella base iniziale dell’industrialismo, contro tutto ciò che è specializzazione mutilatrice e strumentalizzazione pratico-unitaria del sapere. Si dovrebbe esigere forme di un insegnamento che invece di tendere unicamente ad addestrare nuove leve da inserire nella società tecnologica dei consumi e della sovraproduzione, avesse come fine, non già un “umanismo”, nel senso scialbo e letterario del termine, bensì una formazione dell’uomo integrale, facendo cadere l’accento sui valori spirituali, considerando come aggiunto e, in un certo modo, staccato, tutto il sapere specializzato che si presta ad una strumentalizzazione in funzione del “sistema”, con relativi condizionamenti del singolo: mentre, purtroppo, non diverso è il movente che oggi spinge la grandissima maggioranza dei giovani verso gli studi superiori: assicurarsi dei titoli per inserirsi il meglio e nel modo più redditizio possibile. Questo sarebbe l’unico modo serio di concepire, oggi, una “rivoluzione culturale”, la quale allora avrebbe conseguenze incalcolabili e nella quale la parola “cultura” ritroverebbe il suo significato più autentico. Ma, a parte il basso livello vocazionale e l’ottundimento della maggioranza della gioventù attuale, dove trovare, eventualmente, insegnanti in grado di adeguarsi a tali esigenze?

    Non occorre dire che questi sono soltanto cenni più sommari circa le direzioni che una seria “contestazione totale” dovrebbe prendere, come un’azione seria e sistematica ben diversa dalle velleità degli esagitati “protestatari” di oggi, i quali non sanno quel che veramente vogliono e troppo spesso danno l’impressione di vespe inferocite in un recipiente di vetro che sbattono e disbattono vanamente contro le pareti di esso.

    Julius Evola
    Sulla “contestazione totale” | Julius Evola

  2. #2
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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    Ho la versione cartacea. Ottimo anche lo scritto di Adriano Romualdi a riguardo -alcuni pezzi si trovano proprio nel sito del Centro Studi la Runa. Se Giò riesce a postare la versione intera...

  3. #3
    Bushidō
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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    Il movimento studentesco è ormai divenuto il fenomeno caratteristico di questa fase senile della democrazia italiana. […] Raggruppa solo un’esigua parte di tutta la popolazione universitaria italiana. È un fatto però che la gran maggioranza è perfettamente apatica e passiva, sì che questa maggioranza si pone come la punta avanzata della confusione, del traviamento e della mistificazione dilaganti in tutto il mondo giovanile. […] Documenta la profondità a cui è penetrata in animi immaturi un tipo di retorica sinistrosa diffusa dalla televisione, dal cinema, dalle grandi case editrici, da tutte le centrali ideologiche occulte accampate nel cuore del sistema […] Il problema che il movimento studentesco ci pone è quello d’ una contestazione contro un sistema che […] simpatizza col contestatore; e, insieme del perché la contestazione si inserisca nella retorica democratica del sistema anziché urtarsi contro di essa.

    [...]

    “Potere studentesco” è la parola d’ordine con cui i comunisti e i loro utili idioti hanno cominciato a occupare le università italiane al principio del ’68. Uno slogan chiaramente ricalcato su “ potere negro” , e, infatti, uno dei contro-corsi verteva appunto sul black power, mentre altri ne seguivano sulla rivoluzione culturale cinese […], sui benefici della droga e sui rapporti tra repressione sessuale e autoritarismo. […] “Potere studentesco” è una grossolana formula demagogica con cui i comunisti tentano di speculare sui gravi scompensi che affliggono le università italiane. […] Vogliono il “potere studentesco” , ossia la dittatura di quell’esigua frangia di studenti rosi dal marxismo che introduce nelle università la demagogia permanente e impedisce quella selezione dei quadri, quell’approfondimento degli studi, che sono garanzia di maggior serietà nella vita pubblica e di una maggiore efficienza nazionale. […] “Potere studentesco” è una formula mitica che s’inserisce in un certo mito generale della vita, un mito di cui fan parte il “potere negro” e la LSD, Fidel Castro e la pillola, Ché Guevara, Marcuse e la zazzera.

    [...]

