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    Predefinito L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Visto che il tema è ritornato in auge per la beatificazione , ecco un articolo molto interessante sull'ipocrisia della Chiesa

    Da "Per una riscossa laica", MicroMega n°7, 2007
    L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere
    Dopo la pubblicazione del saggio ‘La dolce morte di Karol Wojtyla’ – ripreso dalle maggiori testate e televisioni internazionali e pressocché ignorato in Italia – qualcuno (pochi in verità) ha tentato di ‘smontarne’ la tesi centrale: che Giovanni Paolo II abbia rifiutato una terapia (la nutrizione artificiale adottata in tempo utile e continuativamente) che la Chiesa considera moralmente obbligatoria (altrimenti è eutanasia). Ma questa ipotesi viene nuovamente corroborata, in modo dettagliato e stringente.

    di Lina Pavanelli

    Il breve saggio «La dolce morte di Karol Wojtyla», pubblicato sul numero 5/2007 di MicroMega, ha ricevuto grande attenzione sui media internazionali, e un silenzio pressoché totale su quelli di casa nostra. In quel saggio analizzavo la malattia e il trattamento terapeutico di Giovanni Paolo II e il decorso della malattia negli ultimi due mesi della sua vita, innanzitutto da un punto di vista medico, e poi alla luce dei princìpi di bioetica formulati nei documenti ufficiali della Chiesa cattolica.
    Sostenevo, in sintesi, che, dall’analisi dei fatti resi pubblici dalle fonti ufficiali, era possibile ricostruire alcuni aspetti del periodo finale della malattia dell’anziano pontefice in questi termini: la causa della morte del paziente deve essere individuata nel grave stato di debilitazione dell’organismo, che inevitabilmente ha provocato una grave depressione del sistema immunitario. Il quadro patologico è stato provocato da una insufficienza nutrizionale prolungata (tale evoluzione era non rara, in passato, nei pazienti affetti da morbo di Parkinson; oggi può essere prevenuta efficacemente con l’alimentazione enterale). Nel saggio argomentavo che lo stato di insufficienza nutrizionale era conseguente a precise scelte (o omissioni) terapeutiche che non potevano essere state compiute in contrasto con la volontà del paziente, a sua volta reso edotto dai medici (in ottemperanza alla legge e alla deontologia professionale) su tali conseguenze.
    Tali fatti, ricostruiti sulle fonti ufficiali, venivano poi sottoposti a una valutazione in ambito bioetico: confrontando il caso di Karol Wojtyla con le norme espresse nei testi ufficiali della Chiesa cattolica, ne risultava un evidente conflitto tra la linea di condotta tenuta e i princìpi espressi.
    Reazioni all’articolo di MicroMega all’estero e in Italia
    L’eco sulla stampa estera intercetta l’interesse del pubblico al dibattito sui temi dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico nei vari paesi. Le maggiori testate hanno riportato il contenuto dell’articolo, in linea di massima, in modo preciso e neutrale, facendo emergere la vicenda e i termini del problema senza deformazioni. Nel mondo anglosassone i report autorevoli spaziano dal New York Times, alla prima pagina della sezione esteri di Time edizione online (la più importante rivista di approfondimenti esistente). Le Monde e Le Figaro e La Tribune de Genéve sono alcuni fra gli interventi dell’area francese. In Germania il tema viene affrontato con entusiasmo da giornali come il Frankfurter Rundschau e dal primo canale televisivo Ard. Con proprie sfumature, anche i giornali in lingua spagnola si sono occupati del tema, ad esempio El País e La Vanguardia di Barcellona, o l’argentino Clarín. Questo riguarda i paesi più alla nostra portata per ragioni linguistiche. Sintomatico dell’irritazione di certi ambienti e del rilievo dell’argomento toccato: il reportage pubblicato dal Time – un pezzo totalmente sobrio, a firma del noto corrispondente Jeff Israely – ha scatenato, come reazione, un furioso attacco in diretta televisiva da parte di un corrispondente della rete Fox News, il grande network della destra americana.
    In Italia il contenuto del saggio di MicroMega non è stato riportato. Con una sola eccezione: il quotidiano la Repubblica ha ospitato un articolo riassuntivo di Paolo Flores d’Arcais, e ha pubblicato un pezzo del proprio vaticanista Marco Politi, come resoconto della conferenza stampa di MicroMega. C’è stato qualche interesse invece da parte di blog e forum tematici in rete, dove il tema è stato discusso nei circuiti di nicchia. A parte Radio Radicale, che ha messo i propri servizi video a disposizione degli utenti internet, in Italia i blog sono stati l’unica arena per questo dibattito.
    Tra i giornali italiani si può trovare un minicommento, esclusivamente di insulti e di nessun contenuto, sull’Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale. Per il resto, la stessa Cei ha evidentemente gradito l’assenza di informazione sul tema.

    Le critiche
    Una «reazione», in effetti, in Italia c’è stata: all’indomani dell’uscita del numero di MicroMega è apparso un articolo sul Corriere della Sera – con richiamo in prima pagina – a firma dal noto vaticanista Luigi Accattoli (1). Dopo un accenno alla tesi pubblicata da MicroMega, il giornalista propone una ricostruzione «diversa» delle settimane precedenti la morte di Wojtyla (2). Mentre negli Acta Apostolicae Sedis si afferma che il sondino nutrizionale è stato inserito il 30 marzo, il vaticanista, citando come fonte anonima «persone che hanno avvicinato il papa nell’ultimo periodo», sostiene che l’uso del sondino sarebbe invece cominciato circa otto giorni prima, e proseguito con diverse interruzioni.
    L’articolo di Accattoli viene pubblicato il 15 settembre. Il giorno successivo, interviene per la prima volta sulla stampa il dottor Renato Buzzonetti, all’epoca medico personale di papa Giovanni Paolo II, in un’intervista, questa volta sul quotidiano la Repubblica (3).
    Il dottor Buzzonetti riafferma che l’alimentazione permanente viene eseguita dal 30 marzo. Visto il risalto con cui la ricostruzione «alternativa» di Accattoli è stata pubblicata il giorno prima, l’intervista a Buzzonetti suona più che una smentita. Se voleva «smontare» le tesi del saggio su MicroMega correggendo nel senso di Accattoli la ricostruzione ufficiale, quella era l’occasione. La versione ufficiale degli Acta Sanctae Sedis viene invece solennemente e polemicamente ribadita.
    È impossibile per noi sapere quale delle due versioni sia vera. Accattoli dice di «non volere entrare nella questione medica né in quella etica», campi in cui si dichiara incompetente, ma presenta i suoi anonimi informatori come più autorevoli dello stesso Buzzonetti. Il che lascia due sole possibilità: l’allora segretario personale il cardinale Stanislaw Dziwisz, e l’allora portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls.
    Le due versioni, una vera e una falsa, lasciano tuttavia inalterati i rilievi avanzati nel saggio di MicroMega, cioè la mancanza di un intervento di nutrizione artificiale adeguato e tempestivo. Lo vedremo in dettaglio più avanti.
    La tesi della «dolce morte di Karol Wojtyla» non ha avuto finora contestazioni in ambito scientifico, nemmeno oralmente, da parte dei medici che sono intervenuti nelle conferenze e nei dibattiti organizzati sul tema. L’unica eccezione è un articolo apparso sul sito «Zenit.org», agenzia stampa controllata dal Vaticano, un testo firmato dal medico internista dottor Renzo Puccetti, membro direttivo dell’associazione Scienza e Vita e destinato ai circuiti di informazione di ispirazione religiosa (4).

