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Discussione: Che succede in Siria?

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    Orgogliosamente bianco
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    Predefinito Che succede in Siria?

    Da giorni, gruppi misteriosi sparano sui manifestanti e, soprattutto, sui partecipanti ai funerali che fanno seguito allo spargimento di sangue. Da chi sono costituiti questi gruppi? Le autorità siriane sostengono che si tratta di provocatori, per lo più legati a servizi segreti stranieri. In Occidente, invece, anche a sinistra non ci sono dubbi nell’avallare la tesi proclamata in primo luogo dalla Casa Bianca: a sparare sono sempre e soltanto agenti siriani in civile Obama è la bocca della verità? L’agenzia siriana «Sana» riferisce del sequestro di «bottiglie di plastica piene di sangue», usato per «produrre video amatoriali contraffatti» di morti e feriti tra i manifestanti. Come leggere questa notizia, che io riprendo dall’articolo di L. Trombetta in «La Stampa» del 24 aprile? Forse su di essa possono contribuire a gettar luce queste pagine tratte da un mio saggio di prossima pubblicazione. Se qualcuno rimarrà stupito e persino incredulo nel leggere il contenuto di questo mio testo, tenga presente che le fonti da me utilizzate sono quasi esclusivamente «borghesi» (occidentali e filo-occidentali).


    «Amore e verità»


    Negli ultimi tempi, per bocca soprattutto del segretrario di Stato Hillary Clinton, l’amministrazione Obama non perde occasione per celebrare Internet, Facebook, Twitter come strumenti di diffusione della verità e di promozione e, indirettamente, della pace. Somme considerevoli sono state stanziate da Washington al fine di potenziare questi strumenti e di renderli invulnerabili alle censure e agli attacchi dei «tiranni». In realtà, per i nuovi media come per quelli più tradizionali vale la medesima regola: essi possono anche essere strumenti di manipolazione e di attizzamento dell’odio e persino della guerra. In questo senso la radio è stata sapientemente utilizzata da Goebbels e dal regime nazista. Nel corso della guerra fredda, più ancora che uno strumento di propaganda, le trasmissioni-radio hanno costituito un’arma per entrambe le parti impegnate nel conflitto: la costruzione di un efficiente «Psychological Warfare Workshop» è uno dei primi compiti che si assegna la CIA1. Il ricorso alla manipolazione gioca un ruolo essenziale anche alla fine della guerra fredda; nel frattempo, accanto alla radio è intervenuta la televisione. Il 17 novembre 1989 la «rivoluzione di velluto» trionfa a Praga agitando una parola d’ordine gandhiana: «Amore e Verità». In realtà, un ruolo decisivo svolge la diffusione della notizia falsa secondo cui uno studente era stato «brutalmente ucciso» dalla polizia. A vent’anni di distanza lo rivela, compiaciuto, «un giornalista e leader della dissidenza, Jan Urban», protagonista della manipolazione: la sua «menzogna» aveva avuto il merito di suscitare l’indignazione di massa e il crollo di un regime già pericolante. Alla fine del 1989, sia pur largamente screditato, Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu. Cos’era avvenuto in realtà? Diamo la parola a un filosofo di grande fama (Giorgio Agamben), che non sempre dà prova di vigilanza critica nei confronti dell’ideologia dominante ma che ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:

    «Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso»2. Dieci anni dopo la tecnica appena descritta viene di muovo messa in atto, con rinnovato successo. Una campagna martellante dimostra l’orrore di cui si è reso responsabile il paese (la Jugoslavia) di cui è stato già programmato lo smembramento e contro cui si sta già preparando la guerra umanitaria: «Il massacro di Racak è raccapricciante, con mutilazioni e teste mozzate. E’ una scena ideale per suscitare lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale. Qualcosa appare strano nelle modalità dell’eccidio. I serbi abitualmente uccidono senza procedere a mutilazioni [...] Come la guerra di Bosnia insegna, le denunce di efferatezze sui corpi, segni di torture, decapitazioni, sono una diffusa arma di propaganda [...] Forse non i serbi ma i guerriglieri albanesi hanno mutilato i corpi»3. Sennonché, in quel momento i guerriglieri dell’Uck non potevano essere sospettati di tale infamia: erano i freedom fighters, i combattenti della libertà. Oggi, dal Consiglio d’Europa il leader dell’Uck e padre della patria in Kosovo, Hashim Thaci, «viene accusato di guidare un clan politico-criminale nato alla vigilia della guerra» e impegnato nel traffico non solo di eroina ma anche di organi umani. Ecco quello che nel corso della guerra avveniva sotto la sua direzione: «Una fattoria a Rripe, Abania centrale, trasformata dagli uomini dell’Uck in sala operatoria, come pazienti, i prigionieri di guerra serbi: un colpo alla nuca, prima d’espiantare i loro reni, la complicità di medici stranieri» (presumibilmente occidentali)4. Sta così venendo alla luce la realtà della «guerra umanitaria» del 1999 contro la Jugoslavia; ma intanto il suo smembramento è stato portato a termine e in Kosovo campeggia e vigila un’enorme base militare statunitense. Facciamo ancora un salto di alcuni anni. Una rivista francese di geopolitica («Hérodote») ha messo in rilievo il ruolo essenziale svolto, nel corso della «rivoluzione delle rose» che ha luogo in Georgia alla fine del 2003, dalle reti televisive in mano all’opposizione georgiana e da quelle occidentali: esse trasmettono incessantemente l’immagine (rivelatasi poi falsa) della villa che dimostrerebbe la corruzione di Eduard Shevardnadze, il leader che si tratta di rovesciare. Dopo la proclamazione dei risultati elettorali che sanciscono tuttavia la vittoria di Shevardnadze e che vengono bollati quali fraudolenti dall’opposizione, questa decide di organizzare una marcia su Tiblisi, che dovrebbe suggellare «l’approdo simbolico nella capitale, sia pur pacifico, di tutto un paese in collera». Pur convocate da ogni angolo del paese con larghezza di mezzi propagandistici e finanziari, quel giorno affluiscono per la marcia tra le 5.000 e le 10.000 persone: «non è niente per la Georgia»! E tuttavia, grazie a una regia sofisticata e di grande professionalità, il canale televisivo di gran lunga più diffuso nel paese riesce a comunicare un messaggio del tutto diverso: «L’immagine è là, possente, quella di un intero popolo che segue il suo futuro presidente». Ormai le autorità politiche sono delegittimate, il paese è disorientato e frastornato e l’opposizione è più baldanzosa e aggressiva che mai, tanto più che a incoraggiarla e a proteggerla sono i media internazionali e le cancellerie occidentali5. E’ maturo il colpo di Stato che porta al potere Mikheil Saakasvili, che ha studiato negli Usa, parla un perfetto inglese ed è in grado di comprendere prontamente gli ordini dei suoi superiori.


