Sos sbarchi, i Comuni sardi chiudono le porte ai tunisini | La Nuova SardegnaSos sbarchi, i Comuni sardi chiudono le porte ai tunisini
Insorgono i sindaci sardi davanti all’ipotesi di accogliere parte degli immigrati tunisini ammassati a Lampedusa. La posizione è netta: c’era la disponibilità a ospitare i profughi libici in fuga dalla guerra, ma non i clandestini
CAGLIARI. Dalla solidarietà incondizionata alle prime voci di protesta. C’è chi non era a conoscenza di dover ospitare una tendopoli. Chi non si fida a mettersi in casa “ tunisini clandestini”. Chi non ha intenzione di subire i repentini cambi di rotta romani. Lunedì i sindaci della Sardegna si incontrano per reagire all’emergenza-profughi.
«Perché sia chiaro che la situazione è cambiata in una settimana. Ci avevano detto che avremmo ospitato solo libici richiedenti asilo, non tunisini irregolari», chiosa il vice-presidente dell’Associazione Comuni Sardegna, Anselmo Piras. Ieri al consiglio regionale dell’Anci non è filato tutto liscio.
Oristano insorge. Il presidente del consiglio comunale di Oristano, Mario Musinu, si è lamentato della tendopoli che verrebbe allestita nell’ex vivaio dell’Ente foreste di Torregrande. «Potrebbero sorgere anche problemi di natura igienico-sanitaria», ha obiettato. A ruota è seguita la dichiarazione del primo cittadino: «Non abbiamo avuto alcuna comunicazione ufficiale», ha ribadito Angela Nonnis assieme all’a ssessore ai Servizi sociali Mariano Deiana. Eppure la conferma di quella località è arrivata ieri dal prefetto di Cagliari in persona, Giovanni Balsamo, che coordina la cabina di regia tra prefetture, Regione, Comuni, Province, forze dell’ordine. I 384 sindaci riuniti nell’Anci hanno bisogno di trovare una linea comune per reagire a scelte che potrebbero nascondere il retrogusto dell’i mposizione: lunedì, a Oristano, si riuniranno per capire come agire.
I siti. Oltre a Torregrande, sono altre due le tendopoli allestite nell’isola nel caso in cui dal consiglio dei ministri di oggi dovesse arrivare l’ordine: portare in Sardegna circa 500 dei tunisini ammassati a Lampedusa. In realtà, la contabilità del prefetto Balsamo è di 560 posti disponibili. Oltre a Torregrande, si diceva, i profughi potrebbero essere sistemati a Monastir, nei locali dei vigili del fuoco e della protezione civile, preferiti alla scuola di polizia penitenziaria, considerata l’opzione B. E poi Ozieri: le tende verrebbero tirate su nel centro intermodale di Chilivani, una zona isolata come del resto le altre.
I Comuni che hanno messo a disposizione strutture pubbliche sono Fluminimaggiore, Senorbì, Gesico, Erula e Giave. E anche il Comune di Sassari, sebbene abbia comunicato con un fax all’Anci la mancanza di “locali idonei”, ieri ha manifestato invece la «piena disponibilità - si legge in un comunicato - a fare la sua parte nell’accoglienza dei profughi».
Lo status dei migranti. I malumori dei sindaci derivano dalla nuova disposizione rispetto ai migranti da ospitare. «Solo libici in fuga dalla guerra, perciò con diritto allo status di rifugiato. Niente clandestini tunisini», aveva detto Maroni. Da ieri è chiaro che arriveranno in Sardegna parte - fino a duemila - dei tunisini di Lampedusa. Ma non è detto che questi siano clandestini. Tecnicamente, chiunque può chiedere asilo politico per le ragioni più varie. Famoso il caso cagliaritano di un algerino che l’aveva chiesto perché gay, originario di un paese islamico dove l’omosessualità potrebbe costare cara.
