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    Predefinito Il burattino framassone

    «Il burattino framassone»
    Zolla: la storia di un´iniziazione ispirata a Apuleio


    di Silvia Ronchey

    «IL Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile». Elémire Zolla, l'intellettuale italiano più introdotto nei segreti di Pinocchio (si veda il suo Uscite dal mondo pubblicato da Adelphi), risponde da iniziato, scegliendo le parole con cautela quasi sacrale e lasciando al fondo un che di enigmatico, un'eco di mistero. «Un bambino che legga con tutto il cuore questo libro ne esce trasformato. Diventa un'altra persona di cui non è lecito parlare».


    Che genere di altra persona?

    «Una persona con una mentalità da martire. In quale altro libro si insegna al bambino a diffidare di tutte le autorità terrene? E chi altro può vivere disdegnando quasi completamente la giustizia umana?».


    Forse lei dice «bambino» nell'accezione sacra per cui è «puer» il non iniziato.

    «Ovviamente Pinocchio è la storia di un'iniziazione. Come le Metamorfosi di Apuleio. Ha presente le pagine finali? Il latino del grande retore diventa una lingua infantile quando narra l'epifania di Iside, la madre universale, colei che compare nei sogni se si sogna rettamente... Che poi in Collodi è la fata dai capelli turchini».

    Un momento. Chi è la fata dai capelli turchini?

    «È la prefigurazione della capra sullo scoglio nel mare in tempesta, che compare nel libro molto più tardi, e che pure ha il pelo azzurro».


    Perché Collodi rappresenterebbe Iside come capra, oltre che come fata?

    «Iside, nel mondo pagano, è la grande mediatrice, rappresentante di tutto il mondo animale, o meglio dell'indistinzione tra animale e umano».


    In effetti in Apuleio il protagonista è trasformato in asino. Non vorrà dire che anche le orecchie d'asino di Pinocchio vengono di lì?

    «Certo. Il che significa semplicemente che provengono dalla cultura di base della cerchia massonica cui Collodi apparteneva. Vede, una loggia di Firenze, al tempo di Collodi, non era luogo di modesta cultura. Certe letture erano comuni, elementari addirittura. La massoneria ferveva di una rinascita del pitagorismo antico, culminata poi in Arturo Reghini, grande scrittore e matematico in lite con Mussolini e con Evola».


    Vuol dire che la letteratura antica era un codice?

    «Era linguaggio elettivo per comunicare all'interno dell'ambiente massonico. E lì le cose su cui si posavano gli occhi si trasmutavano. C'è un passo di Marco Aurelio: "Ricordati che colui che tira i fili è questo Essere celato in noi, è Lui che suscita la nostra parola, la vita nostra, è Lui l'Uomo... Cosa ben più divina delle passioni che ci rendono simili a marionette e nient'altro". Si attaglia alla storia del burattino, ne è la chiave».


    Ma allora «Pinocchio» è un libro per bambini o una parabola massonica?

    «Entrambe le cose, è questo il miracolo. La semplicità della lingua toscana in Pinocchio nasce dal fatto che Collodi sta trasmettendo una verità esoterica è non può che esprimerla così, come la narrerebbe a un bambino. È il ritegno di chi sta parlando di cose indicibili che produce questo particolare linguaggio, in Collodi come in Apuleio».


    In questa chiave esoterica, che significa il nome Pinocchio? e Lucignolo? e il Gatto e la Volpe?

    «In latino pinocolus significa pezzetto di pino. Per un pagano è l'albero sempreverde che sfida la morte invernale. Lucignolo è un Lucifero miserello, a misura di puer, cioè di pre-iniziato, e il Gatto e la Volpe sono Legbà e Shù, grandi personaggi della mitologia africana che si ritrovano anche nel Vudù. Allora si leggeva, e di libri sul Vudù l'America di fine Ottocento era piena. Qualche massone d'oltreoceano poteva avere informato Collodi. La vita di loggia è molto strana, è segreta e piena di incontri».


    Vuol dire che «Pinocchio» non può comprendersi del tutto senza conoscere la massoneria?

    «No, voglio dire che Pinocchio continua un'antichissima tradizione sotterranea della letteratura italiana. In rapporto ai rituali massonici si chiarisce il significato della poesia medievale - Federico II, Dante e Cavalcanti - così come l'esoterismo della Rinascenza in tutti quei grandi che vissero l'integrazione di Bisanzio nella cultura occidentale ai tempi del concilio di Ferrara e Firenze e intorno a Enea Silvio Piccolomini, un grande gnostico: pensi alla lettera veramente esoterica che scrisse al sultano ottomano, al neopaganesimo di Pienza... Tutti, anche gli alti prelati sanno che dal culto di Iside deriva la Madonna, che la leggenda dei magi testimonia come l'atto fondante della cristianità sia l'innesto dello zoroastrismo, come può vedersi, proprio vicino a Pienza, nei rilievi della pieve di Corsignano!».


    La prego, torni a «Pinocchio».

    «Pinocchio, come dicevo, continua la lignée esoterica, gnostica, isiaca e neopagana, nel senso più spirituale, che è al centro della nostra letteratura».


    Il che varrebbe a dire che la grande letteratura italiana è essenzialmente massonica?

    «Varrebbe a dire che spesso noi italiani ci lamentiamo di non avere una letteratura all'altezza, ad esempio, di quella inglese o tedesca. Ma il fatto è che la nostra migliore letteratura, quella laica, è sotterranea e segreta, perché a differenza degli inglesi e dei tedeschi ha dovuto sottrarsi alla censura dell'ala meno illuminata e elitaria della cultura cattolica».

