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    Predefinito 30 aprile 2011: Sabato di Pasqua

    1 aprile 2011: Venerdì della terza settimana di Quaresima

    La Stazione è a S. Lorenzo in Lucina, antico e celebre tempio, ove si custodisce la graticola sulla quale il santo Arcidiacono della Chiesa Romana consumò il martirio.



    lezione (Nm 20,1.3.6-13). - In quei giorni: I figli d'Israele fecero assembramento contro Mosè e Aronne, e, levatisi in sedizione, dissero: Dateci dell'acqua per bere. Mosè ed Aronne, lasciata la moltitudine, entrarono nel tabernacolo dell'Alleanza, e prostratisi bocconi per terra, alzarono la voce al Signore, e dissero: Signore Dio, ascolta il grido di questo popolo ed apri loro il tuo tesoro, una fonte d'acqua viva che si dissetino e cessino di mormorare. E la gloria del Signore apparve sopra di essi; e il Signore parlò a Mosè, dicendo: Prendi la verga, raduna il popolo, e in sua presenza tu e il tuo fratello Aronne parlate alla pietra, ed essa darà acqua; e dall'acqua fatta sgorgare dalla pietra sarà dissetato il popolo coi suoi giumenti. Mosè adunque, seguendo l'ordine del Signoie, prese la verga ch'era alla presenza del Signore, e, radunata la moltitudine dinanzi alla pietra, disse loro: Ascoltate, ribelli ed increduli: potremo noi farvi uscire dell'acqua da questa pietra? Allora Mosè alzò la mano, con la verga percosse due volte la pietra, e ne scaturirono tante acque da dissetare il popolo e il bestiame. Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: Perché non mi avete creduto da santificarmi dinanzi ai figli d'Israele, voi non introdurrete questi popoli nella terra che darò loro. Questa è l'acqua di contraddizione ove i figli d'Israele contesero contro il Signore, che fu santificato in mezzo a loro.



    La roccia spirituale.

    Abbiamo qui uno dei più augusti simboli dell'Antico Testaménto ed insieme l'immagine del Battesimo cui aspirano i nostri Catecumeni. L'acqua appare qui come l'oggetto dei desideri di tutto un popolo, che senza l'acqua doveva perire. San Paolo, svelandoci i misteri dell'antica Alleanza insegna che la roccia, o la pietra, significava Gesù Cristo (1Cor 10,4), dal quale zampillò la fonte d'acqua viva che disseta e purifica le anime. In seguito i santi Padri ci fecero notare che la pietra vivificò l'acqua, da essa contenuta, solo dopo essere stata percossa dalla verga, i cui colpi sulla roccia significano la Passione del Redentore. Il legno di questa verga, aggiungono gli antichi interpreti, è il simbolo della Croce, e i due colpi rappresentano i due legni di cui essa è formata.



    Il nuovo Mosè.

    Le pitture della Chiesa primitiva che ci restano nelle Catacombe di Roma ci mostrano ad ogni passo l'immagine di Mosè che percuote la roccia, donde scaturisce l'acqua; anzi un vetro dipinto rinvenuto in quei sotterranei, culla della nostra fede, ci mostra, dall'iscrizione che ancora si legge, che i primi cristiani consideravano nella figura di Mosè lo stesso san Pietro, il quale nella nuova Alleanza aprì al vero popolo di Dio la sorgente d'ogni grazia, prima con la sua predicazione il giorno della Pentecoste, e più tardi con quella che fece sentire ai Gentili nella persona del centurione Cornelio. Il simbolo di Mosè che percuote la roccia, e la maggior parte di quelli che abbiamo ravvisati e ravviseremo nelle letture che assegna la Chiesa all'istruzione dei Catecumeni, non solo furono impressi, in quei primi secoli sugli affreschi delle catacombe romane, ma numerosi monumenti attestano ch'erano anche rappresentati in tutte le chiese dell'Oriente e dell'Occidente. Anzi, molti di questi simboli giunsero fino al secolo XIII, ed oltre, sulle vetrate delle nostre cattedrali, le quali conservano ancora la forma ieratica ricevuta all'inizio. È triste vedere che, soggetti che suscitavano un sì vivo entusiasmo nei nostri padri, oggi sono divenuti così poco familiari. Usciamo da una tale indifferenza che non è affatto cristiana, e con la meditazione della santa Liturgia, ritorniamo alle tradizioni alle quali i nostri avi attinsero la solida fede e il sublime attaccamento a Dio ed alla loro posterità.



    vangelo (Gv 4,5-42). - In quel tempo: Gesù giunse ad una città della Samaria, detta Sichar, vicina alla tenuta che da Giacobbe fu data al suo figlio Giuseppe, dove era pure il pozzo di Giacobbe. Or dunque Gesù, stanco del viaggio, stava a sedere, così com'era alla fonte. Era circa l'ora sesta. Venne ad attingere acqua una Samaritana. Gesù le disse: Dammi da bere. (I suoi discepoli erano andati in città a comprare da mangiare). Ma la Samaritana gli rispose: Come mai tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono Samaritana? che i Giudei non hanno relazione coi Samaritani. Gesù le rispose: Se tu conoscessi il dono di Dio, e chi è che ti dice: dammi da bere, tu stessa forse ne avresti chiesto a lui che ti avrebbe dato acqua viva. La donna gli disse: Signore, non hai con che attingere e il pozzo è profondo: donde hai quest'acqua viva? Sei tu forse da più di Giacobbe nostro padre, che diede a noi questo pozzo e ci bevve lui stesso e i suoi figli e il suo bestiame? E Gesù le rispose: Chi beve di quest'acqua tornerà ad aver sete; ma chi beve l'acqua che gli darò io, non avrà più sete in eterno; che anzi l'acqua da me data diventerà in lui fontana d'acqua viva zampillante in vita eterna. E la donna: Signore, dammi di quest'acqua, affinché non abbia mai più sete e non abbia a venire qua per attingere. Gesù le disse: Va' a chiamar tuo marito e ritorna qui. Non ho marito, rispose la donna. E Gesù: Hai detto bene, non ho marito: perché ne hai avuti cinque e quello che hai ora non è tuo marito: in questo hai detto la verità. Gli disse la donna: Signore, m'accorgo che tu sei profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, e voi dite che il luogo dove bisogna adorare è in Gerusalemme. Gesù le rispose: Credimi, donna; è venuto il tempo in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quello che non conoscete; noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l'ora viene, anzi è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Che il Padre vuol tali adoratori. Dio è spirito e quei che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità. Gli disse la donna: So che ha da venire il Messia, che vuoi dire Cristo; quando sarà venuto lui, ci istruirà di tutto. E Gesù a lei: Sono io che ti parlo. In quel momento arrivarono i suoi discepoli e si meravigliarono che parlasse con una donna. Nessuno però gli disse: Che cerchi? o di che parli con lei? Ma la donna lasciò la sua brocca e andò in città a dire a quella gente. Venite a vedere un uomo il quale mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia il Cristo? Uscirono pertanto dalla città e andarono da lui. In quel frattempo i discepoli lo pregarono dicendo: Maestro, mangia. Ma egli rispose loro: Io mi nutro di un cibo che voi non conoscete. I discepoli si dicevano perciò tra loro: Forse qualcuno gli ha portato da mangiare! Gesù disse loro: Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e così compiere l'opera sua. Non dite voi: Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco io vi dico: Alzate gli occhi e mirate le campagne che già biondeggiano per le messi. E chi miete riceve la mercede e raccoglie frutto per la vita eterna, sicché ne goda insieme e chi semina e chi miete. In questo proprio s'avvera quel proverbio: Altri semina ed altri miete. Io vi ho mandati a mietere dove non avete faticato; altri hanno lavorato e voi siete sottentrati nel loro lavoro. Ora molti Samaritani della città credettero in lui per le parole della donna che attestava: M'ha detto tutto quello che ho fatto. Andati dunque da lui i Samaritani, lo pregavano a trattenersi con loro. E ci rimase due giorni. E molto più credettero in virtù della sua parola, e dicevano alla donna: Noi non crediamo già per la tua parola, perché noi stessi abbiamo udito e abbiamo conosciuto che colui è veramente il Salvatore di tutto il mondo.