Dunque questo spauracchio giuridico potrebbe, almeno formalmente, essere superato. Anche se ormai sembra chiaro che pochi degli esuli in fuga da guerra o fame, poco importa, vogliano restare in Italia: «Andiamo in Francia», dicono in molti. Parlando ai giornalisti ieri Balsamo si è detto certo che tra queste persone vi siano anche «ingegneri, lavoratori, gente che ha studiato, confido che siano persone con un senso di responsabilità e che ci aiutino ad aiutarli». Il capogruppo del Pd in Consiglio regionale, Mario Bruno, si è detto contrario a «un inspiegabile principio discriminatorio». Tutto il centrosinistra chiede che della vicenda si occupi l’aula.Emergenza profughi, sette centri sardi per cinquecento tunisini | La Nuova SardegnaErula e Giave sul piede di guerra: «Gli accordi non erano questi»
GIAVE. Sventolano il fax della prefettura, datato 3 marzo, e scandiscono bene la parola cerchiata in rosso. «Vede che cosa c'è scritto? Ri-fu-gia-ti, non clandestini. È per i libici in fuga dalla guerra che ci hanno chiesto la disponibilità di strutture, nessuno sinora aveva parlato di tunisini». I sindaci di Giave e di Erula fiutano aria di imbroglio e dopo lo slancio di generosità innestano la retromarcia e mettono i paletti.
Spiegano di avere risposto per cortesia e dovere istituzionale alla comunicazione di prefettura e Anci, e aggiungono che nei loro paesi «chiunque arrivi è ben accolto». A patto però che non turbi il quieto vivere di comunità che hanno già un bel carico di problemi: disoccupazione, spopolamento, scuole che chiudono, emorragia costante di giovani. Spiega Giuseppe Deiana, 43 anni, sindaco di Giave al terzo mandato: «Di fronte all'emergenza di una guerra ognuno fa quello che può per aiutare chi è in difficoltà. Per questo noi siamo disposti ad accogliere famiglie libiche in fuga dal loro paese. Famiglie però: padre, madre e figli».
Solidarietà condizionata alla provenienza e allo status: no a tunisini che scappano dalla miseria del loro paese, clandestini e delinquenti potenziali «che potrebbero creare problemi nell'ordine pubblico», aggiunge Antonio Pileri, 51 anni, sindaco di Erula eletto nel 2007. Che precisa: «I patti non erano questi e lo stesso assessore La Spisa aveva fatto un discorso chiaro: sì ai libici, no ai tunisini. Ora invece hanno mescolato le carte in tavola, dimenticandosi di informarci».
La sensazione di essere stati fregati non è piacevole, anche perché nel frattempo la popolazione ha cominciato ad agitarsi e a bussare alle porte dei municipi per chiedere spiegazioni. Preoccupatissima è Bastianina Nuvoli, casalinga che abita a Giave accanto all'ex caserma dei carabinieri in via Vittorio Emanuele. Lo stabile, vuoto da 6 anni, è quello indicato dall'amministrazione comunale nel fax di risposta alla prefettura: in realtà appartiene alla Provincia «ma considerato che è inutilizzato - spiega il sindaco Deiana - abbiamo pensato che fosse cosa buona e giusta metterlo a disposizione dei rifugiati libici. Ci sono dieci stanze, può accogliere 20, al massimo 25 persone. Per i tunisini no, non può andare bene perché non risponde ai requisiti stabiliti».
L'esterno dell'edificio ha un'aria piuttosto malconcia e all'interno, spiega Bastianina «aveva bisogno di essere ristrutturato già sei anni fa, figuriamoci com'è adesso». Il portone si affaccia sulla strada, l'ingresso della caserma sta a un metro dalla casa di Bastianina, che vive con il marito malato e allettato. «Lo sente? Sta gridando, si lamenta continuamente, dorme pochissimo. Si figuri che vita sarebbe con un gruppo di tunisini chiassosi come vicini».
