25 marzo 2009
Che gli amici stiano attenti a quello che scrivono su Internet, può andarne del loro lavoro. Io ieri ho scoperto l’esistenza di una nuova linea di abiti, Bini Como, solo abitini da cocktail in seta stampata, fantastico, mi sono detto, amo i tubini la seta il lago il Negroni, poi sempre su Amica ho letto che la titolare si chiama Stefania Bini e ho cercato la sua foto in rete, caspita, una bella donna, poi ho visto che i suoi capi si trovano in Rinascente, magnifico, io vado pazzo per la Rinascente, ci passo le ore, voglio assolutamente promuovere questa griffe, scrivere qualcosa, esaltare l’idea di una mondanità alcolica e fiorata. Quindi ho cercato il profilo dell’affascinante setaiola comasca su Facebook e purtroppo l’ho trovato. Il primo gruppo a cui risulta iscritta è “Si al preservativo che salva la vita. No a Benedetto XVI”. A parte l’ignoranza di chi scrive sì senza accento, a parte la disinformazione di chi definisce sicuro un oggetto che non è ritenuto tale nemmeno dalle aziende produttrici, aggregandosi a “chi si sente indignato per le parole criminali del Papa” Stefania Bini ha smentito i suoi abiti spensierati. Ai cocktail ci si va per ascoltare Anita O’Day o St. Germain, non dei comizi. Per parlare di artisti, alberghi, spiagge, piscine, scarpe, divani, spider, romanzi, ristoranti, non di malattie. Per colpa della logorrea internettiana gli abiti Bini Como non beneficeranno più del mio entusiasmo. Piuttosto Zara.
di Camillo Langone
www.ilfoglio.it




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