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    Predefinito Afghanistan-Pakistan. Guerra nel baricentro del mondo

    Oggi, lungo la moderna via della seta corsa dall’imperialismo mondiale, che parte dagli Stati Uniti d’America, attraversa l’Europa, la Russia e passa per quella regione che oramai comunemente viene chiamata Af-Pak, Afghanistan e Pakistan, oramai in tutti i sensi vero baricentro geografico del Mondo, arrivando fino all’astro nascente cinese e al vecchio ma ancora potente Giappone, tutti si promettono, chi più chi meno, rispetto, amicizia, fraternità.

    In questo spirito si è tenuto lo scorso novembre nella città di Lisbona il summit della NATO; tre le principali tematiche affrontate: i rapporti Usa-Europa, il definitivo e formale disgelo con la Russia, e la decisione, dopo dieci anni dall’inizio della missione di pace, del progressivo abbandono dell’Afghanistan, l’exit strategy, progetto che si pone come obiettivo la consegna in sicurezza di tutte le province afghane alle forze locali entro la fine del 2014.

    Questa la breve dichiarazione del presidente Obama a riguardo: «Armonizzeremo il nostro approccio in modo da poter aprire il periodo di transizione che deve portare gli afghani a prendere all’inizio dell’anno prossimo la responsabilità della loro sicurezza”. Mentre ecco la sentenza sui rapporti Usa-Europa: “Dopo un periodo in cui i rapporti tra Europa e Stati Uniti erano tesi, la tensione non esiste più. Questo vertice è stato molto produttivo”. Tutte parole, banali e di circostanza, che non hanno alcun valore e domani potranno essere smentite e cambiate più volte a seconda delle esigenze.

    «La Nato rimarrà il tempo necessario per sostenere l’Afghanistan. Almeno fino a quando non sarà più un rifugio sicuro per i terroristi», con queste concise parole il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha dovuto chiarire che non esistono scadenza per il ritiro delle sue truppe dall’Afghanistan, correggendo quanto affermato poco prima da Obama che, comunque, dopo aver promesso il ritiro nel 2011 ne aveva procrastinata la data al 2014.

    Se è vero infatti che Washington, trovandosi in piena crisi economica, potrebbe seriamente prendere in considerazione una sua parziale uscita di scena, interrogandosi sulla sua effettiva capacità a sostenere di una lunga e costosa permanenza in quelle terre, è anche vero che il ritiro unilaterale sarebbe un nuovo smacco per Washington dopo quello subito in Iraq. Che l’Afghanistan gli costi caro non è un mistero, attualmente gli Stati Uniti spendono circa 8 miliardi di dollari l’anno per mantenere i loro 98 mila soldati e gli ancor più numerosi mercenari sul terreno.

    Ma la posta in gioco è altissima. Questa terra di confine è diventata il centro delle frizioni delle maggiori potenze imperialiste, Stati Uniti, alleati europei, Cina, Russia, India.

    Il fronte interno oggi vede i Talebani, afgani e pachistani, imporsi sia sul campo di battaglia sia su quello diplomatico, prendere contatti con vari Stati, e anche Washington non nasconde di esser venuto a patti con loro, in un complesso gioco di equilibri, sulla pelle delle popolazioni di quei paesi, straziate da una delle guerre più lunghe degli ultimi decenni.

    La guerra in Iraq, guerra per il petrolio, fu spacciata come necessaria per impedire al dittatore Saddam Hussein l’uso di armi di distruzione di massa esistite solo nella propaganda dei servizi segreti statunitensi. La guerra in Afghanistan è stata presentata come freno al terrorismo internazionale dell’islamismo radicale. Ambedue le guerre sono state soprattutto il tentativo degli Stati Uniti di conquistarsi una posizione strategica essenziale contro i rivali blocchi imperialisti. Sono state effettivamente guerre preventive, non contro una inesistente internazionale del terrorismo islamico, ma contro l’Europa, la Russia, la Cina.