    Il burattino framassone - Intervista a Silvia Ronchey (La Stampa)
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 22-07-13 alle 00:20
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    Tutto vero. Bellissima la metafora del "Paese dei balocchi" dove finiscono Pinocchio e Lucignolo, i quali rinunciano a studiare (su se stessi) per andare a vivere dove tutto è distrazione e dove finiscono per tramutarsi in due bei somari. Ovviamente non era dello "studiare" nell’accezione comune che si parlava nel racconto, ma della Scuola che ha lo scopo di insegnare una chiara presa di coscienza della Realtà ed un coerente lavoro su se stessi.
    Ultima modifica di donerdarko; 09-11-11 alle 02:41
    Segni particolari: "macchina da espansione razziale euro-siberiana" (Giò91)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    Pinocchio massone
    Tratto dal libro “Pinocchio in arte mago”

    La massoneria viene ritenuta una scuola d’iniziazione, in stretto legame con la parte più intima dell’essere umano e di coloro i quali vogliono comprendere il significato della vita.
    Del segreto della massoneria rimane traccia soprattutto nell’ermetismo e nell’esoterismo conosciuto in Francia nel XVIII secolo, che si basa sull’idea di trasformazione spirituale assimilata alla trasmutazione di metalli.
    Le corporazioni rappresentavano un punto d’incontro in cui erano trasmessi ideali profondi e spesso non comunicabili all’esterno. Per questo motivo, la corporazione muratoria, base della massoneria, consentì un fiorire di strutture nelle quali spesso erano introdotti simbolo ed emblemi rappresentativi della cultura di quel periodo. In tutta Europa, ebbero particolare rilievo queste congregazioni, che sotto differenti nomi, si riunivano in segreto per discutere di simboli, arte e architettura. Il simbolismo contenuto in queste varie discipline era parte integrante anche dell’opera dei Maestri Muratori, che traduceva i valori numerologici, astrologici, filosofici nelle opere architettoniche.
    Si deve al lavoro di questi Maestri la bellezza e la varietà artistica presente soprattutto nell’arte gotica, ove ogni formella rappresenta un simbolismo ermetico, profondo e rappresentativo di ogni singolo concetto dell’esistenza.
    I Maestri furono, di conseguenza, guidati da quest’istinto geometrico, considerato come la chimica della storia o l’elemento archetipale del Paradiso.

    La parola, nell’arte, è soggetta a metriche esatte, misurate attraverso alcuni strumenti, come per esempio il compasso, la squadra, l’archipendolo, attrezzi divenuti, poi, simboli esoterici legati alla massoneria operativa.
    I membri delle logge effettuavano cicli di discussione su temi di natura esoterica, e ogni loggia aveva i suoi riti di riconoscimento su come camminare, stringersi le mani, posizionare le mani sul corpo. Vi erano anche vestiti particolari, raccomandati per accrescere le conoscenze individuali.
    Quando un massone si presentava presso logge straniere doveva farsi riconoscere bussando tre volte, rispondere correttamente a tre domande, e solo dopo di ciò, il cancello si sarebbe aperto. Questo rituale, viene descritto anche nella storia di Pinocchio, quando egli si trova all’osteria del Gambero rosso e sta sognando la moltiplicazione delle monete che, per consiglio del Gatto e della Volpe, ha intenzione di seminare la mattina seguente.
    Mentre egli sta sognando “si trovò svegliato all’improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta della camera” alla mezzanotte. Questi tre colpi richiamano la ritualistica appena citata, ma anche la cosiddetta triplice “batteria” (una sorta di battimano) dell’Apprendista, nel Rito Scozzese e Francese, dal momento che Pinocchio si sta preparando alla “morte iniziatica”, che avverrà, quando sarà impiccato alla grande Quercia.
    Appena entrati nella loggia, i massoni dovevano sostenere un esame di geometria, che corrispondeva ad una sorta d’iniziazione. Bisognava disegnare le radici simboliche su una pietra preparata, spandere queste o potenziarle, e inserirvi all’interno il proprio marchio distintivo. Se l’adepto superava l’esame veniva accettato nella nuova loggia.

    Prima del suo avanzamento, lo studioso doveva effettuare almeno tre viaggi e differenti lavori. In termini di tradizione massonica, ciò significava realizzare tre lavori di ricerca esoterica, prima di procedere e divenire Maestro.
    I tre viaggio rappresentavano i tre esami attraverso i quali il novizio doveva passare, superando la paura della morte, dell’Acqua, del Fuoco e dell’Aria, dominando questi elementi, ed essere pronto per accettare la luce.
    I lavori delle logge erano tenuti segreti, per cui poco si sa sulle esatte attività di ognuna di queste e della portata dei loto intendimenti.
    Queste tre prove risultano anche nella storia collodiana, infatti, diverse volte Pinocchio deve affrontare il pericolo dell’Acqua, per esempio, quando sta fuggendo dai carabinieri, dopo essere stato incolpato di aver ferito alla testa il suo compagno di scuola. Egli, dopo aver salvato dall’annegamento il mastino che lo perseguitava, si trova a nuotare verso una grotta ove incontrerà il Pescatore verde. Pinocchio è attratto da quella meta, in quanto gli pare di scorgere il Fuoco.
    Inoltre, proprio verso la fine del racconto, il burattino, viene inghiottito dal Pescecane e dovrà, poi, fare un’enorme traversata, insieme ala babbo.
    Il Fuoco agisce quasi all’inizio della storia, bruciando i piedi di Pinocchio, quando questi li appoggia sul caldano.
    Questo elemento è ancora presente nella figura minacciosa di Mangiafuoco e nel fuoco stesso che il burattino sta preparando, dove Pinocchio e Arlecchino rischiano di essere buttati.
    Il fuoco viene appiccato dagli assassini, che vogliono impadronirsi delle monete d’oro di Pinocchio, il quale rischia ancora di bruciare.

    Ed infine, egli è ad un passo dall’essere buttato dentro il fuoco, dal Pescatore verde, che lo vuole friggere come un pesce.
    L’Aria è presente nel volo del pulcino, quando Pinocchio rompe il guscio all’uovo, spinto dall’enorme appetito. Questo elemento, lo troviamo, poi, in tutti i volatili presenti nella fiaba: il Pappagallo, la Civetta, il Corvo, il Falco. Inoltre, il Colombo è proprio l’animale che porta Pinocchio in alto nel cielo, massimo raggiungimento di obiettivi, legato all’Aria che, in più, sta solcando il mare, in stretto collegamento con l’elemento Acqua.
    Vi sono, poi, tutta una serie di rituali e comportamenti legati alla massoneria, che ritroviamo durante la storia. Tra gli altri, occorre ricordare gli strumenti che usa il falegname per costruire il burattino e il fatto che gli stessi Falegnami appartenessero ad una Corporazione, collegata ai Maestri Muratori Massoni.
    Proseguendo è interessante notare che Pinocchio procede solamente su piani orizzontali, con un cammino ravvisabile in quello dell’Apprendista o Compagno, mentre solo una volta sale volontariamente su un albero (piano verticale), quando fugge dagli assassini, attuando un cammino tipico del Maestro, che si muove, al contrario dell’Apprendista, nello spazio.
    La stessa Isola delle Api operose, potrebbe essere ravvisata nel Tempio di Hiram, leggendario architetto di re Salomone, il cui simbolismo ha pervaso tutto l’Ordine iniziatico massonico. Infatti, la tradizione vuole che nel Tempio suddetto, siano presenti duecento melagrane, divise in due ordini, attorno a ciascun capitello, in tutto, quattrocento. Non a caso i panini preparati dalla Fata sono proprio di questo numero. Anche le duecento tazze di caffè e latte richiamano questo ordine numerico, ma anche un valore cromatico. Infatti, il caffè è nero, mentre il latte è bianco. Il nero e il bianco sono i colori del Tempio. Questi sono ravvisabili nel pavimento a forma di scacchiera, che indica l’eterna conflittualità tra bene e male, ma anche la necessaria complementarità e fusione, affinché queste due forze antagoniste, lavorino positivamente per erigere templi alla virtù.