    I dati e le fonti
    Ripercorriamo l’analisi dei dati. Il saggio ricordava al principio un fatto già riconosciuto come evidente da tutti gli osservatori: il pontefice, nell’ultimo periodo della sua vita, era molto dimagrito. È un elemento certo, confermato nella sostanza dallo stesso Accattoli (5).
    Il dato è lampante dalle immagini registrate e diffuse in tutto il mondo. Ma vi sono conferme da altre fonti. Le notizie diffuse dalle più importanti agenzie si possono confrontare con altre fornite da importanti quotidiani (6). Le informazioni giornalistiche non forniscono, ovviamente, dati quantitativi definitivi e probanti sul grado di dimagramento. Il fatto che le agenzie più importanti riportino che «il papa è dimagrito di 15 chili», è tuttavia indicativo: un dimagrimento impressionante appariva a colpo d’occhio a milioni di osservatori.
    L’informazione decisiva proviene comunque da fonte di prima mano, cioè dal memoriale scritto delle persone presenti ai fatti, nonché investite di autorità storica. Si tratta del libro scritto dal dottor Renato Buzzonetti, medico personale di Giovanni Paolo II, e dal cardinale Stanislaw Dziwisz, all’epoca segretario personale del papa, insieme ad altri (7).

    Le condizioni del paziente negli ultimi due mesi
    Una frase di Buzzonetti riferita al 13 marzo dice che «la lenta ripresa» era «resa difficile dalla deglutizione molto difficoltosa, dalla fonazione assai stentata, dal deficit nutrizionale e dalla notevole astenia» (8). In questa frase sono elencati i quattro fattori che in quel momento avrebbero rallentato il miglioramento delle condizioni del paziente. Analizzando il significato di ciascuno, si comprende che in realtà l’impedimento al recupero della salute è uno solo. La stentata fonazione non consente di parlare ma non ha influenza sulle condizioni generali; il deficit nutrizionale è l’esito di un bilancio calorico negativo, ed è la condizione che doveva essere risolta; l’astenia è solo in parte ascrivibile al Parkinson: è anch’essa la conseguenza di una prolungata denutrizione e non la causa di qualcosa. L’unico vero ostacolo alla guarigione è l’enorme difficoltà nel deglutire, che impedisce l’assunzione di una quantità adeguata di cibo.
    Come si è arrivati a questa situazione? Le notizie preoccupanti sulle condizioni del pontefice cominciano ai primi di febbraio, con la dichiarazione di Joaquín Navarro-Valls: il paziente «si alimenta regolarmente e sono da escludere alimentazioni alternative di un tipo o dell’altro» (9). La seconda parte della frase colpiva l’ascoltatore come una frustata, per il fatto che non c’era, al momento, nessun elemento con cui metterla in relazione. Fa riferimento a qualcosa che non ha che fare la patologia di cui si parla: il paziente era stato ricoverato per una laringo-tracheite acuta provocata da una forma influenzale. La frase si poteva riferire solo all’altro problema, e la realtà nota all’ascoltatore era il morbo di Parkinson. Notiamo che Navarro-Valls afferma: si è deciso di non ricorrere ad alimentazione artificiale, non dice che non sarebbe stata utile o necessaria. Una «rassicurazione» fatta a un pubblico che, per ora, non ha ricevuto informazioni preoccupanti, sarebbe priva di senso come strategia comunicativa, a meno che non vi sia effettivamente qualche aggancio problematico con la realtà.
    Dove può essere l’aggancio? Si consideri che per escludere qualcosa bisogna aver compiuto una valutazione. In una situazione del genere però non si valutano elementi a caso, non si avanza come ipotesi quella di alimentare artificialmente il paziente a meno che non si ritenga che, in prospettiva, ne avrà bisogno. D’altro canto, l’alimentazione artificiale è una terapia di cui un paziente affetto da Parkinson in stadio avanzato, prima o poi avrà certamente bisogno. Questa dovrà essere permanente, e si tratterà di una terapia salva-vita, non ci saranno alternative a una tale «proposta» del medico. Una dichiarazione come quella di Navarro-Valls – che comunica all’improvviso la decisione di «non fare» qualcosa, e per un problema che al pubblico è del tutto ignoto – genera un’ombra di inquietudine.
    Il dottor Buzzonetti, nel suo libro, descrive il periodo successivo a questa dichiarazione, e quello che descrive è un quadro penoso: una patologia che si trascina insidiosamente, non risolta, che provoca ripetute crisi di insufficienza respiratoria acuta, e le difficoltà del paziente sono continue (10). Il medico scrive: tutto ciò era dovuto proprio alla stenosi funzionale della laringe che era «ben documentata» da molto tempo (ancora settimane prima, in data 1° febbraio, le terapie di assistenza respiratoria erano state definite da lui «non più procrastinabili»). Questo accadeva, evidentemente, perché non era stato fornito l’unico presidio terapeutico in grado di mettere in sicurezza il paziente, cioè la tracheostomia. Per tamponare tale mancanza, un’intera equipe di rianimatori è costretta a uno stato di allerta permanente. Si attende una crisi irrisolvibile, che inevitabilmente richiederà un intervento all’ultimo minuto. L’intervento si sarebbe dovuto fare già prima, si optò invece per le dimissioni, decisamente anomale, di un paziente che non poteva più respirare.
    Possiamo credere che durante tutto questo periodo Wojtyla non avesse problemi di deglutizione, che si alimentasse a sufficienza, con regolarità e in sicurezza? Non ci vuole molta immaginazione per capire che non poteva essere così. Le crisi respiratorie lasciavano spossato il paziente, peggiorando la disfagia e i suoi effetti. Possiamo supporre che il paziente consumasse di regola colazione e pasti, come – episodicamente – è riportato dalla cronaca. La quantità di cibo assunta, però, bastava a soddisfare le richieste metaboliche? Evidentemente no, questo possiamo dirlo con tranquillità perché il grave deficit nutrizionale accumulato, accertato e descritto, presuppone che l’apporto alimentare sia stato nel complesso inadeguato per un arco di tempo dell’ordine di settimane. L’iponutrizione è un processo insidioso che può instaurarsi anche su tempi molto lunghi: di questo i medici sono, ed erano, perfettamente al corrente.
    All’inizio di febbraio, se il problema nutrizionale fosse stato affrontato con decisione, una ripresa delle condizioni del paziente sarebbe stata possibile, ma il tempo a disposizione per agire stava diminuendo progressivamente. Eppure i medici sapevano che, in linea di principio, la prognosi non era negativa, semplicemente perché a tutti gli effetti non si trattava di un paziente terminale.
