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    Predefinito “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia

    Nella stesura del presente articolo ci siamo serviti di un importante saggio, molto
    argomentato e documentato, di grande acume marxista leninista, composto nel
    gennaio 1980 dal compagno Salvatore Marseglia, prematuramente scomparso, saggio
    che pubblicheremo anche nella rubrica “documenti” del nostro sito.

    Noi non siamo trotskisti, non diciamo che la rivoluzione “tradita” comincia dalla
    svolta di Salerno. E meno che mai a Yalta Stalin, Roosvelt e Churchill si spartirono il
    mondo in sfere d’influenza per cui le sorti dell’Italia furono segnate da
    quella “spartizione”. Nelle Conferenze di Teheran (novembre 1943), Yalta (febbraio
    1945), Postdam (luglio 1945) si discusse prevalentemente del problema tedesco e si
    definirono alcuni aspetti dell’assetto provvisorio delle nazioni europee in attesa di poter
    realizzare il principio dell’autodecisione dei popoli e darsi il sistema sociale che più gli si
    confaceva. Il testo dell’art. 5 del Comunicato Finale alla Conferenza di Yalta recitava tra
    l’altro:

    “Per creare le condizioni in cui i popoli liberati possono esercitare i loro diritti, i
    tre Governi (Usa, Gran Bretagna e Unione Sovietica ndr) ove necessario assisteranno in
    comune i popoli di ogni paese europeo già satellite dell’Asse 1) nell’attuare le condizioni
    di pace; 2) nell’attuare misure d’emergenza dirette a soccorrere la popolazione
    bisognosa; 3) nello stabilire autorità governative provvisorie in cui vengano largamente
    rappresentati tutti gli elementi democratici della popolazione e che si impegnino a
    stabilire quanto prima possibile, attraverso libere elezioni, governi responsabili di
    fronte alla volontà popolare (il neretto è nostro).”

    Con queste Conferenze al vertice, per la parte che riguardava il futuro assetto dell’Europa,
    i rappresentanti sovietici imposero che si riconoscesse che avevano contribuito alla
    caduta del nazifascismo due forze in concorso tra loro: uno schieramento di Stati
    antifascisti e le forze della Resistenza che dovunque avevano trovato nei comunisti la
    componente più cospicua e attiva. E’ grazie a questo dato di fatto e al suo riconoscimento
    ufficiale che i partiti comunisti di tutta Europa, dalle condizioni di clandestinità in cui
    agivano prima della guerra, designarono di diritto i loro rappresentanti in tutti i governi
    provvisori e acquisirono quindi la possibilità di organizzare intorno a sé il consenso delle
    popolazioni per i loro programmi di ricostruzione e edificazione di Stati democratici
    popolari che marciassero verso il socialismo. Questa è la vera condizione favorevole che
    la vittoria bellica dell’URSS e la sua attività diplomatica creavano ai partiti comunisti
    dell’Europa: stava poi a questi servirsene in modo adeguato per accrescere continuamente
    la propria influenza fino alla conquista completa del potere statale. Quindi il radicato
    pregiudizio che le tre potenze vincitrici si fossero diviso il pianeta è una radicata stupidità
    che non tiene neanche conto che la nuova, emergente potenza imperialista (USA) passò,
    senza soluzione di continuità, dalla Seconda Guerra mondiale alla Guerra Fredda. Infatti,

    appena 21 giorni dopo il vertice di Postdam (16 luglio ‘45), gli imperialisti d’oltreoceano
    sganciarono due bombe atomiche, una su Hiroshima e l’altra, dopo tre giorni, su
    Nagasaki, non certo per motivi militari, ma per terrorizzare l’URSS e per dire al mondo:
    da oggi siamo noi i padroni dell’universo. Quindi il mondo non intendevano spartirselo
    con nessuno, lo volevano tutto per sé.

    Le rivoluzioni del dopoguerra

    E’ impensabile che in uno scontro gigantesco come la Seconda guerra mondiale
    l’assetto politico e sociale del mondo e i rapporti fra le classi non dovessero uscirne
    radicalmente mutati. Mao Zedong ha affermato che o la rivoluzione ferma la guerra, o la
    guerra da impulso alle rivoluzioni. La Seconda guerra mondiale ha confermato questo
    principio: nel dopoguerra, un gran numero di paesi si sono messi sulla via della
    rivoluzione socialista, e la stessa idea di comunismo si è profondamente radicata fra i
    popoli di tutto il mondo. Un partito comunista sa bene che nei periodi in cui si rompe la
    legalità e i poteri costituiti vacillano e gli apparati si sgretolano, è in questi momenti che
    risiedono le occasioni migliori per la lotta per il potere dello stato. I partiti comunisti della
    Terza Internazionale si sono ispirati a questo criterio, anche se non tutti hanno poi saputo
    raccogliere i frutti di quanto avevano seminato, o, per meglio dire, hanno lasciato deperire
    questi frutti oppure hanno consentito che fossero altri a raccoglierli. I partiti della Terza
    Internazionale diedero un contributo eccezionale alla vittoria sul nazifascismo stringendo
    legami profondi di stima, fiducia e simpatia con le masse popolari. Nel corso delle varie
    Resistenze questi partiti, da piccoli, clandestini, dispersi, perseguitati che erano, hanno
    raccolto gli elementi migliori espressi dalla lotta antifascista, sono cresciuti enormemente
    in numero e influenza ed hanno lottato perché, insieme alla barbarie nazifascista, si
    potesse farla finita con tutte le brutture e ingiustizie che secoli di storia avevano riservato
    alle classi oppresse. Per esempio in Romania, nel corso delle rivolte contadine
    incoraggiate e promosse dai comunisti, il partito comunista, da un manipolo di coraggiosi
    dirigenti rivoluzionari quale era a causa della spietata repressione fascista, si trasformò in
    un’organizzazione con decine di migliaia di aderenti, dotato di una sua milizia ed
    egemone nei sindacati operai, nelle istituzioni culturali, nelle associazioni di massa. E’
    ciò che accadde anche al PCI che diventò un autentico partito popolare e raddoppiò
    esattamente i voti rispetto ai socialsti (6 milioni contro tre milioni!)
    La linea generale dei comunisti consisteva nella lotta per la pace, contro il
    fascismo, per la liberazione nazionale. Ma le direttive della Terza Internazionale non
    erano assolutamente né di aspettare che la liberazione dei popoli venisse dagli eserciti
    alleati, né che la Resistenza popolare al nazifascismo dovesse essere un fatto spontaneo e
    disorganizzato senza precisi riferimenti politici, né soprattutto -ripetiamo- che il crollo
    nazifascista obbligasse ad un ritorno alle posizioni prebelliche. In un celebre discorso di
    Klement Gottwald (dicembre 1943) radiotrasmesso da Mosca e rivolto al popolo
    cecoslovacco egli diceva:

    “…quando scoccherà l’ora della resa dei conti e della cacciata degli invasori la
    nostra nazione non deve restarsene con le mani in mano, ma deve avere anche forze
    sufficienti per regolare questi conti, fin da ora, immediatamente. Senza esitazioni
    devono essere costituiti dovunque gruppi nazionali armati e reparti partigiani, fin

    d’ora è necessario passare all’offensiva…..l’edificio nel quale vivremo noi e coloro che
    verranno dopo di noi dobbiamo costruirlo noi stessi… “

    Dunque una volta abbattuto lo Stato fascista occorreva sostituirlo con uno stato di tipo
    nuovo (“l’edificio nel quale vivremo….dobbiamo costruirlo noi stessi”), quello che poi si
    chiamerà “lo Stato uscito dalla Resistenza”. Quali sono le caratteristiche di questo nuovo
    tipo di Stato? Evidentemente di contenere nelle sue istituzioni tutte le componenti che
    hanno dato vita alla Resistenza, in misura del contributo dato. All’indomani della disfatta
    del fascismo in molte nazioni d’Europa apparvero forme di questo tipo di Stato.
    Ora, per fare una piccola digressione di carattere teorico, dobbiamo richiamare
    alla memoria che l’idea comunista sullo Stato è fondata sul presupposto che per
    rovesciare il dominio borghese occorre infrangere la macchina statale e sostituirla con un
    altro Stato espressione della nuova classe al potere. Ma quale forma concreta dovrà
    assumere il nuovo Stato, su quale tipo di istituzioni dovrà basarsi? Questo problema ha
    trovato risposte sempre più complete a mano a mano che le rivoluzioni socialiste si sono
    sviluppate ed hanno trionfato nel mondo, a partire dalla Comune di Parigi. Gli Stati usciti
    dalla Resistenza avevano contorni non nettamente definiti, nel cui seno coesistevano,
    disputandosi il potere, le classi vincitrici con rapporti di forza variabili in base a diversi
    fattori, non ultimi quelli internazionali. E’ logico quindi che chi tra i comunisti si poneva
    di questi problemi nel periodo della Resistenza era obbligato a rispondere alla domanda
    (di cui parla Lenin in Stato e Rivoluzione): “con che cosa sostituire la macchia statale
    spezzata”. E se Marx e Lenin, senza cadere nell’utopia, aspettavano dall’esperienza di un
    movimento rivoluzionario di massa la risposta a questa questione, i comunisti della Terza
    Internazionale, da che cosa, se non dall’esperienza del movimento della Resistenza,
    dovevano attendere la risposta? Citiamo ancora Gottwald:

    “Una cosa è certa: bisognerà ricostruire da cima a fondo e su basi nuove l’intero
    apparato della pubblica amministrazione…. Bisogna costruire i Comitati nazionali
    in tutti i comuni, in tutte le province e in tutti i territori, per ora (1944) come organi
    della lotta nazionale unitaria contro gli invasori e poi, dopo la liberazione, come organi
    democratici dell’amministrazione pubblica… Non si tratta di singoli impiegati, ma
    dell’apparato pubblico nel suo complesso, che bisogna mutare fin dalle fondamenta
    e sostituire con il sistema dei Comitati nazionali…..I Comitati nazionali creeranno
    secondo la necessità la Guardia di Sicurezza nazionale, formandola con persone di
    provati sentimenti nazionali, politicamente fidati e capaci”.