    Il bacio che la Fata dà in sogno a Pinocchio, la notte prima della sua trasformazione in ragazzo, appare in linea al bacio massonico, che è sempre uno solo, ed è legato a molte forme di iniziazione, non esclusa quella Templare (il famoso bacio in ore). Indica un messaggio orale, che ha lo stesso valore del soffio vitale e della parola trasformatrice, così come avviene la mattina seguente, per Pinocchio.
    Andare “in sonno” è un altro gergo massonico, che significa ritirarsi per un certo periodo dall’Ordine, a causa di impedimenti di varia natura, ma continuare a credere, e soprattutto proseguire un comportamento in linea ai dettami della Confraternita. Anche Pinocchio va “in sonno” diverse volte. Intanto, quando gli si bruciano i piedi e quindi viene eliminata la possibilità di movimento. Poi, ancora, all’osteria del Gambero rosso, poco prima di un passaggio iniziatici (morte simbolica), quando viene impiccato.
    Un altro sonno significativo avviene quando sta per essere trasmutato in ragazzo, proprio la note precedente.
    Anche il concetto di morte evoca il messaggio legato all’iniziazione massonica, ove muore il profano e nasce l’iniziato. Per questo, appare decisamente essenziale l’impiccagione, attraverso la quale Pinocchio sale di stato, morendo da un certo punto di vista; ma, dopo la purificazione (purga), rinasce come iniziato, con tutta la serie di prove che, poi, dovrà affrontare.
    Osserviamo, tra l’altro il fatto che, nella storia di Pinocchio, si fa spesso riferimento ad Ordini settari, per esempio, vengono citati gli Assassini, che erano, appunto, un’antica setta.
    La setta degli Assassini di Djebel Ansarieh, si trovava nella contea di Tripoli. Si afferma che, attraverso il contatto con questa famosa setta, l’equivalente islamico dei Templari, essi strinsero legami precisi con il mondo mussulmano.
    La struttura dei due ordini era uguale, e identici erano i gradi, per cui è ritenuto di vedere in essi un elemento di unità che può avere favorito lo scambio, anche iniziatico-esoterico, tra le due culture che essi rappresentavano
    (…)

    Proseguendo su questa analisi, possiamo osservare l’incontro di Pinocchio con gli altri burattini, che lo definiscono fratello, gergo massonico per definire gli appartenenti alla stessa loggia. Quando il burattino giunge nel teatro viene accolto con clamore. “E’ il nostro fratello Pinocchio”, “vieni a buttarti tra le braccia dei tuoi fratelli di legno!”
    “E’ impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni al collo, i pizzicotti di amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza che Pinocchio ricevè…” rituale significativo della Confraternita massonica.
    Questa congregazione di burattini è capitanata dal temibile Mangiafuoco, minaccioso ed oscuro, ma dal cuore umano e compassionevole, così come ogni buon Maestro, che si prende cura dell’Apprendista. Infatti, prima lo minaccia, affinché Pinocchio possa comprendere l’errore fatto, ma poi, commosso, gli ridona la possibilità di continuare il suo percorso, regalandogli le cinque monete, che il burattino aveva sperperato incautamente.
    Proseguiamo, quindi, con altri simbolismo che riguardano la ritualistica massonica e che collegano alla storia di Pinocchio.
    Uno di questi, appare proprio all’inizio della storia, ed è uno dei pochi strumenti del lavoro di falegnameria, che viene citato nel libro, ovvero l’ascia. Infatti, testualmente è scritto: “detto fatto, prese (maestro Ciliegia) subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e digrossarlo”.
    Questa frase evoca il cammino alchemico di cui si è trattato precedentemente, che è affine a quello massonico, ovvero lo sgrezzamento della materia, affinché questa divenga levigata. Come dicevamo, uno dei pochi attrezzi di cui si descrive, sia un questo capitolo, che successivamente, è appunto l’ascia.

    Il culto di questo arnese risale all’epoca preistorica ed era in connessione con il fulmine, a sua volta collegato a Zeus. Si possono riscontrare similitudini anche coi raggi solari e, per questo molti simboli di questa natura, come il cavallo, la ruota, la svastica, erano in analogia all’ascia.
    Questo simbolismo percorse la cultura celtica e romana, dove la formula sub ascia, incisa sulle tombe, le rendeva sacre e, quindi inviolabili.
    Si tratta di uno dei simboli, non solo massonico, ma universale, tra i più antichi. Questo evoca l’operato del Maestro tagliatore, che lavorava per costruire le antiche tombe, sulle quali doveva tracciare la sigla di un’ascia, altrimenti il compratore l’avrebbe restituita.
    Un altro importante simbolo massonico è la Spada Fiammeggiante. Questa vibra da ogni parte per custodire la via dell’albero della vita (Genesi, III, 24). I Cherubini, secondo le Sacre Scritture, hanno, appunto, una spada di fuoco. La Spada Fiammeggiante massonica è una rappresentazione di quella dei guardiani angelici, ecco perché la una forma ondulata, ad evocare il fuoco. Questa è un’arma simbolica, la quale significa che, l’insubordinazione, il vizio ed il delitto devono essere respinti dai Templi. Troviamo un collegamento con questa arma e la frusta di Mangiafuoco, fatta di serpenti e code di volpe attorcigliate insieme. Anche la sua funzione è quella di mettere ordine nel teatrino-Tempio, non dimenticando la situazione di fratellanza tra i burattini. Una volta che l’ordine viene ristabilito, vi è il perdono, la salvezza e la gratificazione.
    Un altro simbolo massonico è in relazione allo spoliazione dell’Apprendista dei metalli, e cioè questi deve consegnare tutto il denaro, in metallo e in carta, i gioielli e gli oggetti metallici, in quanto deve comprendere che tutto si paga, e non si può sperare di ricevere senza dare.
    Questa spoliazione simboleggia anche l’abbandono dell’attaccamento alle idee preconcette, e il distacco da ogni passione, prima di entrare nella loggia. La stessa cosa avviene a Pinocchio, nel momento in cui semina le monete d’oro nella terra, per cui dovrà continuare il suo percorso, al di là dei beni materiali e delle abitudini. Solamente alla fine della cerimonia, i metalli vengono restituiti, così come accade al burattino, che, verso la fine del racconto dona i suoi quaranta soldi di rame e, una volta divenuto ragazzo, li riceve indietro, trasformati in monete d’oro. In questo modo, il suo patrimonio viene moltiplicato e diviene prezioso, come ilo metallo aureo.