    Il papa non aveva davanti a sé una morte inevitabile e imminente. Un riscontro di ciò è il fatto stesso che ci sono voluti due mesi di estrema difficoltà a partire dalla prima crisi, prima che il suo fisico crollasse. Che il paziente non soffrisse di alcuna patologia sicuramente mortale è un fatto certificato, anch’esso, dal dottor Buzzonetti in data 10 febbraio 2005 (11). Giovanni Paolo II in quei giorni si sottopose a tutti gli accertamenti possibili compresa una tac «total body». Dai risultati si arriva a escludere definitivamente qualsiasi altra patologia oltre a quelle già note. In sostanza, il paziente soffriva di una sola malattia grave, purtroppo in fase avanzata, ed era il morbo di Parkinson. Questa non era una condanna a morte, era la condanna a una vita di qualità pessima. Che non fosse un paziente terminale lo dice anche il professor Gianni Pezzoli, direttore del Centro per la malattia di Parkinson di Milano, quando, subito dopo l’intervento di tracheostomia, ci fornisce l’immagine clinica di un paziente che con buone riserve funzionaliche potrebbe vivere ancora relativamente a lungo, compatibilmente con l’età (12). Il concetto di «ripresa delle condizioni» deve intendersi nel senso di sopravvivenza, ma la qualità della vita sarebbe inevitabilmente peggiorata. I presìdi terapeutici necessari a mantenere il paziente in vita (alimentazione e respirazione artificiale) non avrebbero garantito il recupero delle funzioni perdute. La prospettiva perciò, era quella di allungare la vita solo a condizione di prevedere una crescente inabilità fisica, e in seguito anche mentale. Il pontefice avrebbe perso qualsiasi seppur minima autonomia, e non avrebbe più potuto svolgere il suo ruolo.
    Di quale fosse l’atteggiamento psicologico di Wojtyla nei confronti di questa prospettiva abbiamo qualche indizio nelle parole pronunciate negli ultimi giorni, riferite così dal cardinale Stanislaw Dziwisz: «Forse è meglio che io muoia, se non posso compiere la missione affidatami» (13). Sono pensieri che – insieme alla famosa frase «lasciatemi andare» – sono relativi agli ultimissimi giorni di vita. Nelle settimane precedenti invece la percezione del paziente stesso coincide ancora con quella dei medici: ritiene di poter vivere e non si «sente» un paziente terminale. Ancora il 24 febbraio, dopo che si era all’ultimo momento per la tracheostomia e il paziente aveva rischiato obiettivamente di morire, le sue condizioni non sembravano disperate: superò bene l’intervento che, vale la pena di ripeterlo, ebbe un decorso definito regolare, senza complicazioni (14). Tuttavia Wojtyla cercò fino all’ultimo di evitare o rimandare quell’intervento, e al medico che gli chiedeva il consenso chiese con «commovente semplicità» (15), se si poteva rimandarlo almeno a dopo le vacanze estive.
    Arrivati al 13 marzo, però, dopo la dimissione dall’ospedale, il dottor Buzzonetti finalmente ammette che il paziente si trova in uno stato di grave deficit nutrizionale.

    Sulle scelte terapeutiche
    Si può porre in collegamento lo stato di denutrizione con la morte di Karol Wojtyla? Le informazioni che abbiamo sono sufficienti per rispondere sull’accaduto? La risposta è: sì, se le informazioni rese pubbliche sono vere, queste sono sufficienti.
    Cominciamo dagli elementi secondari, che suggeriscono solo indizi: lo shock settico finale – in questo caso provocato da una banale infezione alle vie urinarie, originata probabilmente dall’uso del catetere – è un esito tipico che riguarda pazienti molto debilitati, il cui sistema immunitario è gravemente compromesso. Il fatto in sé si presenta come epifenomeno di un quadro ormai divenuto terminale.
    Sappiamo inoltre che l’alimentazione enterale, in qualche misura, alla fine è stata applicata. Potremmo domandarci: quando è stata iniziata? Su questo punto abbiamo visto che ci sono due versioni, una ufficiosa e una ufficiale. Per ora limitiamoci a constatare che, evidentemente, era necessaria.
    Ora però consideriamo la malattia del paziente, il morbo di Parkinson. È una malattia neurologica degenerativa tra le più studiate, è stata descritta in tutti i particolari dall’inizio dell’Ottocento e i medici ne conoscono benissimo l’evoluzione. Il decorso è piuttosto lento ed è caratterizzato dalla comparsa di sintomi caratteristici, che si aggravano progressivamente nel tempo. Il pontefice ne era affetto da 14 anni. Quando si è ammalato era ancora vigoroso ed era un paziente che desiderava essere informato sui fatti, sappiamo anche che nel rapporto coi medici ha sempre partecipato attivamente alla definizione dei programmi di cura. È quindi probabile che conoscesse bene le caratteristiche della sua malattia.
    I medici sapevano che la malattia prima o poi avrebbe coinvolto i muscoli faringei, che la disfunzionalità gli avrebbe impedito di deglutire normalmente, e in seguito avrebbe potuto avere anche problemi di respirazione. Nel caso di Wojtyla la disfunzione più pericolosa si era rivelata non la disfagia, che pure era sicuramente presente, ma quella dovuta al coinvolgimento dei muscoli laringei che aveva provocato una stenosi funzionale della laringe con conseguenti pericolose crisi di insufficienza respiratoria acuta.
    Alla fine di gennaio c’era stato un importante peggioramento del quadro respiratorio, e verosimilmente anche di quello disfagico. L’evoluzione degli eventi suggerisce che l’equipe medica abbia deciso di monitorare strettamente la funzione respiratoria, lasciando temporaneamente in secondo piano il problema meno acuto, la deglutizione. Ma non possiamo dubitare di una cosa: certamente i medici sapevano che né la funzione dei muscoli laringei, né quella dei muscoli faringei, erano recuperabili. Per entrambe si rendeva necessario, come prospettiva, un trattamento sostitutivo che doveva essere deciso tempestivamente. La parola «tempestivamente» contempla tempi di attuazione diversi nei due casi. Il problema respiratorio si caratterizza per il rischio immediato, l’urgenza; quello nutrizionale apparentemente consente spazi di manovra più ampi poiché non richiede un intervento in emergenza. Non per questo, però, la tempistica può essere ignorata, tutt’altro.

