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    Predefinito Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    [Lab & Ricerca] I sindacati dalla difesa del salario alla difesa del “sistema”

    giovedì 14 aprile 2011 Scritto da Nicolò Cavalli

    [Lab & Ricerca] I sindacati dalla difesa del salario alla difesa del

    Siamo decisamente lieti di riuscire a presentarvi una sintesi dei risultati di una ricerca, in corso di pubblicazione, che Lucio Baccaro, docente all’Università di Ginevra, ha recentemente raccolto nel suo paper “Similar structures, different outcomes: The Surprising Resilience of Corporatist Policy-Making in Europe.” I risultati raccolti ci sono apparsi robusti e soprattutto molto significativi. Un punto di partenza essenziale per chiunque voglia condurre un ragionamento sensato su ciò che accade nella società europea, e su come rispondere alle sfide contemporanee liberi dalle visioni abbacinanti del passato.




    Con il termine corporativismo si intende quel sistema istituzionale, più o meno formalizzato, in cui grandi organizzazioni, cui viene riconosciuta la rappresentanza di intere categorie sociali, cooperano reciprocamente e con le autorità costituite per l’articolazione dei propri interessi, anche partecipando ai processi di creazione e implementazione delle politiche pubbliche.

    E’ oggi largamente sostenuto che il corporativismo è stato un prodotto storico squisitamente novecentesco: nato all’alba del secolo breve, con il fascismo italiano come eminente esempio, la fine della contrapposizione tra i blocchi ne avrebbe sancita la fine, essendo, con il crollo del muro di Berlno, venute a cadere le ragioni d’esistenza della più compiuta strutturazione corporativa, la socialdemocrazia tedesca e scandinava, basata sulla contrattazione tripartita tra stato e parti sociali, quali sindacati degli imprenditori e dei lavoratori.

    Nel suo articolo Similar Structures, Different Outcomes: Corporatism’s Surprising Resilience and Transformation, Lucio Baccaro, un dottorato all’Università di Pavia e uno al MIT prima di ottenere la cattedra di Macro-Sociologia all’Università di Ginevra, mette in discussione questo concetto di successo, secondo cui il «Corporativismo come modello di politica economica è stato in passato un’importante alternativa istituzionale al capitalismo liberale, ma è essenzialmente morto a causa degli effetti combinati della globalizzazione, dell’integrazione Europea, del cambiamento tecnologico e di una generalizzata offensiva dei datori di lavoro.»

    Il suo studio, che sarà pubblicato nel 2011, analizza l’evoluzione delle relazioni industriali in 16 nazioni economicamente avanzate lungo un periodo di oltre 30 anni, dal 1974 al 2005, estrapolando da un ampio set di dati un “indice di corporativismo”, composto da due elementi tra loro complementari: una misura della contrattazione salariale tra imprenditori e sindacati dei lavoratori (ossia della misura in cui i salari corrisposti sono frutto di contrattazione) e una misura della partecipazione delle parti sociali ai processi di policy-making in tre aree principali: politiche macroeconomiche, politiche sociali e politiche riguardanti il mercato del lavoro.


    Come mostrato dalla Figura 1, «C’è effettivamente stato un declino del corporativismo tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80, ma questo declino è stato seguito da una rinascita negli anni ’90.» Il corporativismo, insomma, non è morto: esso è piuttosto andato incontro ad una serie di rilevanti cambiamenti. «L’indice per il periodo che va dal 1974 al 1989, […] posiziona Belgio, Svezia, Austria e altri paesi scandinavi in testa; US, Canada, Francia, Regno Unito e Italia in fondo alla classifica, e la Germania in una posizione mediana. [...] Tuttavia, il ranking per il periodo 1990-2005 è piuttosto differente. Due paesi, Italia e Irlanda, aumentano considerevolmente il proprio risultato [scalando rispettivamente 7 e 10 posizioni e divenendo il quinto e primo tra i paesi sindacalizzati, ndr], Australia e Svezia cadono sul fondo.»