    Quindi i Comitati Nazionali (che in Italia si chiameranno Comitati di Liberazione
    Nazionale) configurano la risposta marxista al problema “con che cosa bisogna sostituire
    la macchina statale spezzata” nel nuovo Stato uscito dalla Resistenza. Questi Stati hanno
    avuto tutti una singolare natura: dotati in generale di istituzioni nuove espresse dalla
    lotta popolare, sono stati sede e strumento della continuazione della lotta delle classi ieri
    alleate contro il nazifascismo, ma venute allo scontro dopo la sua caduta; hanno perciò
    subito trasformazioni rapide ed imprevedibili, tanto più rapide con il radicalizzarsi della
    situazione internazionale. Un certo numero di questi Stati usciti dalla Resistenza, battute
    definitivamente le componenti borghesi, sono divenuti stati democratico-popolari, altri,
    come quello italiano, dove la borghesia ha assunto progressivamente tutto il potere,

    si sono caratterizzati come stati borghesi, strumento della dittatura borghese nella sua
    forma democratico-parlamentare. Lo Stato italiano di oggi non ha nulla da spartire con
    lo Stato uscito dalla Resistenza. Il marxismo ha dimostrato che è possibile il dualismo di
    potere nell’apparato statale (come è avvenuto anche, per un certo periodo, nella Russia
    rivoluzionaria) cioè che più classi e partiti partecipino alla sua direzione, ma ciò solo in
    condizioni particolari e solo per un periodo limitato di tempo, in quanto è la dialettica
    inarrestabile della lotta di classe che risolve questo dualismo in un senso o nell’altro. La
    posizione revisionista (anche da parte degli attuali sostenitori del togliattismo), identifica
    lo Stato attuale italiano con lo Stato uscito dalla Resistenza perché nega la provvisorietà
    del dualismo di potere, o, peggio, nega il dualismo di potere nello Stato italiano negli
    anni che vanno dal 1944 al 1948, facendo propria la tipica visione interclassista della
    storia. Di converso, tutte le ricostruzioni storiche ultrasinistre presentano lo Stato italiano
    post-fascista come uno Stato borghese puro e semplice, fin dalla sua nascita, negando
    anch’esse il dualismo di potere e la lotta di classe che si svolgeva al suo interno. Si tratta
    di una rappresentazione specularmente simmetrica a quella che danno i revisionisti dello
    Stato.

    I due punti di vista sullo Stato uscito dalla Resistenza

    Gli organismi di lotta e di potere espressi dalla rivoluzione antifascista in Italia
    furono i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) e in secondo luogo i Consigli di
    gestione nelle fabbriche. I CLN erano nati come patto di vertice tra cinque partiti: PCI,
    PSI, Partito d’Azione, la DC e i liberali. Il Comitato di Liberazione per l’Alta Italia
    (CLNAI) aveva nelle formazioni partigiane che operavano contro i nazifascisti il suo
    braccio armato. Il CLN centrale contribuiva alla formazione dei vari governi centrali, da
    Badoglio in poi.
    Nel CNL si delinearono ben presto divergenze sul modo di condurre la lotta e
    su quello che sarebbe dovuto essere il futuro di questi organismi a liberazione avvenuta.
    Liberali e democristiani li intendevano come organi transitori, da sciogliere non appena
    fossero venute a mancare le condizioni che li avevano determinati. Per comunisti,
    socialisti e azionisti, invece, questi organismi dovevano sopravvivere ed affermarsi
    come strumenti di un nuovo ordinamento politico-sociale. Scrive lo storico Carocci: “Gli
    Alleati prevedevano una graduale avanzata delle loro forze sorrette da un’azione di
    guerriglia dei partigiani ed invece trovarono ovunque le città del nord già liberate e
    amministrate dai CLN; talora, come a Milano, persino con i servizi pubblici tranviari in
    efficienza”.
    Un’indimenticabile figura di martire antifascista fu Eugenio Curiel, giovane
    scienziato e studioso di marxismo leninismo, assassinato a Milano da una squadraccia
    fascista, alla vigilia della Liberazione, a soli 33 anni. Egli teorizzò una forma statuale
    transitoria che denominò “Democrazia progressiva”.

    “Ogni programma -scrisse Curiel- sarebbe una limitazione dell’importanza e
    della fecondità della democrazia progressiva la cui funzione è quella di garantire le
    condizioni politiche e sociali migliori all’opera della ricostruzione senza assegnare
    per questo un confine precostituito tra problemi della ricostruzione e problemi
    dell’edificazione della società socialista…dobbiamo lottare perché la democrazia

    progressiva si realizzi superando i limiti e gli ostacoli che le vorranno frapporre forze
    reazionarie, dobbiamo lottare perché la rottura si operi nelle condizioni a noi più
    favorevoli, quindi in condizioni tali che la rottura (cioè la rivoluzione socialista ndr)
    venga ad essere la meno costosa possibile per la classe operaia e per tutta la nazione”

    In effetti, Curiel, con la formulazione ed esplicitazione della Democrazia
    progressiva -fatta propria dal PCI al suo Quinto congresso- diede una sistemazione
    teorica convincente ed adeguata a ciò che stava già avvenendo di fatto sul campo di
    battaglia, vale a dire diede risposta al problema di come e che cosa sostituire all’apparato
    statale fascista. La Democrazia progressiva era intesa, nell’accezione rivoluzionaria di
    Curiel, come trasformazione istituzionale dello Stato, basandolo sui CNL. Uno Stato di
    tale genere avrebbe determinato il massimo di condizioni favorevoli per i comunisti per
    dirigerlo e per conquistarne a ondate successive l’egemonia, facendo leva sulle masse e
    imponendo via via alle altre forze politiche il confronto sui vari aspetti programmatici
    della ricostruzione e della democratizzazione. In un rapporto alla Direzione del PC
    I (marzo 1945), Secchia affermò: “Prima, durante e dopo l’insurrezione, dovremo
    riuscire a coprire le nostre città e le nostre campagne di una rete di migliaia e migliaia
    di Comitati di liberazione, di fabbricato, di villaggio, di officina. Saranno questi gli
    organismi popolari su cui poggia il movimento insurrezionale, sui quali poggerà il
    governo democratico in Italia. Senza questi organismi, base del potere popolare, è vano
    parlare di democrazia progressiva (neretto nostro)”.
    Quanto al come distruggere l’apparato statale fascista, il quadro comunista
    dirigente del CLNAI aveva una chiara linea rivoluzionaria. Un esempio: il Presidente
    del Comitato toscano del CNL invia al dr. De Franciscis, vice podestà di Firenze, per
    impedirgli la sua attività di funzionario statale, la seguente lettera:

