La storia di frate Giuda e della sua zappa


“…Se accaderà fra queste alpestre rupi lasciar il mio corpo esanime, pregherò Iddio, ch’è la Verità Istessa, che accolga il mio spirito in pace ….”
Pietro Giannone

Era l’alba della domenica di Pasqua dell’anno 1741.
Giuda risaliva lentamente il sentiero tenendo la testa bassa, mentre sulle spalle portava un sacco pieno di patate. Nonostante la fatica, Giuda sorrideva perché pensava che con quel sacco di patate che aveva sulle spalle, malgrado fosse difficile tenere la testa a posto ben dritta, per lui era comunque più difficile tenere a posto i pensieri. Quasi che la posizione della testa, piegata in quel modo sotto il peso del sacco, fosse la causa del fatto che i ricordi ora gli tornassero alla mente fuggevoli, confusi.
Giuda sapeva che le patate erano originarie delle Americhe. Ormai erano passati due secoli e mezzo da quando il navigatore genovese Cristoforo Colombo aveva scoperto il continente americano.
La storia della scoperta delle Americhe gli era stata raccontata quando era ancora poco più che un bambino e in principio aveva riempito Giuda di sgomento e perplessità, quasi di incredulità. Diversi anni dopo, un anziano cappuccino, che aveva studiato molto, lo aveva istruito e gli aveva fatto vedere, facendo ruotare il dito indice prima verso destra poi verso sinistra sulla superficie di una grossa mela, com’era possibile su un corpo sferico come la Terra navigare verso Occidente per raggiungere l’Oriente spiegandogli poi che proprio lì, tra Oriente e Occidente, dove nessuno prima di Colombo se lo era mai immaginato, si trovavano le Americhe. Allora aveva capito: aveva imparato a fare quel gesto con il dito e, ogni volta che raccoglieva una patata un po’ più grossa delle altre, mentre la ripuliva dal sottile strato di terra, gli piaceva ripeterlo. Così, proprio in quel modo, se l’era impressa bene nella mente la storia della scoperta delle Americhe.
Dal frate aveva saputo che la patata è nativa dell’America meridionale, che era stata portata in Europa alla fine del XVI secolo e che non è un frutto, ma un tubero, una parte sotterranea del fusto che accumula sostanze di riserva. Il vecchio cappuccino, inoltre, lo pregava sempre garbatamente di mantenere una certa discrezione circa i suoi insegnamenti perché, diceva, erano ancora tempi duri per chi, soprattutto tra gli uomini di chiesa, dimostrava di amare troppo le novità. Così, malgrado le diffidenze di alcuni religiosi circa il nutrirsi di tutto ciò che nasce e si sviluppa crescendo senza mai vedere il cielo né la luce del sole, e di altri, circa le analogie tra la patata e la velenosa belladonna, Giuda, dopo averci ragionato a modo suo, aveva invece iniziato a coltivarle. E, se fossero state veramente velenose, ormai, da quel giorno in cui le aveva mangiate per la prima volta insieme al frate scienziato, dopo averle fatte cuocere in acqua bollente e condite con un po’ di olio e di sale, sarebbe dovuto morire almeno cento volte!
In seguito, mentre nelle campagne il consumo delle patate si stava diffondendo, lui aveva imparato ad apprezzarle soprattutto per le loro semplici qualità: un modesto spazio di terra era più che sufficiente per ricavarne una discreta quantità, si conservavano a lungo e si cuocevano senza alcuna difficoltà.
Per i poveri e gli affamati, quel tubero, che avrebbe anche potuto sostituire degnamente il pane, era più di una benedizione, era un vero dono di Dio!
*** ***

A differenza della scoperta dell’America e delle patate, lavorare la terra con la zappa per lui non era mai stata una novità. Malgrado la fatica, c’erano almeno due ragioni per cui zappare gli piaceva e lo rendeva sereno.
Tutti amiamo possedere qualcosa. Anche tra i santi più poveri, ce ne sono alcuni che, come vuole la tradizione, vengono raffigurati con animali e oggetti di loro proprietà che costituiscono il loro segno distintivo, il loro principale attributo di identificazione.
Un giorno, tanti anni prima quando era ragazzo e ancora non sapeva nulla delle patate, suo padre lo chiamò, gli porse una zappa nuova e gli disse: “Ecco, Giuda, questa zappa è tua. Mi raccomando: tienila e usala come va tenuta e usata una zappa!”.