    L’alimentazione enterale e le linee guida europee
    Dopo tali premesse, si tratta di capire quale sarebbe stata la forma corretta di terapia, quella in grado di assicurare una nutrizione adeguata. E, sul versante opposto, le conseguenze di una terapia non corretta.
    La validità dei trattamenti terapeutici viene stabilita da società scientifiche preposte, sulla base dei risultati di studi di molti anni, provenienti da centri di ricerca di molti paesi. Per la nutrizione enterale, una delle autorità di riferimento più prestigiose è la Società europea di nutrizione enterale percutanea. Questa ha recentemente pubblicato una Dichiarazione di consenso (Consensus Statement) che illustra le linee guida per l’uso della migliore forma di nutrizione permanente, la Peg (Percutaneous Endoscopic Gastrotomy). Si tratta di un documento lungo e articolato alla cui redazione hanno contribuito molte università europee, inclusa La Sapienza di Roma, documento che riassume i parametri in uso da molti anni dalla scienza medica (16). Qui si illustrano i tempi e le modalità da rispettare nell’utilizzo di una metodica che, applicata correttamente, si è dimostrata di comprovata efficacia. Farò riferimento a questo documento per ogni affermazione che riguarda l’alimentazione enterale.
    Nel saggio «La dolce morte di Karol Wojtyla» si parla di sondino gastrico o naso-gastrico senza entrare nei dettagli, per non complicare ulteriormente la vita al lettore; in effetti si fa riferimento una sola volta all’inserimento per via nasale, che è la forma il cui inserimento è meno traumatico e di minor rischio. Se quello naso-gastrico è il modo di applicazione meno invasivo, non è però il più indicato quando si prevede che la terapia debba essere lunga più di due o tre settimane. La Peg è un sondino, praticamente identico, che però viene posizionato mediante intervento eseguito per via endoscopica e laparoscopica, attraverso la parete addominale. È noto che questo sistema è vantaggioso rispetto alla via naso-gastrica per varie ragioni, in primis perché è più sicura e dà molto meno fastidio al paziente: è meglio tollerata sia a livello individuale che sociale, concede al paziente la sensazione di potersi ancora alimentare per via naturale ma senza preoccuparsi della quantità di cibo che riesce ad assumere, inoltre quando non è in funzione è del tutto invisibile. Anche se la sua inserzione non presenta rischi, invece, il sondino naso-gastrico (Sng) è più fastidioso e con il tempo ha un maggior numero di possibili complicanze: irritazioni, ulcerazioni, sanguinamenti, dislocazioni, coaguli, episodi di reflusso esofageo, polmoniti ab ingestis. La Peg è considerata l’opzione di prima scelta ogni volta che ci si aspetta che l’alimentazione di un paziente possa divenire, quantitativamente o qualitativamente, inadeguata nell’immediato futuro per un periodo di/o superiore a due o tre settimane.
    Nel Documento di consenso si sottolinea la condizione più importante, tassativa, a cui si deve attenere l’alimentazione enterale: quando è indicata, deve essere intrapresa il più presto possibile. Lo scopo è di prevenire il deterioramento nutrizionale, e agire in tempo è l’unico modo di migliorare la prognosi e la qualità di vita del paziente. È stato dimostrato infatti, che per la maggior parte dei pazienti è pressoché impossibile recuperare lo stato nutrizionale precedente dopo una grave perdita di peso. Orientativamente bisogna sapere che, in presenza di una terapia corretta e permanente, a fronte di una perdita di peso consistente occorrono mediamente dodici mesi per recuperare solo il trenta per cento del peso perduto.
    La denutrizione ha ripercussioni molto gravi sulle possibilità di ripresa di un paziente. Danneggia l’organismo a tutto spessore, anche nei meccanismi molecolari, e in un paziente anziano la severità del danno è molto maggiore.
    Abbiamo visto che con il pontefice si era atteso fino all’ultimo prima di eseguire la tracheostomia per risolvere i problemi respiratori. Il ritardo è da imputare, probabilmente, all’atteggiamento di resistenza del paziente. Per analogia, potremmo anche supporre che una simile resistenza sia stata opposta alla Peg o a un sondino permanente, e sia questa la causa del ritardo con cui i medici hanno provveduto ad attuare la nutrizione enterale. Tuttavia, un atteggiamento di attesa prima di eseguire una tracheostomia, monitorando attentamente la situazione, non ha gli stessi effetti e lo stesso significato clinico di un indugio nel fornire una alimentazione adeguata.
    Nel caso della respirazione ci si attrezza per fronteggiare un pericolo mortale immediato e, se questo viene superato, il paziente ritorna nelle condizioni cliniche precedenti; nel secondo caso, si produce una situazione in cui l’organismo deperisce progressivamente giorno dopo giorno, e con il tempo diviene sempre più difficile da curare. La mancanza di presidio respiratorio crea un problema, ma questo può essere risolto rapidamente con la decisione di applicare la terapia. Il ritardo nella cura della denutrizione, invece, crea un quadro globale che non potrà essere risolto dal successivo cambio di strategia terapeutica. La denutrizione non è una semplice insufficienza funzionale, come una stenosi delle vie aeree; è invece un processo incrementale che peggiora gli effetti in progressione, deteriora o distrugge le capacità dell’organismo stesso a rispondere alle terapie successive.
    Le linee guida hanno messo in chiaro questo punto. Perciò quando un medico capisce che la disfagia non consente più l’assunzione del cibo in quantità sufficiente, ha il dovere di risolvere il problema il più rapidamente possibile. Sempre che il paziente non si opponga, ovviamente.
    La disfagia da morbo di Parkinson è irreversibile ed è una delle affezioni per cui la Peg è indicata come terapia di elezione.
    Le controindicazioni specifiche alla Peg sono: gravi alterazioni della coagulazione; carcinomatosi peritoneale; ascite severa; peritonite; anoressia nervosa; psicosi grave. Anche un’aspettativa di vita veramente molto breve può essere una controindicazione. Queste condizioni come visto sopra, per Karol Wojtyla non c’erano. Non vi era controindicazione all’alimentazione enterale e, nel caso ci fosse stata, non avrebbe avuto alcun senso tenerla nascosta, perché avrebbe aiutato a capire l’atteggiamento terapeutico.
    Riguardo le già citate due versioni della vicenda del sondino (quella di Accattoli e quella di Buzzonetti e degli Acta): si scelga come vera quella che si preferisce (qui si apre semmai una questione di credibilità degli Acta della Santa Sede), perché dal punto di vista clinico sono indifferenti. Che l’alimentazione artificiale sia stata di tre o dodici giorni finali, è un dato che, alla luce di quanto abbiamo appena appreso, non può che avere un’influenza minima. Scelgo perciò di considerare la «variante di Accattoli» come quella vera, per il fatto che contiene più giorni di alimentazione artificiale, anche se le fonti più attendibili l’hanno negata.
    Secondo tale versione, un sondino naso-gastrico fu utilizzato nell’ultima settimana di vita del paziente, e precedentemente per alcuni giorni a cavallo tra il 10 e il 13 marzo, circa. L’ultima settimana però ci sarebbero state almeno quattro interruzioni, con rimozione e re-inserimento del sondino. Lo scopo sarebbe stato di consentire al pontefice di affacciarsi alla finestra, senza apparire con il sondino visibile a tutti.
    Se la condotta terapeutica è stata questa, si evidenzia, se possibile in modo ancora più drammatico, il conflitto tra la necessità e la volontà del paziente. Il papa così viene privato della terapia ottimale e sottoposto a una procedura tormentosa e inutile. Il comportamento dei medici può essere solo un ripiego dovuto al fatto che il paziente ha rifiutato e rifiuta la terapia ottimale, come precedentemente aveva evitato di dare fino all’ultimo il consenso all’atto chirurgico necessario.