    “Siamo a conoscenza che la S.V. intende compilare regolare denunzia degli
    automezzi, gomme e parti di ricambio dei servizi pubblici della città di Firenze, per
    presentarla al Comando germanico. Tale fatto non è di assoluto gradimento di questo
    Comitato in quanto appaiono evidenti i danni rilevantissimi che ne verrebbe a subire
    la cittadinanza fiorentina. Vi preghiamo quindi gentilmente di voler rinunziare, sia
    voi che i vostri collaboratori, a tale atto, ritenendovi l’unico responsabile di quanto
    potrà accadere relativamente a quanto sopra espostovi. Crediamo inoltre opportuno
    di informarvi che qualora voi decidiate diversamente dai nostri desideri sarete passato
    senz’altro avviso per le armi”.

    Sarebbe difficile trovare una citazione di Togliatti che rivela lo stesso
    modo di vedere i CLN di Curiel o di Secchia. “Noi desideriamo -disse in un discorso ai
    quadri della Federazione napoletana nel 1944- che al popolo italiano venga garantito nel
    modo più solenne che, liberato il paese, un’Assemblea nazionale costituente, eletta a
    suffragio universale libero, diretto e segreto, da tutti i cittadini, deciderà delle sorti del
    paese e della forma delle istituzioni (neretto nostro). Questa posizione è
    democraticamente la più corretta”. Far decidere a tutti i cittadini delle sorti del paese e
    della forma delle sue istituzioni, dando ai cittadini ciò che il fascismo aveva abrogato,
    cioè il suffragio universale libero, diretto e segreto non è altro che l’obiettivo massimo
    della democrazia borghese. Prosegue Togliatti: “Ponendo alla base (si noti bene: non

    all’interno ma alla base ndr) del nostro programma politico immediato la convocazione
    di un’Assemblea costituente dopo la guerra, ci troviamo in compagnia degli uomini
    migliori del nostro Risorgimento, in compagnia di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Mazzini e
    di Giuseppe Garibaldi, e in questa compagnia ci stiamo bene”. In questo discorso
    Togliatti non si richiama al patrimonio storico del proletariato, ma proclama la continuità
    ideale fra la lotta antifascista delle masse popolari italiane nel dopoguerra e quella che è
    stata la prima esperienza storica di rilievo della borghesia italiana, il Risorgimento. Fa
    perdere sul campo, al proletariato, quanto gli aveva dato la possibilità di guadagnare
    l’Unione Sovietica nelle trattative con Usa e Gran Bretagna. Afferma Togliatti stesso, nel
    discorso in questione: “A proposito delle amministrazioni statali, nei sette punti approvati
    dai tre ministri degli esteri delle grandi potenze democratiche è detto esplicitamente che
    si devono creare in Italia degli organismi democratici di autogoverno”, ma attenzione,
    quando si tratta di definire questi organismi democratici Togliatti pensa al sistema
    prefascista senza i fascisti: “Sia fatto largo alle forze popolari nei comuni e nelle
    provincie (neretto nostro). Si permetta loro di fare pulizia della corruzione fascista, di
    riprendere le nostre grandi tradizioni di autogoverno locale (neretto nostro). Il nostro
    partito ritiene che…è oggi possibilissimo e conciliabile pensare alle elezioni dei consigli
    comunali per via democratica”. Uno dei cavalli di battaglia dei revisionisti, per
    dimostrare che un rinnovamento più ardito della struttura statale italiana avrebbe
    comportato la rottura dell’unità nazionale, era che al nord partigiano si contrapponeva un
    sud immaturo, facile preda della demagogia reazionaria e della chiesa. Ma se questo è
    vero (i risultati del referendum per cacciar via il re lo dimostrarono), a quale criterio
    marxista si ispirava Togliatti nel dire che “era possibilissimo e consigliabile
    (consigliabile!) pensare alle elezioni dei Consigli comunali per via democratica”? O il
    sud era maturo per capire scelte più avanzate sul piano di classe, e allora bisognava farle
    le elezioni, oppure non lo era e dunque ci si sarebbe dovuto dare strumenti di
    organizzazione e di lotta che non fossero i rottami della borghesia prefascista, per
    affrettare questa maturazione popolare prima di andare a consultazioni elettorali. In un
    articolo dell’11 settembre apparso sull’Unità Togliatti esprime con precisione alcuni
    concetti sui CLN che lo dfferenziano nettamente da Secchia e Curiel: “…Che cosa è
    avvenuto a Firenze? Il Comitato di Liberazione a cui faceva capo il comando delle unità
    partigiane, ha avuto di fatto il potere nelle mani per alcuni giorni. Sopravvenute le truppe
    alleate il potere è passato a loro, come di diritto (neretto nostro); il Comitato però ha
    assistito le autorità alleate in modo efficacissimo e intelligente… Il riconoscimento di una
    funzione dei Comitati di Liberazione accanto alle altre autorità di governo sarà dunque
    una necessità assoluta, quanto più ci si addentrerà nelle regioni dove il popolo ha
    veramente combattuto e duramente sofferto, e nella sofferenza e con la lotta sa di essersi
    conquistato il diritto di governarsi da sé, attraverso l’unità dei suoi grandi partiti politici
    (neretto nostro). E sarà da considerare esiziale per le sorti del nostro paese ogni tentativo
    per fare ciò che qualcuno vorrebbe fare a Firenze, cioè liquidare il Comitato di
    Liberazione come organismo che è in qualche modo (neretto nostro) partecipe del
    potere”. Quindi a che servono i CLN? Per dare assistenza, consiglio e aiuto allo Stato, per
    cedere il potere alle truppe alleate come è di diritto, secondo Togliatti, e non come
    impone purtroppo una dura contingenza, e per assisterle in modo efficacissimo e
    intelligente; per partecipare in qualche modo, non meglio precisato, al potere.

