A colloquio con Fausto Bertinotti
Cosa ho imparato da Giovanni Paolo II
«Bertinotti santo subito»; non sono teneri i blogger di sinistra con il presidente della Fondazione Camera dei deputati, accusato di «alto tradimento ideologico» e complicità attiva nello scippo simbolico del primo maggio che quest’anno si consumerà a Roma, giorno in cui la festa dei lavoratori sarà oscurata mediaticamente dalla beatificazione di Papa Wojtyła. Lo accusano perché il 20 aprile l’ex segretario di Rifondazione comunista sconfina, tecnicamente, in terra straniera — il palazzo della Cancelleria, a Roma gode dell’extraterritorialità vaticana — per intervenire, insieme al cardinale Renato Raffaele Martino, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, al ministro del Lavoro e delle politiche sociali italiano Maurizio Sacconi, e al segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, all’incontro organizzato da Elea «Un primo maggio speciale: Giovanni Paolo II celebrato nel giorno della festa del lavoro».
Una contaminazione tra sindacalismo e Chiesa sgradita a molti, come la simpatia un po’ troppo esplicita dell’ex leader di Rifondazione comunista per il Papa polacco che ha contribuito ad abbattere il muro di Berlino, un feeling sospetto, secondo tanti suoi ex sostenitori ed ex compagni di partito, che non si limita a generici discorsi di circostanza: dalla frequentazione dei monasteri del monte Athos in Grecia, all’ammirazione per la nave-cattedrale di Richard Meier costruita nelle estreme propaggini della periferia romana, a Tor Tre Teste (una stima molto concreta: qualche anno fa il risarcimento di una causa per diffamazione vinta da Bertinotti ha finanziato la costruzione del campo da calcio dell’oratorio).
Nel «cursus honorum di ateo devoto del subcomandante Fausto» come chiosano con duro sarcasmo i suoi detrattori, ci sono anche due lauree honoris causa provenienti dalle università cattoliche del Perú e dell’Ecuador, oltre al Premio Giovanni Paolo II ricevuto nel settembre scorso dall’associazione campana Aglaia.
Tra l’altro, Bertinotti non ha mai fatto mistero di essere un attento lettore del nostro giornale: non solo per collezionare spunti di polemica e occasioni di dissenso, ma proprio per i suoi contenuti e per il suo taglio originale, oltre che per seguire la campagna contro le morti bianche condotta dall’«Osservatore Romano» che, ha dichiarato più volte il presidente della Fondazione Camera, «ha contribuito a ispirare la nostra battaglia per la sicurezza sul lavoro».
La stima per Giovanni Paolo II non è solo personale, non si ferma alla simpatia istintiva per la celebre ola al raduno della gioventù di undici anni fa — un «gesto irrituale capace di unire spontaneità, partecipazione e autorevolezza» — è anche, a tutti gli effetti, politica: è un riconoscimento, da parte di un non cristiano, delle positive conseguenze politiche di una visione del mondo cristiana.
«Storicamente — aveva riconosciuto Bertinotti all’indomani della morte di Papa Wojtyła — è stato un formidabile anticorpo contro il rischio possibile dell’apertura di un conflitto di civiltà. Ha dato un’idea integrale dell’uomo, un’idea non banale, non legata al mito pubblicitario del benessere, della forza, della bellezza».
Alla vigilia della beatificazione, l’ex leader di Rifondazione lo ricorda come un uomo realmente capace di ascolto. «Guardava l’altro come uno da cui imparare. Mi torna in mente una sua frase su Gandhi: “I cristiani potrebbero imparare da lui a essere più cristiani”. Questa capacità di sguardo ha promosso negli altri un atteggiamento di rispetto, attenzione e ascolto; è questo, secondo me, che ha reso così potente la presenza di questo Pontefice nella storia, in un periodo che non era più lo stato di grazia dell’immediato dopoguerra, parlando dell’Europa occidentale ovviamente, e neanche la fase della “speranza ascendente”».
Questo Papa — continua Bertinotti — «interviene in un mondo in crisi, con i rapporti di lavoro che tendono a rovesciarsi, impegnato nel contribuire a liberare i Paesi dell’Est e contemporaneamente a denunciare il peccato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, così come in un’altra condizione, in pieno sommovimento del mondo, nella spirale guerra-terrorismo ha detto parole di pace di una pregnanza acutissima. A me stupisce che su due questioni cruciali della crisi della civiltà occidentale, il lavoro e la coppia pace-guerra, questo Pontefice si sia pronunciato con le parole del futuro».
Nei forum in rete che ospitano i commenti della sinistra italiana un po’ meno manichea sulla doppia festa del primo maggio si legge anche: «In fondo si tratta della beatificazione di un prete operaio». Del resto, quando le forze di occupazione naziste chiusero l’università, il giovane Karol Wojtyła entrò nella Solvay polacca, lavorando per quattro anni nelle cave di pietra di Zakrzówek, poi alle caldaie di Borek Fałęcki e Nowa Huta.
«La frase del Pontefice su Gandhi — dice Bertinotti al nostro giornale — vale anche per noi, vale anche per me, che resto individualmente comunista e non sono cristiano. Ho imparato da lui. E davvero trovo in questo rifiuto del dialogo una chiusura un po’ inquietante. Sono stato a Torino in anni straordinari per la vita sociale di quella città; ebbi l’avventura e la fortuna di incontrare un sacerdote, arcivescovo e poi cardinale, Michele Pellegrino. La sua pastorale, il suo “camminare insieme” per molti di noi divenne un viatico; comunisti, socialisti, cattolici, protestanti, nella Federazione lavoratori metalmeccanici ci sentivamo una comunità, uniti nell’emancipazione della persona che lavora, per usare un termine caro a Maritain. Da presidente della Camera avrei voluto creare in Parlamento un luogo di meditazione, come nel Bundestag tedesco; mi è dispiaciuto non avere avuto il tempo di realizzarlo, c’era un largo consenso su questa iniziativa».
E conclude il nostro incontro ribadendo che «l’appartenenza non è un totem, è una strada da percorrere; è importante custodire i confini, ma anche avere il coraggio di oltrepassarli».
Silvia Guidi
21 aprile 2011
L'Osservatore Romano, Cosa ho imparato da Giovanni Paolo II
... Rimpiango Bertinotti Presidente della Camera. Altra stoffa politica ed umana, rispetto al sig. Fini.
Di certo merita rispetto.




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coniugando laicismo e modernità, carica istituzionale e lotte post-operaie d'impronta piu' post-sessantottina (quasi trotzkista) che non altro... Mischiando il sub-comandante Marcos con la difesa di tutte le minoranze, annacquando e non poco il già debole impianto di base ideologico di Rifognazione....