Non ci sta neanche Felice Nuvoli, pensionato che abita a due passi: «Va bene una famiglia di gente tranquilla, no a giovani turbolenti. Quelli li mettano in periferia, dove non disturbano». Nessun problema invece per Maria Costantina Scudino, che dice: «Libici o tunisini non fa differenza. Tutti hanno bisogno d'aiuto». Ed è pronta a dare il suo contributo Hassania, 30 anni, marocchina, da 5 anni a Giave: «Ci sono passata anche io. So cosa significa non parlare la lingua del posto. Potrei dare una mano». Lei in paese è perfettamente integrata, come lo sono anche «i 6 romeni, una nigeriana, un senegalese, una filippina che ha acquisito la cittadinanza italiana, cinque cileni e una bimba cambogiana adottata da una coppia del paese - dice il sindaco Deiana -. Perché, sia chiaro, qui da noi il razzismo non esiste. Ma con i tunisini si potrebbe creare un problema di sicurezza».
Di questo si parlerà domani a Erula, durante la seduta del consiglio comunale aperto convocata d'urgenza dal sindaco Pileri. «Dobbiamo capire qual è la volontà della popolazione. Sull'arrivo di libici ma soprattutto sul possibile sbarco di tunisini». I dubbi sono tanti: che farebbero? Chi pagherebbe le spese per il soggiorno? Chi vigilerebbe sull'ordine pubblico? «Tutte questioni fondamentali sulle quali non si è deciso nulla», dice Pileri, che ieri ha cercato inutilmente di mettersi in contatto con la prefettura. Se potesse, forse il sindaco strapperebbe quel fax con il quale annunciava la disponibilità di due strutture: un'ex scuola elementare nella minuscola frazione di San Giuseppe, e un edificio nuovo di zecca, dipinto di fresco e recintato a Tettile, altra frazione a due chilometri dal paese. Due stanze e un servizio igienico ciascuno, due famiglie ci starebbero strette.
A Tettile, di fronte allo stabile color pesca che molti anni fa ospitava una scuola e che il Comune voleva destinare a due associazioni culturali del paese, passeggia Giovanni Rosso, 69 anni, erulese trapiantato a Milano «una vita fa». Indica la casa accanto: «Qui abita mia madre. Ha 93 anni, è malata. Guarda la televisione e ha paura. Oggi mi ha detto: ma ora che arrivano questi dovrò tenere sempre la porta sprangata?».Emergenza profughi, sette centri sardi per cinquecento tunisini
Tempi brevi per l’arrivo degli esuli di Lampedusa. Non sono profughi libici ma clandestini: è polemica. Affitti e indennizzi per i Comuni. In 500 saranno divisi tra Erula, Giave, Torregrande, Gesico, Senorbì, Monastir e Fluminimaggiore
CAGLIARI. L'ospitalità selettiva cede di fronte all'irruenza degli eventi. Potrebbero essere tunisini, e non libici, i 500 profughi in arrivo in Sardegna da Lampedusa. La task force prefettura di Cagliari-Comuni-Province-Regione ha individuato due siti dove allestire altrettante tendopoli: la scuola della polizia penitenziaria a Monastir e l'ex vivaio di Torregrande. Come in Puglia, saranno centri recintati e vigilati, non residenze per esuli richiedenti asilo.
Si sbriciola, com'era prevedibile, la granitica intenzione di accogliere soltanto libici (finora, virtuali), mentre l'isolotto siciliano sprofonda per l'ondata da Tunisi. Ieri a Lampedusa in 2000 sono arrivati in 24 ore, pochi dei quali da Tripoli. A rigor di logica, 500 - su una disponibilità di 2000 - potrebbero essere trasferiti in Sardegna al posto degli annunciati esuli di Cirenaica.
Ma l'Anci avvisa: «Non possiamo accettare che arrivi di tutto. Tra i tunisini ci potrebbero essere mercenari dalla Libia oppure detenuti», avverte il vice presidente, Anselmo Piras. La situazione è in divenire, non esiste un piano definito. Ieri sera il prefetto Giovanni Balsamo ha fatto capire ai presenti che non resta molto tempo per progettare. Non è chiaro quando i migranti arriveranno. E dove andranno con certezza.