    Gli occupanti pretendono di lottare contro la società, ma i loro miti, il loro costume, il loro conformismo sono precisamente quelli di questa società contro cui dicono di battersi. Dicono di essere contro lo stato, e la televisione di stato gli adula e li vezzeggia, dicono d’ essere contro il governo, e i socialisti al governo li proteggono, dicono di costituire un’alternativa ai tempi, ma le loro chiome, gli abiti, gli atteggiamenti, i loro folk-songs, le loro donnine beat, sono quanto di più consono allo spirito dei tempi si possa immaginare. Si atteggino ad “antiamericani” , ma sono marci di americanismo fino al midollo: le loro giacche, i loro calzoni, i loro berretti, sono quelli dei beatniks di San Francisco, il loro profeta è Allen Ginsberg, la loro bandiera la LSD, il loro folk-songs quelli dei negri del Mississipi, la loro patria spirituale il Greewich-Village. Sono marxisti, ma non alla maniera barbarica dei russi o dei cinesi ma in quella particolare maniera in cui è marxista un certo tipo di giovane americano frollo di civiltà. Proclamano il “collegamento con la classe operaia” , la “giuntura tra la semantica della rivendicazione studentesca e la dialettica del mondo operaio” , ma nulla più del loro snobismo è remoto dall’animo dei veri operai e contadini, nessuno più di questi pulcini usciti dall’uovo d’una borghesia marcia è lontano dalla mentalità di chi deve lottare con le più elementari esigenze. Il loro problema è la droga; quello degli operai il pane.

    [...]

    È piuttosto la sommossa d’una minoranza d’intellettuali da salotto, di giovani e ricchi borghesi che rompon la noia di un’esistenza troppo facile giocando ai cinesi o ai castristi. Le roccaforti della rivolta studentesca sono state proprio le facoltà snob, come la facoltà di architettura di Roma dove- di fronte ai muri su cui era scritto “guerriglia cittadina” – stazionavano in doppia fila le eleganti auto sportive degli occupanti. [… ] È la rivolta di una minoranza di borghesi comunisti allevati nelle serre calde di alcune facoltà tradizionalmente rosse come Lettere, Fisica, Architettura. È la rivolta dei capelloni, degli zozzoni, dei bolscevichi da salotto, di una gioventù che, più che bruciata, si potrebbe chiamare stravaccata. [… ] Ecco che all’operaio, integrato nella società borghese e indisponibile per le chiassate marxiste, si sostituisce il giovane blasé, il figlio di papà con la spider e il ritratto del Ché sul comodino.

    [...]

    Per un colmo di ironia, la rivolta studentesca, che ha il marxismo scritto sulle sue bandiere, smentisce proprio la teoria marxista del fondamento economico d’ogni moto politico. La rivolta studentesca è una tipica sommossa ideologica, libresca, sfornata dalle riviste impegnate, dalla libreria Feltrinelli, come i distintivi di protesta e i ritratti del Ché venduti nei grandi magazzini come tappezzeria. Questa rivolta che polemizza con la civiltà dei consumi, è una tipica espressione del “consumo culturale” , di un boom librario impiantato sul sesso e sul marxismo, sulla droga e Ché Guevara, su Fidel Castro e sulle donne nude. Da un punto di vista di mercato, il militante del “movimento studentesco” è il tipo medio del consumatore della cultura di protesta, che trangugia ogni giorno la sua razione di quella letteratura marxista, sessuomane, negrafila, che le grandi case editrici gettano sul mercato in quantità sempre maggiori. Il consumatore culturale è progressista, cinese, antirazzista, per lo stesso motivo per cui indossa i blue-jeans e beve Coca-Cola, consuma il romanzo cochon o il diario di Ché Guevara come si “ consuma” una scatola di fagioli o un rotolo di carta igienica, consuma la rivolta giovanile che oramai si fabbrica e si vende come una qualunque merce.

    [...]

    Il problema che si pone a questo punto è il seguente: come mai una “ rivoluzione” così sfacciatamente inautentica è riuscita a imporsi alla gioventù, e non solo a quella più conformista, ma anche a quella più energica e fantasiosa? La risposta è semplice: perché dall’altra parte non esisteva più nulla. Seppellita sotto un cumulo di qualunquismo borghese e patriottardo – sotto il perbenismo imbecille della garanzia “sicuramente nazionale, sicuramente cattolica, sicuramente antimarxista” – la destra non aveva più una parola d’ordine da dare alla gioventù. [… ] In un’epoca di crescente eccitazione dei giovani, essa diceva loro “statevi buoni”; in un’epoca di offensive e confronti ideologici, essa dormiva tranquilla perché le percentuali FUAN nei “parlamentini” restavano stazionarie. Fossilizzata nelle trincee di etroguardia del patriottismo borghese, incapace di agitare il grande mito di domani, il mito dell’Europa, le organizzazioni giovanili ufficiali vegetavano senza più contatto alcuno col mondo delle idee, della cultura, della storia.
    È bastato un soffio di vento a spazzare questo immobilismo che voleva essere furbesco, ma era soltanto cretino. Bastarono le prime occupazioni per comprendere che dall’altra parte – quella della destra – non c’era più nulla. La cosiddetta classe giovanile si lasciò sommergere in pochi giorni, senza fantasia e senza gloria. Quando le bandiere rosse sventolarono in quelle università che avevano costituito fino a pochi anni prima le roccaforti della destra nazionale, molti guardarono a destra, attesero un segno. Ma il segno non venne: mancarono, più che il coraggio, e i giovani che erano pronti, l’iniziativa e le idee. Maturata nei corridoi di partito, in un clima furbesco e procacciatore, questa cosiddetta classe dirigente giovanile ormai rarefatta a tre o quattro nomi non aveva assolutamente niente da dire di fronte alla formidabile offensiva ideologica delle sinistre. Ne era semplicemente spazzata via. Si riuscì a farsi rinchiudere nel ghetto della banalità più retriva.