    Gesù al pozzo di Giacobbe.

    Nel racconto evangelico è il Figlio di Dio in persona che continua il ministero di Mosè, svelando alla Samaritana, figura della gentilità il mistero dell'Acqua che dà la vita eterna. Il soggetto lo ritroviamo nelle pitture murali delle Catacombe e sui bassorilievi dei sarcofaghi cristiani del IV e V secolo. Meditiamo questa bella storia, dove tutto parla della misericordia del Redentore. Gesù è stanco del cammino percorso: lui, Figlio di Dio, al quale il mondo non è costato che una parola, si è stancato nel cercare le sue pecorelle, ed eccolo ridotto a sedersi per riposare le sue spossate membra, ma prende il suo riposo sull'orlo di un pozzo, presso una fonte d'acqua. Arriva là una donna, la quale conosce solo l'acqua materiale; e Gesù vuole rivelarle un'acqua molto più preziosa. Ma comincia a farle conoscere la stanchezza che lo accascia e la sete che lo divora. Dammi da bere, le dice, come dirà fra pochi giorni sulla Croce: Ho sete. Anche noi, per arrivare a concepire la grazia del Redentore, dovremo prima conoscerlo nell'aspetto dell'infermità e della sofferenza.



    L'acqua viva.

    Ma ben presto non sarà più Gesù a domandare dell'acqua: sarà lui a offrirla, ed è un'acqua che toglie per sempre la sete, un'acqua zampillante nella vita eterna. La donna che desidera gustare di quest'acqua, ancora non sa chi è che le parla, e già presta fede alle sue parole. Questa idolatra mostra più docilità che i Giudei, pur sapendo che il suo interlocutore appartiene a una nazione da lei disprezzata. L'accoglienza che fa al Salvatore le ottiene nuove grazie a sua favore. E Gesù comincia a provarla, dicendo: Va' a chiamar tuo marito e ritorna qui. L'infelice non aveva un legittimo marito; e Gesù vuole che lo confessi. Ella non esita; e perché le ha rivelato il suo disonore, lo riconosce per un profeta. La sua umiltà sarà ricompensata, ed avrà le sorgenti dell'acqua viva. Così pure s'arrese la gentilità alla predicazione degli Apostoli; essi, venuti a rivelare a questi uomini abbandonati la gravita del male e la santità di Dio, lungi dall'essere respinti, li trovarono docili e pronti a tutto. La fede di Gesù Cristo richiedeva dei martiri, e ve ne furono a folle tra le prime generazioni strappate al paganesimo e a tutti i suoi disordini. Vedendo Gesù questa semplicità nella Samaritana, giudica, nella sua bontà, che sia venuto il tempo di manifestarsi a lei; e dice alla povera peccatrice ch'è giunto il momento in cui gli uomini adoreranno Dio in tutta la terra, che il Messia è venuto, ed è colui che parla con lei. È tale la divina condiscendenza del Salvatore per l'anima docile, che si manifesta interamente ad essa. Nel frattempo arrivano gli Apostoli che sono ancora troppo Israeliti, per comprendere la bontà del loro Maestro verso la Samaritana; ma s'avvicina l'ora che anch'essi diranno con san Paolo: "Non vi è più né Giudeo, né Greco; né servo, né libero; né maschio, né femmina; ma voi tutti non siete che una sola persona in Gesù Cristo" (Gal 3,28).



    Apostolo e Martire.

    Intanto la donna di Samaria, trasportata da un ardore celeste, diventa anch'essa apostola; lascia l'anfora sull'orlo del pozzo, perché non vale più niente ai suoi occhi l'acqua materiale, dopo che il Salvatore le ha dato da bere dell'acqua viva; e rientra in città, per predicarvi Cristo Gesù e condurre ai suoi piedi, possibilmente, tutti gli abitanti della Samaria. Nella sua umiltà, porta per prova della grandezza del Profeta la rivelazione che le ha fatta dei disordini nei quali è vissuta fino ad oggi. Quei pagani abbandonati che i Giudei aborrivano, accorrono al pozzo dove è rimasto Gesù ad intrattenere i suoi discepoli sulla messe vicina, e venerano in lui il Messia, il Salvatore del mondo; e Gesù si degna trattenersi due giorni nella loro città, dove regnava l'idolatria mista a qualche traccia di osservanze giudaiche. La tradizione cristiana ha conservato il nome di questa donna che, dopo i Magi dell'Oriente, viene annoverata fra le primizie del nuovo popolo: si chiamava Fotina, e versò il suo sangue per colui che le si manifestò al pozzo di Giacobbe. La Chiesa ne onora ogni anno la memoria nel Martirologio romano, il 20 marzo.