    Non diamo, noi marxisti, una lettura complottista dello scontro di grandi for*ze storiche, ma torniamo a sottolineare che se Al Queida non fosse esistita avrebbero dovuto inventarla, per i servigi che il suo fantasma ha reso, e continua, all’infame regime del capitale.

    I militari americani andranno via dal suolo afghano? Non lo crediamo. Ma di una cosa siamo certi, la guerra in quella regione non finirà, le condizioni che la rendono necessaria non sono cambiate. Anzi appare evidente che queste guerre regionali, sempre più frequenti e distruttive negli ultimi anni, sono la preparazione di un nuovo macello mondiale, così come la guerra di Spagna negli anni Trenta preparò la Seconda Guerra mondiale.

    La favola racconta che gli Usa vorrebbero lasciare l’Afghanistan ma non possono perché devono continuare a proteggere l’Occidente dal terrorismo. In realtà il vero terrorismo antiamericano lo muove la Cina, che si spinge sempre più decisamente alla porta del Pakistan impegnandovi ogni giorno maggiori risorse, economiche e militari.

    La guerra afghana infatti si combatte anche in Pakistan. Fonti interne riportano migliaia di vittime civili a seguito dell’imponente uso da parte di Washington, di droni (nuova generazione di aerei comandati a distanza) e di missili Hellfire. Una guerra, gestita dalla Cia e dal Comando operazioni speciali del Pentagono, che ufficialmente non esiste. Quest’anno però i raid verso gli high value target si sono intensificati ed è stato sempre più difficile nasconderne gli effetti collaterali sui civili. Il governo di Islamabad, pagato profumatamente dagli States, non fa una piega ma i partiti nazionalisti, probabilmente sollecitati dalla Cina, si stanno rafforzando.

    Lo scorso dicembre il premier cinese Wen Jiabao ha ribadito, a suon di miliardi di dollari, i nuovi e ottimi rapporti tra i due Paesi, e, nella simmetrica retorica degli imperialismi, ha dichiarato di sostenere il Pakistan nella lotta al terrorismo. In realtà la Cina lavora a sostituire gli Stati Uniti nel rendere il Pakistan dipendente. Sostenere l’economia pachistana, da tempo e come tutte afflitta dalla crisi, è la risposta cinese alla politica militare degli Stati Uniti e alla loro alleanza con l’India, rivale storico dello Stato pachistano.

    “La Cina è il futuro del mondo”, ha dichiarato ai giornalisti Zardari, presidente pachistano, prima di partire per il suo quinto viaggio in Cina dall’inizio del suo mandato nel 2008.

    La Cina si muove da vero gigante capitalista, ora che come seconda potenza economica del mondo ha riserve per 3.000 miliardi di dollari, invade “pacificamente” con le merci e con il proprio capitale i più diversi continenti, l’Asia l’Africa, l’America Latina.

    Ne sono un esempio lampante i rabbocchi di dollari che il celeste impero ha concesso recentemente all’Europa, a partire dalla Grecia. L’Islanda, di fatto paese fallito, è già stata individuata come possibile e futura base navale. Bielorussia e Moldavia hanno ciascuno un miliardo di euro di prestito a testa. Numerose centrali termoelettriche sono state costruite o comperate in tutti i Balcani etc etc.

    Seguire, quello che noi chiamiamo corso dell’imperialismo, ci porta a considerare gli accordi, i patti più o meno segreti che avvolgono questi predoni. Il continuo intrecciarsi di nuovi e vecchi legami non rende facile la comprensione contingente, i numerosi notiziari borghesi spesso cadono nel ridicolo dichiarando tutto e il suo contrario nell’arco di poche settimane o addirittura di giorni.

    La realtà è che questi continui capovolgimenti di fronte sono reali e in linea nella miglior tradizione del mondo del capitale e solo la dialettica marxista è in grado di dare una spiegazione congrua e complessiva. Chi oggi stipula e firma intenti comuni e pacifici accordi commerciali, domani sarà pronto a darsi battaglia, utilizzando come carne da macello la classe dei lavoratori.