    Proseguendo l’analisi sugli emblemi massonici, troviamo “la benda”, che copre gli occhi dell’iniziando. Ciò significa che il profano non sa vedere e ascolta troppo spesso le parole del mondo, per cui, avendo bisogno di una guida, egli afferra consideratamente il primo che gli si presenta. Dal momento che l’iniziazione porta alla Luce, la benda verrà tolta proprio durante questo passaggio.
    Il Gatto, compagno malfattore della Volpe, infatti, è cieco in tutte e due gli occhi. Per cui, anche se si sta trovando su un cammino iniziatico, col suo comportamento ha perso la possibilità di vedere la Luce, e la benda simbolica continuerà ad avvolgerlo sempre, facendolo rimanere nelle tenebre.
    Inoltre, va considerato che la Volpe, a sua volta, è zoppa e ciò evoca un altro simbolo massonico legato a questo concetto. Infatti, il profano che sta per accedere all’iniziazione, deve avere gamba e ginocchio destro nudo e piede sinistro scalzo. La nudità del ginocchio vuole che, piegandolo, egli entri a diretto contatto con un terreno sacro, calpestato dal piede scalzo. Inoltre, i primi passi dell’iniziazione vanno eseguiti zoppicando, solo dopo di ciò il cammino può diventare regolare.
    La Volpe, quindi, sta compiendo un eterno cammino zoppicante e, quindi, non ha la possibilità di accedere ad un altro livello di comprensione. La sua mente è limitata e oscurata dai bisogni materiali, per cui continuerà sempre ed inesorabilmente ad essere zoppa ed incapace di compiere una vera e propria iniziazione.
    Molto diverso è lo zoppicare di Geppetto, che va dalla sua officina a quella dell’amico Maestro Ciliegia, e viceversa, proseguendo un suo percorso creativo e trasmettendo agli altri la sua Materia Prima, assumendo, così il ruolo di collegamento da un’azione all’altra.

    Un simbolo pregnante del tempio massonico è la volta stellata, ovvero sul soffitto del tempio è dipinto il cielo, la notte e le stelle. Ciò rappresenta il cosmo, in tutte le religioni, e ha lo scopo di portare serenità di spirito e di stimolare, non tanto il sogno, bensì la meditazione. Per questo, la volta stellata dei Templi massonici è emblema di universalità e di trascendenza.
    In Pinocchio, troviamo l’evocazione di ciò nel Campo dei Miracoli, o Campo della stella, più volte citato, ove si enuncia la possibilità di una trasformazione e, qui, il burattino perde i metalli (monete). Questo concetto, viene ribadito più volte, ma il punto saliente è quello finale, all’uscita dal Pescecane, ove il cielo, oltre che tema di meditazione, diviene guida verso la meta.
    (…)
    Proseguendo in questo viaggio simbolico, passiamo ad analizzare un altro momento della storia, ovvero quando Pinocchio si trova dentro al Pescecane e soprattutto nel momento in cui incontra il vecchio padre. Questo luogo ha delle similitudini col Gabinetto di Riflessione massonico, in cui l’Apprendista è introdotto, prima dell’iniziazione, ovvero del passaggio di stato. Intanto, la scena che viene descritta nella fiaba è la seguente:

    “Trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco come se fosse di neve e panna montata”
    Il Gabinetto di Riflessione, è nero, così lo stomaco del Pescecane. Vi sono poste delle ossa, un cranio, un tavolino su cui giace un pezzo di pane, una brocca d’acqua e del sale. Anche nello stomaco dell’animale sono presenti resti di ogni tipo, ad indicare la temporaneità dell’esistenza e che tutto è destinato ad essere trasformato.
    Nel Gabinetto sono poste alle pareti queste frasi: “Se la curiosità ti ha condotto qui, vattene”, ad indicare che non deve essere questa l’intenzione con cui l’Apprendista inizia il suo percorso massonico, così come Pinocchio non deve essere più motivato da questa condizione, ma proseguire secondo coscienza.
    La seconda frase è: “Se la tua anima ha provato spavento, non andare più oltre”, ovvero non superare gli stessi limiti che contraddistinguono ogni personalità.
    Pinocchio, infatti, è spaventato, ma motivato nel proseguire nel suo intento, senza più farsi irretire da falsi messaggi.
    “Se perseveri, sarai purificato dagli Elementi, uscirai dall’abisso delle Tenebre, vedrai la Luce” è la terza frase, che pare abbastanza eloquente, soprattutto messa a confronto con quello che sta per succedere a Pinocchio. Infatti, egli è stato purificato dagli elementi, come abbiamo visto, Fuoco, Aria, Terra, Acqua. Uscirà dallo stomaco dell’animale (Tenebre) e vedrà la Luce, ovvero le stelle in cielo che lo guideranno, insieme alla luna che appare quanto mai splendente.