Lui, a parte qualche indumento personale, necessario e indispensabile, non aveva mai posseduto nulla e quella zappa fu e sarebbe rimasta l’unica cosa sua almeno fino alla morte dei suoi genitori.
Un po’ di tempo dopo, e questa è la seconda ragione, zappando nell’orto Giuda notò che la sua posizione non era dissimile da quella dei fedeli più pii durante la preghiera: la schiena un po’ curva, le braccia protese un po’ piegate, la testa china in avanti…
Che gioia gli aveva procurato quella straordinaria scoperta! Certo, aveva poi osservato più attentamente, pregando si sta in ginocchio, ma vuoi mettere la fatica che implica lo zappare!
Aver individuato quella precisa somiglianza tra il gesto dello zappare e la posizione della preghiera, non lo fece mai sentire nel peccato anzi, quando gli tornava alla mente, ritrovava la forza e lo stimolo, alzava le braccia ed affondava la zappa con maggior vigore.
Proprio in una di quelle occasioni, Giuda si accorse che quel pensiero si stava poco per volta trasformando in preghiera. Sì, egli aveva iniziato a pregare. Ma non con parole sue, perché lui non avrebbe saputo cosa dire, cosa chiedere. Recitava una delle preghiere che aveva imparato da bambino, quella che Gesù aveva insegnato ai suoi apostoli. Pensò che fosse giusto pregare per ringraziare Dio di avergli dato la gioia di zappare, seminare e raccogliere. Il rumore di migliaia di colpi di zappa, tutti diversi l’uno dall’altro, accompagnava quasi sempre le parole della stessa preghiera: “Pater noster, qui es in caelis: …”
Giuda pregava e zappava, zappava e pregava …
Passarono diversi anni. Il giorno di venerdì santo del 1708, mentre come al solito era chino con la sua zappa e recitava un Agnus Dei: “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi: miserére nobis…” , proprio nel momento in cui chiedeva pietà a Dio - e aveva capito che tutti, e perciò anche lui, abbiamo bisogno di quella pietà - gli sembrò di averlo di fronte Dio, o che fosse al massimo dietro qualche roccia lì vicino, oppure, addirittura, con lui lì di fianco a zappare. Sopraffatto da quella sensazione celeste, per un discreto lasso di tempo, senza accorgersene Giuda aveva affondato la zappa molte volte, troppe volte nello stesso punto. D’improvviso si era ripreso, e aveva visto che la buca si era fatta particolarmente profonda. L’aveva allargata un poco, aveva posato la zappa, aveva raccolto una pietra un po’ più grande delle altre, l’aveva messa di fronte alla buca e, pur non sapendo scrivere, aveva immaginato che, proprio come si vede su tutte le tombe nei cimiteri, sulla pietra ci fosse scolpita la frase: “Giuda – l’amico di Dio, uomo buono”.
Per quanto di malvagio richiama alla mente di ogni cristiano, il suo nome scritto in quel modo su quella lapide lo aveva finalmente fatto sentire importante.
Poi, riguardando la fossa, che era quasi pronta per accoglierlo, mancavano soltanto pochi colpi di zappa là dove ci sarebbero dovuti stare le gambe e i piedi, si persuase d’aver peccato di superbia.
Deluso di sé, aveva osservato ancora la pietra, l’aveva raccolta e aveva pensato: “Quando sarò morto, chi poserà questa lapide sulla mia fossa? Chi verrà su questa collina a ricordarsi di me? Chissà se qualcuno saprà mai che io ero amico di Dio e che, malgrado il mio nome, sono stato un uomo buono?”
*** ***

Intanto, il sentiero si era fatto più stretto, per non cadere era necessario prestare più attenzione al cammino, Giuda udiva solo il rumore dei propri passi...
“Lodato sii, mio Signore, per frate Silenzio e per sorella Eternità...”
Chiuse nel sacco, le patate sballottavano dando l’impressione di voler uscire, come la preghiera di Gesù dalla testa china del frate: “Pater noster, qui es in caelis; sanctificétur nomen tuum; advéniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in caelo, et in terra; Panem nostrum cotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo”. *** ***
Dopo aver gettato la pietra, Giuda era rientrato nella sua misera capanna, si era sdraiato sul pagliericcio e si era addormentato subito. La mattina successiva, si era svegliato inquieto perché durante la notte aveva fatto un brutto sogno.