    Internet quale strumento di libertà


    E ora veniamo ai nuovi media, particolarmente cari alla signora Clinton e all’amministrazione Obama. Nell’estate del 2009 su un autorevole quotidiano italiano si poteva leggere: «Da qualche giorno, su Twitter, gira un’immagine di incerta provenienza […] Dinanzi a noi, un fotogramma dal profondo valore simbolico: una pagina del nostro presente. Una donna con il velo nero, che indossa una maglietta verde sui jeans: estremo Oriente ed estremo Occidente insieme. E’ sola, a piedi. Ha il braccio destro in alto e il pugno chiuso. Di fronte, imponente, il muso di un Suv, dal cui tetto emerge – ieratico – Mahmud Ahmadinejad. Dietro, le guardie del corpo. Colpisce il gioco dei gesti: di disperata provocazione, quello della donna; mistico, quello del presidente iraniano». Si tratta di «un fotomontaggio», che certo appare «verosimile», in modo da riuscire più efficacemente «a condizionare idee, credenze»6. D’altro canto, le manipolazioni abbondano. Alla fine di giugno 2009 i nuovi media in Iran e tutti i mezzi di informazione in Occidente diffondono l’immagine di una bella ragazza colpita da una pallottola: «Comincia a sanguinare, perde la coscienza. In questi secondo o pochi momenti dopo è morta. Nessuno può dire se è incappata nel fuoco incrociato o se è stata clpita in modo mirato». Ma ricerca della verità è l’ultima cosa a cui pensare: sarebbe comunque una perdita di tempo e potrebbe persino risultare controproducente. L’essenziale è un’altra cosa: «ora la rivolta ha un nome: Neda». Ora si può diffondere il messaggio desiderato: «Neda innocente contro Ahmadinejad», ovvero: «una gioventù coraggiosa contro un regime vile». E il messaggio risulta irresistibile: «E’ impossibile guardare su Internet in modo freddo e oggettivo il video di Neda Soltani, la breve sequenza in cui il padre della giovane donna e un medico cercano di salvare la vita dell’iraniana ventiseenne»7. Come per il fotomontaggio, anche nel caso dell’immagine di Neda siamo in presenza di una manipolazione sofisticata, attentamente studiata e calibrata in tutti i suoi dettagli (grafici, politici e psicologici), al fine di screditare e rendere odiosa il più possibile la dirigenza iraniana. E giungiamo così al «caso libico». Una rivista italiana di geopolitica ha parlato a tale proposito di «uso strategico del falso», com’è confermato in primo luogo dalla «sconcertante vicenda delle false fosse comuni» (e dagli altri particolari su cui ho richiamato l’attenzione). La tecnica è quella collaudata e messa in opera da decenni, ma che ora, con l’avvento dei nuovi media, acquisisce un’efficacia micidiale: «La lotta viene prima rappresentata come un duello tra il prepotente e il prevaricato indifeso, e poi rapidamente trasfigurata in una contrapposizione frontale tra il Bene e il Male assoluti». In queste circostanze, ben lungi dall’essere strumento di libertà, i nuovi media producono il risultato contrapposto. Siamo in presenza di una tecnica di manipolazione, che «restringe fortemente la libertà di scelta degli spettatori»; «gli spazi per l’analisi razionale venngono compressi al massimo, in particolare sfruttando l’effetto emotivo della rapida successione delle immagini»8. E dunque, per nuovi media vale la regola già vista per la radio e la televisione: gli strumenti, o potenziali strumenti, di libertà e di emancipazione (intellettuale e politica) possono rovesciarsi e spesso si rovesciano ai giorni nostri nel loro contrario. Non è difficile prevedere che la rappresentazione manichea del conflitto in Liba non resisterà a lungo; ma Obama e i suoi alleati sperano nel frattempo di conseguire i loro obiettivi, che non sono propriamente umanitari, anche se la neo-lingua si ostina a definirli tali.


