Sacco e Vanzetti
Martedì 06 Dicembre 2011 20:27
Le sbarre non servono più a chiudere i condannati in carcere, ma a chiudere gli occhi a tutti i cittadini che ne sono fuori. In modo che le persone non possano guardare, in modo che non possano sapere né conoscere. Le sbarre servono per tenere tutti i cittadini in uno stato di incoscienza perché è lo Stato, stavolta, ad essere fuori dalla legalità. La proposta di Amnistia avanzata e promossa dai Radicali e da Marco Pannella stesso è la risposta offerta allo Stato per rispettare le proprie leggi, la propria legalità, il proprio Diritto. Invece, niente. La mancanza di conoscenza del problema impedisce di poter guardare oltre le grate. La soluzione è quella di interrompere immediatamente la sistematica illegalità in cui sono detenuti tutti i cittadini e, in particolar modo, l’intera comunità penitenziaria. Il silenzio, l’omertà, l’assenza di dibattito servono per non far sapere a milioni di persone quale sia l’effettiva condizione dei detenuti, in modo da essere tutti prigionieri di un grande, incommensurabile inganno. La questione, arrivati a un tal punto della situazione, non è più sapere se ci voglia più stato o meno stato, il problema è scoprire se ci sia ancora uno stato, uno stato di diritto. Altrimenti, resta l’arbitrio, il sopruso, l’ingiustizia. Sacco e Vanzetti si ritenevano vittime del pregiudizio sociale e politico. Il sistema della Giustizia, in Italia, vive lo stesso problema. L’urgenza è un’Amnistia che riconduca lo Stato alla legalità. L’Amnistia è la Riforma da attuare oggi, subito. Vanzetti, nel 1927, ebbe a dire, rivolgendosi per l’ultima volta al giudice Thayer, che lo condannò alla sedia elettrica: “Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra – non augurerei a nessuna di queste ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un radicale, e davvero io sono un radicale; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano”. Ma il condannato a morte, oggi, in Italia, è lo stato di diritto. L’amnistia può salvarlo. L’amnistia può salvarci.




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