    Disaggregando l’indice corporativo nelle sue due componenti [Fig.2a e 2b], è sorprendente notare come un pressoché costante declino del coordinamento salariale tra imprenditori e associazioni dei lavoratori sia accompagnato da una contestuale ascesa della partecipazione dei sindacati ai processi di policy-making. Il nuovo corporativismo, nato a partire dagli anni ’90, con Italia e Irlanda quali suoi principali alfieri, è dunque un fenomeno molto differente da quello degli anni ’70, quello della sua maggiore fioritura, l’epoca d’oro del corporativismo: il nuovo corporativismo appare caratterizzato da una più spiccata istituzionalizzazione materiale del ruolo delle organizzazioni di categoria, proprio mentre la forza reale di tali organizzazioni va diminuendo, come è possibile notare valutando il generalizzato trend di forte calo della “densità sindacale” nei paesi analizzati («La densità sindacale è diminuita dal 64 al 56% in Irlanda tra il 1983 e il 1987, e dal 45 al 39% tra il 1984 e il 1992 in Italia.» Per densità sindacale si intende la quota di lavoratori iscritti a sindacati sul totale dei lavoratori occupati, esclusi i pensionati, ndr)


    [Lab & Ricerca] I sindacati dalla difesa del salario alla difesa del

    (non riesco a trovare il link per la seconda immagine)

    A questo punto, Baccaro si domanda in che misura tali mutate caratteristiche conducano ad esiti sostanzialmente differenti rispetto a quelli che hanno caratterizzato il sistema corporativo in passato: «Uno dei più robusti risultati nella letteratura quantitativa è quello secondo cui le caratteristiche istituzionali del sistema di relazioni industriali, in particolare la densità sindacale e la struttura di contrattazione collettiva centralizzata o coordinata, conducono ad una maggiore eguaglianza economica […] Il nuovo corporativismo degli anni ’90 ha effetti livellanti simili a quello precedente?»

    Al termine di un’attenta analisi econometrica (e dei problemi statistici cui questa è sottoposta), Baccaro conclude che «Il nuovo corporativismo appare meno redistributivo rispetto a quello dell’età d’oro. Inoltre, mentre il corporativismo dell’epoca precedente non aveva alcuna relazione rispetto alla quota dei salari sul reddito nazionale, nel nuovo corporativismo i salari tendono ad aumentare a un ritmo minore rispetto alla produttività del lavoro.» Il che significa che il corporativismo nato a partire dagli anni 90 è caratterizzato da una redistribuzione del reddito dal lavoro verso il capitale, ossia da un aumento della competitività internazionale ottenuto tramite compressione dei salari.



    In sintesi, quando si considera il periodo che parte dal 1990 e raggiunge il 2005, «L’effetto del corporativismo nella riduzione della diseguaglianza è circa tre volte più piccolo di quello del precedente periodo, 1974-1989.» La dimensione del welfare state rimane invece «Significativamente negativamente associato con la diseguaglianza e questa variabile sembra poter spiegare gran parte delle differenze tra i Paesi»: le nazioni che avranno mantenuto il più possibile inalterati i loro sistemi di welfare, spesso nati dalla collaborazione tra forze sindacali e governi di colore socialdemocratico, saranno anche quelle in cui sarà stato minore l’aumento nella diseguaglianza sociale.

    In conclusione, dunque, «L’analisi supporta le seguenti conclusioni: 1) che il policy-making corporativo non è morto, contrariamente a quanto previsto, ma che esso ha piuttosto vissuto una sorprendente risorgenza negli anni ’90; 2) che il nuovo corporativismo è meno concentrato sulla redistribuzione e più concentrato sulla competitività economica rispetto al corporativismo precedente.»

    Il corporativismo dell’età d’oro era, infatti, un elemento fondamentale in un contesto di politiche di ispirazione keynesiana, volte alla piena occupazione della forza lavoro: «Evitando di usare completamente il proprio potere di mercato nella sfera della determinazione dei salari – spiega Baccaro – i sindacati dei lavoratori entravano in uno “scambio politico” con i governi, scambio che permetteva di ottenere una serie di riforme strutturali (come, ad esempio, l’espansione della spesa pubblica, la demercificazione dei servizi pubblici, eccetera) e maggiori livelli di eguaglianza economica rispetto ad altre economie capitaliste a comparabili livelli di sviluppo.»