    L’interpretazione dei princìpi bioetici della Chiesa
    Il trattamento che il pontefice non ha ricevuto, la Peg, per la medicina è ordinario, efficace e normalmente ben tollerato, in grado di produrre un allungamento significativo della vita. Le forme di alimentazione enterale – in primo luogo la Peg – al giorno d’oggi garantiscono buone condizioni di sopravvivenza ai pazienti affetti da morbo di Parkinson.
    Non vi è nessun modo di spiegare lo stato di denutrizione di Karol Wojtyla, né gli indugi per l’intervento di tracheostomia, o le strane modalità nell’uso del sondino negli ultimi giorni di vita del paziente. Non c’è modo di spiegarlo, se non ipotizzando un atteggiamento del paziente tendente al rifiuto di accettare la prospettiva di una condizione totalmente disabilitante, nella parte finale della vita.
    Come considerare una scelta del genere alla luce della rigida dottrina esposta in vari documenti del magistero cattolico? Il precedente saggio analizzava lo scenario in base alla versione ufficiale dei fatti. La seconda variante dei fatti, l’uso irregolare del sondino per una settimana in più, non cambia la tesi. Il papa era un paziente che, per lungo tempo, non è stato un malato terminale, non era di fronte a una morte inevitabile e imminente, ma ha semplicemente rinunciato a una terapia salva-vita che altri pazienti accettano senza problemi. In più, la terapia mancata è considerata dalla Chiesa «mezzo naturale» di supporto alle funzioni vitali, cioè qualcosa che, moralmente, non si dovrebbe rifiutare mai, nemmeno nel caso di malati terminali.
    Siamo di fronte a un caso di rifiuto di accanimento terapeutico, o di eutanasia? La scelta di confrontare proprio Karol Wojtyla con Piergiorgio Welby, che ha ricevuto una condanna morale pari alla scomunica, non è stata dettata da desiderio sensazionalistico. Serve per mostrare la contraddizione che è insita in una dottrina che – questo è uno dei suoi difetti – non è possibile applicare a tutti. Nei fatti, i princìpi etici esposti nell’Evangelium vitae vengono imposti in forza di legge solamente ad alcune persone, gli sfortunati che si trovano nell’impossibilità fisica di opporvisi: solo loro vengono costretti a subire i divieti e precetti morali del clero. Tutti gli altri, finché possono agiscono secondo coscienza. E i medici devono rispettare la volontà del paziente.
    Il documento più recente della Chiesa sull’argomento è la «Nota di commento» della Congregazione per la dottrina della fede (17) pubblicata in settembre. Fa riferimento ai pazienti in stato vegetativo permanente (Svp) ed è stata prodotta in seguito al caso Terry Schiavo. In essa si ribadisce e si riassume quello che è stato già affermato in altri documenti ovvero che: i supporti nutritivi o respiratori non devono essere considerati cure bensì «mezzi naturali» di sostegno a cui non è mai lecito rinunciare nemmeno se questa è la volontà del paziente. Sospensione o rinuncia al trattamento, quando anche consensuali tra paziente e medico, sono definiti eutanasia: «È inaccettabile interromperle o non somministrarle se da tale decisione consegue la morte del paziente» (18). Dunque la mancanza di queste terapie costituisce sempre, per la dottrina cattolica ufficiale, una forma di eutanasia.
    Un secondo punto è che la morale nella bioetica del magistero cattolico ha una caratteristica: proibisce esplicitamente di distinguere fra azione e omissione. Quindi non ci può essere la differenza deontologica che può valere in certi contesti laici. L’eutanasia passiva dal punto di vista etico equivale, secondo la Chiesa, a un’«iniezione letale».
    In alcuni dei documenti troviamo però delle espressioni ambigue, se non aperte contraddizioni. Un esempio è nella «Nota di commento» della Congregazione, dove si dice: la somministrazione di acqua e cibo per vie artificiali è «moralmente obbligatoria in linea di principio». Non esclude che «in qualche regione molto isolata […] possano non essere fisicamente possibili», oppure che «per complicazioni sopraggiunte il paziente possa non riuscire ad assimilare». Sembra che ci sia un’apertura a questo punto, quando non esclude nemmeno che «in qualche raro caso l’alimentazione e l’idratazione possano comportare una eccessiva gravosità o un rilevante disagio fisico» ma «questi casi eccezionali nulla tolgono al principio etico generale». Si introduce un peso al disagio del paziente, che quindi forse potrebbe influire sulla scelta.
    Purtroppo, le «aperture» sono solo apparenza. Le parole come «gravosità» ci possono lasciar pensare che a volte la regola si possa addolcire, e declinare secondo le scelte del paziente. Ma non è così. Il termine «eccessiva gravosità» può riferirsi solo alle controindicazioni per l’alimentazione enterale, elencate sopra. In tutti gli altri casi il contenuto delle aperture si svuota di significato, la concessione alla «gravosità» per il paziente non solo è contraddetta dall’impianto generale del documento, ma soprattutto è negata dalla applicazione dei princìpi alla realtà. Ogni volta che si tratta di applicare la dottrina ai casi concreti, come nel caso di Piergiorgio Welby che riteneva troppo gravoso rimanere attaccato al respiratore, la Chiesa prende una posizione di condanna e nega la possibilità di scelta. Le ambigue aperture nei documenti, peraltro, non varrebbero per Wojtyla: non sappiamo se la Peg sarebbe stata per lui troppo gravosa, né poteva saperlo lui, dal momento che non l’ha mai provata.