    Anche la candela infilata in una bottiglia di cristallo verde evoca il simbolo della luce all’interno delle tenebre. Il verde, poi, nella terminologia massonica rappresenta il testo della Tavola di Smeraldo, di Ermete Trismegisto, padre di ogni scienza magica, il quale affermava :

    E’ vero senza menzogna, è certo è tutto verissimo quello che dicono;
    Ciò che è in basso è come ciò che è in alto,
    e ciò che è in alto è come ciò che è in basso;
    con queste cose si fanno i miracoli di una cosa sola.


    Di conseguenza, il verde è il colore dello smeraldo e del Sacro Graal. Questo colore si lega ai quattro elementi e, in particolare, all’Acqua (Pescatore verde). Si connette anche alla decomposizione dei corpi e, per questo, diventa simbolo di rigenerazione, dal momento che la vita nasce dalla morte.

    Pinocchio massone
    Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
    Yasser Arafat

    Una religione senza guerra è zoppa.
    Ruhollāh Mosavi Khomeyni

  4. #4
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    Pinocchio? Un "fratellino" della loggia di Firenze
    di Cesare Medail, tratto dal sito www.harmoniauniversalis.org

    "Lunatici apostoli d'un simbolo politico e religioso, nel quale la mia natura, l'esperienza, la tradizione del mondo e dei miei studi mi vietan di credere": tra quegli "apostoli" Giovanni Prati collocava l'autore di Pinocchio, e Ferdinando Tempesti, uno dei maggiori studiosi di Collodi, commenta che la frase è "non poco sibillina fino a quando non si legge in quel simbolo il simbolo massonico".
    Se l'affiliazione del mazziniano Carlo Lorenzini alla libera muratoria era solo un'ipotesi, ora è divenuta certezza: nell'introduzione al Pinocchio appena uscito nei classici dell'Universale Feltrinelli, Tempesti reca come prova, oltre alla frase del Prati (1885), una lettera al Massone Pietro Barbera (1844), che termina: "In ogni modo mi creda, il fratello Collodi".
    Il più famoso burattino del mondo, dunque, è figlio di una loggia? Le infinite esegesi di un libro diffuso quanto la Bibbia e il Corano vanno rivedute alla luce dei simboli muratori? Fernando Tempesti cita addirittura uno studio basato su quest'ipotesi, Pinocchio e i simboli della "Grande Opera" (Editore Atanor, 1984), autori il sociologo Nicola Coco e lo specialista di dottrine ermetiche Alfredo Zambrano.
    I due studiosi riportano frammentarie notizie circa l'affiliazione di Lorenzini a una data obbedienza: la madre, per esempi, addolorata di avere un figlio massone, lo aveva convinto a fare atto di presenza alla messa di mezzogiorno in Santa Maria Maggiore, a Firenze; ma soprattutto ricostruiscono i rapporti fra Collodi e Ferdinando Martini, giornalista-editore fiorentino, al quale Carducci scrisse una lettera da massone a fratello e che fu collaboratore del Gran Maestro Lemmi, uno dei veri fondatori del Grande Oriente Italiano.
    Ebbene, sarà proprio Martini a pubblicare a puntate le Avventure di Pinocchio sul suo Giornale per i bambini. Dato che dopo l'unità d'Italia, i massoni (e in particolare, a Firenze, le logge Nuovo Campidoglio e Concordia) s'impegnarono a fondo nella rifondazione in chiave laica della pedagogia scolastica con un occhio di riguardo alla letteratura per l'infanzia ("togliere i fanciulli dalle ugne del clero", Rivista Massonica, 1873), è facile inquadrare l'attività di Martini, e quindi di Collodi, in tale disegno, tanto più che grande assente da Pinocchio è proprio "il substrato religioso ecclesiale", come notano Coco e Zambrano. Ma questo non è ancora sufficiente ad arruolare Collodi nella frammassoneria toscana.
    I due studiosi formulano tre ipotesi: a) Collodi era veramente iniziato e Pinocchio è la traduzione di un'esperienza esoterica opportunamente adattata al contesto politico-culturale; b) Fu solo il prestanome di un cenacolo massonico, come quando "diresse" il giornale di Martini; c) Fu il prestapenna di una "committenza" segreta. Gli scarni dati biografici circa il padre di Pinocchio non consentono di rispondere con certezza.
    Una circostanza, però, insieme con le nuove notizie di Tempesti depone a favore della tesi iniziatica: Lorenzini cambiò il proprio nome in Collodi nel '59, in coincidenza del suo trentatreesimo compleanno, cifra di alto significato nel processo di maturazione massonica: e verrebbe da cum-lode che, nelle saghe medievali, indica il ritrovamento del senno perduto (amlode, da cui Amleto).
    Ma le prove dell'ispirazione massonica di Pinocchio vanno cercate nel testo: una sorta di cammino iniziatico, scandito secondo le fasi della Grande Opera alchemica (la cui filosofia s'intreccia agli ideali massonici ottocenteschi). E' impensabile riassumere qui l'analisi dei simboli portata a sostegno di tale ipotesi, dal "serpente verde" di Goethe ai "grilli alchimisti" a alle "idee-balocchi" dei Colloqui per massoni di Lessing, per non parlare delle analogie coi Tarocchi (per tutte, Pinocchio impiccato come l'Appeso). Ci limitiamo a ricordare, al capitolo XXIII, la lapide della bambina dai capelli turchini abbandonata dal suo fratellino Pinocchio. Sarebbe la prima iniziazione del burattino, ufficialmente Fratellino, "ovvero ammesso a una prima gnosi effettiva", mentre la seconda avviene nel ventre del Pesce-cane dove trova una candela, un tavolo, residui di cibarie, vale a dire "un apparecchiamento cerimoniale tipico".
    Come spiegare, a questo punto, il successo multiculturale del figlio di una loggia toscana? Simboli e segni di riferimento appartengono a un linguaggio universale, adottato dalla maggioranza delle tradizioni e, di conseguenza, dalla fiaba: Collodi ha "attinto ad un piano simbolico che appartiene ad un mondo in cui vigono idee madri ed archetipi universali" scriveva nel '77, richiamandosi a Jung, lo psicoanalista Emilio Servadio (Passi sulla via iniziatica, Ed. Mediterranee). Sapendolo massone ed innamorato di Collodi, Tempesti scrive che Servadio gioirà nel ritrovarselo fratello; ma già in quel saggio aveva visto nel soggiorno di Pinocchio in una cavità oscura (il Pesce-cane), prima della mutazione finale, un'analogia "con il Gabinetto di riflessione in cui viene posto il profano prima dell'iniziazione massonica..."