    Tuttavia, a partire dalla fine degli accordi di Bretton Woods (1971), il mutamento di una serie di condizioni e politiche macroeconomiche a livello internazionale (tra cui la politica reaganiana di alti tassi di interesse e la deregolamentazione sul controllo dei capitali) ha fortemente ridotto lo spazio di negoziazione a disposizione delle associazioni sindacali che, da un parte, si mostravano sempre meno in grado di far rispettare gli accordi sottoscritti e, dall’altra, venivano bypassate nei meccanismi di moderazione dell’inflazione, ottenuta non più tramite compressione dei salari ma attraverso politiche monetarie restrittive, pur se al costo di maggiori tassi di disoccupazione. Di fronte a tali circostanze, «I datori di lavoro hanno iniziato a percepire il coinvolgimento dei sindacati dei lavoratori nella contrattazione collettiva nazionale e nelle politiche pubbliche non più come un inevitabile costo da pagare per la pace sociale e la stabilità economica, ma piuttosto come una costosa e inefficiente rigidità di cui ci si sarebbe potuti tranquillamente sbarazzare.»

    La transizione verso un regime di tipo neo-liberale, secondo la dottrina del Whasington Consensus, condivisa da OCSE e Commissione Europea, tuttavia, richiedeva l’imposizione al corpo sociale di riforme che includevano «Non solamente moderazione salariale, come in passato, ma anche rettitudine fiscale (implicante una razionalizzazione del settore pubblico), liberalizzazione del mercato del lavoro, ristrutturazione dei sistemi di welfare. Queste riforme avrebbero ridotto molti benefici, ristretto le possibilità di elezione dei governi riformatori, e trasferito i rischi da stato e imprenditori verso lavoratori e cittadini […] Quei governi che, a causa della loro limitata forza parlamentare o elettorale, erano incapaci o indisposti ad approvare unilateralmente tutta quella serie di riforme, che era ad essi più o meno imposta da costrizioni economiche internazionali, trovarono nei patti corporativi una conveniente via per facilitare i processi di riforma delle politiche.

    «I sindacati si trovarono di fronte alla spiacevole alternativa di acconsentire a queste contrattazioni macro-concessive o rifiutarsi totalmente di partecipare. Lo scambio politico come quid pro quo tra moderazione salariale e maggiore protezione sociale spariva virtualmente e la maggior parte dei budget pubblici erano troppo deficitari per permettere ai governi il pagamento di contropartite significative. Dove lo scambio continuò ad essere praticato (come in Irlanda e Finlandia), esso barattava moderazione dei salari per riduzioni fiscali, cioè misure volte a incentivare il consumo privato invece di quello pubblico.»

    Che fossero motivati dalla volontà di rafforzare il proprio ruolo e la propria visibilità, dalla considerazione dell’interesse generale del paese o dalla razionale valutazione della mancanza di alternative credibili, sta di fatto che i sindacati si sono trovati a ratificare politiche che svantaggiavano le categorie che questi avrebbero dovuto rappresentare, spesso in cambio del semplice diritto alla partecipazioni ai tavoli dove le decisioni venivano prese, tentando di rendere più digeribili gli angoli più spigolosi di tali politiche, ma senza mai metterne in discussione la direzione fondamentale.

    Allo scopo di legittimare l’accettazione di tali riforme, «In paesi come Irlanda e Italia, i sindacati dei lavoratori si sono affidati alla democrazia e al dibattito per coinvolgere i loro membri. In particolare, prima di firmare i vari patti, essi hanno organizzato assemblee sui luoghi di lavoro e referendum dei lavoratori, impegnandosi ad attenersi al risultato del voto della maggioranza», in questo modo marginalizzando le fazioni più radicali, caratterizzate da preferenze intense e maggiormente pronte alla mobilitazione, ma minoritarie. Allo stesso tempo, «E’ probabile che le procedure democratiche non solo abbiano aggregato preferenze predeterminate, ma anzi abbiano contribuito a plasmare le stesse. Il voto veniva preceduto da assemblee nelle quali i leader usavano vari argomenti, per lo più pragmatici, ma anche etico-morali, per spiegare perché occorreva prendere tali decisioni […] Questo processo di democrazia discorsiva […] favorì l’emergere di consenso verso riforme sgradevoli.» I sindacati, insomma, persa la legittimità “politica” delle loro scelte, derivante dal fatto che queste avevano in passato effetti positivi sulle categorie interessate (output legitimacy), si sono affidati ad un accrescimento della legittimità procedurale delle stesse scelte, ottenendo risposte positive dalla maggioranza dei lavoratori e così permettendo ai governi di attuare riforme estremamente delicate con la piena legittimità derivante dal consenso del corpo sociale.