    Tutti i documenti della Chiesa gerarchica sostengono il principio che esistono criteri oggettivi per stabilire se qualcosa è accanimento terapeutico o no, e per poter rifiutare o accettare un trattamento. Il concetto di accanimento riguarda solo i trattamenti straordinari, dai quali idratazione e nutrizione sono tassativamente esclusi: Peg e sondino, perciò, non possono essere accanimento. Il contenuto della «Dichiarazione sull’eutanasia» del 1980 esprime lo stesso concetto: «È lecito […] rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita» ma «senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato» (19). Per la Congregazione per la dottrina della fede, l’alimentazione artificiale è un «mezzo naturale di conservazione della vita» e non un atto medico, e dunque da considerarsi sempre «ordinario e proporzionato, perciò moralmente obbligatorio».
    È difficile fraintendere queste prescrizioni: non c’è molta elasticità sulla nutrizione enterale. È chiaro che, in base a queste norme, opporre resistenza o rifiutare una terapia di nutrizione significa commettere suicidio.
    È del tutto evidente che documenti come la «Nota di commento» e altri mirano a condizionare la legge in modo da non permettere che, in un caso come quello di Piergiorgio Welby, il paziente possa dare corso a una decisione a cui consegua la morte. Ed è evidente la pervicace opposizione della Chiesa gerarchica a una legge sul testamento biologico, che servirebbe proprio per dare ai pazienti facoltà di scelta su decisioni che potrebbero anticiparne la morte. Le dichiarazioni delle maggiori cariche degli organismi ecclesiastici sono tutte orientate a ribadire che il paziente non dovrebbe avere una opzione sulla sua vita. Le «eccezioni» accennate nei documenti dunque sono vuote, e non valgono praticamente mai semplicemente perché il soggetto non ha facoltà di scelta.
    Sempre per chiarire che cosa sia l’eutanasia secondo la Chiesa si può citare un discorso dello stesso Giovanni Paolo II del 1985 (20). Parlando a un incontro di medici usò l’espressione «impegno terapeutico» da cui «non ci si può dispensare», e riprendendo la «Dichiarazione sull’eutanasia» ribadì che non è ammissibile nessuna omissione che abbia lo scopo «di abbreviare la vita per risparmiare la sofferenza, al paziente o ai parenti». E ricorda tuttavia che «certi trattamenti, come quelli che voi chiamate “terapie di supporto”, comportano essi stessi un cumulo di sofferenze, un gravame psicologico sia per i pazienti sia per le loro famiglie» ma anche in questi casi «la presenza della sofferenza anche in fase terminale […] non dovrà consentire» pratiche eutanasiche omissive.
    La successiva enciclica Evangelium vitae elencherà tutti i requisiti per la definizione di «accanimento terapeutico», e così tutti i casi di sofferenza in cui non vi sia la certezza della morte imminente verranno esclusi dalla possibilità di scelta. Molti aspetti di queste dichiarazioni contengono intenti nobili. Ma le regole sono anche orientate a colpire la possibilità di «scelta» dell’individuo. Le parole di Giovanni Paolo II tendono a sottolineare che l’eutanasia non solo può essere omissiva, ma può anche essere surrettizia. Può consistere ad esempio nel trascurare semplicemente qualche aspetto della terapia, al fine di ridurre la sofferenza.
    Nei casi come quello di Piergiorgio Welby la sospensione del supporto ventilatorio produce la morte immediata. La consequenzialità fra i fatti è visibile e l’effetto è subito collegabile a un’azione. In realtà questo legame diretto e veloce, secondo la dottrina e anche secondo la logica, non dovrebbe contare. Esistono molti comportamenti, come una successione di omissioni, che nel loro complesso delineano una condotta orientata a non prolungare troppo la vita del paziente, che non ne provocano la morte immediata, ma che possono essere configurati come eutanasia sul piano morale (sempre secondo la Chiesa). La sospensione dell’alimentazione ha un rapporto diretto ma non immediato con la morte. La diversità del caso Wojtyla rispetto al caso Welby sta solo nel ritardo con cui si manifesta l’evento finale, intervallo temporale che consente, ipocritamente, di addossare ad altri eventi intercorsi la responsabilità di un esito reso invece scontato proprio dalle precedenti omissioni.
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    La dolce morte di Karol Wojtyla
    Un’attenta analisi delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II nelle ultime settimane della sua esistenza dimostra che non gli sono state praticate alcune cure che avrebbero potuto tenerlo in vita ancora a lungo. Il vecchio papa le ha rifiutate perché le considerava troppo gravose. Per lui sta per iniziare il processo di canonizzazione, a Piergiorgio Welby sono stati rifiutati persino i funerali.