    Il corso storico degli imperialismi, primo su tutti quello a stelle e strisce, è tragicamente imposto dal modo di produzione capitalistico. Ma anche il proletariato internazionale ha una sola strada da percorrere, quella dell’opposizione ad ogni guerra in nome della sua guerra, quella contro il regime del Capitale e per il Comunismo.

    Partito Comunista Internazionale


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    PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

  2. #2
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    Predefinito Rif: Afghanistan-Pakistan. Guerra nel baricentro del mondo

    eccolo..

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    Predefinito Rif: Afghanistan-Pakistan. Guerra nel baricentro del mondo

    Citazione Originariamente Scritto da Anticapitaslista Visualizza Messaggio
    eccolo..
    e invece i comunisti in Afghanistan hanno fatto bene.

    grazie OCCIDENTE, grazie anglo-americani, grazie Israele, grazie ucraini.



    la libertà avanza ...........

  4. #4
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    Predefinito Rif: Afghanistan-Pakistan. Guerra nel baricentro del mondo

    Citazione Originariamente Scritto da dDuck Visualizza Messaggio
    e invece i comunisti in Afghanistan hanno fatto bene.
    Comunisti?

  5. #5
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    Predefinito Rif: Afghanistan-Pakistan. Guerra nel baricentro del mondo

    A venti anni dalla fine del falso socialismo

    Commentando la caduta in Russia del partito-Stato Pcus nel 1991 scrivemmo né rivoluzione né controrivoluzione, il classico cambiare tutto per non cambiare nulla.

    La sconfitta, sui campi della Seconda Guerra, del progetto di unificazione europea sotto l’egemonia tedesca segna l’inizio dell’irreversibile declino del continente, che perde tutti i suoi imperi coloniali. Gli eserciti americano da occidente e russo da oriente, dopo aver distrutto pesantemente città, infrastrutture ed impianti, mantenevano le loro truppe di occupazione sul territorio, scrivevano le carte costituzionali degli Stati vinti e vi modellavano i nuovi partiti “democratici”. Gli americani investivano ed esportavano largamente il loro sovrapprodotto nel vecchio continente; i russi invece, affamati di capitali necessari alla industrializzazione della madrepatria “socialista”, drenavano dalla loro parte d’Europa quante più risorse possibile.

    Si venne così a determinare la divisione del continente in due zone, separate dalla cosiddetta cortina di ferro. Un unico ambiente storico, che almeno da sei secoli aveva costituito un tessuto connesso da stretti scambi di merci, di conoscenze e di pensiero, si trovò tagliato in due con impossibilità di comunicazione sia commerciale sia di forza lavoro. Alla conferenza di Yalta, sotto le insegne delle riconquistate “libertà”, si veniva ad imporre uno dei peggiori oltraggi ai conclamati principi della nazionalità, del progresso, dei diritti collettivi e degli individui. Se la Seconda Guerra significa la sconfitta definitiva del ciclo internazionale di assalto al cielo proletario nel primo quarto del Novecento, la vivisezione dell’Europa, ad opera delle nuove potenze americana democratica e russa staliniana, viene a piantare le insegne della controrivoluzione sul sostrato, il crogiolo storico della rivoluzione mondiale. La nostra rivoluzione avrebbe allora avuto da fare i conti da una parte con le forze armate, aperte e clandestine, stellestrisciate, dall’altra con i carri armati dei “partiti fratelli”. I nuovi “barbari” non portavano progresso ma sanzione della controrivoluzione e suo internazionale braccio armato.

    Le borghesie europee, delle quali anche le maggiori italiana e francese nella guerra avevano dato dimostrazione di tutta la loro viltà e impotenza, non riusciranno poi a scrollarsi di dosso la “protezione” militare ed economica degli occupanti, che anzi accetteranno supinamente.