    Spontaneità di Internet


    Ma torniamo al fotomontaggio che mostra un dissidente iraniana sfidare il presidente del suo paese. L’autore dell’articolo da me citato non si interroga sugli artefici di una manipolazione così sofisticata. Vorrei cercare di rimediare a questa lacuna. Già alla fine degli anni ‘90 sull’«International Herald Tribune» si poteva leggere: «Le nuove tecnologie hanno cambiato la politica internazionale»; chi era in grado di controllarle vedeva aumentare a dismisura il suo potere e la sua capacità di destabilizzazione dei paesi più deboli e tecnologicamente meno avanzati9. Siamo in presenza di un nuovo capitolo di guerra psicologica. Anche in questo campo gli Usa sono decisamente all’avanguardia, avendo alle spalle decenni e decenni di ricerche e esperimenti. Alcunni anni fa Rebecca Lemov, antropologa dell’università dello Stato di Washington, ha pubblicato un libro che «illustra i disumani tentativi della Cia e di alcuni tra i più grandi psichiatri di “distruggere e ricostruire” la mente dei pazienti negli anni ‘50»10. Possiamo allora comprendere una vicenda che si svolge in quello stesso periodo di tempo. Il 16 agosto 1951 fenomeni strani e inquietanti vennero a turbare Pont-Saint-Esprit, «un tranquillo e pittoresco villaggio» collocato «nel sudest della Francia». Sì, «il paese fu scosso da una misteriosa ondata di follia collettiva. Almeno cinque persone morirono, decine finirono in manicomio, centinaia diedero segni di delirio e di allucinazioni […] Molti finirono in ospedale con la camicia di forza». Il mistero, che a lungo ha circondato questo improvviso scoppio di «follia collettiva», è ora dissipato: si trattò di «un esperimento condotto dalla Cia, insieme alla Special Operation Division (Sod), l’unità top secret dell’Esercito Usa di Fort Detrick in Maryland»; gli agenti della Cia «contaminarono le baguette vendute nei forni del paese con Lsd», coi risultati che abbiamo visto11. Siamo nei primi anni della guerra fredda: certo, gli Stati Uniti erano alleati della Francia, ma proprio per questo essa si prestava bene per gli esperimenti di guerra psicologica che avevano sì di mira il «campo socialista» (e la rivoluzione anticoloniale) ma che difficilmente potevano essere effettuati nei paesi collocati al di là della cortina di ferro. Poniamoci ora una domanda: l’eccitazione e l’aizzamento di massa possono essere prodotti solo per via farmacologica? Con l’avvento e la generalizzazione di Internet, Facebook, Twitter è emersa una nuova arma, suscettibile di modificare profondamente i rapporti di forza sul piano internazionale. Ciò non è più un segreto per nessuno. Ai giorni nostri, negli Usa, un re della satira televisiva quale Jon Stewart esclama: «Ma perché mandiamo in giro eserciti se abbattere le dittature via Internet è facile come comprare un paio di scarpe?»12. A sua volta, sua una rivista vicina al Dipartimento di Stato uno studioso richiama l’attenzione su «come sia difficile militarizzare» (to weaponize) i nuovi media in vista di obiettivi a breve termine e connessi ad un paese determinato; meglio perseguire obiettivi di più ampio respiro13. Gli accenti possono essere diversi, ma il significato militare delle nuove tecnologie è comunque esplicitamente sottolineato e rivendicato. Ma Internet non è l’espressione stessa della spontaneità individuale? Ad argomentare in tal modo sono soltanto i più sprovveduti (e i più spregiudicati). In realtà – riconosce Douglas Paal, già collaboratore di Reagan e di Bush sr. – Internet è attualmente «gestita da una Ong che di fatto è un’emanazione del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti»14. Si tratta solo di commercio? Un quotidiano di Pechino ricorda un fatto largamente dimenticato: quando nel 1992 la Cina chiese per la prima volta di essere collegata a Inernet, la sua richiesta fu respinta in considerazione del pericolo che il grande paese asiatico potesse «procurarsi informazioni sull’Occidente». Ora, invece, Hillary Clinton rivendica l’«assoluta libertà» di Internet quale irrinunciabile valore unversale; e tuttavia – commenta il quotidiano cinese – «l’egoismo degli Usa non è cambiato»15. Forse, non si tratta solo di commercio. Su questo punto il settimanale tedesco «Die Zeit» chiede lumi a James Bamford, uno dei massimi esperti in tema di servizi segreti statunitensi: «I cinesi temono anche che ditte americane quali Google siano sul territorio cinese strumenti in ultima analisi dei servizi segreti americani. E’ un atteggiamento paranoide?» «Niente affatto» – è la pronta risposta. Anzi – aggiunge l’esperto – anche «organizzazioni e istituzioni straniere sono infiltrate» dai servizi segreti Usa, i quali comunque sono in grado di intercettare i collegamenti telefonici in ogni angolo del pianeta e sono da considerare i più grandi hacker del mondo16. Ormai – ribadiscono sempre su «Die Zeit» due giornalisti tedeschi – non ci sono dubbi: «I grandi gruppi Internet sono diventati uno strumento della geopolitica Usa. Prima c’era bisogno di faticose operazioni segrete per appoggiare movimenti politici in lontani paesi. Oggi basta spesso un po’ di tecnica della comunicazione messa in atto a partire dall’Occidente […] Il servizio segreto tecnologico degli Usa, la National Security Agency, sta allestendo un’organizzazione completamente nuova per le guerre su Internet»17. Alla luce di tutto ciò conviene rileggere alcuni avvenimenti recenti di non facile spiegazione. Nel luglio del 2009 incidenti sanguinosi si sono verificati a Urumqi e nel Xinjiang, la regione della Cina prevelentemente abitata da uiguri. A spiegarli sono la discriminazione e l’oppressione a danno di minoranze etniche e religiose? Un approccio del genere non sembra molto plausibile, a giudicare almeno da quello che da Pechino riferisce il corrispondente della «Stampa»: «Molti han di Urumqi si lamentano per i privilegi di cui godono gli uiguri. Questi infatti, come minoranza nazionale musulmana, a parità di livello hanno condizioni di lavoro e di vita molto miglori dei loro colleghi han. Un uiguro in ufficio ha il permesso di sospendere il lavoro più volte al giorno per adempiere alle cinque tradizionali preghiere musulmane della giornata […] Inoltre possono non lavorare il venerdì, giorno di festa musulmana. In teoria dovrebbero recuperare la domenica. Di fatto la domenica gli uffici sono deserti […] Un altro tasto doloroso per gli han, sottoposti alla dura politica di unificazione familiare che ancora impone l’unigenito, è il fatto che gli uiguri possono avere due o tre figli. Come musulmani, poi, hanno rimborsi in più nello stipendio, visto che, non potendo mangiare maiale, devono ripiegare sull’agnello, che è più caro»18. Alla luce di tutto ciò appaiono per lo meno unilaterali le accusa dall’Occidente rivolte al governo di Pechino di voler cancellare l’identità nazionale e religiosa degli uiguri. E allora? Riflettiamo sulla dinamica degli incidenti. In una città costiera della Cina dove, nonostante le diverse tradizioni culturali e religiose alle spalle, lavorano fianco a fianco han e uiguri, si diffonde improvvisamente la voce secondo cui una ragazza han è stata violentata da operai uiguri; ne scaturiscono incidenti nel corso dei quali due uiguri perdono la vita. La voce che ha provocato questa tragedia è falsa ma ecco che ora su di essa si innesta un’altra voce ancora più clamorosa e ancora più funesta: Internet diffonde capillarmente la notizia secondo cui nella città costiera della Cina avrebbero perso la vita centinaia di uiguri massacrati dagli han tra l’indifferenza e anzi sotto lo sguardo compiaciuto della polizia. Risultato: tumulti etnici nel Xinjiang, che provocano la morte di quasi 200 persone, questa volta quasi tutti han. Ebbene, siamo in presenza di un intreccio sfortunato e casuale di circostanze oppure la diffusione di voci false e tendenziose mirava al risultato poi effettivamente verificatosi? Siamo giunti ad una situazione in cui risulta ormai impossibile distinguere la verità dalla manipolazione. Una società statunitense ha realizzato «programmi che consentirebbero a un soggetto impegnato in una campagna di disinformazione di assumere contemporaneamente fino a 70 identità (profili di social network, account in forum ecc.) gestendole in parallelo: il tutto senza che si possa scoprire chi tira i fili di questa marionette virtuali». Chi fa ricorso a questi programmi? Non è difficile indovinarlo. Il quotidiano qui citato, non sospettabile di antiamericanismo, precisa che l’azienda in questione «fornisce servizi a varie agenzie governative Usa, come la Cia e il ministero della Difesa»19. La manipolazione di massa celebra i suoi trionfi mentre il linguaggio dell’Impero e la neo-lingua diventano, sulla bocca di Obama, più dolci e suasivi che mai. Riaffora alla memoria l’«esperimento condotto dalla Cia» nell’estate del 1951, che produsse «una misteriosa ondata di follia collettiva» nel «tranquillo e pittoresco villaggio» francese di Pont-Saint-Esprit. E di nuovo siamo obbligati a porci la domanda: la «follia collettiva» può essere prodotta solo per via farmacologica oppure oggi può essere il risultato anche del ricorso alle «nuove tecnologie» della comunicazione di massa? Si comprendono allora i finanziamenti da Hillary Clinton e dall’amministrazione Obama destinati ai nuovi media. Abbiamo visto che la realtà delle «guerre su Internet» è ormai riconosciuta anche da autorevoli organi di stampa occidentali; sennonché, nel linguaggio dell’Impero e nella neo-lingua la promozione delle «guerre su Internet» diventa la promozione della libertà, della democrazia e della pace. I bersagli di queste operazioni non stanno a guardare: come in ogni guerra i deboli cercano di colmare lo svantaggio imparando dai più forti. Ed ecco che questi ultimi gridano allo scandalo: «In Libano chi padroneggia di più new media e reti sociali non sono le forze politiche filoccidentali che appoggiano il governo di Saad Hariri, ma gli “hezbollah”». Questa osservazione tradisce in qualche modo un sospiro: ah, come sarebbe bello se, a somiglianza di quanto avviene per la bomba atomica e per le più sosfisticate armi (propriamente dette), anche per le «nuove tecnologie» e le nuove armi di informazione e disinformazione di massa a detenere il monopolio fossero i paesi che infliggono un martirio interminabile al popolo palestinese e che vorrebbero continuare a esercitare in Medio Oriente una dittatura terroristica! Il fatto è – lamenta Moises Naim, direttore di «Foreign Policy» – che gli Usa, Israele e l’Occidente non hanno più a che fare coi «cybertonti di un tempo». Questi «contrattaccano con le stesse armi, fanno controinformazione, avvelenano i pozzi»: una vera e propria tragedia dal punto di vista dei presunti campioni del «pluralismo»20. Nel linguaggio dell’Impero e nella neo-lingua, il timido tentativo di creare uno spazio alternativo a quello gestito o egemonizzato dalla superpotenza solitaria diventa «avvelenamento dei pozzi».