    PREGHIAMO
    Fa', o Dio onnipotente, che noi, fidando nella tua protezione, possia*mo vincere col tuo aiuto ogni avversità.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 577-581

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    Predefinito Rif: 1 aprile 2011: Venerdì della terza settimana di Quaresima


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    Predefinito Rif: 1 aprile 2011: Venerdì della terza settimana di Quaresima

    SABATO DELLA TERZA SETTIMANA DI QUARESIMA


    La Stazione è alla chiesa di S. Susanna, Vergine romana e Martire. La ragione di questa scelta è la lettura che si fa oggi della storia della casta Susanna, figlia d'Elcia, che la Chiesa presenta all'imitazione dei cristiani.



    lezione (Dan 13,1-62). - In quei giorni: Dimorava in Babilonia un uomo chiamato Ioachim, il quale aveva sposato una donna chiamata Susanna, figlia d'Elcia, bellissima e timorata di Dio, avendo i suoi genitori, che eran giusti, educata la figliola secondo la legge di Mosè. loachim era molto ricco, aveva accanto alla sua casa un giardino, e da lui andavano in gran numero i Giudei, perché egli era il più ragguardevole di tutti. Or in quell'anno furono eletti giudici del popolo due anziani, di quelli dei quali disse il Signore: L'iniquità è uscita da Babilonia per mezzo di anziani giudici che sembravano rettori del popolo. Questi frequentavano la casa di Ioachim, e tutti quelli che avevano cose da giudicare, andavano a trovarli. Quando il popolo, verso il mezzogiorno se ne andava, Susanna soleva andare a passeggiare nel giardino di suo marito. I (due) vecchi, standola a guardare ogni giorno quando andava a passeggio, concepirono per lei un'ardente passione; persero il lume dell'intelletto, chiusero gli occhi per non vedere il cielo, e per non ricordarsi dei giusti giudizi. Or mentre essi stavano ad aspettare il giorno più adatto, Susanna entrò secondo il solito con due sole ancelle nel giardino per fare un bagno, che era caldo. Lì non restarono che i due anziani, nascosti a contemplarla. Susanna disse alle ancelle: Dopo avermi portato l'unguento e i profumi, chiudete le porte del giardino, affinché possa fare il bagno. Partite le ancelle, i due anziani uscirono dai nascondigli e corsero da lei, e dissero: Ecco le porte del giardino son chiuse; nessuno ci vede, noi bruciamo per te, acconsenti, e abbandonati ai nostri desideri. Che se resisti, noi renderemo testimonianza. contro di te, che un giovane era teco e che per questo avevi mandate via le ancelle. Susanna sospirò e disse: Da ogni parte mi trovo oppressa: se faccio questo, per me è morte, se non lo faccio non potrò scampare dalle vostre mani. Ma per me è meglio cadere nelle mani vostre, senza aver fatto il male, che peccare nel cospetto del Signore. Allora Susanna diede un gran grido, ed anche i due anziani alzaron la voce contro di lei. Uno (di essi) corse alle porte del giardino e le aperse. I servitori di casa, avendo sentito rumore nel giardino, vi accorsero per la porta di dietro per vedere che fosse accaduto. Sentito quanto dicevano gli anziani, i servi restarono oltremodo confusi, perché tal cosa non era mai stata detta di Susanna. Venuto il giorno dopo, tutto il popolo s'adunò nella casa di Ioachim, marito di Susanna, e vi andarono anche i due anziani, pieni di cattive intenzioni contro Susanna, per farla morire. Essi dissero alla presenza del popolo: Mandate a chiamare Susanna, figlia d'Elcia, moglie di loachim. Mandarono subito a chiamarla, ed essa venne coi suoi genitori, coi figlioli e con tutti i suoi parenti. I suoi e tutti i suoi conoscenti piangevano; ma i due anziani, levatisi in mezzo al popolo, posero le mani sul capo di lei. Essa, piangendo alzò gli occhi al cielo, col cuore pieno di fiducia nel Signore. Gli anziani dissero: Mentre noi si passeggiava soli nel giardino, costei venne con due ancelle, fece chiudere le porte del giardino, e licenziò le ancelle. Allora si accostò a lei un giovane, che era nascosto, e peccò con lei. Noi essendo in un angolo del giardino, vedendo l'opera rea, corremmo verso di loro e li vedemmo peccare. Il giovane non lo potemmo prendere, perché essendo più forte di noi, aprì le porte e scappò. Prendemmo allora lei, e la interrogammo chi fosse il giovane; ma non ce lo volle dire. Di ciò noi siamo testimoni. La moltitudine credette, perché essi erano anziani e giudici del popolo, e la condannarono a morte. Allora Susanna esclamò ad alta voce e disse: O Dio eterno, tu che conosci le cose occulte, e sai le cose prima che avvengano, tu lo sai che essi han detto falsa testimonianza contro di me; ed ecco io muoio senza aver fatto nulla di ciò che essi hanno inventato contro di me. Il Signore ascoltò la sua preghiera. Mentre era condotta al supplizio, il Signore suscitò lo Spirito santo in un tenero giovanetto chiamato Daniele, il quale gridò ad alta voce: Io son puro del sangue di lei! Rivoltosi a lui tutto il popolo disse: Che vorresti dire con le tue parole? E Daniele, stando in mezzo ad essi, disse: Siete così stolti, o figli d'Israele, da condannare una figlia d'Israele, senza esaminare e senza appurare la verità? Tornate al tribunale; perché essi han reso falsa testimonianza contro di lei. Il popolo tornò subito indietro, e Daniele disse ad essi: Separateli l'uno dall'altro, e io li esanimerò. Separati che furono l'uno dall'altro, ne chiamò uno e disse; Vecchio di giorni rei, or son giunti i tuoi peccati che hai fatti per l'addietro, dando sentenze ingiuste, opprimendo gl'innocenti e liberando i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai l'innocente e il giusto. Or dunque, se tu l'hai veduta: di': Sotto qual pianta li hai veduti parlare insieme? L'altro rispose: Sotto un lentisco. E Daniele a lui: Senza dubbio tu hai mentito a tua rovina: infatti l'Angelo di Dio ha già da lui ricevuta la sentenza di dividerti per mezzo. Rimandato questo, fece venir l'altro, e gli disse: Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione t'ha pervertito il cuore. Così voi facevate alle figliole d'Israele, e queste per paura parlavano con voi; ma una figliola di Giuda non ha potuto soffrire la vostra iniquità. Or dunque, dimmi, sotto qual albero li trovasti a discorrere insieme ? L'altro rispose: Sotto un leccio. E Daniele a lui: Senza dubbio anche tu hai mentito per tua rovina: già ti aspetta con la spada l'Angelo del Signore per tagliarti per mezzo, e così vi farà morire. Allora tutta l'adunanza diede in un gran grido e benedisse Dio, il quale salva coloro che sperano in lui. Poi insorti contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca d'aver detto falsa testimonianza, fecero ad essi il male che avevan fatto al prossimo, e li fecero morire. Così in quel giorno fu salvato il sangue innocente.



    La virtù ricompensata.

    Ieri abbiamo preso parte alla gioia dei Catecumeni, ai quali la Chiesa ha ormai svelata la fonte limpida e vivificante che scaturisce dal Salvatore, e nelle cui acque presto attingeranno una nuova vita; oggi l'insegnamento è diretto ai Penitenti, per i quali s'avvicina la riconciliazione. Ma come essi possono sperare ancora il perdono, dopo avere insozzata la veste candida del loro battesimo e calpestato il sangue divino che li aveva riscattati? Il perdono discenderà ugualmente su di loro e saranno salvi. Se volete comprenderne il mistero, leggete e meditate le sante Scritture: là imparerete a conoscere che v'è per l'uomo una salvezza che procede dalla giustizia ed una salvezza che viene dalla misericordia. Oggi abbiamo sotto gli occhi entrambi gli esempi. Susanna, che accusata ingiustamente di adulterio, viene vendicata e liberata da Dio, che la ricompensa della sua virtù; e un'altra donna, veramente colpevole della medesima colpa, che pure viene strappata dalla morte da Gesù Cristo. I giusti, dunque, attendono con confidenza ed umiltà il premio meritato; ed anche i peccatori sperino nella clemenza del Redentore, che venne più per loro che per i giusti. In questo modo la santa Chiesa incoraggia i suoi penitenti e li chiama alla conversione, scoprendo loro le ricchezze del Cuore di Gesù e le misericordie della nuova legge, che il divin Redentore è venuto a suggellare col suo sangue.