    L’aspetto principale della storia del PCI dopo la Liberazione è che esso ha
    perduto la battaglia per la conquista esclusiva dello Stato, senza averla nemmeno mai
    ingaggiata. In tutti i momenti decisivi ha prevalso la visione togliattiana sullo Stato,
    secondo la quale esso poteva essere soltanto fascista o democratico, per cui, a liberazione
    avvenuta, gli obiettivi del movimento operaio diventavano sostanzialmente la
    stabilizzazione dello stato democratico eliminando tutti i residui e i focolai di rinascita del
    fascismo – e il compimento della rivoluzione democratico-borghese nel Mezzogiorno,
    tramite una riforma agraria che eliminasse il latifondo. Il colpo di Stato di De Gasperi,
    cioè la cacciata dei socialisti e comunisti dal governo, nel 1947, non modificò affatto
    questa analisi: essa comportò solo una fase di lotte per rientrare al governo, ma -ciò che
    più conta- di lotte condotte nel quadro istituzionale democratico-parlamentare e non
    finalizzato a modificarlo. La storia degli anni successivi dimostra che la borghesia italiana
    diventata nel 1948 arbitra assoluta del potere statale, lo usa con lo scopo manifesto non
    solo di piegare la classe operaia, ma anche di scompaginare e mettere fuori legge il suo
    principale partito, il Partito comunista. Gli episodi di repressione e provocazioni negli
    anni neri dello scelbismo sono innumerevoli. In questa situazione la politica del PCI
    consiste nella difesa del proprio diritto all’esistenza e nella difesa della
    legalità “democratica”. Si tratta di sopravvivere, di difendersi dai duri colpi della
    reazione: l’attacco concentrico della borghesia al Partito è un fattore che unifica tutte le
    componenti sul terreno immediato della difesa e che relega il discorso sulla presa del
    potere e, più in generale, sulle prospettive rivoluzionarie, nel campo dei principi, non
    delle scelte pratiche. L’unica polemica all’interno del PCI sulle prospettive rivoluzionarie
    ha un carattere implicito, è quella sulla struttura del Partito, clandestina e legale insieme,
    o solo legale: la prima presuppone -ma solo implicitamente- l’eventualità della
    insurrezione armata, la seconda la esclude categoricamente.
    Con il passare degli anni la mistica dell’unità ha sempre fatto sì che le divergenze
    si manifestassero in forme attutite, nascoste, ovattate, tali da non apparire mai come
    contrasti di principio, e le migliaia di militanti, che per passione comunista hanno speso
    le loro energie nell’impegno di appartenenti ad una cellula PCI, sottraendo il tempo
    libero ai figli, alle famiglie, dovevano far ricorso evidentemente al loro intuito per
    cercare di capire come orientarsi (quando ci riuscivano!) e dunque da che parte schierarsi.
    Questa doppiezza machiavellica ha sempre favorito, di volta in volta la leadership del
    partito. Nel PCI non si è mai visto un qualcosa che somigliasse, sia pure alla lontana,
    al grandioso dibattito -che ha coinvolto anche il movimento comunista mondiale!-
    svoltosi in URSS, durato quattro anni, fra la maggioranza bolscevica e Trotski, Zinoviev,
    Kamenev e successivamente Bucharin.

    La svolta dell’VIII Congresso

    Togliatti preparò la svolta antileninista dell’Ottavo congresso al modo suo,
    il più possibile indolore. Fu indetta una Quarta Conferenza nazionale che decise
    l’allontanamento di ben il 30% dei dirigenti del partito sostituiti da altri funzionari e
    quadri politici. Chi sono costoro? Riportiamo la dichiarazione ufficiale:
    “Riguardo all’anzianità del partito, fra i delegati alla IV Conferenza Nazionale
    si nota, rispetto al VII Congresso, un’accresciuta partecipazione di elementi entrati nel
    partito dopo il 25 aprile 1945”.