Era in chiesa, circondato da altri fedeli e lavoratori della terra come lui, il sacerdote era sul pulpito, teneva nella mano sinistra un vangelo e tutti attendevano che parlasse. Con il braccio destro disteso e leggermente sollevato, l’indice della mano puntato dritto verso di loro, con voce dura e sentenziosa il sacerdote aveva detto:
“In principio era la zappa,
e la zappa era presso Dio,
e la zappa era Dio.
La zappa era in principio presso Dio.
Tutte le cose furono fatte per mezzo della zappa,
e nulla fu fatto senza la zappa
di quanto è stato fatto.”
Erano le parole iniziali del Vangelo di Giovanni, ma il sacerdote le aveva mutate rendendole grottesche e sacrileghe. I fedeli erano sbalorditi, ma alcuni di loro sembravano anche misteriosamente soddisfatti. Il sacerdote li aveva ripresi e perentorio, ammonendoli, aveva detto “Giovanni ci ha mentito, in principio non fu il Verbo, né la zappa! In principio, molto prima della Luce, furono le tenebre! Giammai il Signore le creò, perché esse erano prima di Dio stesso e tutti, dopo la morte corporale, siamo destinati a raggiungerle! No, nonostante la Passione e il Sacrificio di Cristo sulla croce, non si ripeterà per le turbe il miracolo della resurrezione!”.
Che cosa significava quel terribile sogno?
Il rumore di un tuono lo scosse.
*** ***


Giuda continuava a salire. Un piede qui, l’altro là, no non lì, lì c’è una pietra, un po’ più in là, ecco lì, oltre quel ramo che sporge… Camminare sul sentiero è difficile quasi come tenere a posto i pensieri in testa. I pensieri non si sa mai bene dove vadano, sul sentiero si cerca con precisione il punto per avanzare senza urtare gli ostacoli, senza incespicare e cadere, ogni passo è diverso dal precedente e dal successivo, ogni passo è unico, come i colpi della zappa. Sotto il peso del sacco, il frate buono recita sempre la stessa preghiera, quella insegnata da Gesù: “Pater noster, qui es in caelis: sanctificétur nomen tuum;…
*** ***

Il sabato santo di trentatre anni prima, Giuda sentì il rumore del tuono. Si precipitò fuori, ma il cielo era completamente sereno. Trepidante, quasi sconvolto, prese la sua zappa e corse a zappare, ma nonostante la schiena piegata, le braccia protese e la testa china non riuscì a pregare. Aveva creduto, ne era stato certo, che quel tuono fosse un richiamo di Dio che finalmente voleva farsi sentire dall’amico Giuda.
Ma lui che cosa Gli avrebbe risposto? E poi, come si fa a rispondere al tuono?
Si rese conto d’aver peccato di superbia per la seconda volta.
Addolorato, ripensò ai suoi genitori. A suo padre Filippo, che poco prima di morire gli aveva svelato il mistero della scelta del suo nome: “Giuda fu il nostro antenato che si convertì alla fede cristiana. Il suo, il tuo nome nella lingua degli ebrei significa: lodato, sostenitore di Dio.”
Tre mesi dopo era morta sua madre. L’aveva trovata di sera nella capanna distesa a terra senza più vita, con un filo di sangue che le usciva dalla bocca….
Il pensiero del volto sereno di lei, più ancora di quello di suo padre, lo avvolse come un’immensa malinconia e un grido silenzioso gli salì nel profondo…
Oh madre, madre che mi portasti dentro di te,
Oh madre, madre che mi facesti nascere,
Oh madre che mi proteggevi,
Oh madre che mi sorridevi,
Oh madre che mi stringevi...
Il sogno gli aveva rivelato quello che evidentemente era già dentro di lui. Morti i suoi genitori, intorno e vicino non aveva più nessuno, solo il silenzio. Con la storia delle preghiere e della zappa aveva superato un limite: “Ho zappato tanto e pregato anche di più,” pensò, “ma io, oltre a credermi amico di Dio, chi amo? E chi, chi ama me? Che valore ha essere buoni se nessuno lo sa?…No, non basta essere buoni se nessuno lo sa…”.
Glorificare Dio pregando e zappando in quella solitudine non era sufficiente. Nella preghiera del Padre, Gesù gli indicava quello che voleva da lui. Decise che avrebbe aiutato Dio a realizzare la Sua volontà, a dare il pane quotidiano, a perdonare chi Lo aveva offeso… come si aiuta un amico, avrebbe aiutato Dio a liberare, per quelle che erano le sue piccole forze, gli uomini dal male. Raccolse nella capanna quelle poche cose personali che gli appartenevano, tra le quali una piccola, vecchia croce di legno appesa al muro sopra il pagliericcio, prese la zappa ed il rastrello e si avviò verso il luogo dove poteva fare quello che aveva in mente.