    «Come prezzo per la loro collaborazione, i sindacati hanno domandato, e spesso ottenuto, di essere protetti come istituzioni. Questo ha implicato che i membri principali dei sindacati, lavoratori di sesso maschile in età avanzata, sono stati meno toccati dai tagli e dalle liberalizzazioni, ma al prezzo di riversare i costi su altre categorie; come giovani lavoratori e lavoratori a tempo determinato. Questa strategia sembra incapace di arrestare, per non dire invertire, la crisi organizzativa dei sindacati. […] Essi rimangono attori importanti per ogni piano di rivitalizzazione di politiche egualitarie. Tuttavia, è improbabile che i sindacati possano mostrarsi all’altezza del proprio potenziale se non saranno in grado di ricostruire il proprio potere dove questo conta di più: tra i lavoratori.»

  2. #2
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    Lucio Baccaro è docente di Macro-sociologia presso l’Università di Ginevra dopo una laurea “summa cum laude” in filosofia presso La Sapienza, un MBA, un dottorato a Pavia e un secondo dottorato al prestigioso MIT, Massachusetts Institut of Technology. Dal 2004 al 2005 e’ stato ‘Head of Research’ presso l’istituto di ricerca dell’International Labour Organization (ILO). I suoi interessi si focalizzano sull’interazione tra forze economiche e sociali, e sul modo in cui tale interazione modella le norme che regolano le società capitalistiche contemporanee, con particolare attenzione al mondo del lavoro e al welfare state. E’ con orgoglio che Labouratorio presenta questa intervista.


    [Lab intervista Baccaro] I sindacati? Destinati a scomparire | Labouratorio


    Professor Baccaro, in che relazione i risultati del suo articolo si pongono con la letteratura precedente sul tema?

    La letteratura precedente considera il corporativismo, un tema molto caldo alcuni anni fa, poi sostanzialmente abbandonato, come un capitolo chiuso. Questa ricerca mostra che il corporativismo e’ vivo e vegeto come forma istituzionale, ma non costituisce piu’ un’alternativa negoziata al modello di capitalismo liberale dominante. Semmai favorisce l’approvazione di riforme di impronta neoliberale anche in paesi istituzionalmente ‘densi’ come i paesi dell’Europa continentale.


    La sua analisi mette in luce come il “nuovo corporativismo” sia associato ad effetti minori di riduzione della diseguaglianza e anzi ad una redistribuzione del rischio dal capitale al lavoro e del reddito dal lavoro al capitale. Questo processo appare come un processo irreversibile? Avrebbe senso pensare di tornare ad un modello improntato sul “vecchio corporativismo”?

    Chi fa scienza sociale si comporta come la ‘nottola di Minerva’, che si leva sempre sul far del tramonto, ossia guarda al passato piu’ che al futuro, e nessuna delle scienze sociali e’ particolarmente brava a fare previsioni. Tuttavia, sulla base di quel che sappiamo, il ritorno a modelli di corporatismo nazionale redistributivo sembra assai improbabile, a meno che il quadro dell’economia internazionale non cambi radicalmente. A dirla in breve, occorrebbe che gli effetti della globalizzazione si annullino, che si ritorni ad un quadro macroeconomico simile a quello degli anni ’70 con uno spazio ed un’autonomia per politiche economiche nazionali assai maggiori che nella situazione attuale, dei sindacati molto piu’ forti e rappresentativi, e oltre a questo occorrerebbero parecchie altre cose.