    di Lina Pavanelli

    Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello,
    mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?
    Mt 7,3

    Non è passato neanche un anno dalla morte di Piergiorgio Welby, ma sembra molto lontana. L’aspra polemica fra laici e rappresentanti autorevoli del potere cattolico sui diritti del malato, eutanasia e accanimento terapeutico è stata, per il momento, soppiantata dall’offensiva ancora più massiccia scatenata dalle gerarchie vaticane contro la timida proposta di legge sulle unioni civili. Ma le problematiche che aveva suscitato sono tutte attuali e irrisolte. Esse sono infatti parte costitutiva di quel pacchetto di temi in cui la Chiesa cattolica, con l’unica illuminata eccezione del cardinale Martini (1), ritiene di possedere la «verità» e di doverla imporre, se non a tutti, almeno agli italiani.
    Nei giorni della vicenda ascoltavo molti dibattiti. Più di una volta mi capitò di sentire il rappresentante teocon/teodem di turno che giudicava uguali, nella sostanza, le posizioni etiche dei laici pro eutanasia e le idee dei nazisti. Le loro accuse – «falsa pietà», «perversione» o strumentalizzazione – più o meno esplicitamente chiamavano in causa direttamente i familiari e i parenti del malato. C’era qualcosa di intollerabile in queste offese che sentivo rivolte anche me, come medico e come laica.
    Fu durante uno di questi che, ricordo, non so perché né con quale associazione, mi sono apparse alcune immagini precise, come inquadrature di un film, nella memoria. Si trattava di certe immagini di papa Giovanni Paolo II nelle sue ultime settimane di vita. Erano le immagini drammatiche del papa nelle sue ultime apparizioni pubbliche.
    Ricordo che quando, all’epoca, apparvero in televisione accompagnate da commenti rassicuranti da parte dell’ufficio stampa vaticano, avevo percepito uno strano disagio, la sensazione di qualcosa di indistinto che interferiva con quelle «verità». Tale «dissonanza» fra informazioni visive e informazioni verbali rimase a lungo senza spiegazione, come una provocazione davanti a una mia forma di refrattarietà. Finché un giorno, alla luce della vicenda Welby quelle immagini trovarono un senso, un nuovo significato chiaro ed evidente, quanto evidente appariva ora la ragione della loro natura provocatoria: quelle immagini raccontavano come era morto papa Giovanni Paolo II.
    Per rinfrescare la memoria sedetti al computer e iniziai una breve ricerca, a partire da voci come «malattia, morte, papa Wojtyla». Google mi rifornì di una quantità di notizie, note di agenzie e articoli di giornale. Trovai anche un volume recentemente pubblicato dall’allora medico personale di Wojtyla, l’archiatro pontificio dottor Renato Buzzonetti (2), in cui l’autore descrive, fra le altre cose, le cure mediche a cui il suo paziente fu sottoposto nell’ultimo periodo di vita. Lo lessi con attenzione: non aggiungeva molto a quello che già sapevo, ma tutte le informazioni collimavano sia con il contenuto delle agenzie ufficiali sia con la mia ipotesi.
    Per esporre la mia idea, è opportuno ripercorre per sommi capi i principali avvenimenti di quel periodo.

    Gli ultimi giorni di Giovanni Paolo II
    Il Santo Padre fu ricoverato d’urgenza al policlinico Gemelli l’1 febbraio 2005 per una «laringo-tracheite acuta con laringospasmo» (3) che aveva provocato una drammatica crisi respiratoria. Rimase sotto controllo dieci giorni e poi fu dimesso. Due settimane più tardi il quadro clinico si ripresentò con maggiore gravità, per cui il paziente fu nuovamente ricoverato d’urgenza. Il giorno seguente il ricovero gli fu praticata una tracheostomia e gli fu inserita una cannula respiratoria. Ci venne spiegato che la causa di queste crisi era una «stenosi funzionale della laringe» (4). La degenza questa volta fu di circa venti giorni, e il paziente venne dimesso il 13 marzo. Nei giorni seguenti il Santo Padre fece due brevi apparizioni alla finestra del suo appartamento senza essere in grado di parlare. Il 25 marzo fu ripreso di schiena mentre seguiva dal suo studio la via crucis. Si affacciò per l’ultima volta alla finestra dell’appartamento pontificio il 30 marzo. Il giorno seguente avvenne il tracollo, apparentemente a causa di una cistite acuta, che provocò uno shock settico (5). Morì due giorni dopo.
    La stenosi funzionale laringea che affliggeva il papa era una condizione non reversibile, perciò, se il problema delle vie respiratorie non fosse stato risolto, il paziente sarebbe andato incontro a crisi asfittiche sempre più frequenti e pericolose. La situazione del paziente era talmente rischiosa che il dottor Buzzonetti aveva, preventivamente, ritenuto indispensabile organizzare sotto la sua personale direzione una struttura complessa, in grado di poter assicurare il controllo permanente del suo assistito. Nel suo libro spiega di aver attivato «un’equipe vaticana multidisciplinare, composta da dieci medici rianimatori, da specialisti di cardiologia, di otorinolaringoiatria, di medicina interna, di radiologia e di patologia clinica, coadiuvati da quattro infermieri professionali» (6).
    Grazie alla pronta assistenza assicurata da questa organizzazione, il Santo Padre non morì durante la crisi che lo condusse al secondo ricovero. Il pericolo corso però era stato tale che, in questa seconda occasione, fu eseguito subito l’unico atto terapeutico risolutivo della situazione patologica: il confezionamento di una via respiratoria alternativa (tracheostomia) che, vista la patologia soggiacente, non poteva che essere definitiva.