    [...]

    Mentre le sinistre, con tutta una rete di circoli politici e culturali, agitavano, con sempre maggiore fantasia, tutta una serie di temi rivoluzionari, la gioventù di destra era castigata a montar la guardia al “dio- patria- famiglia” . Si parlava un po’ di Gentile, il cui patriottismo generico era abbastanza scolorito e tranquillizzante, ma si evitavano con gran cura le tesi antiborghesi d’uno Julius Evola. La parola d’ ordine era di amare la patria e la conciliazione, di odiare il divorzio, il cinema pornografico e la Süd TirolerVolkspartei . Fascisti si, ma con moderazione; dei nazisti, neppure parlarne. Ci si deve meravigliare se molti dei migliori giovani di destra siano diventati “cinesi”? Per un giovane di temperamento veramente fascista, le parole estreme, la violenza, le bandiere dei “cinesi” venivano a surrogare quel che la destra ufficiale, tiepida e invecchiata, non poteva più dare. Ci si può meravigliare se per reazione, sorse il fenomeno dei nazimaoisti? [… ] Molti di questi nazi-maoisti erano soltanto dei signorini che cercavano di tenersi alla moda. Ma anche quelli che sinceramente speravano di creare un nuovo fronte rivoluzionario, disparvero nella selva di bandiere rosse dei loro “alleati” . La loro incerta tematica fu risucchiata dal gergo marxista. Crearon dei dubbi, di cui solo il comunismo si avvantaggiò. [… ] Esso sta a dimostrare come una visione di destra rivoluzionaria e antiborghese avrebbe per lo meno disorientato i contestatori, e come la contestazione avrebbe potuto essere loro strappata di mano se solo si fosse avute alle spalle una tematica meno bolsa e convenzionale. Ciò che non ha compreso la destra, la necessità di ringiovanire la sua tematica, lo ha ben compreso il PCI.

    [...]

    Il PCI ha coscientemente coltivato tutta una certa mitologia mediante associazioni culturali, politiche, artistiche, alle quali vien garantita la massima libertà critica nei confronti del partito, ma che portano avanti un certo di discorso atto a condurre i giovani nell’area del comunismo. [… ] Il PCI ha compreso anche che un certo comunismo da cellula, alla russa, è ormai qualcosa di troppo austero coi tempi che corrono, e ha puntato le sue carte sui comunismi esotici, romantici, tropicali, sui poteri negri e gialli, sui comunismi barbutelli, pidocchiosi, fantasiosi, il comunismo del Ché e del cha-cha-cha, di Luther King e di Halleluja. E’ questo il comunismo alla moda, il comunismo che piace ad una gioventù sempre più sbracata. Il centro d’infezione di questo nuovo comunismo è la casa editrice del miliardario comunista Giangiacomo Feltrinelli (per gli amici “Giangi” ), il Giangiacomo Rousseau della nuova rivoluzione. [… ] È dalle librerie di Feltrinelli che escono a migliaia i libri sulla droga e sulla Bolivia, sui negri e su Fidel Castro, è là che si possono comprare i distintivi di protesta, è là che fu tenuta a battesimo la rivista «Quindici», organo del “movimento studentesco” . Poco importa che le avanguardie cinesi e castriste snobbino il PCI. Esse seminano pur sempre un grano che non sarà mietuto nelle lontane Avana e Pechino, ma dal comunismo nostrano. Il “movimento studentesco” attira i giovani in un ordine d’idee che – placatisi i giovani bollori- farà di loro dei bravi elettori comunisti. Il PCI ha sempre controllato l’agitazione studentesca. Nessuno crederà che le occupazioni di facoltà protrattesi per mesi interi siano state possibili senza l’apparato logistico del partito comunista, senza i rifornimenti della FGC. I pacchi-viveri che furono distribuiti a Roma nella facoltà di Lettere occupata, erano involti in carta elettorale del PCI. I professori alla testa della rivolta erano i soliti Chiarini, Amaldi, Asor-Rosa. I parlamentari alla testa dei cortei del “movimento studentesco” erano parlamentari comunisti.

