IL PORTO DELLE ILLUSIONI -
DUE PAROLE SU PIERO CIAMPI
Quando ho scoperto Piero Ciampi, o quando lui mi ha incontrato (non so bene…), inizialmente tramite i suoi dischi, successivamente con le poesie, mi ha subito colpito questo amore per il dettaglio che colloca tra le strofe, in maniera apparentemente sbadata, ma totalmente efficace.
Lui sapeva bene che l’inafferrabilità, l’inconsistenza di questa vita, altro non è che una successione di immagini pronte a destabilizzare la ragione e i programmi di una vita in un qualsiasi momento; basta un’intersezione giusta o sbagliata, a stravolgerci; forse irrimediabilmente.
Quando si parla o si sente (nel senso proprio di to feel) attraverso lui, si percorrono non solo luoghi fisici, ma regioni dello spirito, dell’anima, è una toponomastica più profonda, più densa e dettagliata che sa indicarci esattamente l’origine e il posto di alcune cose; quelle cose che in genere sono assopite, lui ce le fa riaffiorare su di una superficie lucida, talvolta mostrate in una vividezza meravigliosamente crudele, in maniera estrema, in tutta la loro autenticità.
Da Livorno a Milano, da Milano a Roma, da Roma alla Francia, sempre un viaggio, in viaggio tra la gente, tra le parole, gli eventi, tra le regioni dei propri ricordi, dei propri sentimenti, dei propri presenti che automaticamente diventano poesia su un qualche tovagliolo, come una confessione a se stesso con la quale poi magari pulirsi la bocca; tutto dunque largamente metaforico, di un modo di essere, di un modo di vivere questo o quel presente scarabocchiato in poesie sì svolazzanti, ma sempre incise in maniera lancinante e profonda, come una colpa.
Alcune espressioni che poi sono stati d’animo non possono che essere tali ieri, oggi, domani, con o senza noi, ci attraversano e talvolta li facciamo nostri, perché li sentiamo vicini, adeguati, esatti; perché sono dettagli di sensazioni, alle quali noi stessi non sappiamo rispondere o peggio ancora, delle quali non riusciamo a formulare l’origine; ma non dimentichiamoci che stanno vivendo di una loro propria autonomia.
Proprio l’autenticità credo sia la caratteristica chiave di Piero Ciampi che non parla mai per metafore o giri di parole (magari di significato sì!), lui è chiaro, non è un Jacques Brel che chiede di essere l’ombra della propria donna o appunto l’ombra del proprio cane, Piero ne “Il lavoro”, è se stesso sempre, anche nell’abbandono non gioca in proiezioni altre; “C’è la mia ombra che chiede asilo”, ma l’ombra è sempre la sua, è lui ad essere costantemente in discussione.
Ciampi non va frainteso, cosa che spesso accade se adocchiato solo in superficie; è una tridimensionalità complessa senza volerlo, in tutta la sua disperazione e disillusione amorevole; con questa sua esclusivissima fragilità forte e battagliera a volte arriva con un’immediatezza mai banale, come una visione, un’epifania d’ascolto o di lettura.
Non c’entrano poi molto il maledettismo, l’auto-distruttività, il menefreghismo se non si intendono in lui altri elementi a mio avviso fondamentali, quale l’ironia e l’auto-ironia con cui accetta questa impossibilità di affrontare serenamente la vita, l’amore che inietta in tutte le tematiche che affronta; tutto diviene così gestito da una certa dolcezza umoristica, dal chiedere le note al merlo, a Ti ricordi via Macrobio? Qualche volta eri felice…, al dover chiedere scusa alla propria compagna per essere senza una lira promettendole “però” e “chissà”, forse al più presto un transatlantico, così gli altri non rideranno più di loro; lui è dolce, anche se iperbolico.