    La Chiesa fedele a Gesù Cristo.

    In questa mirabile storia di Susanna i primi cristiani vedevano anche il tipo della Chiesa dei loro tempi, la quale sollecitata al male dai pagani, rimane fedele al suo divino Sposo a costo della vita. Un vescovo martire del III secolo, sant'Ippolito, ci dà la chiave di questo simbolo (In Danielem p. 27, Edit. Fabricii); e le sculture degli antichi sarcofaghi cristiani, come pure gli affreschi delle catacombe romane, sono unanimi nel presentarci la fedeltà di Susanna alla legge di Dio, nonostante la morte che la minaccia, come il tipo dei martiri che preferiscono la morte all'apostasia, la quale, secondo il linguaggio delle sante Scritture, è un vero adulterio dell'anima verso Dio, di cui è divenuta sposa col battesimo.



    VANGELO (Gv 8,1-11). - In quel tempo: Gesù andò al monte degli Olivi. E sul far del giorno tornò di nuovo nel tempio, e tutto il popolo accorse a lui e, sedutosi, l'ammaestrava. Allora gli Scribi e i Farisei gli conducono una donna colta in adulterio e, postala in mezzo, gli dissero: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Or Mosè nella legge ci ha comandato che queste tali siano lapidate; e tu che ne dici? E dicevano questo per metterlo alla prova e per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatesi, si mise a scrivere col dito in terra. E siccome continuavano ad interrogarlo si alzò e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. E di nuovo, chinatosi, seguitò a scrivere in terra. Ma quelli, udito ciò, uno dopo l'altro se ne andarono tutti cominciando dai più vecchi, e Gesù restò solo con la donna là in mezzo. Allora Gesù, alzatosi, disse alla donna: Dove sono, o donna, quelli che ti accusavano? Nessuno ti ha condannata? Ed ella: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Nemmeno io ti condannerò: va' (in pace) e non peccare più.



    Il peccato perdonato.

    Ecco qui la salvezza che viene dalla misericordia. La colpa di questa donna è reale; la legge la condanna alla morte; i suoi accusatori, chiedendone la pena, sono per la giustizia: eppure la colpevole non perirà. È Gesù che la salva, e per questo beneficio le richiede una sola condizione: che non pecchi più. Quale riconoscenza dovette avere per il suo liberatore! e come, d'ora innanzi, si preoccupò di seguire l'ordine di chi non volle condannarla, ed al quale doveva la vita! Come peccatori, penetriamoci di questi sentimenti verso il nostro Redentore. Non è stato lui a trattenere il braccio della divina giustizia che stava per colpirci, offrendosi a pagare per noi? Salvati dalla sua misericordia, uniamoci ai Penitenti della Chiesa primitiva, e durante questi giorni che ci restano, procuriamo di gettare le solide basi d'una nuova vita.



    I peccati di lingua.

    Gesù non risponde che una sola parola ai Farisei che sono venuti a tentarlo e a sottoporgli il caso di questa donna; ma una sola parola così breve non dev'essere da noi raccolta con minore rispetto e riconoscenza: perché, se esprime la pietà divina del Salvatore per la peccatrice tremante ai suoi piedi, racchiude anche una lezione pratica per noi. Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei. In questo tempo di riparazione e di penitenza, ricordiamo le maldicenze di cui ci siamo resi colpevoli verso il prossimo, i peccati di lingua, dei quali ci rimproveriamo così poco, mentre li dimentichiamo così presto, perché escono dalla nostra bocca, per così dire, come da una sorgente. Se la parola del Salvatore fosse risuonata in fondo al nostro cuore, come doveva; se avessimo soprattutto pensato a tanti lati reprensibili che sono in noi, non è forse vero che non avremmo più trovato il coraggio di criticare la condotta del prossimo, di mettere a nudo le sue colpe e perfino di giudicare i suoi pensieri e le sue intenzioni? Siamo più cauti per l'avvenire: Gesù conosceva la vita degli accusatori di questa donna, conosce interamente la nostra: guai a noi, dunque, se non diventiamo più indulgenti verso i nostri fratelli!

    Consideriamo finalmente la malizia dei nemici di Gesù e con quale perfidia gli tendono il tranello. Se si pronuncia in favore della vita che ha condotta questa donna, l'accuseranno di disprezzare la legge di Mosè che la condanna ad essere lapidata; se risponde in conformità della legge, lo faranno apparire al popolo come un uomo crudele e sanguinario. Gesù, con la sua celeste prudenza, sfugge alle loro insidie; ma è bene che fin d'adesso teniamo presente quale sorte gli sarà riservata il giorno in cui, consegnandosi nelle loro mani, non opporrà altro alle loro calunnie ed ai loro oltraggi, che il silenzio e la pazienza d'una vittima votata alla morte.



    PREGHIAMO
    Stendi, o Signore, sui tuoi fedeli la destra del celeste aiuto; affinché ti cerchino con tutto il cuore e meritino di ottenere quanto giustamente domandano.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 581-585

    Ultima modifica di Guelfo Nero; 01-04-11 alle 20:48

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    Predefinito Rif: 1 aprile 2011: Venerdì della terza settimana di Quaresima

    2 APRILE

    SAN FRANCESCO DI PAOLA, CONFESSORE



    Un grande Penitente.

    Oggi riceviamo l'esempio e il patrocinio dal Fondatore di una milizia fatta di umiltà e di penitenza, Francesco di Paola. Non ostante la sua vita fosse sempre innocente, tuttavia lo vediamo abbracciare, sin dalla prima giovinezza, una penitenza così austera, che ci parrebbe troppo severa nei più grandi peccatori d'oggigiorno. Dio non muta, e mai vengono meno i diritti e i rigori della giustizia divina; non ci sarà perdonata l'offesa che abbiamo fatta a lui peccando, se non la ripariamo. I Santi hanno espiato per tutta la vita, e con la massima severità, le loro colpe più leggere; e non senza fatica la Chiesa, in questi giorni, strappa alla nostra mollezza qualche opera di penitenza mitigata all'eccesso!