    Le conclusioni politiche anticiparono l’VIII Congresso e, riguardo agli anziani,
    furono allontanati dai vertici gran parte dei dirigenti formatisi nel fuoco della lotta
    e sostituiti con gli arrivati dopo il 25 aprile. A quattro giorni dalla chiusura della
    Conferenza si formò una nuova segreteria dalla quale fu escluso il più prestigioso
    rappresentante della sinistra del partito: Pietro Secchia. Dall’VIII Congresso in poi
    lo “Stato uscito dalla Resistenza” diventa l’attuale Stato borghese italiano e il programma
    massimo del PCI -fino al suo miserabile scioglimento- e’ stato la salvaguardia di questo
    Stato. Quel Congresso sanzionò ufficialmente e irreversibilmente la svolta revisionista
    kruscioviana del Pci, anzi Togliatti, insigne giurista mancato, intese, per così dire,
    strappare dalle mani del rozzo colcosiano Krusciov lo scettro di primo revisionista del
    socialismo contemporaneo. “Noi comunisti italiani -scrisse- siamo stati quel settore
    che ha dato un maggior (sott. nostra) contributo alla progressiva elaborazione di
    queste posizioni nuove (quelle uscite dal XX Congresso del Pcus). “Il XX congresso
    ha constatato che oggi il socialismo non è più limitato ad uno Stato ma è diventato un
    sistema mondiale di Stati…Da queste constatazioni sono derivate parecchie conseguenze
    che riguardano il nostro orientamento politico generale, la nostra strategia, la nostra
    tattica. Prima grande conseguenza è la evitabilità della guerra (sott. nostra)….Il XX
    Congresso ha ricavato anche la conseguenza che la marcia verso il socialismo prende
    aspetti diversi da quelli che ha avuto nel passato: non è più indispensabile…la via
    dell’insurrezione armata (sott. nostra) come si dovette fare in Russia nel 1917; è
    possibile giungere ad attuazioni socialiste seguendo l’utilizzazione del Parlamento
    (sott. nostra)”. Quindi le guerre sono evitabili e al socialismo non si arriva più per via
    insurrezionale ma con tutta comodità, utilizzando il Parlamento. Ma che meraviglia!
    Sono passati da allora 56 anni, ci aggiriamo inorriditi fra le macerie politiche, ideologi
    che, culturali e morali di ciò che resta del pinocchiesco Paese dei Balocchi prospettatoci
    dal Migliore (in concorso con il criminale colcosiano trotskista del XX Congresso), e
    scorgiamo fra queste macerie soltanto figure losche, di ambedue i sessi.
    Ci chiediamo: è lecito ridere, dopo 56 anni, della via italiana al socialismo?

    Amedeo Curatoli

    “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia di Amedeo Curatoli : LaNostraLotta

    Pur rimanendo da parte mia il rispetto per Togliatti, bisogna ammettere che quello scritto in questo articolo è tristemente vero.

    •   Alt 

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  2. #2
    PIANIFICAZIONE TOTALE
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    Predefinito Rif: “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia

    Ovviamente non sono per niente daccordo con Curatoli. La retorica è quella del prete scalzo e del teorico che, pur indiscutibilmente preparatissimo, non si rende conto delle necessità contestuali e non è in grado differenziare le situazioni e i ruoli di responsabilità. Non che consideri Togliatti uno intoccabile, senz'altro l'allontanamento di Secchia fu un errore, ma mi pare esagerato il tono generale.

  3. #3
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    Predefinito Rif: “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia

    Non sono affatto d'accordo, come dice Stalinator è sbagliato slegare l'azione del PCI di Togliatti dalla situazione internazionale.
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  4. #4
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    Predefinito Rif: “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia

    COMMENTO ALL’ARTICOLO CONTRO TOGLIATTI


    di Amedeo Curatoli


    Il mio articolo contro il “Migliore” ha suscitato un interessante dibattito su Face Book. Esso ha involontariamente (e per me anche inaspettatamente) rivelato che vi sono molti (potrei dire anche moltissimi) compagni che si appassionano alla nostra storia di comunisti italiani. E non potrebbe non essere così: se vogliamo riprendere il cammino della rivoluzione (siamo in centinaia di migliaia a volerlo) dobbiamo fare un bilancio corretto della nostra storia: se ci proiettiamo verso il futuro siamo obbligati a mettere in ordine il passato, e nel nostro passato c’è Togliatti. Alcuni compagni, professori di marxismo, usando un’espressione di falsa modestia dicono di sentirsi pigmei assisi sulle spalle di giganti (quante volte abbiamo udito Bertinotti pronunciare questa frase…). Ebbene, questi professori pigmei includono, incredibilmente, fra i giganti del comunismo, anche Togliatti.

    Ma fu vera gloria Togliatti? Noi siamo i posteri, quindi a noi l’ardua sentenza. Sono trascorsi 54 anni. Per usare un’efficace espressione del filosofo tedesco Gadamer, poniamo la teoria dinanzi al tribunale della prassi e vediamo che cosa è diventata oggi l’Italia: una repubblica nata dalla Resistenza che ha ai suoi vertici i fascisti. Non è il colmo? E quando parlo di fascisti non dico dello squalo di Arcore, ma di autentici squadristi come La Russa ministro della Difesa o Fini, Presidente della Camera -discepolo prediletto, quest’ultimo, di Almirante, fucilatore di partigiani, sottosegretario nella Repubblica di Salò. Non basta forse solo questa considerazione a mettere in discussione tutta l’impalcatura togliattiana? A me basta. Ai professori di marxismo no. Costoro hanno un talento particolare: rendono difficili le cose facili e definitivamente incomprensibili le cose complicate.