    Pinocchio? Un "fratellino" della loggia di Firenze
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 22-07-13 alle 00:21
    Chiunque stia dalla parte di una giusta causa non può essere definito un terrorista.
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    Una religione senza guerra è zoppa.
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    Tutto quanto sopra è risaputo da molto tempo.
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

  6. #6
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    Mi domando perché un intervento di questo genere:<<Tutto quanto sopra è risaputo da molto tempo. >>
    Fa sempre piacere sentire e risentire queste tematiche e sopratutto ricordare il caro Zolla che ci ha aperto nuove conoscenze in un ambiente culturale asfitico e inconcludente!

  7. #7
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    Predefinito Pinocchio e gli archetipi

    Citazione Originariamente Scritto da Il Matto Visualizza Messaggio
    «IL Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile». Elémire Zolla, l'intellettuale italiano più introdotto nei segreti di Pinocchio (si veda il suo Uscite dal mondo pubblicato da Adelphi), risponde da iniziato, scegliendo le parole con cautela quasi sacrale e lasciando al fondo un che di enigmatico, un'eco di mistero. «Un bambino che legga con tutto il cuore questo libro ne esce trasformato. Diventa un'altra persona di cui non è lecito parlare».

    Elémire Zolla

    da Uscite dal mondo (Adelphi, 1992)


    In molte tradizioni è di prammatica esporre gli archetipi supremi in forma domestica, puerile. Perciò l'Europeo non capì la profondità delle favole che si raccontavano fra le tribù d'Africa e d'America, soltanto ora svelate per sistemi metafisici e cosmogonici. Si ricorre all'occultamento del sacro sotto cenciosi, impolverati ammanti perché null'altro consente altrettanto bene di sfuggire alla profanazione. E' questa la formula che ne garantisce la conservazione più sicura, ne affida la custodia alle vecchie e ai bambini. E un trucco meraviglioso perché massimo ostacolo a una comprensione reale e operativa della sapienza trascendente e dunque ostacolo principale dinanzi all'entrata nel regno degli archetipi è la superbia intellettuale. Mai il superbo si chinerà a scrutare con amore una realtà dimessa e nemmeno giungerà mai a sospettare che essa possa essere deliberata, come l'abbigliamento da pitocco del califfo Harun ar-Rashíd nelle Mille e una notte. Questo, del travestimento nella più modesta tra le forme, è un archetipo fra i maggiori. In verità è nientemeno che l'archetipo stesso dell'Incarnazione. Lo Harun ar-Rashid del novellino arabo, il principe in costume di mendico, ha origine nella notte della fiaba arcaica e iniziatica: è il rospetto-principe, ancor presente nel duca shakespeariano di Misura per misura. Questa la chiave che c'introdurrà nel Pinocchio.

    L'aspetto è di un raccontino quasi quasi in vernacolo, con ammicchi e capitomboli da circo, pervaso di popolaresca bonarietà. Passeranno oltre i superbi. O faranno mostra del loro vezzo preferito, sociologico o psicoanalitico che sia, accanendosi sulla moralità borghesotta che a loro parrà l'essenza dell'intrattenimento. Era ciò che da loro si voleva. Resterà il pubblico degli innocenti. Gli unici ai quali valga la pena di schiudere i misteri. In vernacolo, ridendo conviene esporre le cose più inaccessibili. Lo sapeva Tolstoj. Il suo Pierre Bezuchov frequenta esoteristi assai addottrinati, ma la sapienza gli sfugge fino al giorno in cui gliela mostra a rozzi e buffi proverbi e a gesti il contadino Platon Karataev.
    Le figure eterne sono in buona parte presenti in Pinocchio. Quella del burattino simbolico innanzitutto. Quella della donna beatificante o Vergine Sapienza: la fatina collodiana continua la tradizione di Beatrice e di Laura con sommo onore. Quella degli aiutanti e degli avversari soprannaturali che accompagnano o ostacolano il cammino dell'iniziazione. Quella del prologo nei cieli. Il demiurgo in molte tradizioni è un falegname e marionettaio. In sanscrito si dice sutradhara che vuol anche dire regista o architetto. La miseria e buffonaggine ovvero la caduta del mondo proviene in molte tradizioni arcaiche da un contrasto fra il Demiurgo cosmico e il Padre Celeste, narrato anche nelle cosmogonie gnostiche.




    Una delle versioni più squisite è il preludio del Pinocchio.
    L'archetipo della morte e della rinascita quasi dappertutto e sempre torna a vestirsi nella forma simbolica d'un inghiottimento nel ventre della balena o nelle sofferenze asinine o nel serpente verde che atterrisce, ma ha il segreto della rinascita. Oso proporre che quest'ultimo simbolo fosse suggerito a Collodi dalla versione che ne diede Goethe nella fiaba inclusa in Discorsi di emigrati tedeschi. Anche il serpente verde di Goethe deve fatalmente schiattare ed è contornato di fuochi fatui come in Collodi da lucciole. L'allegoria goetheana concerne i misteri alchemici e monetari dell'oro. La moltiplicazione dell'oro tangibile, della moneta, non è un fatto di natura, ma una suggestione metafisica. Questo, in soldoni, l'insegnamento goetheano. Uguale è quello del Collodi. Il serpente verde è il vero custode della trasmutazione e della rinascita. È un simbolo immemoriale. Compare in Claudiano, simbolo dell'eternità nell'antro della Natura, nonché di tutti i terrori che attendono chi voglia liberarsi dai limiti e dai ceppi, rinascere, appunto. Che Pinocchio proprio di questo tratti, Collodi fa dichiarare al suo burattino quando esso si deve acconciare a fare il cane da guardia: "Potessi rinascere un'altra volta". Non può pertanto Pinocchio sfuggire alle classiche prove dell'acqua col naufragio, del fuoco presso il pescatore, dell'aria durante il volo del colombo o Spirito. Non credo si trovi un episodio del Pinocchio che non si possa rintracciare in quel curioso mondo che è l'iconografia alchemica.
    Il paese dei barbagianni? E quello che si attraversa per andare nell'Eterna Sapienza, c'informa la prima vignetta dell'Amphitheatrum eternae sapientiae di Khunrat. Il campo di cui favoleggiano il gatto e la volpe? Che Collodi chiama proprio il "campo benedetto" o 'campo dei miracoli'? Lo troverete nel Mutus liber, il capolavoro dell'alchimia secentesca francese.
    E la formula per far crescere gli zecchini? È esattamente quella per rigenerare l'oro in alchimia. Due secchi d'acqua di fontana e una presa di sale: l'acqua della fons juventutis e un grano di sale della sapienza. Quello stesso sulla cui fabbricazione c'intrattiene Goethe in Poesia e verità.