    Note:

    1 Thomas 1995, p. 33.
    2 Agamben 1996, p. 67.
    3 Morozzo Della Rocca 1999, p. 24.
    4 Gergolet 2010.
    5 Genté 2008, p. 55; sulla Cecoslovacchia, la Romania e la Georgia cfr. Losurdo 2010, cap. IX, §§ 2-3.
    6 Trione 2009.
    7 Kreye 2009.
    8 Dottori 2011, pp. 43-4.
    9 Schmitt 1999.
    10 Caretto 2006.
    11 Farkas 2010.
    12 Gaggi 2010.
    13 Shirky 2011, p. 31.
    14 Paal 2010.
    15 «Global Times» 2011.
    16 Bamford 2010.
    17 Fishermann, Hamann 2010.
    18 Sisci 2009.
    19 Formenti 2011.
    20 Gaggi 2010.

    Riferimenti bibliografici

    Giorgio Agamben 1996
    Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino.

    James Bamford (intervista a) 2010
    «Passen Sie auf, was Sie tippen», a cura di Thomas Fischermann, in «Die Zeit» del 18 febbraio, pp. 20-21.

    Ennio Caretto 2006
    La Cia riprogrammò le menti dei reduci, in «Corriere della Sera» del 12 febbraio, p. 14.

    Germano Dottori 2011
    Disinformacija. L’uso strategico del falso nel caso libico, in «Limes. Rivista italiana di geopolitica», n. 1, pp. 43-49

    Alessandra Farkas 2010
    «La Cia drogò il pane dei francesi». Svelato il mistero delle baguette che fecero ammattire un paese nel ‘51, in «Corriere della Sera» del 13 marzo, p. 25.

    Thomas Fischermann, Götz Hamann 2010
    Angriff aus dem Cyberspace, in «Die Zeit» del 18 febbraio, pp. 19-21.

    Carlo Formenti 2011
    La «disinformazia» ai tempi del Web. Identità multiple per depistare, in «Corriere della Sera» del 28 febbraio, p. 38

    Massimo Gaggi 2010
    Un’illusione la democrazia via web. Estremisti e despoti sfruttano Internet, in «Corriere della Sera» del 20 marzo, p. 21.

    Régis Genté 2008
    Des révolutions médiatiques, in «Hérodote, revue de géographie et de géopolitique», 2° trimestre, pp. 37-68.

    Mara Gergolet 2010
    L’Europa: «Traffico d’organi in Kosovo», in «Corriere della Sera» del 16 dicembre, p.18.

    «Global Times» 2011
    The internet belongs to all, not just the US, in «Global Times» del 17 febbraio

    Andrian Kreye 2009
    Grüne Schleifen für Neda, in «Süddeutsche Zeitung» del 24 giugno, p. 11

    Domenico Losurdo 2010
    La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, Roma-Bari.

    Roberto Morozzo Della Rocca 1999
    La via verso la guerra, in Supplemento al n. 1 (Quaderni Speciali) di «Limes. Rivista Italiana di Geopolitica», pp. 11-26.

    Barack Obama, David Cameron, Nicolas Sarkozy
    Libya’s pathway to peace, in «International Herald Tribune» del 15 aprile, p. 7

    Douglas Paal (intervista a) 2010
    «Questo è l’inizio di uno scontro tra due civiltà», a cura di Maurizio Molinari, in «La Stampa» del 23 gennaio, p. 7.

    Nicolas Pelham 2011
    The Battle for Libya, in «The New Review of Books» del 7 aprile, pp. 77-79.

    Guido Ruotolo 2011
    Gheddafi: ingannati dagli amici occidentali, in «La Stampa» del 1 marzo, p. 6.

    David E. Sanger 2011
    As war in Libya drags on, U.S. goals become harder, in «International Herald Tribune» del 12 aprile, pp. 1 e 8.

    Clay Shirky 2011
    The Political Power of Social Media, in «Foreign Affairs», gennaio-febbraio 2011, pp. 28-41.

    Bob Schmitt 1997
    The Interrnet and International Politics, in «International Herald Tribune» del 2 aprile, p. 7.

    Francesco Sisci 2009
    Perché uno han non sposerà mai una uigura, in «La Stampa» del’8 luglio, p. 17.

    Evan Thomas 1995
    The Very Best Men. Four Who Dared. The Early Years of the CIA, Simon & Schuster, New York

    Vincenzo Trione 2009
    Quella verosimile manipolazione contro l’arroganza di Ahmadinejad, in «Corriere della Sera» del 2 luglio, p. 12.

    Che succede in Siria?

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    Predefinito Rif: Che succede in Siria?

    Audo: in Siria i cristiani stanno con Assad


    (Milano) - Secondo il vescovo caldeo di Aleppo, mons. Antoine Audo, la comunità internazionale esagera la crisi in atto in Siria. Il gesuita, alla guida della diocesi dal 1992, nei giorni scorsi ha espresso a Terrasanta.net le sue preoccupazioni in merito alle proteste, ma ha voluto sottolineare che la Siria non è l’Iraq e che il presidente Bashar al-Assad resta popolare, anche tra i cristiani. Stando alle stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, nelle prime sei settimane di dimostrazioni sono stati uccisi oltre 450 civili.

    Eccellenza, qual è la situazione ad Aleppo, e quali sono le sue riflessioni su quanto sta accadendo in Siria?
    Al momento la situazione ad Aleppo è calma e del tutto normale. In città la popolazione ha dimostrato grande saggezza. Non vuole la distruzione del Paese. Crediamo che le riforme siano possibili e che il presidente e il governo stiano lavorando in tal senso. Ci sorprende scoprire come i media internazionali esagerino la situazione. Questa non è informazione obiettiva, bensì manipolazione dell’informazione. In generale il popolo siriano è molto calmo. Comprende ciò che sta accadendo ed è in grado analizzare la situazione. Non vuole lo sconquasso del Paese, come è accaduto in Iraq o altrove.

    Dunque secondo lei non possiamo paragonare quella siriana alla rivolta in Egitto?
    No. La Siria è un Paese molto diverso. Le differenze sono parecchie. Qui c’è cultura, la gente è ben informata, anche se, certo, non mancano i problemi. Tutto finirà nel giro di pochi giorni, o almeno così speriamo.

    Pensa che il presidente Assad resterà in sella?
    Credo di sì. È un uomo molto amato, giovane e istruito, che lavora nell’interesse della Siria. Il nostro non è un Paese perfetto e come tutti gli altri siamo stati messi in difficoltà dalla situazione economica internazionale. Ma penso che lui stia facendo molto bene e difenda il nostro Paese con grande dignità.

    Alcuni paragonano la Siria alla Libia e ritengono che potrebbe essere il prossimo teatro di un intervento militare internazionale. Le sembra plausibile?
    Non penso proprio. Il paragone è difficile in termini di istruzione e apertura (mentale). Non conoscono bene la Siria. Come ho già detto, qui c’è una grande diversità etnica e religiosa. E poi è spiccato il senso di patriottismo. I siriani amano il proprio Paese. Noi non siamo una società basata sui clan tribali, come la Libia. Là, per esempio, non c’è praticamente una presenza cristiana (numericamente significativa). Qui i cristiani sono il 10 per cento della popolazione e stanno tutti dalla parte del presidente Assad. Quelli che manifestano vengono da fuori. Sono prezzolati e asserviti a interessi stranieri.