    Sicuramente, nel 1956, sarebbe stato più difficile di ora orientarsi su cosa stesse effettivamente dicendo Togliatti dalla tribuna dell’VIII Congresso e nutrire dubbi sul suo conto. Appariva una cosa estremamente complicata perché il Migliore era stato amico personale del grande Stalin, aveva vissuto in Urss durante il periodo eroico dell’edificazione del socialismo, fu lo spettatore diretto della disfatta dell’hitlerismo ad opera dell’Armata Rossa. Come si poteva dire, 54 anni or sono, a cuor leggero, “Togliatti è revisionista”? Era più probabile che i compagni dicessero: “Forse Togliatti ha ragione”. Ma oggi, come dobbiamo ragionare? Dopo l’VIII Congresso, egli è stato smascherato, non solo dai pochi marxisti leninisti che avevano già capito Togliatti (e a loro dovrà andare un solenne, meritato riconoscimento quando l’Italia sarà socialista), egli fu smascherato dal Partito Comunista Cinese in due celebri opuscoli che conservano tuttora una loro attualità. Quelli che dicono di sentirsi “pigmei” se le vanno a scegliere loro le spalle su cui arrampicarsi. Ed evidentemente per questi “pigmei” il Partito Comunista Cinese non era un buon punto di osservazione sufficientemente elevato. Stringi stringi l’unico gigante per loro è Marx, come se da Marx in poi fosse stato tutto sbagliato. Quindi ritorno a Marx, come tutti gli opportunisti. ”Marx XXI secolo”. Bisogna ritornare a Stalin, non a Marx. Il popolo sovietico, con alla testa Stalin, ha edificato il primo Stato socialista vittorioso della Storia, ma Stalin è diventato, nella propaganda borghese-imperialista e trotskista il più sanguinario e criminale degli esseri mai apparsi nel Pianeta, come Hitler. Le canaglie trotskiste, noi che difendiamo Stalin ci chiamavano “stalinisti”, ora hanno aggiornato il termine, lo hanno reso un po’ più infame, ci definiscono “negazionisti”, pensate un po’. Il problema -ripetiamo- non è Marx, Marx non ha bisogno di essere difeso. Nelle università Usa, il paese più ferocemente anticomunista del mondo, si studia Marx, ridotto ad accademia. E’ Stalin che ha bisogno di essere difeso dalle calunnie imperialiste, borghesi e trosko-ingraiano-rossandiano-togliattiane. Quindi è quanto mai tempestivo e opportuno un ritorno a Stalin.

    Ma andiamo al mio articolo: io non ho detto che il Migliore ha affossato la rivoluzione, ho detto: ha affossato il comunismo. Mi spiego, partendo dalla critica di una frase fatta (bisogna sempre diffidare delle frasi fatte): “la storia non si fa con i se”. E perché no? La storia si fa anche con i se. Se esaminiamo un periodo rivoluzionario come fu quello dell’Italia all’indomani della seconda guerra mondiale, un periodo in cui la storia procedeva con la velocità della locomotiva perché era ricca di colpi di scena e tutto poteva accadere, non è forse lecito, studiando la documentazione dell’epoca, farsi un’idea concreta di come sarebbero potute andare le cose se un’opzione politica rivoluzionaria (per esempio la linea Curiel- Secchia a proposito dei CNL) fosse prevalsa sulla linea opportunista (come risulta inoppugnabilmente -ripetiamo- dai documenti storici) di Togliatti? Ma già farsi un’idea non significa ancora assegnare un inevitabile destino di vittoria o di sconfitta alla rivoluzione. Nel Pci esisteva un dibattito forte, vi erano in esso divergenze serie, le quali, anche se non assunsero mai la forma di chiari contrasti di principio, lasciavano comunque aperto il campo a qualsiasi possibilità. Il fatto di cui siamo assolutamente certi, invece, è il carattere strategico e malauguratamente irreversibile (lo ha dimostratola storia) che assunse la svolta antileninista di Togliatti, svolta “solennemente” sancita dall’VIII Congresso del PCI. I migliori cervelli teorici, per così dire, si misero al servizio di questa svolta: Valentino Gerratana, in un saggio di 20 pagine pubblicato da Rinascita dal titolo “La teoria marxista dello Stato e la via italiana al socialismo” facendo una quindicina di citazioni da Marx ed Engels, accuratamente scelte, intendeva dimostrare che si può conquistare il potere dello Stato per via parlamentare. Egli percorse il cammino inverso rispetto a Lenin: anche Lenin, in Stato e Rivoluzione, cita Marx ed Engels, ma proprio per denunciare, con il conforto dei fondatori del socialismo scientifico, l’opportunismo di chi nega la via rivoluzionaria sulla questione dello Stato. Lenin -ha l’audacia di affermare Gerratana- disse, sì, che “la rivoluzione violenta è il mezzo per passare dallo Stato borghese allo Stato proletario”, ma attenzione!, “egli (cioè Lenin) non dimentica di aggiungere che questa è una regola generale”, e quando le regole sono generali e non assolute esse implicano anche delle eccezioni, anzi, scrive il Nostro ”lo stesso rapporto di regola a eccezione non può che essere storicamente relativo, e non ha valore di principio: circostanze di fatto possono trasformare la regola in eccezione e viceversa”. Ecco, come si può agevolmente vedere, qui siamo al gioco delle tre carte.

    Togliatti sistemò la questione di Stalin in maniera meno brutale e violenta di Krusciov. Ma facciamo una piccola premessa: tutti gli opportunisti e i controrivoluzionari di ogni genere e specie, a partire dalla Rivoluzione francese, hanno demonizzato i giacobini, e i comunisti del XX secolo sono stati spregiativamente paragonati ai giacobini. Il grande Lenin, invece, era fiero di questo paragone. Nel 1904 egli definì il socialdemocratico rivoluzionario come “il giacobino legato indissolubilmente all’organizzazione del proletariato, consapevole dei propri interessi di classe”.