Ciampi è anche un poeta che supera le convenzioni poetiche alla Isaac Newton, e in qualche modo entra in gioco anche la relatività;lui si pone al di fuori, nell’ottica dell’osservatore, prende la jeep, fa passeggiare Cristo nel parco perché in fin dei conti è tutti e nessuno, si oppone al “precipitare” e fa salire il paralitico sul fico… Le vicende qui sì, dipendono dall’osservatore, e se c’è una gravità assoluta, beh Piero se ne frega; lui corre.
Spesso nei suoi testi compaiono frequentemente parole come “Tu”, e come “No”, c he se ci si pensa possono essere intese in una sorta di contrapposizione; in “Tu” c’è sempre l’amore, inteso come interazione, come incontro con un'altra persona, col mondo stesso, nel quale tutto lo svolgibile è ammesso, mentre in “No” coagula la negazione di fronte ad un evento, ad una richiesta, anche se si tratta di una negazione dinamica e guerriera, (difatti lui lo diceva: “Il no è un guerriero…”) con la quale un soldato è pronto a dichiarasi sul fronte, anche con la possibilità di perdere la battaglia, che spesso per Piero è una battaglia con il mondo, con il quale accetta qualche compromesso per una parziale conciliazione (ma ricordiamoci: ”Più di così no!).
Il suo talvolta diviene anche un “No”supplichevole in cui la negazione è rivolta alla donna amata, e in due parole forti come una disperazione quasi ironica lo dice: “Tu no, tu non puoi andare via, tu non devi andare via”, come a dire: “Pensaci bene se te ne vai, cosa mi combini? Ho sbagliato, sì, ma se te ne vai io poi come faccio? Qualche volta alla fin fine con me eri anche felice; pensaci bene…”
Tutto si ricollega alle sue radici, una Livorno che si trascina nell’anima e nel tempo, l’amore verso la madre affetta troppo presto da una demenza che non potrà garantire a Piero e ai suoi fratelli una vera presenza; è un’assenza irrecuperabile, un’assenza che assedia, un viso di primavera che vive nei giardini, tra gli abbracci dei fiori, ma ormai forse troppo distante...
Piero per primo lo dichiara “La jungla comincia in famiglia”, e quello che dice lui lo sente davvero, si percepisce; poi fa qualche altro passo e in un altro brano dice: “La vera guerra si combatte con il cuore, non con le armi, per questo io sono un eroe…”, e ritorna sempre lì, puntuale, nella capitale dei sentimenti.
Piero Ciampi trasforma il verbo in carne (forse lui lo avrebbe preferito in vino…!), ma le sue parole appaiono come un corpo fisico, sono una morfologia tangibile, non è il suo un linguaggio di mediazione, ma di essenza; è un intreccio di visioni e sensazioni che tramutano, si trasmutano in brandelli di versi da sovrapporre o sostituire, quando capita, e se capita, oggi ad una base musicale, domani ad un’altra.
A sentirli per intero, provini e varianti sembrano gli stessi abiti rammendati e adattati, a volte alla meglio, altre con cura infinita, comunque sia sempre vestibilissimi anche quando aggiustati e improvvisati all’ultimo momento.
È questa coerenza intrinseca che non gli permette il totale sbandamento, oscilla, si riprende, fa finta di nulla e gli riesce pure bene.
Insomma a volte deve perdere la ragione per stare calmo, e poi riparte per la sua strada con chi la può condividere.
La vita stessa ci getta in pasto al caso e può capitare che la disorganizzazione prenda la meglio, nostro malgrado; pur imprecando, credere davvero di trovare un piano di fuga o di organizzazione forse diviene presunzione.
Tutto va preso con serietà e Piero lo aveva capito per primo che “La vita è una cosa che prende, porta e spedisce”, ma soprattutto spedisce, vien da dire.
Almeno, se dovremo (e si sa che dovremo...), “scendere nel gorgo muti”, poterci togliere il dubbio se quel mutismo sarà di rassegnazione o di stupore.
Io spero di stupore.
Del resto, Piero stesso diceva: ”La morte mi fa ridere, la vita no!”
Gisela Scerman
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