Raggiunto il convento dei cappuccini, lo accolse un frate al quale raccontò la sua storia. Questi, quando seppe che era nato nel 1676, gli chiese se voleva cambiare il suo nome in quello di Marco, onorando così l’Evangelista, ma soprattutto in memoria del frate cappuccino friulano Marco d’Aviano, il padre taumaturgo vissuto nel secolo precedente, morto da pochi anni e ritenuto quasi come un santo dai fratelli dell’Ordine, il quale aveva compiuto il suo primo miracolo proprio in quell’anno e la cui predicazione era stata decisiva per tenere unito l’esercito cristiano quando nel 1683 aveva liberato Vienna dall’assedio dei turchi. Giuda rispose che preferiva tenere il nome che aveva, perché con quello era stato battezzato e per lui sarebbe stato un continuo richiamo, un’esortazione perenne a tenere fede alla scelta che aveva deciso di intraprendere.
Il frate lo osservò meglio: alto, magro con la schiena un po’ curva, le mani grandi di chi ha sempre lavorato la terra, con le dita nodose, il viso scavato coperto da una modesta barba incolta e lo accolse pensando che, se non altro, oltre che a zappare nell’orto, sarebbe stato utile alla ricostruzione della chiesa e del nuovo convento.
*** ***


Il sole si era levato, Cristo era risorto, Giuda ultimò la sua preghiera: “…Et ne nos inducas in tentationem; sed libera nos a malo.” Il sentiero terminava allargandosi in un piccolo spiazzo limitato, a monte, da un muro con un cancello. Era l’ingresso delle prigioni del Forte di Ceva.
Era giunto a destinazione ed era un po’ stanco, posò a terra il sacco di patate, accostò il viso tra le sbarre del cancello e chiamò: “Guardia … sono frate Giuda, del convento dei cappuccini …“
Lo udì il carceriere più anziano e lo riconobbe subito perché lo aveva visto presso l’infermeria dell’ospedale occuparsi dei malati. In quell’occasione, il carceriere accompagnava un soldato ferito e non aveva potuto fare a meno di osservarlo dopo averlo sentito chiamare per nome. Aveva visto Giuda aiutare i malati e pregare presso i morenti, quasi tutti vittime della loro estrema povertà, e aveva avuto l’impressione che quell’umile frate si occupasse di loro non perché la miseria chiede pietà, che pure è una gran cosa, ma perché la povertà pretende giustizia.
Il carceriere era un brav’uomo con quasi tutti i capelli bianchi e, forse proprio a causa del suo lavoro e delle centinaia di condannati conosciuti, ogni tanto era assalito dal dubbio che la vita, e non solo quella dei reclusi, non sia fare, ma scontare.
“Venite, padre, entrate pure,” disse il carceriere aprendo il cancello, “Qual buon vento vi porta da queste parti il giorno della santa Pasqua? Non avete trovato per la festa di oggi un itinerario verso un luogo meno infelice della prigione di una fortezza?”
“Oh, figliolo, ho portato queste patate che io stesso ho coltivato per voi soldati e… mi raccomando… per i detenuti” rispose Giuda, trascinando il sacco all’interno e porgendolo ad un’altra guardia.
“Grazie padre” disse il carceriere. Poi, quasi esitando, proseguì “Dato che siete qui, padre, c’è una cosa… un favore, che vorrei chiedervi…”
Giuda ascoltava.
“C’è un detenuto molto malato… si tratta di un filosofo napoletano… un eretico che ha abiurato, che sta scontando la pena…” continuò il carceriere.
“Lo so, figliolo, in verità è soprattutto per lui che sono salito qui da voi al Forte” disse Giuda, quasi interrompendolo.
La guardia, dopo un attimo di perplessità, gli fece cenno di seguirlo.
Entrarono in una cella vicino all’ingresso del carcere. La porta era solo socchiusa, il locale era costituito da una stretta anticamera e da una stanza. Sulla destra dell’ingresso di quest’ultima, c’era un tavolo sul quale erano impilati alcuni libri, carta e inchiostro, quant’è necessario per scrivere, poco più in là c’erano una sedia e uno sgabello. Sul tavolaccio di fronte all’ingresso era sdraiato il detenuto malato.
“Si chiama Pietro, ha 65 anni,” mormorò la guardia, indicandolo.
Giuda pensò che avevano la stessa età.
