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  1. #1
    puttuio!
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    Predefinito I pazienti intubati finiscono su Facebook

    Foto visibili a tutti sul profilo di un'infermiera. Un medico: «È un fatto inaudito»

    MILANO — Un banale album fotografico tra colleghi di reparto. Come ce ne sono tanti. Infermieri e medici che sorridono alla macchina fotografica, approfittando di qualche momento di relax in ospedale. E che si scambiano in Rete commenti innocenti: «grande doctor!», «che tempi», «sembra Natale». Peccato che, tra una foto di gruppo e quella di uno spuntino, tra una flebo e una camminata in corsia, l'obiettivo abbia catturato anche l'immagine dei pazienti ricoverati nella terapia intensiva. Anziani intubati e incoscienti. E che, senza saperlo, dalle stanze dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine sono finiti direttamente su Internet. Perché le immagini sono state incautamente pubblicate da un'infermiera sul proprio profilo di Facebook e sono adesso visibili a tutti. Senza alcuna restrizione: chiunque può sfogliarle con un clic.

    La segnalazione è arrivata da un lettore di Corriere.it. «Nulla di male che medici e infermieri si fotografino tra loro — scrive —. Quello che è sconcertante è che in alcune di queste fotografie appaiano anche dei pazienti. Dov'è il rispetto della privacy di queste persone?». Un errore probabilmente commesso in buona fede, ma anche un esempio dell'uso disinvolto che si fa spesso della Rete e dei social network. Le foto, 48 in totale, sembrano infatti una versione casereccia della celebre serie americana Grey’s Anatomy. Se non fosse per quelle due o tre immagini di pazienti ignari e offerti, senza filtri, al pubblico del Web.

    «Cado dalle nuvole, questo è un fatto inaudito — sbotta Filippo Erice, uno dei medici che appaiono in alcune delle immagini pubblicate (non in quelle con i pazienti) —. Si trattava semplicemente di foto ricordo. Soltanto un imbecille può averle pubblicate su Internet. È come se organizzassi un party all'interno del reparto di terapia intensiva. Qualcosa di gravissimo. Chi entra qua dentro dovrebbe avere un maggiore senso di responsabilità». Certo, un album su Facebook non è così facilmente rintracciabile da chiunque, ma resta in ogni caso la possibilità che quelle foto possano essere viste da tutti. Scaricate e diffuse. Alla faccia del diritto alla riservatezza dei pazienti.

    Bastava forse che l’infermiera limitasse ai propri amici la possibilità di visualizzare l'album? «Sarebbe stato comunque uno sbaglio — puntualizza il medico —. Io mi sono lasciato fotografare con piacere, ma non avrei mai permesso che le mie immagini finissero in Rete. Volevo soltanto che fossero conservate dalla collega o dal collega. Chi ha deciso di mettere tutto in Rete ha fatto un torto anche a me. Ma soprattutto lo ha fatto ai nostri pazienti. Se fossi uno dei loro familiari, sarei incavolato nero. Questo è un reparto ad altissima intensità di lavoro. Spero soltanto che il responsabile non abbia utilizzato i computer dell’ospedale per i suoi passatempi personali». Magari è stata una leggerezza. «Macché. Nel nostro reparto, all’ingresso, c’è una galleria fotografica che mostra cosa facciamo qua dentro. E in nessuna di queste foto c’è la faccia di un paziente. Quando le persone entrano, trovano solo i volti sorridenti del personale. E nemmeno quelle le metteremmo online».

    Nel frattempo, la direzione generale dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Udine ha deciso di avviare accertamenti, vietando l'utilizzo di Facebook ai propri dipendenti. Carlo Favaretti, direttore dell'ospedale Santa Maria della Misericordia, ha definito la vicenda «di una gravità assoluta».

    Poche settimane fa, era stato proprio il Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, a lanciare un avvertimento: «Estendendo l’uso della Rete e dei social network come Facebook, attraverso i quali la gente mette sul Web informazioni sui propri comportamenti, cresce il rischio che utilizzando un semplice motore di ricerca in qualunque momento chiunque può venire a conoscere queste informazioni. Internet è una grande opportunità, ma si deve sapere che ciò che viene messo in Rete vivrà di una vita propria sfuggendo al nostro controllo». Finché si tratta di dati e immagini personali, ognuno rischia per sé. Davanti alla salute delle persone, sarebbe meglio tenere chiusa la porta del Web.

    Fonte
    L'imitazione è la più sincera forma di adulazione.(Charles Caleb Colton)

  2. #2
    webmonster
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    Predefinito Riferimento: I pazienti intubati finiscono su Facebook

    posso ben capire che cosa devono avere provato i malati e i loro cari. Qusta morbosità di sbattere tutto in piazza senza mai fermarsi un millisecondo a chiedersi se si fa del male a qualcuno, se si ha il diritto di fare qualcosa a qualcun altro è sconcertante, soprattutto da parte di chi a qualsiasi titolo lavora nell'ambito sanitario-

  3. #3
    puttuio!
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    Predefinito Riferimento: I pazienti intubati finiscono su Facebook

    Citazione Originariamente Scritto da fulvia Visualizza Messaggio
    posso ben capire che cosa devono avere provato i malati e i loro cari. Qusta morbosità di sbattere tutto in piazza senza mai fermarsi un millisecondo a chiedersi se si fa del male a qualcuno, se si ha il diritto di fare qualcosa a qualcun altro è sconcertante, soprattutto da parte di chi a qualsiasi titolo lavora nell'ambito sanitario-

    :giagia:
    L'imitazione è la più sincera forma di adulazione.(Charles Caleb Colton)

  4. #4
    webmonster
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    Predefinito Riferimento: I pazienti intubati finiscono su Facebook

    Racconterò una cosa che non ho mai raccontato a nessuno, ma che è stata vista da molti miei colleghi ad un congresso. Mia madre è stata in rianimazione tre mesi e mezzo. E' stata salvata per il rotto della cuffia da un trattamento considerato allora sperimentale. La sua storia fa parte, anonimamente, di una casistica che ha avuto risonanza mondiale, primo caso trattato al mondo. Mi capita di andare a vedere, dopo qualche anno, un minicongresso su questa tecnica. Il medico che parla è uno di coloro che hanno salvato la vita di mia mamma, mi faccio coraggio anche se per me è ancora un incubo terrificante e assisto al congresso. Si proiettano dati, per me è dura anche solo vedere i numeri. Beh, l'utima proiezione sullo schermo, inaspettata, è stata una foto di mia madre. Non visibile in viso, ma era lei, in rianimazione, intubata e collegata alla macchina che le ha salvato la vita. Sono svenuta. Mi hanno chiesto scusa e tolto quell'immagine, ripeto solo io potevo riconoscerla. Ma capisco davvero cosa possono avere provato queste persone. Lo dico dal profondo del cuore.

 

 

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