    Le istanze islamiste rappresentano un rischio per il Paese?
    Forse sì. È molto facile che altri gruppi manipolino i movimenti estremisti. Ma, come dicevo, il 90 per cento della popolazione ama il nostro presidente e sta con il governo, come ha sempre fatto negli ultimi 20-40 anni. In definitiva il giudizio sulla Siria può essere positivo: abbiamo università e un buon sistema di istruzione. Certo, il gran numero di giovani laureati in cerca di un’occupazione è un problema reale, ma di ordine economico. Credo che nei prossimi mesi ci lasceremo questo momento di crisi alle spalle.

    Come la mettiamo con le notizie sulla repressione dei manifestanti da parte degli apparati di sicurezza?
    Credo che sia una questione di autodifesa. Fino ad oggi non avevano attaccato nessuno, ma dopo aver sopportato per un mese l’assassinio di poliziotti e soldati e l’aggressione a istituzioni ufficiali, credo che la polizia avesse il diritto di entrare in azione e unicamente come autodifesa, non mossa dall’intento di attaccare o uccidere persone. Possiamo affermarlo con obiettività.

    In ogni caso non sarebbe meglio rendere la Siria un Paese compiutamente democratico invece di reprimere con violenza le proteste?
    Certo, ma questo richiede tempo. Ogni Paese ha la propria strada verso la democrazia. Dagli Stati Uniti abbiamo ascoltato molte parole su democrazia e libertà in Iraq, ma poi abbiamo visto bene gli esiti della democrazia e delle libertà americane in un Paese distrutto. E i primi a perderci sono stati i cristiani iracheni. Diciamolo chiaramente: non vogliamo che si ripeta anche in Siria quello che gli americani hanno combinato in Iraq.

    Audo: in Siria i cristiani stanno con Assad

  3. #3
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    Predefinito Rif: Che succede in Siria?

    Un testimone svela le bugie dei media sulla Siria


    Mentre i reportage dei media dipingono il quadro di una Siria in cui le sommosse di massa sono brutalmente liquidate da un governo dittatoriale, gli eventi si presentano in maniera totalmente diversa agli occhi di coloro che vivono lì. Russia Today ha intervistato Ankhar Kochneva, direttore di un’agenzia di viaggi moscovita specializzata in itinerari in Medio Oriente. La signora viaggia spesso in Siria ed è regolarmente in contatto con centinaia di persone nella regione. Ha condiviso con noi quel che i suoi contatti siriani le hanno raccontato in merito alla rivolta in corso e a chi attribuiscano la responsabilità per la violenza che si sta diffondendo.

    RT: Cosa sta accadendo in Siria? Cosa ha visto? E cosa dicono i siriani?

    Ankhar Kochneva: Non ho incontrato neppure una persona che sostenesse in alcun modo questi tumulti e, badate bene, per via del mio lavoro, ho a che fare con persone di tutti i tipi. Ci sono molti veicoli con i ritratti del presidente che girano per le strade di tutto il Paese, da vecchi macinini che a malapena si muovono a fiammanti Porsche e Hummer. Non si può obbligare la gente ad appendere ritratti. Significa che la gente, a prescindere dal proprio status e dal proprio reddito, sostiene il presidente anziché la rivolta. Ho visto molti giovani sia a piedi sia in auto con bandiere siriane. Come si potrebbe obbligare un giovane a spasso con gli amici a sventolare bandiere? Penso che anche questo sia difficile. Se comprendete la mentalità dei siriani saprete distinguere un impulso sincero da un obbligo imposto.
    il 29 marzo ho assistito, ad Hama, a una manifestazione in favore del presidente; vi partecipavamo migliaia di uomini e donne, con i propri figli, e intere famiglie. Le strade erano riempite da una fiumana di gente. È stato abbastanza sconvolgente vedere che Al-Jazeera presentava le manifestazioni in favore del presidente come se fossero proteste contro di lui. Era altrettanto sorprendente quanto vedere i siti web israeliani pubblicare foto e video di manifestazioni di sostenitori con didascalie che li descriveva come oppositori del regime. C’è gente che porta ritratti di Bashar al-Assad e agita al vento bandiere siriane, e ci riferiscono che questa gente è tutta contro di lui.

    RT: I mezzi di informazione raccontano di manifestazioni antigovernative di massa.

    AK: C’è un possente crescendo di disinformazione. Il 1° aprile i mezzi di informazione riferivano di una grande manifestazione antigovernativa a Damasco. Quel giorno io ero a Damasco. Quella manifestazione non c’è mai stata .Io non l’ho vista, e nemmeno le persone del posto.
    Il 16 aprile l’agenzia Reuters ha scritto che 50mila oppositori del regime avevano gremito le strade di Damasco, e che erano state disperse con gas lacrimogeni e manganelli. Le persone che risiedono a Damasco sanno perfettamente che una manifestazione di tale portata non avrebbe potuto aver luogo senza essere notata. Quanti poliziotti sarebbero stati necessari per disperderla? E come è potuto accadere che nessuno l’abbia vista tranne la Reuters? Già 500 persone nelle strade di Damasco sono una grossa folla. Reuters trasmette il proprio materiale in tutto il mondo, Russia compresa. Basta che una fonte dica il falso, e subito questa bugia è come una valanga di neve che rotola verso valle creando una realtà falsificata condita di voci e speculazioni. La gente in Siria guarda il servizio e cosa vede? Un’immagine plausibilmente proveniente dallo Yemen, una proveniente dall’Egitto, una dalla Siria. Ma queste immagini mostrano persone vestite tutte allo stesso modo. La gente, in Siria, non è in grado di distinguere i propri concittadini dai propri vicini, né dal volto né dall’abbigliamento.
    Ci sono video su internet che mostrano il modo in cui sono fatti i filmati amatoriali delle cosiddette sommosse: c’è una vettura parcheggiata, e intorno non sta succedendo niente. E c’è un uomo in piedi lì vicino che tira pietre all’auto, e gente attorno che scatta delle foto.
    Circola un mucchio di video manipolati. Un libanese può distinguere a colpo d’occhio un filmato girato in Libano da uno girato a Damasco. E mostrano immagini girate a Tripoli, oppure girate molti anni prima in Iraq, e dicono che si tratta di disordini in Siria.
    Vi sono molti forum di discussione on-line Nei Paesi arabi. Delle donne condividono informazioni mentre seguono i reportage televisivi sui “disordini di massa”. Le donne chiedono: “Cosa sta succedendo fuori delle vostre finestre?” E viene loro risposto: “Abbiamo guardato qua fuori dal balcone e non abbiamo visto nulla di quanto la TV va dicendo”.
    Attualmente, molti giovani poliziotti disarmati sono stati uccisi. La propaganda mediatica immediatamente li etichetta come vittime del regime. Ripeto, i poliziotti sono disarmati. La Polizia siriana non è molto preparata all’uso delle armi perché là, per molto tempo, non è mai successo niente di simile. Ma delle reclute ammazzate si riferisce che sono o vittime tra i dimostranti o poliziotti che si sono rifiutati di sparare sui propri concittadini (a seconda delle preferenze del redattore) Le parole di Goebbels sembrano quanto mai attuali: «Più grossa la bugia, più facilmente la crederanno».

    RT: Ma perché allora, se non ci sono proteste di massa, muoiono dei poliziotti?

    AK: I poliziotti muoiono perché viene loro sparato da quelli che sanno che sono disarmati.

    RT: Chi ammazza i poliziotti?