    Due generazioni di europei, di qua e di là, hanno vissuto in questa “sistemazione”. L’Ovest, inserito nei flussi commerciali e finanziari del mercato mondiale, si abbevera al mito “liberale”, i paesi d’oltre cortina che invece vengono a costituire un blocco relativamente più chiuso ai traffici e tendente all’autarchia, sono sospinti al mito del “socialismo”. Vinta la rivoluzione comunista del 1917-19 in Russia e in Europa e degenerata dopo non molti anni la Terza Internazionale Comunista, le parole “socialismo” e “comunismo” perdono ogni loro significato originario e di classe per divenire espressione, in economia, di capitalismo di Stato e di economia pianificata, e in politica di forma istituzionale a partito unico. Questo stravolgimento lessicale, prodotto di una nostra sconfitta storica, è pacifico in entrambi gli schieramenti, che si contendono però l’appellativo di “democratici”.

    La cortina di ferro non divide due gruppi di Stati di opposta natura politica e di classe, ma è la necessaria protezione fra due aree di accumulazione capitalistica con storia diversa e con diverso grado di produttività: le merci prodotte all’Est non riescono a competere con quelle dell’Ovest. La piena integrazione dei due mercati, auspicata da entrambi almeno dal 1956, non riesce ad attuarsi nelle forme graduali e pacifiche della concorrenza commerciale.

    Ovviamente il blocco orientale e tutt’altro che tale, avendo il fatto militare portato ad inglobare paesi assai diversi per storia e grado di sviluppo: quello russo è un impero che ha una periferia, quella europea, più industrializzata della metropoli, e questa stessa periferia, dal Baltico ai Balcani, non è per niente uniforme.

    Il capitalismo, con tutte le sue leggi, è lo stesso medesimo ed unico; storicamente abbiamo avuto in Russia una sua istanza, che il nostro partito ha studiato e descritto nelle sue caratteristiche, nel suo maturare e del quale ha ben anticipato il corso catastrofico e sicuramente convergente col suo omologo e rivale. In Russia è mancata la espropriazione dei contadini, che a suo tempo non ha potuto imporre la nostra rivoluzione, che era anche la loro, né poi il permanente compromesso sociale staliniano, che li bloccava nei colcos. La edificazione del socialismo, cioè del capitalismo in Russia, non ha potuto fondarsi sul surplus di manodopera e di ricchezza ricavato dalle campagne. Ciò non ha impedito che un moderno industrialismo capitalistico si impiantasse in Russia e si ricostruisse sulle distruzioni della guerra nei paesi dell’Europa orientale, e che un mercato, che si ebbe l’impudenza di dire “socialista”, collegasse tutto l’impero, con scambio di minerali, prodotti agricoli e manufatti. Il tutto ha funzionato, capitalisticamente, sebbene gli ideologi dell’Est, consci del loro relativo ritardo, venissero molto presto a riconoscere che il loro modello, cui ambire e gradualmente tendere, era l’America!

    Nelle due parti dell’Europa le condizioni sia della piccola borghesia sia della classe operaia sono andate gradualmente migliorando, della qual cosa si sono fatti merito rispettivamente la “libertà” e il “socialismo”, ed il che ha garantito la pace sociale. E nelle due parti d’Europa il regime di fatto si è sempre fondato su un partito unico, lacerato nella lotta fra silenziose correnti interne, ovvero fra chiassosa pluralità di denominazioni, ma con unico programma. La fase del ciclo storico vi ha in parallelo impedito la rinascita del partito di opposizione proletaria e le organizzazioni sindacali vi sono ugualmente asservite ai governi. Non v’è stata, quindi, né era da supporre, nel blocco “socialista”, una rivolta “di popolo” per la “libertà”, capeggiata da intellettuali e studenti.

    Tutta questa emulazione, come si diceva, ha durato però solo fino alla crisi economica, che, all’Est come all’Ovest, ha cominciato a manifestarsi nella seconda metà degli anni Settanta. Benché relativamente protetto quello russo fa parte del capitalismo mondiale, ne segue il ritmo ed è parte del suo invecchiamento e declino.