    Manca forse la fede nelle anime nostre? o languisce nei nostri cuori la carità? Senza dubbio ci mancherà l'una e l'altra; e la causa di tale fiacchezza la dobbiamo ricercare nell'amore della vita presente, che quasi insensibilmente ci fa perdere l'unico punto di vista cui dovremmo sempre mirare: l'eternità. Quanti cristiani ai nostri giorni si rassomigliano, nei sentimenti, a quel re di Francia, che, dopo aver ottenuto dal Romano Pontefice che san Francesco di Paola dimorasse presso di lui, venne a gettarsi ai piedi del servo di Dio, per supplicarlo di prolungargli la vita! Tale attaccamento alla vita noi lo portiamo ad un eccesso miserando. Ci ripugna il digiuno e l'astinenza, non perché l'obbedienza alla legge della Chiesa metterebbe a repentaglio la vita, non perché viene pregiudicata la salute: perché sappiamo bene che le prescrizioni quaresimali cedono davanti a simili motivi; ma ci si dispensa dal digiuno e dall'astinenza, perché la mollezza in cui viviamo ci rende insopportabile persino l'idea di una piccola privazione o di un leggero mutamento delle nostre abitudini. Troviamo forza più che sufficiente negli affari, nei capricci e nei piaceri; e quando si tratta d'adempiere delle leggi ordinate dalla Chiesa nell'interesse dell'anima e del corpo, ogni cosa pare impossibile; anzi si addomestica la coscienza a non turbarsi più di queste trasgressioni annuali, che alla fine estinguono nell'anima del peccatore persino l'idea della necessità ch'egli ha di far penitenza, se vuol essere salvo.



    VITA. - Francesco nacque a Paola, in Calabria, nel 1437. Dopo aver fatta una vita eremitica per sei anni, gettò le prime fondamenta del suo Ordine e chiamò i suoi discepoli col nome di Minimi. Celebre per la sua austerità, le virtù ed i miracoli, nel 1482, dovette andare in Francia a preparare re Luigi XI a morire piamente. Egli poi mori a Tours nel 1507. Leone X lo iscrisse nel catalogo dei Santi il 1° maggio 1519.



    Spirito di penitenza.

    O Apostolo della penitenza, Francesco di Paola, la tua vita fu sempre santa, mentre noi siamo peccatori. Non di meno in questi giorni osiamo ricorrere al tuo potente patrocinio, affinché ci ottenga da Dio che non passi questo santo tempo, senza averci fatto concepire un vero spirito di penitenza, che ci sostenga nella speranza che nutriamo del perdono. Mentre ammiriamo le meraviglie di cui fu ripiena la tua vita, ora che sei nell'eterna gloria ricordati di noi e degnati benedire il popolo fedele che implora da te aiuto. Che le tue preghiere facciano piovere su noi la grazia della compunzione che animi le nostre opere di penitenza.

    Benedici e conserva il santo Ordine da te fondato. La tua patria ebbe l'onore di possederti! Dalla Francia la tua anima volò al cielo, lasciando ivi deposte le tue spoglie mortali, che certo divennero per la Francia una sorgente di favori ed il pegno della tua protezione. Ma ahimé! ora non possediamo più il tuo corpo, tempio dello Spirito Santo: perseguitato dal furore del protestantesimo, incendiato ed incenerito sacrilegamente. O uomo pieno di mitezza e di pace, perdona ai figli i crimini dei loro padri; e, mentre nel cielo formi un trofeo delle divine misericordie, usaci clemenza e non ricordare le passate iniquità, se non per attirare sulla presente generazione quei celesti favori che possono convertire i popoli e far rivivere in essi la fede e la pietà degli antichi tempi.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 895-896

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    Predefinito Rif: 2 aprile 2011: Sabato della terza settimana di Quaresima

    QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA



    La Domenica della gioia.

    Questa Domenica chiamata Laetare, dalla prima parola dell'Introito della Messa, è una delle più celebri dell'anno. In questo giorno la Chiesa sospende le tristezze della Quaresima; i canti della Messa non parlano che di gioia e di consolazione; si fa risentire l'organo, rimasto muto nelle tre Domeniche precedenti; il diacono riveste la dalmatica e il suddiacono la tunicella; è consentito sostituire i paramenti violacei coi paramenti rosa. Gli stessi riti li abbiamo visti praticare durante l'Avvento, nella terza Domenica chiamata Gaudete. Manifestando oggi la Chiesa la sua allegrezza nella Liturgia, vuole felicitarsi dello zelo dei suoi figli; avendo essi già percorso la metà della santa quaresima, vuole stimolare il loro ardore a proseguire fino alla fine [1].



    La Stazione.

    La Stazione è, a Roma, nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme, una delle sette principali chiese della città eterna. Disposta nel IV secolo nel palazzo Sessoriano, per cui venne pure chiamata Basilica Sessoriana, essa fu arricchita delle più preziose reliquie da sant'Elena, la quale voleva farne come la Gerusalemme di Roma. Con questo proposito, ella vi fece trasportare una grande quantità di terra prelevata sul Monte Calvario, e depositò in questo tempio, insieme ad altri cimeli della Passione, l'iscrizione sovrapposta sulla testa del Salvatore mentre spirava sulla Croce; tale scritta ivi ancora si venera sotto il nome del Titolo della Croce. Il nome di Gerusalemme legato a questa Basilica ravviva tutte le speranze del cristiano. perché gli ricorda la patria celeste, la vera Gerusalemme dalla quale siamo ancora esiliati. Per questo fin dall'antichità i sovrani Pontefici pensarono di sceglierla per l'odierna Stazione. Fino all'epoca della residenza dei Papi in Avignone veniva benedetta fra le sue mura la rosa d'oro, cerimonia che ai nostri giorni ha luogo nel palazzo dove il Papa ha la sua attuale residenza.



    La Rosa d'oro.

    La benedizione della Rosa è dunque ancora oggi uno dei particolari riti della quarta Domenica di Quaresima, per la quale ragione viene anche chiamata la Domenica della Rosa. I graziosi pensieri che ispira questo fiore sono in armonia coi sentimenti che oggi la Chiesa vuole infondere nei suoi figli, ai quali la gioiosa Pasqua presto aprirà una primavera spirituale, in confronto della quale la primavera della natura non è che una pallida idea. Anche questa istituzione risale ai secoli più lontani. La fondò san Leone IX, nel 1049, nell'abbazia di S. Croce di Woffenheim; e ci resta un sermone sulla Rosa d'oro, che Innocenzo III pronunciò quel giorno nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme (PL 217, 393). Nel Medio Evo, quando il Papa risiedeva ancora al Laterano, dopo aver benedetta la Rosa, seguiva in corteo tutto il sacro Collegio, verso .a chiesa della Stazione, portando in testa la mitra e in mano questo fiore simbolico. Giunto nella Basilica, pronunciava un discorso sui misteri rappresentati dalla Rosa per la sua bellezza, il suo colore e il suo profumo. Quindi si celebrava la Messa; terminata la quale, i1 Pontefice ritornava al palazzo Lateranense, attraversando la pianura che separa le due Basiliche, sempre con la Rosa in mano. Arrivato alla soglia del palazzo, se nel corteo era presente un principe, toccava lui reggere la staffa ed aiutare il pontefice a smontare dal cavallo; in ricompensa della sua cortesia riceveva la Rosa, oggetto di tanto onore.