    Buona parte del dibattito oggi riguardante i sindacati, ma più in generale le riforme sociali ed economiche, si rimettono alla contemplazione dell’oggettività dei processi economici globali, i quali imporrebbero ben precise scelte. Quanto questo discorso è, appunto, “oggettivo” e quanto invece frutto di una determinata volontà politica? Insomma, esiste uno spazio per politiche di segno opposto rispetto a quelle teorizzate dal Washington Consensus o esse sono dettate dalla cogenza delle trasformazioni strutturali dell’economia internazionale?

    Io sono dell’opinione che i vincoli dell’economia internazionale siano abbastanza cogenti e che gli attori nazionali, malgrado le differenze di impostazione ideologica, facciano sostanzialmente le stesse cose. Le differenze ci sono, ovviamente, ma sono piu’ di dettaglio che di sostanza. Questa opinione non e’ condivisa da molti, direi la maggior parte, dei miei colleghi che si occupano di questi fenomeni, per i quali non c’e’ nessun processo di convergenza tra modelli nazionali. Io penso che perche’ politiche di segno opposte rispetto a quelle mainstream siano fattibili e’ necessario che cambi profondamente il quadro macroeconomico internazionale. Gli effetti della crisi finanziaria internazionale, e soprattutto i tentativi di riregolazione della finanza internazionale, avrebbero potuto determinare questo tipo di situazione. Ma mi sembra che la finestra di opportunita’ si sia ormai chiusa. Detto questo, occorre distinguere tra ragione e volonta’, tra quel che e’ fattibile, e quel che e’ auspicabile. Un operatore politico fa quel che ritiene possibile dati i vincoli che si ritrova davanti. Un idealista articola un nuovo sistema di valori, indipendentemente dalla loro praticabilita’. Se tutti gli attori politici internalizzano i suddetti vincoli, se nessuno si mobilita per metterli in questione, allora nessun cambiamento e’ possibile. E’ per questo che i movimenti di mobilitazione collettiva, anche ‘ingenui’, sono per me estremamente importanti. Solo se un numero sufficiente di individui crede che c’e’ un’alternativa, per quanto irrealista essa possa sembrare, l’alternativa esiste.


    La crisi organizzativa in cui si trovano oggi i sindacati è testimoniata da una forte diminuzione del numero di iscritti e probabilmente anche della fiducia nel loro operato. Lei tuttavia sostiene che il movimento sindacale continua a rimanere una forza fondamentale per la “organizzazione” dell’uguaglianza in una società. E’ allora possibile che i sindacati escano dalla crisi in cui si trovano? E come?

    Non so se i sindacati usciranno dalla crisi di rappresentanza, che e’ profonda e che tocca tutti i movimenti sindacali nazionali che conosco, compresi quelli dei paesi in via di sviluppo. Sicuramente non e’ un problema soggettivo, di strategia: se fosse un problema di strategia, per ragioni puramente statistiche, qualcuno troverebbe la giusta via. La mia previsione (fallibile, come tutte le previsioni) e’ che tra cento anni si parlerà dei sindacati nella stessa maniera in cui parliamo ora delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi agricoli: una volta erano estremamente importanti, oggi esistono ancora ma sono marginali. Sicuramente la scomparsa dei sindacati sara’ un fenomeno graduale e per molti anni ancora gli attori politici si troveranno a fare i conti con loro.


    Per quale motivo i sindacati si sono trovati ad accettare e gestire riforme che, fino a poco tempo prima, nessuno avrebbe pensato ipotizzabili? E com’è possibile che non vi sia stata una forte opposizione del tessuto sociale, ma anzi una sostanziale accettazione delle stesse?

    La risposta e’ quella offerta da Margaret Thatcher: ‘There Is No Alternative’ (TINA). Se ci mettiamo dal punto di vista dei decisori sindacali non e’ che le alternative fossero particolarmente invitanti. Prendiamo il caso dell’Italia. Se i sindacati non firmano la riforma delle pensioni del 1995 o del 2007, ci sono buone possibilita’ che torni Berlusconi (o chi per lui) e ne faccia una ancora piu’ penalizzante.


    Che dialettica c’è stata, nel movimento sindacale, tra i gruppi favorevoli a tentare di “governare” le riforme neo-liberali e invece le frange minoritarie e riottose? Vi è stato un vero dibattito di prospettiva e strategia? E quanto hanno influito, in questo processo, le posizioni dei partiti storicamente più vicini ai sindacati?

