di M. Veneziani
a pg. 1 e pg.23 de ilgiornale.it del 22 04 2011
Chi ha ucciso la cultura di destra?
Le piste al vaglio degli inquirenti sono quattro: la sinistra, Berlu*sconi, Fini, il suicidio.
O per dir meglio, le ipotesi finora avanzate sono le seguenti:
a) l’egemonia culturale della sinistra con la sua cappa ideologico-mafiosa le avrebbe negato gli spazi di libertà e visibilità fino a soffocarla;
b) l’egemonia sottoculturale del ber*lusconismo in tv e in politica l’avrebbe per metà corrotta e per metà emarginata;
c) l’insipienza della destra politica avrebbe de*molito ogni ragione culturale e ideale della destra, fino all’epilo*go indecente finiano;
d) la cultu*ra di destra è evaporata per la sua stessa inconsistenza.
La riapertura del caso, dopo an*ni di silenzio, è dovuta alla ripubblicazione di un saggio di Furio Jesi, Cultura di destra (già Garzanti, ora Notte*tempo), uscito negli anni Set*tanta.
È già un brutto indizio che si regredisca ai feroci e cupi anni Settanta con un trattato di criminologia culturale.
Jesi, che morì precocemente nel 1980, convoca in un tribunale ideologico grandi autori, da Eliade a Kerényi, da Evola a Spengler, fino a Pirandello e D’Annunzio, arrivando perfi*no a Carducci e a De Amicis, so*cialista patriottico qui accusa*to di razzismo.
Per Jesi la cultu*ra di destra è connotata dal raz*zismo e dall’antidemocrazia, dalle «idee senza parole», dalla mitologia irrazionalistica e dal culto della morte. Jesi liquida la cultura di destra come «una pappa omogeneizzata» (se c’è una cosa che ripugna alla cultu*ra di destra è la pappa omoge*neizzata) che esige valori non discutibili con la maiuscola: «Tradizione e Cultura, Giusti*zia e Libertà, Rivoluzione».
È curioso notare che eccetto la Tradizione, quei valori sono di*chia*rati indiscutibili e maiusco*li a sinistra;
Giustizia e Libertà è pure il nome di un movimento antifascista di ieri e di oggi.
Nella prefazione alla nuova edizione, che ignora i numerosi saggi sul tema usciti nel frattem*po negli ultimi 32 anni, Andrea Cavalletti sostiene che la cultu*ra di destra è «caratterizzata, in buona o in cattiva fede, dal vuo*to ».
Ora, a parte l’assurdo di de*dicare centinaia di pagine al «vuoto», ne avessero dalle sue parti di «vuoti» come quei gigan*ti del pensiero e della letteratu*ra prima citati...
E conclude allu*dendo, come è ovvio, a Berlu*sconi: la cultura di destra ama la relazione tra «la moltitudine e il vate» e perciò si ritrova nel pre*sente: «un simile benefattore è il tipo politico dei nostri giorni», «il linguaggio delle idee senza parole è la dominante di quan*to oggi si stampa e si dice» (ma che dice?
Oggi dominano le pa*role senza idee e la stampa non è certo in mano alla cultura di destra) e la cultura di destra è egemone perché «ciò che la ca*ratterizza è la produzione del vuoto dal vuoto» (ma crede che Evola e Spengler siano i precur*sori di Lele Mora e Fede?).
Con un livello così misero, capite il disagio nel discutere sulla cultu*ra di destra. E capite perché ne*ghino ancora, al più grande filo*sofo italiano del ’900, Giovanni Gentile, una via a Firenze dove fu ucciso dopo aver predicato la concordia in piena guerra civi*le.
Ma torno alla domanda inizia*le su chi ha ucciso la cultura di destra.
Sono plausibili tutte le piste indicate ma a patto di chia*rirle meglio.
Certo, la cultura dominante di sinistra, dopo un periodo di dialogo e apertura, si è reincatti*vita e condanna la cultura di de*stra alla morte civile.
Sono lon*tani i tempi in cui un editore co*me Laterza pubblicava, facen*do 15 ristampe, un saggio sulla cultura della destra di un auto*re di destra.
In seguito, inaspri*to il clima, lo stesso editore ha declinato l’invito a integrare quel testo con i dialoghi dell’au*t*ore con Dahrendorf e con Bob*bio.
Oggi dialogano solo se ti di*chiari antiberlusconiano.
Ma la cultura di sinistra era egemone e faziosa già ai tempi in cui fiori*va la cultura di destra; dunque l’ipotesi è fondata ma non ba*sta.
Certo, la sottocultura televisi*va, il frivolo e il banale domi*nanti hanno reso straniera la cultura di destra, la fanno senti*re a disagio, fuori posto.
Ma quella sottocultura imperversa*va dai tempi della Carrà e dei quiz, di Giovannona coscialun*ga e affini; e allora non c’era an*cora il berlusconismo. Insom*ma pure questa ipotesi è fonda*ta ma non basta.
Anche l’insipienza della de*stra politica è storia vecchia, Fi*ni l’ha portata al suo gradino ul*timo e più infame, ma sarebbe troppo ritenere che le sue piro*ette abbiano cancellato la cul*tura di destra.
Quella cultura non viveva all’ombra di un par*tito; per la stessa ragione non può essere uccisa dalla politi*ca.
All’evaporazione, infine, non credo; piuttosto è vera la ra*refazione dei talenti, anche per il clima di cui sopra, tra nemici di fuori, ignoranti di dentro e il nulla che tutto pervade.
Nel ge*nerale degrado della cultura, anche quella di destra spari*sce.
Della cultura di sinistra so*pravvive la cappa di potere, l’as*setto mafioso e intollerante, non certo l’elaborazione di idee.
Non mancano pulsioni autodistruttive, nella cultura di destra, derivate da pessimismo endogeno e sconforto esoge*no.
Ma la cultura di destra ha dismesso i panni della cultura militante, panni vecchi e fuori tempo, ed è tornata al Padre.
Si è fatta invisibile e celeste, me*no legata alla storia e alla lotta, più essenziale ed esistenziale, liberata dalle categorie ideolo*giche.
Quegli autori citati, no*nostante alcuni brutti risvolti, restano grandi ed è meglio che non siano sporcati nella conte*sa politica e siano lasciati alla loro grandiosa solitudine.
Al termine delle indagini sommarie, si può dire: la cultu*ra di destra non è stata uccisa e vive sotto falso nome; o forse fal*so era il nome di «destra» che le fu affibbiato.
Per metà non la ve*diamo perché abbiamo perso gli occhi della mente, accecati dal livore presente e dalla nullo*crazia.
Per metà non si fa vede*re lei, perché si è spostata su pia*ni diversi, impolitici.
È passata alla clandestinità e non ha per*messo di soggiorno.
saluti




Rispondi Citando