    AK: Se ne parla tanto in Siria. Circolano voci che possa trattarsi di commandos addestrati che hanno attraversato la frontiera dall’Iraq. La gente in Siria è ben consapevole che, dopo che gli USA hanno invaso l’Iraq, lì hanno organizzato squadre speciali. Queste squadre hanno ammazzato la gente, creato conflitti tra le comunità sciite e sunnite e tra i mussulmani ed i cristiani; fanno saltare in aria strade, mercati, moschee e chiese. Questi terroristi attaccano bersagli civili anziché il regime occupante.
    Non molto tempo fa, tre di questi commandos sono stati catturati alla periferia di Damasco, quando stavano sparando a caso sulla gente. Risultò che si trattava di iracheni.
    La TV siriana mostrò un filmato su qualcuno che sparava dai cespugli e dai tetti sui poliziotti e sui passanti. Ogni tanto sono catturati, e alla fine risultano essere iracheni o confessano di essere stati pagati per compiere gli attentati. Questi combattenti erano detenuti a Deraa e a Latakia, ed avevano armi di fabbricazione USA.
    Il servizio di sicurezza libanese ha intercettato diverse automobili che trasportavano armi mentre entravano in Libano; una di queste auto veniva dall’Iraq e anche su quest’auto c’erano armi americane. Vi sono inoltre rapporti che parlano di detenuti che avevano con sé grandi somme di denaro: dollari USA. Inoltre avevano costosi telefoni satellitari che non potevano essere intercettati dai servizi di sicurezza siriani.
    In Siria non è più un segreto per nessuno che gli americani hanno illimitate opportunità di reclutare ed addestrare i commandos in Iraq, e poi inviarli ovunque vogliano.
    Hillary Clinton ha già dichiarato che se la Siria interrompe le sue relazioni con l’Iran e gli aiuti ad Hamas e a Hezbollah, le dimostrazioni finirebbero il giorno dopo. Non si preoccupano nemmeno di nascondere la mano che sta instillando le rivolte in Siria.
    L’evidenza di interferenze straniere è palese.
    Infine, la gente dice che i manifestanti delle adunate vengono introdotti ben da fuori. Quelle persone appaiono diverse e parlano in modo diverso dai locali. Nessuno del posto li conosce. Chi noleggia gli autobus e finanzia il trasporto di quella gente? La domanda resta senza risposta.
    Il precedente vice-presidente Abdel Halim Khaddam ha dato l’avvio alle rivolte nelle regioni costiere. Ha depredato metà del Paese. Era coinvolto nellle reti della corruzione e alla fine è fuggito in Occidente. È stato lui a cercare di accusare il presidente siriano Bashar al-Assad di aver assassinato l’ex Primo Ministro libanese Rafic Hariri. I siriani credono fermamente che Saad Hariri abbia regalato personalmente una villa ad Abdel Halim Khaddam affinché divulgasse questa versione dell’omicidio di Rafic Hariri. Quando però quella versione venne smontata e non confermata, la villa ritornò al vecchio proprietario. Oggi, coloro che sparano alle macchine a Banias gridano: “Non vogliamo Bashar. Vogliamo Abdel Halim!”.
    A Banias ci sono colti e pacifici membri dell’opposizione che sono stati contro il regime di al-Assad per molti anni. Ma sono sconvolti da ciò che sta avvenendo e non sostengono affatto Khaddam. Dicono: «È un ladro. È lui che pretendeva di combattere la corruzione ed i furti».

    RT: Che ruolo stanno giocando gli emigranti siriani nella destabilizzazione siriana?

    AK: É una questione aperta. Stando ad alcune indiscrezioni, Dan Feldman, il rappresentate speciale di Hillary Clinton per il Medio Oriente, ha incontrato i rappresentanti dell’opposizione siriana a Istanbul a metà aprile e ha suggerito le tattiche per assassinare funzionari civili ed ufficiali militari. In meno di tre giorni, il 19 aprile, diversi ufficiali militari sono stati brutalmente assassinati in Siria. Non solo sono stati attaccati e uccisi con armi da fuoco, ma in alcuni casi le vittime degli attacchi, inclusi i tre figli minorenni di un generale siriano che erano a bordo della sua macchina, sono stati fatti a pezzi con sciabole.
    Gli assassini commessi con un elevato grado di brutalità hanno come scopo quello di intimidire la popolazione. La notizia dei bambini fatti a pezzi è servita benissimo allo scopo.

    RT: I reportage dei media erano soliti dire che le sommosse sono iniziate dopo l’arresto di vari bambini che scrivevano slogan anti-governativi a Deraa, nel sud della Siria. É veramente così?

    AK: Tutti i bambini sono stati rilasciati molto rapidamente. Di più, i giornali di proprietà del governo hanno pubblicato gli ordini di rilascio.

    RT: Le truppe sono state portate a Deraa?

    AK: Sì, là ci sono dei soldati. Dopo che un emirato islamico è stato proclamato a Deraa, i residenti locali hanno chiesto l’aiuto del governo. Vi sono state condotte le truppe. Ho appena visto i video. I dimostranti li hanno pubblicati su internet e poi li hanno cancellati subito dopo. Ma la gente ne ha fatto delle copie. Ci sono soldati, e la gente li avvicina e parla con loro pacificamente. Nessuno spara a nessuno.

    RT: C’è un qualche sentore del fatto che se la Siria rinuncia a sostenere Hamas e i palestinesi e giunge a un accordo di pace con Israele, tutte le sommosse finiranno di colpo?

    AK: No, non c’è alcuna impressione di questo genere. C’è consolidamento della società. La gente si sta unendo perché vede che il nemico è estremamente pericoloso. Per esempio, prima, quando prendevo un taxi, alla radio non sentivo nient’altro che musica pop e la recita del Corano. Ora la musica patriottica viene fuori da tutte le auto. Quando Bashar al-Assad parlava alla televisione, la gente che lo ascoltava applaudiva. Non è possibile obbligare la gente ad applaudire un presidente che parla alla TV.

    RT: Qual’è l’umore pubblico degli ultimi giorni?

    AK: La gente ha paura di uscire. In alcune regioni hanno rischiato la vita per riprendere, con una telecamera nascosta, il modo in cui delle persone non identificate si intrufolavano in una macchina, partivano e iniziavano a sparare in tutte le direzioni. Questo è il modo in cui stanno seminando il panico nelle zone residenziali.
    I banditi hanno bloccato un ponte su una strada vicino alla costa. Presto i militari li hanno respinti. Uno dei miei contatti siriani mi ha detto: «Non occorre molta gente per far precipitare nei guai il Paese».
    Mettere cinque persone a bloccare una strada importante è sufficiente a paralizzare l’intera area. La gente non riesce a consegnare generi alimentari né a raggiungere gli ospedali. E l’intero Paese è sconvolto a causa di una manciata di banditi.
    Ora la la televisione siriana sta mandando in onda immagini dal vivo da varie zone di Damasco e da altre città per mostrare alla gente qual è la vera situazione e come la vita stia tornando alla normalità, qualsiasi cosa mostrino i media occidentali.
    Appare significativo il fatto che i banditi abbiano cercato intenzionalmente di instillare odio tra le varie comunità. Di recente uno sceicco ha insultato i Drusi, in particolare le donne, in un discorso rivolto alle popolazioni del sud. Questo video è stato trasmesso dai media stranieri ed è pubblicizzato su internet. Niente di simile era mai successo in precedenza in Siria. Le provocazioni a Damasco sono fallite sebbene ci siano stati tentativi di mettere le comunità religiose le une contro le altre. Inoltre i provocatori mancano di sostegno nelle aree rurali: la campagna di semina è iniziata proprio lì.
    Le dimostrazioni più imponenti a Dera hanno messo insieme 500 persone. Ma dicono che 450 persone sono state uccise.