    Pinocchio peraltro non è soltanto una rassegna di figure squisitamente ed esotericamente simboliche, ma contiene suggerimenti sottili su come si opera per liberarsi da se stessi, dalla propria natura di burattini utopisti, ricercatori di soluzioni umane, per rompere i propri limiti. Il primo suggerimento è frequentare i morti. Una morta. La fatina è una morta. È la femminilità eterna, epurata d'ogni traccia temporale. È l'idea della vergine matrice del cosmo come forza che dà nutrimento e forma al cosmo, plasmando, misurando, riparando.
    Per liberarsi dalla presa delle forze cosmiche vedendone la fine e il principio e la ragione, la matrice che le comprende, Collodi dà un suggerimento: "Imparare a vedere la fata nel sogno". Non diversamente Dante o Petrarca. Non diversamente Apuleio. Che altro distingue Lucio uomo da Lucio asino se non la consuetudine di vedere Iside in sogno? A chi volesse saperne di più da un moderno, suggerirei di leggere le novelle di William Butler Yeats. Perché di operazioni interiori precise si tratta, non di frasi graziose.
    Ma come sapere se chi accenna a tali cose - che si possono chiamare, con proprietà d'aggettivazione, abissali -parla per abbondanza di cuore e per esperienza? Conosco un solo reagente. Che dal tesoro del cuore estragga vibranti di vita, nuovi, estatici simboli degli eterni archetipi, simboli che lascino stranamente trasognati, come dei déjà vu, come delle visioni intraviste e irritrovabili, chiaramente non di questo mondo.
    Ebbene: quando mai altri hanno come il Collodi scostato all'improvviso la cortina del mondo quotidiano per svelarci in un estatico istante una capretta di lana turchina ritta su uno scoglio in un mare sconvolto? Solenne, strana incarnazione della Fata o Sapienza, essa non può nascere che da una verace conoscenza.




    Per la lettura avrei due suggerimenti stravaganti ma proficui. Il primo è una banale lettura allegorica: Pinocchio è l'emblema del fantasticare. D'accordo, è assai più d'un emblema, è un simbolo, ma un simbolo è fatto di una miriade di possibili allegorie e questa, di Pinocchio come personificazione del fantasticare, dà buoni frutti se messa all'uso proprio di ogni allegoria, tradurre le vicende del racconto a una a una in una moralità. Vediamo: utopistica, monotona e capricciosa, testarda e svogliata è la fantasticheria, chi voglia crescere deve scrollarsela di dosso e un uomo che davvero sia tale è una crescita ininterrotta. Occorre domare quel vizio, stroncandolo a bastonate, costringendolo ad acquattarsi e tremare, legandolo a un bindolo; alla fine ecco la meravigliosa metamorfosi, esso si tramuta in alata fantasia, dipinge nella nostra mente visioni eccelse, mostra "la Fata nel sogno".
    Questo sogno visionario chiude Pinocchio e ha l'effetto dei sogni terapeutici incubatori, redime mostrando un archetipo redentore. È stato preparato da altre apparizioni dell'archetipo durante il romanzo. Una di esse, cui già s'è accennato, ha i caratteri d'una vera e propria visione misterica; Pinocchio, facendo una nuotata, "vide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco; e su in cima allo scoglio, una bella Caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi. La cosa più singolare era questa: che la lana della Caprettina, invece di esser bianca o nera, o pallata di due colori, come quella delle altre capre, era invece turchina, ma d'un color turchino sfolgorante che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina". In India quando un pittore o uno scultore di cose sacre è chiamato a raffigurare la Natura madre di ogni cosa, dipinge o modella una caprettina, aja. Aja vuol dire tante cose in sanscrito, la sua radice indoeuropea è la stessa del latino agere: 'pascere, guidare'; indica l'avanzare d'una squadra e il capo che la sospinge, il raggio di luce, la luminescenza d'una pietra, l'Ariete che porta avanti l'anno, oltre al capro e alla capretta.

    Il secondo suggerimento che faccio è una divagazione che potrebbe perfino essere una supposizione. Che la "bella Bambina", la redentrice sia Iside e nasca per un curioso gioco della fantasia. Questo: figuriamoci una provincia toscana così com'è, linda, fredda, acida e bonaria, con i suoi paesaggi curati, i volti noti: tutto come lo conosciamo a menadito, e in essa ambientiamo la vicenda d'un burattino che diventa ragazzo. Ma con una stravagante condizione: la storia toscana si è svolta come si è svolta, salvo per la parte religiosa: in Toscana ancor oggi perdura il culto di Iside e a parlare della dea qualunque bambino capisce a volo. Il risultato è Pinocchio.
    Immaginiamo dunque che l'amore per Iside non cessasse attorno al 394 (in quell'anno il console romano che ancora celebrava ritualmente in pianto la pasqua isiaca subiva le volterriane risate del poeta che ghignava: quis te plangentem non risit?). Immaginiamo: le edicole della dea si scorgono ovunque, e quando si fa un eccezionale incontro con una donna misericordiosa, si esclama che in lei Iside s'incarna; si racconta a veglia la storia dell'uomo mutato in asino, che soltanto la dea può salvare, comparendogli, com'è suo uso, in sogno, a patto che egli versi tante lacrime (come quel tal console del 394, come Pinocchio); come nel mondo antico, si ritiene che Iside si manifesti inclinando i cuori all'amore dei genitori; ci si rivolge a lei, come faceva Tibullo, per esserne guariti dalle malattie. Ella ama le bestie come loro madre e ancora si fanno le processioni primaverili che Apuleio descrive, in onore di lei travestiti da animali (e quali potrebbero mai essere se non i tipici che ci stanno intorno, il grillo, il cane, la lumachina?). Ella è servita da animali. E' una madre, è una fanciulla.