    La mia impressione e’ che a livello politico non ci sia stato nessun dibattito vero: la sinistra italiana, storicamente una fucina di innovazioni culturali cui hanno attinto i politologi internazionali per decenni, non ha proposto nessuna analisi innovativa, ha semplicemente interiorizzato le ricette neoliberali dominanti – per esempio che la disoccupazione e’ dovuta a rigidita’ del mercato del lavoro, che la crescita richiede ‘riforme strutturali’ (ma cosa saranno mai?), ecc. – cercando di renderle socialmente piu’ gestibili e digeribili. In generale, si e’ proposta di governare i processi di ristrutturazione internazionale. Al massimo ha abbracciato l’ideologia della terza via elaborata altrove, tutta centrata sul miglioramento delle opportunita’ individuali di impiegabilita’ e di sviluppo del capitale umano. Occorre dire tuttavia che in Italia lo spazio di azione politica autonoma e’ reso ancor piu’ limitato che altrove dall’enorme peso del debito pubblico. A livello sindacale ci sono invece delle frange di resistenza, sempre piu’ limitate in termini numerici, e da decenni ridotte alla sola CGIL, ma non mi sembra che queste frange abbiano saputo produrre molto piu’ che la difesa della cittadella assediata delle situazioni pre-esistenti.


    Nel suo articolo, Lei afferma che la partecipazione dei sindacati ai tavoli del policy-making ha fatto in modo che le categorie maggiormente rappresentate nelle strutture sindacali stesse (i cosiddetti insider), siano stati toccati in maniera minore rispetto ai lavoratori appartenenti a categorie non sindacalizzate, come giovani e lavoratori temporanei. A cosa può condurre, anche in prospettiva, questa dialettica tra insider e outsider?

    E’ una situazione molto pericolosa per il sindacato. Se perde, oltre ai membri, la legittimita’, se (come negli Stati Uniti) e’ percepito come ‘special interest’ invece che portatore di interessi e progetti almeno potenzialmente generali, il sindacato e’ finito. Ma e’ anche una situazione molto difficile da gestire. Il riequilibrio tra insider e outsider richiede una ridistribuzione interna. Questa e’ molto piu’ facile da attuare quando il paese cresce del 3% all’anno. Si tratta di far crescere di meno i gruppi piu’ favoriti, e di piu’ gli altri. Ma quando, come dal 1992 a questa parte, il paese e’ fermo il riequilibrio richiede perdite secche per qualcuno, e questo e’ molto difficile per qualsiasi organizzazione, non solo il sindacato.


    Anche a causa della cristallizzazione dei benefici in ambito lavorativo, le giovani generazioni si trovano spesso ai margini del mondo dell’impiego. Cresce il fenomeno dei NEET (not in employment, education or training) e la disoccupazione in Italia raggiunge il 28% nelle fasce d’età giovanili, tanto che da molti viene sostenuto come il vero sistema di welfare italiano sia la famiglia. In questo modo, tuttavia, il vincolo di dipendenza tra figli e genitori si solidifica e si protrae nel tempo, al rischio di intaccare l’autonomia delle giovani generazioni. Potrebbe essere la disponibilità di questo paracadute a fare in modo che gli outsider non riescano ad organizzarsi per la difesa dei propri interessi?

    Certo, la presenza di forti legami di solidarieta’ endofamiliare, con la pensione del nonno che sovvenziona la disoccupazione o inattivita’ del nipote, potrebbe spiegare perche’ gli esclusi non percepiscano ancora la situazione come catastrofica, e quindi perche’ non si organizzino per cambiarla, anche solo come semplice meccanismo di difesa. Tuttavia, le teorie principali sulla mobilitazione collettiva sostengono che quel che spiega meglio la mobilitazione collettiva non e’ la presenza di ‘grievances’, ossia di situazioni di disagio, ma di forme organizzative pre-esistenti anche se legate ad altre tematiche, e di risorse associate. E’ una situazione che non so spiegarmi, se non ricorrendo a categorie molto generali di stampo culturalista: il fatto che l’Italia, soprattutto al Sud, sia un paese rassegnato, che non ci sia mai stato un processo di mobilitazione nazionale, che l’attitudine generale sia quella del ‘piegati giunco che passa la piena’.