    [...]

    Quali risultati politici si aspetta il partito comunista da quest’agitazione? Innanzi tutto, creare un clima di frontismo giovanile, un fronte comune di giovani cattolici e giovani comunisti contro il governo e, chissà, domani, utili idioti “nazionali” e giovani comunisti contro la NATO. Logorando la preclusione anticomunista nei giovani democristiani, esso pone le premesse per il superamento dell’anticomunismo DC. In secondo luogo, esso ricatta i socialisti, costringendoli ad una “corsa a sinistra” all’interno del centro-sinistra. In terzo luogo, esso pone la sua candidatura alla partecipazione al governo, della quale -a parte l’alleanza atlantica- esistono già tutte le premesse. Di fronte a questo lucido disegno del PCI, che si serve della gioventù universitaria come d’una forza d’urto, sta l’inettitudine dell’attuale classe dirigente della destra giovanile a dire una parola nuova alla gioventù. È quest’inettitudine che ha condotto a quelle defezioni e a quelle confusioni che si sarebbero potute evitare.

    [...]

    [… ] Questa mitologia d’una borghesia putrefatta che spera nella “rivoluzione”, per conquistare sempre nuovi paradisi di libertà e sudiciume, non è in nessun modo un’antitesi al sistema, ma solo l’evoluzione interna del sistema verso la sua inevitabile conclusione: la putrefazione dei popoli di razza bianca e il tramonto dell’occidente. […] Il fatto è che il partito comunista ha compreso da anni una verità che nel nostro ambiente non è ancora entrata in testa a nessuno, e cioè che un partito estremista, in un momento non rivoluzionario, con una situazione internazionale statica e un certo sonnacchioso benessere all’interno, può portare avanti solo un’offensiva ideologica, appoggiata a minoranze imbevute di un certo mito della vita e che vengon gettate avanti per conseguire effetti psicologici. [… ] Perché è chiaro che si può respingere un certo trito linguaggio benpensante senza cadere per questo nella retorica viet-cong o guevarista. Che si può alzar la bandiera del nazionalismo europeo senza dimenticare le garanzie necessarie alla sicurezza dell’Europa. Che ci si può battere nelle università contro “ l’ordine costituito” ma, contemporaneamente contro i comunisti. Poiché la destra, il fascismo, pur nella loro crisi attuale, rappresentano pur sempre l’unica alternativa rivoluzionaria per la gioventù.

    Adriano Romualdi

    * * *

    Brani tratti da Contestazione Controluce, in «Ordine Nuovo», a. I, n. s. 1, marzo-aprile 1970.
    Contestazione controluce | Adriano Romualdi
    Ultima modifica di Hagakure; 04-05-11 alle 19:56

  4. #4
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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    Citazione Originariamente Scritto da Lucio Vero Visualizza Messaggio
    Ho la versione cartacea. Ottimo anche lo scritto di Adriano Romualdi a riguardo -alcuni pezzi si trovano proprio nel sito del Centro Studi la Runa. Se Giò riesce a postare la versione intera...
    Chiedi troppo. Dovrei trascrivere tutto su internet perché ho lo scanner completamente rotto da tempo e non l'ho più riparato

  5. #5
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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Chiedi troppo. Dovrei trascrivere tutto su internet perché ho lo scanner completamente rotto da tempo e non l'ho più riparato
    :sofico:

    Comunque il libro dove si trova la versione completa, se non erro, è La Destra e il 68 della Settimo Sigillo.
    Ultima modifica di Lucio Vero; 05-05-11 alle 13:13

  6. #6
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    Esattamente.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    Come sempre comunque encomiabile Romualdi.

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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    Citazione Originariamente Scritto da Hagakure Visualizza Messaggio
    Come sempre comunque encomiabile Romualdi.
    C'era da dubitarne?

  9. #9
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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    «Questa mitologia d’una borghesia putrefatta che spera nella rivoluzione, per conquistare sempre nuovi paradisi di libertà e sudiciume, non è in nessun modo un’antitesi al sistema, ma solo l’evoluzione interna del sistema verso la sua inevitabile conclusione: la putrefazione dei popoli di razza bianca e il tramonto dell’Occidente.»

    Adriano lettore di Spengler. \0

  10. #10
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    Predefinito Rif: Sulla “contestazione totale”

    Tanto per dare un riferimento bibliografico, questo articolo di Julius Evola è uscito per il periodico Il Borghese di Milano col titolo Quelli della contestazione totale.

 

 
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