    Ai nostri giorni la funzione non è più così imponente; ma ne ha conservati tutti i principali riti. Il Papa benedice la Rosa d'oro nella Sala dei Paramenti, la unge col sacro Crisma e sopra vi spande una polvere profumata, conforme il rito d'un tempo; e quando arriva il momento della Messa solenne, entra nella Cappella del palazzo, tenendo il fiore fra le mani. Durante il santo Sacrificio la rosa viene posta sull'altare e fissata sopra un rosaio d'oro fatto a questo scopo; finalmente, terminata la Messa, la si porta al Pontefice, il quale all'uscire dalla Cappella la tiene sempre fra le mani fino alla Sala dei Paramenti. Molto spesso il Papa suole inviare la Rosa a qualche principe o principessa che intende onorare; altre volte è una città oppure una Chiesa che vien fatta oggetto di una tale distinzione.



    Benedizione della Rosa d'oro.

    Daremo qui la traduzione della bella preghiera con la quale il sovrano Pontefice benedice la Rosa d'oro: essa aiuterà i nostri lettori a meglio penetrare il mistero di questa cerimonia, che aggiunge tanto splendore alla quarta Domenica di Quaresima: "O Dio, che tutto hai creato con la tua parola e la tua potenza, e che ogni cosa governi con la tua volontà, tu che sei la gioia e l'allegrezza di tutti i fedeli; supplichiamo la tua maestà a voler benedire e santificare questa Rosa dall'aspetto e dal profumo così gradevoli, che noi dobbiamo oggi portare fra le mani, in segno di gioia spirituale: affinché il popolo a te consacrato, strappato al giogo della schiavitù di Babilonia con la grazia del tuo Figliolo unigenito, gloria ed allegrezza d'Israele, esprima con sincero cuore le gioie della Gerusalemme di lassù, nostra madre. E come la tua Chiesa, alla vista di questo simbolo, sussulta di felicità per la gloria del Nome tuo, concedigli, o Signore, un appagamento vero e perfetto. Gradisci la sua devozione, rimetti i suoi peccati, aumentane la fede; abbatti i suoi ostacoli ed accordagli ogni bene: affinché la medesima Chiesa ti offra il frutto delle sue buone opere, camminando dietro ai profumi di questo Fiore, il quale, uscito dalla pianta di Gesse, è misticamente chiamato il fiore dei campi e il giglio delle convalli; e ch'esso meriti di godere un giorno la gioia senza fine in seno alla celeste gloria, in compagnia di tutti i Santi, col Fiore divino che vive e regna teco, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen".



    La moltiplicazione dei pani.

    Veniamo ora a parlare d'un altro appellativo che si da alla quarta Domenica di Quaresima, e che si riferisce alla lettura del Vangelo che la Chiesa oggi ci presenta. Questa Domenica infatti, in parecchi antichi documenti, è indicata col nome di Domenica dei cinque pani; il miracolo ricordato da questo titolo, mentre completa il ciclo delle istruzioni quaresimali, aumenta anche la gioia di questo giorno. Dimentichiamo per un istante la Passione imminente del Figlio di Dio, per occuparci del più grande dei suoi benefici: perché sotto la figura di questi pani materiali moltiplicati dalla potenza di Gesù. la nostra fede scopra quel "pane di vita disceso dal cielo che dà al mondo la vita" (Gv 6,33). La Pasqua s'avvicina, dice il Vangelo, e fra pochi giorni lo stesso Salvatore ci dirà: "Ho desiderato ardentemente di mangiare con voi questa Pasqua" (Lc 22,15). Prima di lasciare questo mondo per il Padre, egli vuole sfamare la folla che segue i suoi passi, e per questo si appella a tutta la sua potenza. Con ragione voi rimanete ammirati davanti a questo potere creatore, cui bastano cinque pani e due pesci per dar da mangiare a cinque mila uomini, così che dopo il pasto ne avanza da riempire dodici sporte. Un sì strepitoso prodigio basta senza dubbio a dimostrare la missione di Gesù; ma voi vi vedete solo un saggio della sua potenza, solo una figura di ciò che sta per fare, non una o due volte solamente, ma tutti i giorni, fino alla consumazione dei secoli; e non in favore di cinque mila persone, ma di una moltitudine innumerevole di fedeli. Contate sulla faccia della terra i milioni di cristiani che prenderanno posto al banchetto pasquale; colui che abbiamo visto nascere in Betlemme, la Casa del pane, sta per dare se stesso in loro alimento; e questo cibo divino mai si esaurirà. Sarete saziati come furono saziati i vostri padri; e le generazioni che verranno dopo di voi saranno, come voi, chiamate a "gustare e a vedere quanto è soave il Signore" (Sal 33,9).

    È nel deserto che Gesù sfama questi uomini, figura dei cristiani. Tutto un popolo ha lasciato il chiasso della città per seguirlo; bramando d'udire la sua parola, non ha temuto né la fame, né la stanchezza; ed il suo coraggio è stato ricompensato. Similmente il Signore coronerà le fatiche del nostro digiuno e della nostra astinenza al termine di questo periodo, di cui abbiamo già passato la metà. Rallegriamoci, dunque, e passiamo questa giornata confidando nel prossimo nostro arrivo alla mèta. Sta per arrivare il momento in cui l'anima nostra, saziata di Dio, non si lamenterà più delle fatiche del corpo; perché, insieme alla compunzione del cuore, queste le avranno meritato un posto d'onore nell'immortale banchetto.



    L'Eucarestia.

    La Chiesa primitiva non mancava di presentare ai fedeli il miracolo della moltiplicazione dei pani come l'emblema dell'inesauribile alimento eucaristico: ed anche nelle pitture delle Catacombe e sui bassorilievi degli antichi sarcofaghi cristiani lo si riscontra frequentemente. I pesci dati a mangiare insieme ai pani, pure apparivano in questi antichi monumenti della nostra fede, essendo soliti i primi cristiani figurare Gesù Cristo sotto il simbolo del Pesce, perché in greco la parola Pesce è formata di cinque lettere, ognuna delle quali è la prima delle parole: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore.

    In questo giorno, ultimo della settimana Mesonèstima, i Greci onorano san Giovanni Climaco, celebre Abate del monastero del Monte Sinai, del VI secolo.