    RT: Il governo ha lanciato qualche riforma?

    AK: Il governo ha revocato la legge marziale e ha consentito l’organizzazione di raduni autorizzati se il relativo permesso è ottenuto cinque giorni prima. Agli stranieri è stato consentito di acquistare proprietà immobiliari. Ai curdi è stata concessa la cittadinanza. La popolazione curda non l’aveva ottenuta precedentemente per una serie di ragioni storiche. Il governo sta aprendo corsi di business per donne nel nord della Siria. Molti governatori provinciali sono stati rimossi. Purtroppo, in alcuni casi si trattava di persone oneste. Come quelli che si sono rifiutati di liberare dalle prigioni criminali in cambio di tangenti e sono poi stati perciò soggetti a campagne calunniose in pubblico.

    RT: Il numero dei voli per la Siria è diminuito?

    Ankhar Kochneva: Non ci sono biglietti per la Siria. Volevamo organizzare un volo verso la Siria per un gruppo di turisti, ma non c’erano biglietti per Damasco per il 30 aprile. Ma i russi non stanno volando dalla Siria. Ho tutte le informazioni in tal senso per il mio lavoro.

    Di Nadezhda Kevorkova

    Un testimone svela le bugie dei media sulla Siria

  4. #4
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    Predefinito Rif: Che succede in Siria?

    La cospirazione crescente contro la Siria


    di Osama Maghout*


    su Contropiano del 04/05/2011

    Un compagno siriano analizza le contraddizioni interne e le ingerenze esterne che spingono la Siria verso uno scontro feroce sia a livello interno che regionale. Il ruolo dei Sauditi e di Hariri. Wikileaks rivela dettagli non certo irrilevanti. Sono informazioni che non assolvono il regime dalle sue responsabilità ma svelano anche che gli interventi esterni ci sono e sono pesantissimi.

    Per spiegare la dimensione della congiura ordita contro la Siria e che utilizza i movimenti popolari, bisogna partire dalle condizioni logistiche che si sono venute a determinare in alcune città a fronte in seguito all’adozione di nuove politiche economiche di stampo liberale. Rispetto a queste misure il nostro partito ha subito messo in guardia per i rischi che queste misure comportavano sulla situazione del paese, ma ci è stato risposto con arroganza che il nostro popolo è flessibile, ignorando che anche scientificamente c’è un limite alla flessibilità.

    Questa situazione di difficoltà ha creato i presupposti per il lavoro della destabilizzazione. Questo è quello che è successo attraverso i circoli imperialisti e le stanze segrete dei circoli finanziari si è preparato il terreno per l’attacco alla Siria. I fatti dimostrano che l'Arabia Saudita ha deciso di stringere tempi al fine di alimentare il conflitto confessionale in Siria, così ha deciso di utilizzare gli strumenti dell'opposizione siriana contro il governo (e qui dobbiamo renderci conto che buona parte dell’opposizione non può muoversi senza un comando dell’Arabia Saudita).

    Naturalmente, questo non significa affatto che tutti i movimenti di opposizione e di protesta in Siria si muovono per volere dell’ Arabia Saudita, ma ci sono elementi che lavorano per servire gli interessi del Regno saudita, il quale, non è un segreto, ha clienti e agenti in tutti i paesi arabi.
    Gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita e con loro un certo numero di Stati del Golfo hanno spinto per una politica dei bassi salari come è accaduto in Libano, ma hanno affrontato una battuta d'arresto con la perdita dei regimi fantoccio in Egitto e Tunisia, in definitiva volevano riformare il sistema di relazioni e imporre l’umiliazione e la vergogna di un nuovo ordine per raggiungere una serie di obiettivi che sono apparsi in alcuni giornali occidentali, e che riporto testualmente:
    1) contenere e controllare i regimi arabi attraverso il nuovo accordo con le forze armate e dare avvio ai preparativi per il controllo dei risultati delle elezioni democratiche.
    2) minare quei governi che non siano pienamente coerenti con l'interesse dell’Arabia Saudita, e che abbiano relazioni con l' Iran (dopo il diktat degli Stati Uniti di far cessare la lotta contro Israele).
    3) guerre segrete ai movimenti di resistenza contro Israele nella regione araba.
    4) accelerare il ritmo di incitamento settario.
    5) migliorare il rapporto con Israele a un livello strategico.
    6) aumentare il ritmo del confronto con l'Iran, e questo è ciò che spiega, ad esempio il discorso di Saad Hariri contro l'Iran. L'Arabia Saudita vuole mantenere uno scontro ideologico e servire gli interessi di Israele, rifiutando qualsiasi sostegno alla questione palestinese e ammantando questa prassi come una prassi realista, e non in quanto interesse arabo.

    In questi giorni, non è strano vedere sionisti, come Elliott Abrams, farsi avanti per sostenere l'immagine dell'Arabia Saudita e difendere i regimi del Golfo, trovare delle ragioni per le tirannie arabe del Golfo,(come ha fatto sul «Washington Post»lo scrittore , David Ignatius).

    Essi ignorano la storia di brutalità in questi sistemi contro i propri cittadini. I recenti massacri del Qatar e Bahrain e del Sultanato di Oman, sono un'estensione di una storia piena di criminalità, come la guerra, contro il Fronte Popolare per la Liberazione di Oman, o la brutale repressione di scioperanti e manifestanti in Arabia Saudita negli anni Cinquanta e Sessanta e andando oltre, la storia della repressione in Bahrain contro i movimenti di sinistra e nazionaliste .

    Va notato che Elliott Abrams, è un sionista che si è formato negli Stati Uniti e ha scritto diversi articoli in modo esplicito contro la Siria, ad esempio diversi articoli in cui ha chiesto a Israele di sfruttare l'occasione (sul Weekly Standard dal 11 Aprile 2011 ), cercando di sollecitare il suo amico, e leader del Likud Benjamin Netanyahu ad approfittare delle tensioni in corso in Siria e in Medio Oriente in termini di creazione di Israele di realizzare quanto segue:

    a) Pressione sul Quartetto del processo di pace in Medio Oriente al fine di ridurre il suo impegno nel processo di pace in Medio Oriente, l'accettazione dell’espansione degli insediamenti ebraici come un fatto compiuto, come per esempio hanno fatto gli USA.
    b) Aumento delle pressioni israeliane, anche sugli Stati Uniti per indebolire la posizione palestinese in occasione della riunione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si svolgerà durante il mese di settembre 2011 dove è previsto mettere ai voti il pieno riconoscimento di uno stato palestinese.
    c) Israele lavora alla realizzazione del "golpe" all'interno dell'Autorità Palestinese, puntando a fare “bruciare” Mahmoud Abbas e Salam Fayyad, e lavorare per sostituirli con un nuovo “equipaggio” palestinese collegato con i circoli sionisti americani, conseguente indebolimento della posizione di Hamas tra l'opinione pubblica palestinese e il mondo arabo.