Né se i centri saranno C.a.r.a., cioè per i richiedenti asilo (libici), o di prima accoglienza, o addirittura di espulsione. Ma la sostanza resta: potrebbero essere tirati sù alloggi e cucine da campo, circondati da filo spinato o recinzioni. Restano le disponibilità di cinque comuni che mettono a disposizione le loro strutture (vedi infografica a lato): Gesico, Senorbì, Giave, Erula, Fluminimaggiore. Mentre ieri sera è giunto il rifiuto formale di Portoscuso e Sassari.
Oggi i tecnici della prefettura andranno a valutare capacità e corrispondenza ai criteri che ieri Balsamo ha elencato agli enti locali, nell'incontro allargato ai rappresentanti delle forze dell'ordine. I requisiti strutturali, almeno questi, sono definiti: i siti (tende o edifici) dovranno accogliere minimo 50 persone ciascuno - ma si può arrivare a 200 come a Monastir - saranno recintati e avranno servizi igienici e acqua, illuminazione pubblica, mentre le tendopoli saranno allestite su basamenti asfaltati. Dimensioni: almeno 4000 metri quadri.
L'altro nodo da affrontare, in relazione alla logistica è senza dubbio la vigilanza armata. E cioè quanti carabinieri e poliziotti andranno spostati dai servizi abituali per controllare i centri di accoglienza. Chiaramente, le questure potranno contare su reparti e battaglioni dislocati di volta in volta nella Penisola in base alle occorrenze. Ma il problema dell'ordine pubblico si pone. Tanto che la questione potrebbe essere affrontata questa mattina, in piazza Palazzo, in un altro vertice tra Balsamo e i rappresentanti delle forze dell'ordine.
Sul fronte dei Comuni, il vertice dell'Anci chiederà oggi al suo consiglio regionale di prendere posizione davanti a un quesito cui nessuno vuole dare risposta. Se non sono libici in fuga da una guerra (con diritto all'asilo politico), ma tunisini in fuga dalla miseria (clandestini), la Sardegna li accoglie lo stesso? Lo scenario, a Lampedusa, è cambiato solo nei numeri, da quando il ministro dell'Interno Roberto Maroni, esattamente una settimana fa, aveva assicurato che l'Italia non avrebbe aperto le porte a chi viola la legge Bossi-Fini. Anche allora non si vedeva ombra di libico, eppure il discastero aveva dato indicazioni per accogliere profughi virtuali, mentre quelli reali si ammassavano a Lampedusa.
«Nelle passate riunioni ci avevano detto che avremmo accolto solo richiedenti asilo, che poi diventano profughi. Ora sembra che le cose siano cambiate - ammette Piras, dell'Associazione Comuni - Non so cosa faremo, ma di certo non possiamo accettare che arrivi di tutto». Oggi il confronto tra sindaci potrebbe chiarire le idee, che per il momento hanno di definito solo l'aspetto economico.
Che ospitino libici o tunisini, ai Comuni verranno pagati gli affitti delle strutture occupate, oltre ad indennizzi. E sui costi, ieri è arrivata la rassicurazione sull'anticipo di ogni euro da parte del commissario straordinario, il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso. Sarà il suo ufficio a gestire la realizzazione delle tendopoli, anche se non è chiaro come mai non sia ancora scesa in campo la protezione civile regionale.
E in Regione, sul dilemma tunisini no-libici sì, le bocche restano cucite. «In realtà non abbiamo alcuna informazione in merito», spiega Giorgio La Spisa, assessore alle prese con l'emergenza. «Siamo in contatto continuo con la prefettura, ma non abbiamo indicazioni su chi arriverà». Proprio a lui, martedì scorso, Maroni aveva garantito: niente clandestini. Salvo poi mutare programma a scenario immutato.




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