    Uno dopo l’altro sconfinati apparati statali di polizia e di capillare controllo sociale, che si dicevano di efficienza meccanica e di forza irresistibile, di fronte alla sotterranea crisi dell’economia, non sono riusciti, in tutti quei paesi, a tenere in piedi il partito dal quale da sessant’anni, o da quaranta, dipendevano e prendevano ordini. Quando è il momento i governi crollano da sé e senza colpo ferire: vedasi in Italia con Mussolini.

    Dalla gravissima crisi economica, che era venuta a scardinare la complementarietà economica del blocco orientale e tutti i suoi equilibri militari e politici, esce una esplosiva crisi istituzionale che irresistibile travolge partiti e apparati uno dopo l’altro. Ma la crisi delle istituzioni statali non può divenire crisi sociale, politica e rivoluzionaria. Tranne la stagione degli scioperi in Polonia, il proletariato e la piccola borghesia solo assistono al crollo delle vecchie istituzioni, non ne sono gli artefici né ne possono approfittare per prendere il potere. In quei momenti, in quegli anni la situazione non è rivoluzionaria, manca il partito rivoluzionario, manca perfino l’allenamento operaio alla lotta sindacale. Nemmeno rinascono partiti borghesi, piccolo borghesi o contadini: non è più quel momento storico, ormai la borghesia, sociologicamente intesa, né è più al potere, sostituita al governo dello Stato da un “comitato d’affari” del grande capitale e della finanza, con stretti legami internazionali, né ha vitalità storica e forza per volerlo. Un solo partito è storicamente abilitato a farlo, quello comunista e rivoluzionario della classe operaia, quando ci sarà, alla scala mondiale.

    Le folle sono quindi solo spettatrici degli eventi, li subiscono, con l’incosciente euforia di quelle che credono giornate di “liberazione”. Presto la macchina dello Stato viene rimessa in moto, opportunamente manovrata da un partito che si atteggia a nuovo ma che non è altro che il vecchio resuscitato sotto nuove spoglie, e nemmeno tanto. Ad esser impiombati, in senso letterale o figurato, sono solo i capoccia, poche unità. Passata questa prima fase della crisi, torna la dittatura del capitale come prima. La crisi economica però continua, in una spaventosa miseria per la classe operaia e per la piccola borghesia, che si riflette in una diminuzione della vita media di molti anni.

    Nella relativa continuità politica c’è stata una catastrofica e distruttiva crisi economica, e le sue conseguenze restano. Ed è un fallimento del capitalismo in generale: spazzato via per sempre il mito della possibilità di un capitalismo razionale, controllato da un piano e ubbidiente ai voleri di un centro. Spazzato via il mito della possibilità di una distribuzione egualitaria di merci per il consumo, l’abitazione e la sicurezza della classe lavoratrice. Via il mito di un graduale miglioramento delle condizioni del lavoro salariato e di una sua equa ripartizione fra tutti gli uomini. Dopo la crisi dei capitalismi di Stato tutta la ideologia del capitalismo mondiale deve ritirarsi sulle sue trincee originarie pre-socialdemocratiche e pre-fasciste.

    Del declino economico e della debolezza dei due gendarmi, prima russo poi americano, possono approfittare in una certa misura le borghesie europee, che ristabiliscono traffici e influenze fra Est ed Ovest. Ma altri giganti si profilano all’orizzonte: sotto un qualche padrone sono costrette a stare.

    Ma quella a cui abbiamo assistito venti anni fa, come chiaramente scrivemmo nel 1991, è solo l’anticipazione, nel suo anello più debole, di quella che sarà la vera crisi generale del capitalismo in tutto il mondo, una crisi di sovrapproduzione che farà tremare le classi dominanti in tutti i paesi e rovinare le loro fradicie istituzioni. Sarà allora che, chiuso un lungo ciclo di accumulazione planetaria, si porrà la questione del comunismo, del vero comunismo, del partito e della rivoluzione di classe.

 

 

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