    MESSA

    EPISTOLA (Gal 4,22-31). - Fratelli: Sta scritto che Abramo ebbe due figlioli: uno dalla schiava e uno dalla libera; e mentre quello della schiava nacque secondo la carne, quello della libera nacque in virtù della promessa. Queste cose hanno un senso allegorico. Rappresentano le due alleanze: una del monte Sinai che genera schiavi, e sarebbe Agar: infatti il Sinai è un monte dell'Arabia, ed ha molta relazione con la Gerusalemme attuale, che è schiava coi suoi figlioli. Ma la Gerusalemme superiore è libera, essa è la nostra madre; sta scritto infatti: Rallegrati, o sterile che non partorisci, prorompi in grida di gioia, tu che non divieni madre, perché molti sono i figlioli dell'abbandonata, e più numerosi di quelli di colei che ha marito. Quanto a noi, o fratelli, siamo come Isacco, figlioli della promessa, e come allora quello nato secondo la carne perseguitava colui che era nato secondo lo spirito, così pure succede ora. Ma che dice la Scrittura? Caccia la schiava e il suo figliolo, perché non dev'essere il figlio della schiava erede col figlio della libera. Pertanto, o fratelli, noi non siamo figli della schiava, ma della libera, per quella libertà con la quale Cristo ci ha liberati.



    La vera libertà.

    Rallegriamoci, figli di Gerusalemme e non più del Sinai ! La madre che ci ha generati, la santa Chiesa, non è schiava, ma libera; ed è per la libertà che ci ha dati alla luce. Israele serviva Dio nel timore; il suo cuore, sempre inclinato all'idolatria, aveva bisogno d'essere incessantemente frenato, con un giogo che doveva pungolare le sue spalle. Ma noi, più fortunati, lo serviamo nell'amore; e per noi "il suo giogo è soave, e leggero il suo carico" (Mt 11,30). Noi non siamo cittadini della terra: solo l'attraversiamo; la nostra unica patria è la Gerusalemme di lassù. Lasciamo quella di quaggiù al Giudeo, che non gusta se non le cose terrene, e nella bassezza delle sue speranze, misconoscendo il Cristo, si prepara a crocifiggerlo. Troppo tempo abbiamo strisciato con lui sulla terra, schiavi del peccato; ma più le catene della sua schiavitù si appesantivano sopra di noi, più aspiravamo d'esserne liberi. Arrivato il tempo favorevole ed i giorni della salvezza, docili alla voce della Chiesa, abbiamo avuto la sorte di entrare nei sentimenti e nelle pratiche delle santa Quarantena. Oggi il peccato ci sembra come il giogo più pesante, la carne come un peso pericoloso, il mondo come un crudele tiranno; cominciamo a respirare, e l'attesa della prossima liberazione c'infonde una viva contentezza. Ringraziarne con effusione il nostro liberatore, che, togliendoci dalla schiavitù di Agar, ci risparmia i terrori del Sinai, e sostituendoci all'antico popolo, ci apre col suo sangue le porte della celeste Gerusalemme.



    VANGELO (Gv. 6,1-15). In quel tempo: Gesù andò al di là del mare di Galilea, cioè di Tiberiade; e lo seguiva gran folla, perché vedeva i prodigi fatti da lui sugl'infermi. Salì pertanto Gesù sopra un monte ed ivi si pose i sedere con i suoi discepoli. Ed era vicina la Pasqua, la solennità dei Giudei. Or avendo Gesù alzati gli occhi e vedendo la gran turba che veniva a lui, disse a Filippo: Dove compreremo il pane per sfamare questa gente? Ma ciò diceva per metterlo alla prova; egli però sapeva quanto stava per fare. Gli rispose Filippo: Duecento danari di pane non bastano neanche a darne un pezzetto per uno. Gli disse uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che è questo per tanta gente? Ma Gesù disse: Fateli mettere a sedere. C'era lì molta erba. Si misero pertanto a sedere in numero di circa cinque mila. Allora Gesù prese i pani, e, rese le grazie, li distribuì alla gente seduta; e così pure fece dei pesci, finché ne vollero. E, saziati che furono, disse ai suoi discepoli: Raccogliete gli avanzi, che non vadano a male. Li raccolsero adunque; e riempirono dodici canestri dei pezzi che erano avanzati a coloro che avevan mangiato di quei cinque pani d'orzo. Or quegli uomini, visto il prodigio fatto da Gesù, dicevano: Questo è davvero il profeta che deve venire al mondo. Ma Gesù, accortosi che stavano per venire a rapirlo per farlo re, fuggì di nuovo solo sul monte.



    Regalità spirituale del Cristo.

    Questi uomini che il Salvatore aveva sfamati tanto amorosamente e con una potenza così miracolosa, hanno un solo pensiero: proclamarlo loro re. Una tale potenza e bontà riunite in Gesù lo fanno giudicare degno di regnare sopra di loro. Che faremo allora noi cristiani, che abbiamo sperimentato questo doppio attributo del Salvatore incomparabilmente meglio dei poveri Giudei? Perciò invochiamolo che presto il suo regno venga dentro di noi. Abbiamo visto nell'Epistola ch'egli venne a portarci la libertà, col liberarci dai nostri nemici. Ora tale libertà non la possiamo conservare, se non entro la legge. Gesù non è un tiranno, come il mondo e la carne; l'impero suo è dolce e pacifico, e noi siamo più figli suoi che sudditi. Alla corte di questo gran re, servire è regnare. Veniamo quindi ai suoi piedi a dimenticare tutte le passate schiavitù; e se c'impediscono ancora delle catene, affrettiamoci a romperle; la Pasqua è infatti la festa della liberazione, e già l'alba di questo giorno spunta all'orizzonte. Camminiamo decisi verso la mèta; Gesù ce ne darà il riposo e ci farà ristorare sull'erbetta, come fece alla moltitudine del Vangelo; e il Pane che ci avrà preparato ci farà subito dimenticare ogni fatica sostenuta durante il cammino.



    PREGHIAMO

    Fa', o Dio onnipotente, che noi, giustamente afflitti a causa delle nostre colpe, respiriamo per l'abbondanza della tua grazia.



    [1] Siccome anticamente la Quaresima non cominciava il Mercoledì delle Ceneri, ma la prima Domenica di Quaresima, ne seguiva che la quarta Domenica segnava esattamente metà del periodo quaresimale. Era la Domenica di Metà-Quaresima. Più tardi si anticipò la Quaresima di quattro giorni, e la Metà-Quaresima venne trasportata dalla Domenica al Giovedì. Ma niente di tutto ciò figurava nei testi liturgici.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 586-592

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    Ultima modifica di Guelfo Nero; 03-04-11 alle 17:08

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    LUNEDÌ DELLA QUARTA SETTIMANA DI QUARESIMA



    La. Stazione è all'antica chiesa detta dei Quattro Coronati, cioè dei santi Martiri Severo, Severiano, Carpoforo e Vittorino, i quali subirono la morte sotto la persecuzione di Diocleziano. I loro corpi riposano in questo tempio, che si onora anche di possedere il capo del grande martire san Sebastiano.