    Leggiadro, delicato, abissale è l'atto di leggere Pinocchio a un bambino. Portiamo l'innocente tra le figure stesse che gli si parerebbero dinanzi (nientemeno) in una radura sacra della più selvaggia isola dei mari del Sud, nella capanna delle iniziazioni che vi si troverebbe adagiata simulante la forma di un pescecane. Introduciamo il piccolo al culto della Fata o Signora-degli-animali (in questa la identifica Citati) e intanto forse in questo stesso istante sulla grigia banchisa polare, dentro una nuda, buia capanna di ghiaccio, rannicchiato su se stesso, qualcuno proprio su di lei si sta allucinando fra superbe girandole di colori fantastici e la ravvisa, come il fanciullo a cui stiamo leggendo, nelle vertiginose metamorfosi da fanciullina a fulgida dama, a regina di animali appunto, mutevole misericordiosa ciclica come la matrice, come la luna.
    Osiamo far di più. Strappiamo al fanciullo ogni terreno conforto. Chi non ha bisogno di una parvenza, d'una speranza di giustizia? Chi non passa (perde) il suo tempo a dimostrare, a se stesso soprattutto, di aver ragione, di essere nel giusto? Chi lo farebbe se non credesse alla giustizia presente quaggiù? Solo un dandy sublime sa esclamare: "Che cattivo gusto aver ragione!". Collodi ci mostra come si fa a insegnarlo, con un tenebroso sorriso, perfino ai bambini, raccontando loro che a denunciare i ladri è naturale che si finisca in galera e quanto più si è nel giusto tanto più ci si rimanga; che se si vuole un condono è meglio farsi passare per criminali; che se si osa dare un ceffone a un burattino ingiurioso, ce la vedremo col popolo e con i gendarmi. Al tenero ascoltatore si rivela perfino che i burattini del teatro delle marionette si danno "le zuccate della vera e sincera fratellanza".

    Questa non è che una serie di cenni agli archetipi che Collodi aiuta a intuire. Uno, il primo, vorrei estendere un poco. Quello del Burattino. L'archetipo agì fortemente su Kleist, cui dettò il saggio sul teatro di marionette, e sul Goethe delle pagine sul teatro di marionette nel Wilhelm.
    La fonte occidentale più probabile è Marco Aurelio: "Ricordati che colui che tira i fili è questo Essere celato in noi, è Lui che suscita la nostra parola, la vita nostra, è lui l'Uomo ... cosa ben più divina delle passioni che ci rendono simili a marionette e nient'altro ". Identificarsi con quest'Uomo è la meta spirituale. Il burattino e l'asino sono versioni equivalenti del medesimo archetipo: la fatica della vittoria sulla condizione puramente naturale e meccanica. L'una usata da Marco Aurelio, l'altra da Apuleio, al medesimo fine. Collodi adoperò entrambe. Faticosa vittoria! Collodi mostra come per ottenerla si deve rinunciare a ogni fede nelle istituzioni umane, liberarsi interamente dalla illusione della giustizia e dell'utopia.




    Nel mito norreno della creazione l'uomo è un pezzo di legno. Lo animano gli dèi. Il legno è in greco la materia. Marionetta in greco è thaúma e Platone nel Teeteto gioca sulla parola dicendo che inizio del filosofare è thaumázein, meravigliarsi. Il legno - la meraviglia - l'inizio del cammino iniziatico, questa sequenza e questi bisticci platonici non ci danno forse l'avvio di Pinocchio? Così la conclusione dell'aurea operetta non è forse una reminiscenza del Fedro, dove si osserva che il più eccelso movimento, dunque la più alta vita, è quello autonomo, opposto al movimento del burattino?
    La città indù delle marionette di legno, rammentata da Coomaraswamy nel suo saggio Spiritual Paternity and the 'Puppet-Complex', è governata dall'unico essere cosciente. Coomaraswamy mostra come quel re e quella città siano analoghi al re del Graal e alla fortezza del Graal e come quel re coincida con l'essere misterioso per eccellenza, intimo a noi più di noi a noi stessi, di cui parla Dante nel primo canto del Paradiso, dicendo che "questi nei cor mortali è permotore" e "questi la terra in sé stringe". La sua vita è irriferibile, perciò di Pinocchio non più marionetta, ma liberato in vita, non c'è niente da dire.


    Elémire Zolla – da Uscite dal mondo (Adelphi, 1992)


    * Le illustrazioni (qualcuna un po' incerottata) fanno parte di un'edizione di Pinocchio del 1924. Grazie, Pcosta!
    Ultima modifica di Silvia; 09-11-11 alle 22:14

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    Ma gli intenti di Apuleio di Mandaura non furono sicuramente massonici. Lucio, l'uomo mutato in asino riesce nella metamorfosi, inversa, solo dopo aver partecipato ad una processione in onore della Dea Iside e di aver mangiato i petali delle rose (mistiche). Allora è la massoneria che ha preso a piene mani, e che inoltre pretende di avere le chiavi di un certo cammino, ma in realtà il Vero sapere si perde nell'antichità. Nei momenti di confusione si deve tornare alle origini e Apuleio ci parla e ci indica un percosrso iniziatico depurato da ogni inquinamento. Lucio incarna la realtà di ogni essere umano: asini che si possono trasmutare in uomini e poi ritornare così DEI.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    La verità è che siamo tutti come pinocchio. E dietro la maschera c'è sempre lo stesso personaggio.

    Il termine "persona" deriva dal latino persōna persōnam derivato probabilmente dall'etrusco[4] φersu[5], indi φersuna[6], che nelle iscrizioni tombali riportate in questa lingua indica "personaggi mascherati".

    http://it.wikipedia.org/wiki/Persona_%28filosofia%29

  10. #10
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    Predefinito Rif: Il burattino framassone

    PINOCCHIO ESOTERICO
    di Giacomo Maria Prati
    per Edicolaweb

    Pinocchio è un opera ricca di simboli, archetipi e significati occultati nella gradevole maschera della fiaba.

    Solo tre autori hanno approfondito questi aspetti: Elemire Zolla, il Cardinale G. Biffi e il critico G. Manganelli.


    (...)

    Edicolaweb - PINOCCHIO ESOTERICO - di Giacomo Maria Prati


    Andrea Balestri interpreta Pinocchio nel capolavoro di Comencini
    Immagine tratta dal sito La Repubblica.it - Homepage
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

 

 
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