    Togliatti invece, per dare maggiore dignità alle criminali calunnie kruscioviane, sentite che cosa disse:

    “ Lo sviluppo della società socialista in URSS…avvenne in modo tale per cui ebbe una importanza particolarmente grande la direzione politica da parte di una minoranza (!!!). I comunisti sovietici furono una specie di giacobini della rivoluzione socialista..se non si considera tutto questo gli errori commessi da Stalin possono sembrare incomprensibili”.

    Questa è una dichiarazione infame e falsa. Infame, perché è nella tradizione della demonizzazione dei giacobini, ed è una critica che oltre a Stalin, si estende anche a Lenin. Falsa, clamorosamente falsa, perché non è vero che i bolscevichi fossero una minoranza. Dal febbraio all’ottobre del 1917, in appena 8 mesi, i bolscevichi diventarono via via maggioranza nei due principali Soviet di Pietroburgo e Mosca, diventarono maggioranza fra le truppe dell’esercito zarista in disfacimento, diventarono maggioranza nei Soviet che i contadini poveri andavano costituendo nei più sperduti governatorati della Russia zarista. Il fatto che un partito, in soli 8 mesi, da esigua minoranza di una nazione e di un paese sconfinato, sia diventato forza politica di maggioranza è il miracolo della rivoluzione, è il miracolo di tutte le rivoluzioni, quando il popolo diventa per davvero, effettivamente “sovrano” non perché si esprime nel “segreto” delle urne ma perché impugna le armi. Nelle società classiste le elezioni sono il classico terreno della turlupinatura della “sovranità popolare” perché l’apparato egemonico, poliziesco e chiesastico appartiene alle criminali elites dominanti, ai nemici e agli sterminatori sanguinari del popolo, i quali fingono sempre, sistematicamente, di essere delle immacolate pecorelle pronte a predicare contro “la violenza”. Un partito comunista compie il miracolo di divenire forza egemone quando si rivela all’altezza dei compiti storici che la rivoluzione esige che siano risolti con decisione, fermezza, realismo. E il partito bolscevico si preparò per 20 anni al suo appuntamento con la storia. E’ infame, la dichiarazione di Togliatti, anche in riferimento all’edificazione del socialismo, perché ripete la solfa -pur senza dirlo esplicitamente- dell’industrializzazione forzata e della socializzazione coatta dell’agricoltura. Se in Unione Sovietica avesse governato una “minoranza giacobina” quel grande Paese non sarebbe diventato una grande potenza, il popoli sovietici delle varie nazionalità non si sarebbero stretti e uniti sotto la direzione politica e militare dei bolscevichi di Stalin per distruggere gli eserciti di Hitler , e l’Armata Rossa non avrebbe salvato l’Europa e l’umanità dalla barbarie nazifascista. Vergogna a Togliatti, dunque, che ancorché di quei “miracoli” fosse stato il testimone oculare diretto, ha fatto propria l’accusa socialdemocratica ai bolscevichi di essere una minoranza giacobina.

    http://lanostralotta.org/?p=143
    Ultima modifica di Murru; 26-04-11 alle 23:32

  5. #5
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    Predefinito Rif: “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia

    Citazione Originariamente Scritto da Stalinator Visualizza Messaggio
    Ovviamente non sono per niente daccordo con Curatoli. La retorica è quella del prete scalzo e del teorico che, pur indiscutibilmente preparatissimo, non si rende conto delle necessità contestuali e non è in grado differenziare le situazioni e i ruoli di responsabilità. Non che consideri Togliatti uno intoccabile, senz'altro l'allontanamento di Secchia fu un errore, ma mi pare esagerato il tono generale.
    Citazione Originariamente Scritto da SteDiessino Visualizza Messaggio
    Non sono affatto d'accordo, come dice Stalinator è sbagliato slegare l'azione del PCI di Togliatti dalla situazione internazionale.
    Ma scusate eh, il caso del Vietnam non vi dice niente? Anche li c' erano truppe d' occupazione americane nel sud a causa di accordi internazionali eppure......
    Ultima modifica di Murru; 27-04-11 alle 00:46

  6. #6
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    Predefinito Rif: “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia

    Citazione Originariamente Scritto da Murru Visualizza Messaggio
    Ma scusate eh, il caso del Vietnam non vi dice niente? Anche li c' erano truppe d' occupazione americane nel sud a causa di accordi internazionali eppure......
    Il paragone è azzardatissimo. Lì il Partito Comunista controllava oltre mezzo Paese e c'era un vasto favore popolare filo-comunista anche nel Sud. Nel 1945, l'Italia era in condizioni totalmente diverse e ben più frammentate.

  7. #7
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    Predefinito Rif: “Il Migliore” ha affossato il comunismo in Italia

    Citazione Originariamente Scritto da Murru Visualizza Messaggio
    Ma scusate eh, il caso del Vietnam non vi dice niente? Anche li c' erano truppe d' occupazione americane nel sud a causa di accordi internazionali eppure......
    In Vietnam l'alternativa comunista era giudicata da ampi strati della popolazione (non solo al Nord) positiva e d'avanguardia, una alternativa di vera liberazione.

    In Italia il Fronte PCI-PSI non raggiunse nemmeno il 35% dei voti alle consultazioni del 1948, eravamo pur sempre una ex-nazione fascista che si è poi messa il vestito "buono" della Dc.
    Ultima modifica di SteCompagno; 30-04-11 alle 21:27
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