    Se il policy-making corporativo di “nuova generazione” si è dimostrato deleterio per il welfare delle nazioni in cui questo è stato maggiormente attuato (come in Italia, dove il 45% del reddito è detenuto dal 10% della popolazione), quale altro tipo di assetto delle relazioni industriali è immaginabile? Esiste la possibilità di sviluppare un nuovo e differente modello di organizzazione del lavoro nei paesi considerati?


    Non direi che il policy-making corporativo sia stato deleterio. Semplicemente, che i suoi risultati non sono molto diversi da altri tipi di formazione delle politiche pubbliche. Quanto all’assetto delle relazioni industriali, io non sono a priori contro la contrattazione nazionale. Credo anzi che in alcuni casi sia indispensabile. Lo scambio politico in particolare permette ai sindacati di allargare la sfera di influenza dal mercato del lavoro a quello delle politiche pubbliche. Tuttavia, per contrattare occorre essere forti, e avere delle alternative strategiche. Dunque il problema del sindacato e’ quello ritornare a far bene il proprio mestiere di rappresentanza dei lavoratori sui luoghi di lavoro; di tutti i lavoratori e in tutti i luoghi di lavoro. Non sono sicuro che i sindacati ci riusciranno, ma lo spero.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    Argh, qualcuno mi editi il titolo per piacere, volevo scrivere dalla difesa del salario alla difesa del sistema

  4. #4
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    Non so se i sindacati usciranno dalla crisi di rappresentanza, che e’ profonda e che tocca tutti i movimenti sindacali nazionali che conosco, compresi quelli dei paesi in via di sviluppo. Sicuramente non e’ un problema soggettivo, di strategia: se fosse un problema di strategia, per ragioni puramente statistiche, qualcuno troverebbe la giusta via. La mia previsione (fallibile, come tutte le previsioni) e’ che tra cento anni si parlerà dei sindacati nella stessa maniera in cui parliamo ora delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi agricoli: una volta erano estremamente importanti, oggi esistono ancora ma sono marginali. Sicuramente la scomparsa dei sindacati sara’ un fenomeno graduale e per molti anni ancora gli attori politici si troveranno a fare i conti con loro.
    Speriamo!
    Bisogna ridare forza al contratto individuale, far sì che ogni lavoratore possa trattare le condizioni del lavoro, liberalizzare completamente il mercato, in modo da permettere una mobilità estrema, privatizzare la previdenza e l'assicurazione contro gli infortuni, subordinare il contratto collettivo (qualora ve ne fossero) all'individuale e non il contrario, abolire i minimi.
    Insomma, anche il mercato del lavoro deve essere liberalizzato del tutto.
    Ciò che oggi è considerata "conquista sindacale" (art. 18 St. Lav., min. sindacale, superminimo, ecc.) un giorno verrà considerata come un vetusto ed inattuabile freno al mercato del lavoro, alla libertà individuale e di contrattazione.
    Mi pare si vada, grazie al cielo, sempre più in questa direzione. Il sindacato è destinato a scomparire.
    “E quando ci si ammala? Che cosa si deve fare?” “Non c’è altro da fare che fermarsi. E sarà la natura stessa che, a lasciarla fare, un po’ alla volta si risolleverà dal disordine in cui è caduta”.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    Non capisco una cosa, i contratti collettivi vengono visti come distorsione del mercato del lavoro.
    Ok, ma per dirla in modo populistico come piace a me, a sto giro anche vietare per legge lo sfruttamento del lavoro minorile è una distorsione del mercato.
    Questa contrattazione individuale dovrà pure avere una cornice legale, ma a cosa la riduciamo se siamo disposti a spostare sempre più in là l'asticella dei diritti?
    "esiste in mezzo al tempo la possibilità di un'isola"