    d) Riorganizzare le alleanze israeliane nella regione attraverso l'uso dell’asse Amman-Washington per la costruzione dei rapporti con Cairo e Tunisi.
    In aggiunta a quello richiesto Elliott Abrams bisogna sottolineare che il successo delle operazioni segrete, israelo-americano mira a dare continuità ai disordini in Siria, in modo da indebolire il paese e mettere Israele nelle condizioni di estorcere le migliori condizioni a Damasco, in qualsiasi futuro negoziato di pace .
    Tutte le ambizioni delle grandi potenze oggi sono rivolte nella cospirazione contro Damasco. Il 23 marzo, il "Jewish Journal" parlando della "primavera araba" diceva che "un bel po' dipende dalla Siria, dove la posta è più alta, ma i rischi e i benefici potenziali sono molto più elevati . Nella marcia verso la democrazia in tutto il mondo arabo, ora tutte le strade devono portare a Damasco”.
    Ciò è evidenziato da Merwih Haytham Manna, uno degli eroi delle TV satellitari, rabbioso contro Damasco. Portavoce della Commissione Araba per i Diritti Umani,, in un'intervista sul canale televisivo libanese al-Manar ha dichiarato di essere stato nei primi giorni delle rivolte in Siria contattato da un uomo di affari siriano che si sarebbe poi presentato all'appuntamento con altri tre uomini, libanesi e sauditi. L’uomo d'affari siriano con doppia cittadinanza nel corso della riunione, si è dichiarato in grado di soddisfare le esigenze dei giovani a Daraa, e più in generale della Siria, e più in generale, di armare le forze di opposizione, offrendo tutto quello che potesse interessargli in quantità e qualità. Il Dottor Haytham Manna si è affrettato a dichiarare che lui non solo ha rifiutato, ma che ha informato le autorità sostenendo che si devono respingere offerte di armi a qualsiasi partito e che nessuno deve utilizzare le armi . Ma il Dottor Manna con la sua dichiarazione ha confermato la presenza di armi e di personaggi stranieri coinvolti .

    Al momento ci sono due offerte di armi, l’altra viene dal partito libanese oggi in aperto contrasto con le autorità siriane ".
    Le parti coinvolte nelle forniture e nella battaglia con il regime siriano sembrano essere :
    A – Gli statunitensi e alcuni paesi della NATO.
    B – I partiti libanesi che di recente hanno ricevuto duri colpi dagli alleati politici del regime siriano.
    C - Alcuni che hanno accumulato fortune in Siria e che hanno relazioni estese con i paesi del Golfo e con la cospirazione reazionaria.

    Secondo Wikileaks il presidente del Movimento del Futuro di Saad Hariri, avrebbe incontrato uno staff di alto livello del Comitato sulle Relazioni Estere del Senato USA e lo staff diplomatico politico dell’ambasciata USA a Beirut. Hariri, in questa riunione avrebbe dichiarato : “I regimi siriano e iraniano sono un grave ostacolo alla pace nella regione”.

    Hariri, secondo i documenti ha poi continuato “il governo degli Stati Uniti ha bisogno di una politica chiara e di un nuovo isolamento della Siria”. Attraverso la Siria, il ponte principale dell'Iran, questi può svolgere un ruolo in Libano e in Palestina ».

    E’ stato chiesto ad Hariri, chi potrebbe colmare il vuoto in caso di caduta del regime di Damasco. Hariri ha risposto parlando di dividere la democrazia in Siria secondo percentuali confessionali (come in Libano, NdR). Stabilire queste quote prima di proporre un «partenariato tra la Fratellanza Mussulmana siriana, e alcuni dei personaggi che facevano parte del sistema in passato, come ad esempio l’ex vice premier siriano Khaddam..

    In attesa del benestare degli Stati Uniti, Hariri sostiene che il movimento dei Fratelli musulmani in Siria “ha caratteristiche simili agli islamisti moderati in Turchia. Accetterebbero un cristiano o una donna alla presidenza. Essi sono pronti ad accettare un governo civile. Come in Turchia anche in Siria”. Hariri ha detto che mantiene forti legami con tutti, da Khaddam alla Fratellanza musulmana il cui leader in esilio Ali Bayanouni, sta proponendo agli americani di avviare relazioni.

    Hariri ripete agli statunitensi “parlate con Bayanouni: Guardate che non è come appare. Lo vedrete”

    Questo processo di cospirazione vede coinvolti anche personaggi come Mamoun Homsi
    con un passato nella presunta opposizione siriana o come Abdul Razzaq Eid , che a quanto descrive Hariri al giornale "Arabi Mahathir," hanno partecipato ad una riunione in cui erano presenti agenti iraniani . Mamoun Homsi come portavoce della Commissione Araba per i diritti umani si è detto favorevole all'introduzione della divisione confessionale e si è concentrato sulla necessità di vendetta.
    "Tutte queste informazioni provengono da Washington ed è stato divulgato attraverso ciò che è noto come Partito Riformista Siriano guidato da Farid Ghadry - che ha guidato la visita alla Knesset israeliana nel giugno 2007. Naturalmente, questa cospirazione non si ferma alle frontiere, soprattutto perché lo hanno dimostrato i fatti sul terreno le armi degli Stati Uniti e anche quelle dei paesi del Golfo che sono riuscite ad entrare in Siria diverse volte sfruttando la corruzione di alcuni funzionari .La TV ha riportato che domenica 17 aprile la polizia doganale siriana ha sequestrato una grande quantità di armi, bloccando il tentativo di contrabbando dall'Iraq alla Siria.
    Secondo Mustafa Biqai direttore generale delle dogane siriane "Le armi includono 140 pistole e un certo numero di fucili da cecchino, mitragliatori vari e una serie di fucili per gas lacrimogeni, una serie di visori notturni e sofisticate pistole " BKC " oltre ad un gran numero di proiettili.

    L'inchiesta è in corso per determinare le dimensioni di questo contrabbando. Da quanto si sa le armi provenivano dall’Iraq . Il mese scorso le forze di sicurezza siriane hanno sequestrato una grande partita di armi e di esplosivi, delle attrezzature per la visione notturna su un camion proveniente sempre dall’ Iraq.

    Secondo l'agenzia di notizie siriana "SANA", la spedizione intercettata era destinata ad essere utilizzata nei processi che incidono sulla sicurezza interna in Siria e alla diffusione del disordine e del caos. Da quanto riferito dal comandante di polizia, il trafficante di armi ha dichiarato di avere caricato le armi a Baghdad e di aver ricevuto cinquemila dollari per consegnarle in Siria.
    Infine, va detto che oggi più che mai, a mantenere il paese libero e indipendente è la direzione collettiva, la patria prima di tutto. Le circostanze del movimento che passa attraverso la Siria sta dimostrando la proliferazione del complotto intorno ad essa.

    Sì, la Siria era ed è il bersaglio degli aggressori imperialisti, dei sionisti e degli ambienti reazionari e regressivi, perché ha scelto la sua strada lontano dall' agenda dell'imperialismo. Questo al tempo stesso è il segreto della sua gente, è il popolo siriano e la caratteristica nazionale e la prima e l'ultima scommessa è su questo nobile popolo.

    * Da “La Voce del popolo” quotidiano del Partito Comunista Siriano

    La cospirazione crescente contro la Siria

 

 

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