“Sono oltre due anni che è chiuso qui” continuò la guardia, “ed è sofferente da oltre quattro mesi… temo che sia giunto alla fine… Chiamatemi se ne avete bisogno” e uscì, riaccostando la porta.
Pietro, che li aveva uditi entrare, si volse un poco e vide Giuda. “Un frate, qui… Ma come? non sapete, padre, che i frati e i monaci di Napoli furono i primi ad accusarmi di essere un eretico miscredente?” disse con una debole voce. La sua fronte era umida di sudore, il viso quasi scheletrico e pallido, doveva avere la febbre alta.
“Figliolo, ho portato delle patate per la festa di Pasqua e ce ne sono anche per voi” disse Giuda, avvicinandosi.
“ Pensate forse, padre, di strapparmi il perdono per i vostri fratelli napoletani?” disse Pietro, “Bene, sappiate allora che li ho già perdonati tanto tempo fa. Come vi chiamate?” chiese.
“Il mio nome è Giuda” rispose il frate.
“Giuda…” ripeté Pietro, “Ah …non ille Iscariotes,… ” disse in latino dopo una breve riflessione, e continuò “…Vero, padre? Ma piuttosto Il fratello di Giacomo Minore, Giuda Taddeo, l’apostolo che durante l’Ultima Cena chiese a Gesù come mai avesse deciso di manifestarsi solo a loro e non al mondo intero. A nord di Miolans, la fortezza della Savoia dove fui recluso, il santo Giuda Taddeo è molto stimato, il suo culto è abbastanza diffuso e coloro che hanno beneficiato della sua intercessione lo ritengono il santo delle cause disperate….” concluse debolmente.
“Figliolo, così vi affaticate troppo, state tranquillo, riposate…” disse Giuda “Sappiate che tutti i santi sono ben disposti per le cause disperate…”
“Padre” mormorò infine Pietro, “Ho avuto tanta fede, per quanto ho potuto, ho praticato la carità, ma ho perso la speranza…” . La sua voce s’interruppe, chiuse gli occhi e il suo respiro si fece appena percettibile. Giuda si inginocchiò di fianco al tavolaccio e prese tra le mani i polsi del vecchio filosofo infermo. Avvertiva in quei polsi il battito veloce del suo cuore.
A mezzogiorno, il vecchio carceriere entrò per portare qualcosa da mangiare, ma non osando disturbare, lasciò sul tavolo del formaggio, del pane, acqua e alcune mele.
Verso sera, quel battito d’ammalato, che durante tutta la giornata aveva scandito il ritmo delle preghiere, divenne più lento finché evocò il rumore dei colpi di una zappa e si confuse con il battito del cuore del frate. Solo allora Giuda lasciò i polsi di Pietro, si alzò, lo benedisse e uscì appena in tempo per ridiscendere a Ceva e rientrare al convento dei frati cappuccini prima che si facesse notte.
Il giorno successivo era Lunedì dell’Angelo. Quando il carceriere entrò, Pietro aveva appena aperto gli occhi, la sua fronte era asciutta e il respiro regolare. La guardia gli chiese se aveva fame e gli offrì, insieme al cibo che era ancora intatto sul tavolo, due grosse patate bollite appena condite con olio e sale. Pietro mangiò con appetito e il carceriere capì che sarebbe guarito. Sulla coperta che lo copriva, quasi sotto il guanciale Pietro trovò un piccola, vecchia croce di legno e pensò che il frate l’avesse dimenticata. La conservò appesa sopra il tavolaccio, ma non ebbe più modo di restituirgliela perché non si videro più. Decise che la croce è un dono e la tenne per sé.
*** ***
Post Scriptum
Il filosofo napoletano Pietro Giannone (1676-1748), autore del Triregno e della Istoria civile del Regno di Napoli, fu rinchiuso nel carcere del Forte di Ceva dal 17 giugno 1738 al primo settembre 1744. Qui scrisse le pagine finali della sua “Vita di Pietro Giannone” che narra delle sue vicende fino al 1740 e che così si conclude:
- 1740 -
“Quest’anno, per gli eccessivi freddi e per la morte di Clemente XII, seguita a’ 6 febbraio, fu memorabile siccome per l’elezione del nuovo papa Lambertini seguita li 16 agosto; ma assai più memorabile per la morte dell’imperadore, da me saputa la domenica 30 ottobre, seguita in Vienna li 20 del suddetto mese.
Pure a principi di novembre m’infermai, e durò la malattia fino ad aprile del seguente anno.”

**Fine**
Gennaio 2007