  6. #6
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    Citazione Originariamente Scritto da Ping Pong Visualizza Messaggio
    Speriamo!
    Bisogna ridare forza al contratto individuale, far sì che ogni lavoratore possa trattare le condizioni del lavoro, liberalizzare completamente il mercato, in modo da permettere una mobilità estrema, privatizzare la previdenza e l'assicurazione contro gli infortuni, subordinare il contratto collettivo (qualora ve ne fossero) all'individuale e non il contrario, abolire i minimi.
    Insomma, anche il mercato del lavoro deve essere liberalizzato del tutto.
    Ciò che oggi è considerata "conquista sindacale" (art. 18 St. Lav., min. sindacale, superminimo, ecc.) un giorno verrà considerata come un vetusto ed inattuabile freno al mercato del lavoro, alla libertà individuale e di contrattazione.
    Mi pare si vada, grazie al cielo, sempre più in questa direzione. Il sindacato è destinato a scomparire.
    Brrrrrr, speriamo di no
    certo, con l'aiuto dei sindacati di sistema, che in Italia si chiamano CISL e UIL, e di pezzi o semivenduti o fuori dal tempo della CGIL, state messi un pezzo avanti, ma non è detta l'ultima

  7. #7
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    Citazione Originariamente Scritto da ummagumma Visualizza Messaggio
    Non capisco una cosa, i contratti collettivi vengono visti come distorsione del mercato del lavoro.
    Ok, ma per dirla in modo populistico come piace a me, a sto giro anche vietare per legge lo sfruttamento del lavoro minorile è una distorsione del mercato.
    Questa contrattazione individuale dovrà pure avere una cornice legale, ma a cosa la riduciamo se siamo disposti a spostare sempre più in là l'asticella dei diritti?
    :giagia:

  8. #8
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    Non capisco una cosa, i contratti collettivi vengono visti come distorsione del mercato del lavoro.
    Ok, ma per dirla in modo populistico come piace a me, a sto giro anche vietare per legge lo sfruttamento del lavoro minorile è una distorsione del mercato.
    Distorsione del mercato e limitazione della libertà individuale.
    Esatto. Ovvio che non si parla di mandare il minore a lavorare in miniera o a zappare la terra (anche se mio padre, e credo anche qualcuno dei tuoi avi, a 13 anni zappava). Se si parla di pubblicità, informatica, moda perchè non usare dei minori? D'altronde lo si fa anche oggi (vedasi pubblicità in primis, moda e sport).

    Questa contrattazione individuale dovrà pure avere una cornice legale, ma a cosa la riduciamo se siamo disposti a spostare sempre più in là l'asticella dei diritti?
    Certo. La cornice legale deve esserci. Ma essa, invece che a forza di leggi formali, spesso tutt'altro che generali e astratte, potrebbe essere affinata da una classe di giuristi e dall'interazione tra lavoratore e datore, come era prima del xx secolo.
    Una volta tolta la cornice legale statale, rimarrebbe sempre l'autonomia degl iindividui: essa potrebbe essere fatta "rispettare" anche attraverso l'ADR (arbitrato, conciliazione, mediazione, ecc.). Insomma: Lasciare che il lavoro sia disciplinato dai protagonisti, non dai sindacalisti a pancia piena o dalle politiche statali.
    Tra l'altro mi pareva di aver letto, da qualche parte, dell'introduzione dell'arbitrato nel contenzioso lavoristico. Queste sono notizie che mi fanno sentire meglio!
    Per quanto riguarda i "diritti", l'importante è che essi, siano, perlopiù, libertà negative, libertà dalla costrizione altrui, poichè creare un mondo "migliore" partendo dall'ennesimo scempio coercitivo mi sembra folle.
    “E quando ci si ammala? Che cosa si deve fare?” “Non c’è altro da fare che fermarsi. E sarà la natura stessa che, a lasciarla fare, un po’ alla volta si risolleverà dal disordine in cui è caduta”.

  9. #9
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    ma perché c'ha fittato un trend quadratico, che non sembra neanche particolarmente adatto?


    si può avere il link al paper originale?
    Ultima modifica di Feliks; 14-04-11 alle 22:07

  10. #10
    Cancellato
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    Predefinito Rif: Lucio Baccaro: i sindacati dalla difesa del sindacato a quella del sistema

    analisi interessante, anche se quegli ols con 32 osservazioni sono un pò buffi

    qui il link al paper
    http://www.google.com/url?sa=t&sourc...2EMKCw&cad=rja
    Ultima modifica di Feliks; 15-04-11 alle 12:30

 

 
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