    lezione (3Re, 3,16-28). - In quei giorni: Vennero dal re Salomone due donne di mala vita, e si presentarono dinanzi a lui. Una di esse disse: Ti scongiuro, o mio signore ! Abitando in una stessa casa con questa donna, io partorii presso di lei nella camera, e il terzo giorno dopo ch'ebbi partorito io, partorì anche lei. Noi stavamo insieme, e nessun altro, fuori di noi due, era con noi in quella casa. Or essendo morto durante la notte il figlio di questa donna, da lei soffocato nel dormire, essa, alzatasi nel silenzio del cuor della notte, prese il mio figlio daccanto a me tua serva, che ero addormentata e lo pose sul suo seno, e pose in seno a me il suo figlio morto. Levatami la mattina per allattare il mio figlio, lo vidi morto; ma fissando più attentamente a giorno chiaro, riconobbi che non era il mio figlio da me partorito. E l'altra donna diceva: La cosa non sta come tu dici: è morto il tuo figlio, e il mio è vivo. E quella a replicarle contro: Tu mentisci: il mio figlio è vivo, e il tuo è morto. E in questo modo altercavano davanti al re. Allora il re disse: Questa dice: Il mio figlio è vivo, il tuo è morto. Quella risponde: No: il tuo figlio è morto, il mio è vivo. Allora, seguitò a dire il re: Portatemi una spada. Portata che fu la spada dinanzi al re, disse: Dividete in due il bambino vivo e datene metà all'una e metà all'altra. Allora la donna di cui era il figlio vivo, sentendo le viscere commosse verso il suo figlio, disse al re: Per pietà, o Signore, dà a lei il bambino vivo, non l'uccidere! L'altra invece diceva: Non deve toccare né a me né a te: sia diviso. Il re allora diede la sua risposta, dicendo: Date alla prima il bambino vivo, senza ucciderlo, perché essa n'è la madre. Tutto Israele, saputo il giudizio che il re aveva pronunziato, temette il re, vedendo che la sapienza di Dio era in lui per render giustizia.



    La Chiesa nostra Madre.

    Nell'epistola della Messa, ieri, san Paolo ci descriveva l'antagonismo fra la Sinagoga e la Chiesa, e come il figlio di Agar perseguitava il figlio di Sara, che era preferito dal padre di famiglia. Oggi le due donne che compaiono davanti a Salomone ci presentano ancora una volta questa tipica coppia. Esse si contendono un figlio; questo figlio è la Gentilità ammessa alla conoscenza del vero Dio. La sinagoga, figurata nella donna che ha fatto morire il proprio figliolo, cioè il popolo a lei affidato, ingiustamente reclama ciò che non portò nel suo seno; e siccome la sua contestazione è ispirata da superbia, e non da affetto materno, le è indifferente che venga immolato chi non le appartiene, purché sia strappato al seno della vera madre, la Chiesa. Salomone, il Re pacifico, figura del Cristo, aggiudica il figlio a colei che l'aveva concepito, partorito ed allattato; e la falsa madre rimane confusa. Amiamo dunque la santa Madre Chiesa, la Sposa del nostro Salvatore. Col Battesimo essa ci ha fatti figli di Dio: col Pane della vita ci ha nutriti; ci ha quindi elargito lo Spirito Santo; e quando col peccato abbiamo avuta la disgrazia di ricadere nella morte, ci ha restituita la vita col potere divino delle Chiavi. L'amore filiale verso la Chiesa è il distintivo degli eletti, e l'obbedienza ai suoi comandamenti è il segno luminoso di un'anima nella quale regna Dio.



    vangelo (Gv 2,13-25). - In quel tempo: Era vicina la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. E trovò nel tempio venditori di bovi, di pecore e di colombe e cambiamonete ai loro banchi. E fatta una sferza di cordicelle, li scacciò tutti dal tempio, con le pecore e i bovi, e sparpagliò il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi. Disse poi ai venditori di colombe: Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio una casa di mercato. Allora i suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo della tua casa mi ha consumato. Ma i Giudei rivoltisi a lui gli dissero: Qual segno ci mostri per far queste cose? E Gesù rispose loro: Disfate questo tempio ed in tre giorni lo rimetterò di nuovo in piedi. Ed i Giudei gli dissero: Quarantasei anni ci son voluti per fabbricare questo tempio e tu lo farai sorgere in tre giorni ? Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato da morte, i suoi discepoli ricordarono come egli avesse ciò detto e credettero alla Scrittura e alle parole di Gesù. Mentre egli era in Gerusalemme alla festa di Pasqua, molti, vedendo i prodigi che faceva, credettero nel suo nome. Ma Gesù non affidava loro se stesso, perché li conosceva tutti; e non aveva bisogno che altri rendesse testimonianza d'alcun uomo, sapendo da se stesso quello che fosse nell'uomo.



    L'anima tempio di Dio.

    Già vedemmo, il Martedì della prima settimana, che il Signore scacciò i venditori dal Tempio. La Chiesa insiste su questo fatto nella Quaresima, per mostrarci con esso la severità di Gesù Cristo verso l'anima, invasa da terrene passioni. Che sono infatti le anime nostre, se non il tempio di Dio ? Egli le ha create e santificate per farne la sua dimora: ma vuole che in esse tutto sia degno di tale sublime destinazione. Quanti profani venditori non vediamo occupare la casa del Signore, in questi giorni che scrutiamo la nostra anima! Cerchiamo di disfarcene, e preghiamo il Signore che li scacci lui con la frusta della sua giustizia, per paura d'essere troppo soggiogati da questi ospiti perniciosi. S'avvicina il giorno che discenderà sopra di noi il perdono: vigiliamo, affinché siamo degni di riceverlo.



    Conversione profonda.

    Non abbiamo mai notato ciò che si dice nel Vangelo dei Giudei, più sinceri degli altri, che inclinano a credere in Gesù, vedendolo fare miracoli? Ma Gesù non si fidava di loro, perché li conosceva tutti. Vi sono dunque uomini che arrivano a credere ed a riconoscere Gesù Cristo, senza che per questo si cambi il loro cuore! Oh, durezza del cuore umano! oh, crudele trepidazione per la coscienza dei ministri della salvezza! Peccatori, gente di mondo assediano in questi giorni il tribunale della riconciliazione; credono, confessano i peccati; ma la Chiesa non si fida del loro pentimento. Essa sa bene che, poco tempo dopo la Comunione pasquale, torneranno ad essere ciò che erano il giorno che impose loro le ceneri della penitenza; trema pensando al pericolo che incorrono queste anime, divise fra Dio e il mondo, nel ricevere senza preparazione e senza vera conversione il Santo dei Santi; d'altra parte, si ricorda di ciò che sta scritto di non spezzare la canna fessa e non smorzare il lucignolo fumigante (Is 42,3). Preghiamo per queste anime che lasciano inquieti per la loro sorte, e domandiamo per i pastori della Chiesa un raggio di quella luce per la quale Gesù sapeva quello che fosse quell'uomo.



    PREGHIAMO
    Esaudisci benigno, o Signore, la nostra preghiera; e concedi il soccorso della tua protezione a coloro ai quali dai il desiderio di supplicarti.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 592-594

 

 
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