    La vera minaccia alla vita del papa
    Dal primo ricovero fino all’ultima crisi, tutte le comunicazioni trasmesse dal portavoce del Vaticano erano focalizzate sull’aspetto respiratorio e fonatorio, ed erano improntate all’ottimismo. C’era il chiaro intento di tranquillizzare i fedeli ispirando la fiducia in una guarigione sicura, anche se, si lasciava intuire, non rapida. In base alle informazioni disponibili riguardo alla patologia sembravano messaggi, nel complesso, credibili. Ricordo che mi capitava di ascoltare questi sereni comunicati mentre guardavo il papa affacciarsi alla finestra dell’ospedale e poi a quella del Vaticano. Qualcosa non andava: il paziente era sempre più debole e deperito.
    A ripensarci oggi, mi sorprendo di non avere vagliato criticamente le informazioni. Anch’io, in una forma di pigrizia mentale, mediatica, ho lasciato che le mie percezioni si conformassero alla speranza di guarigione e alle parole ufficiali, senza confrontarle con i segni clinici che vedevo.
    Ma nell’ultima drammatica apparizione del pontefice in televisione l’impatto visivo fu talmente violento che esclamai, ad alta voce: «Ma quanto è dimagrito? Non ha la forza di respirare! Lasciato così morirà in pochi giorni!».
    Gli eventi successivi – l’agonia e il funerale – con la loro enormità sui media finirono col coprire il ricordo critico degli ultimi momenti e tutti questi particolari diventarono, per assimilazione, simboli, icone, metafore di martirio, Via Crucis e parabola spirituale. L’immagine che però mi restava in mente era anche una crudele, fredda, esposizione di dati evidenti. Il paziente era morto per ragioni che chiaramente non erano state menzionate.
    Le immagini dicevano che, fra tutti i problemi del complesso quadro clinico del paziente, l’insufficienza respiratoria acuta non era la principale minaccia per la vita del paziente. Il papa stava morendo per un’altra conseguenza del coinvolgimento dei muscoli faringo-laringei provocata dal morbo di Parkinson, una conseguenza più lenta a manifestarsi ma che, se non trattata, è ugualmente pericolosa: l’incapacita di deglutire.
    Non potendo deglutire, il paziente non era in grado di alimentarsi. Sul pontefice, nell’ultimo mese di vita le conseguenze di questa menomazione erano clamorosamente visibili.
    A sentire i bollettini del portavoce vaticano, questo problema non esisteva. Solo in una occasione, coincidente con il primo ricovero, il 3 febbraio 2005, Joaquín Navarro-Valls spiegava, dopo averci informato che lo stato di salute del Santo Padre migliorava, che il paziente «si alimenta regolarmente e sono da escludere alimentazioni alternative di un tipo o dell’altro» (7). Il dato singolare è l’aver fornito una simile informazione in un momento in cui le condizioni nutrizionali erano ancora discrete: ciò lascia intendere che qualcuno, nello staff medico, doveva avere posto il problema. Tuttavia, per il momento, esso non veniva affrontato e sarebbe rimasto irrisolto per sempre.
    Il 13 marzo, dopo il secondo ricovero, il paziente venne dimesso e gli fu concesso di completare la convalescenza in Vaticano. Da un articolo comparso in seguito (30 marzo) sul Corriere della Sera (8), sappiamo che alcuni medici avevano proposto di iniziare la nutrizione artificiale già da quella data. Nel suo libro il dottor Buzzonetti scrive che, più o meno in quel periodo, «la lenta ripresa delle condizioni generali era resa difficile dalla deglutizione molto difficoltosa, dalla fonazione assai stentata, dal deficit nutrizionale e dalla notevole astenia» (9).
    Dai fatti successivi sappiamo che non ci fu mai una «lenta ripresa». In realtà, le condizioni del paziente continuarono lentamente ma inesorabilmente a peggiorare. Non avrebbe potuto essere altrimenti: l’apporto nutrizionale era irrisorio, e probabilmente anche l’assunzione dei liquidi era insufficiente. Come posso sostenere questa affermazione con sicurezza? Non ci sono – a quanto mi risulta – informazioni ufficiali da parte del Vaticano sull’argomento. Però in una nota AdnKronos della fine di marzo si legge che il papa era dimagrito di 15 chili dall’ultimo ricovero, mentre in un articolo di Repubblica dello stesso periodo si parla una perdita di peso di 19 chili (10). Al di là dei numeri, il deperimento fisico negli ultimi giorni era evidente e impressionante.
    Quel 30 marzo, quando vedemmo il Santo Padre affacciarsi per l’ultima volta alla finestra, la sua struttura muscolare debilitata dalla denutrizione, oltre che dal morbo di Parkinson, era ormai talmente debole da rendergli faticosa la respirazione anche attraverso la cannula ma soprattutto – questa è la cosa più grave – il sistema immunitario, compromesso dalla denutrizione, era ormai così depresso da non assicurargli più alcuna difesa, per cui una banale infezione è potuta diventare mortale in poche ore.
    Nel pomeriggio dello stesso giorno la gravità estrema della situazione convinse finalmente i clinici ad inserire quel sondino che avrebbe dovuto essere stato già collocato da settimane. Troppo tardi.

    Omissione di un atto terapeutico?
    Chiarisco subito che non ho critiche da muovere nei confronti dei medici del papa, anzi, li capisco. Probabilmente nei loro panni avrei agito allo stesso modo.
    Che cosa era avvenuto? Non sappiamo le ragioni per cui non si è ricorso in tempo utile all’alimentazione artificiale, ma posso immaginarle. Può non essere un’impresa facile spiegare ad un paziente anziano – in quel caso una persona importante abituata a decidere, stanco e reduce da un intervento di tracheostomia – che, oltre alla cannula per respirare che gli è stata applicata ha bisogno di subire un ulteriore atto invasivo che consiste nell’inserire manualmente un tubino nello stomaco, per poter mangiare. Quasi certamente i medici si sono attenuti scrupolosamente al loro mandato, hanno prospettato al paziente tutti i vantaggi e gli svantaggi del trattamento, ma non sono riusciti a convincerlo ad accettarlo in tempo utile. La manovra di inserimento è semplice e poco traumatizzante, soprattutto se si sceglie la via nasale, ma l’impatto psicologico può essere molto negativo. Presumibilmente il papa, per l’età e per la malattia, non aveva né appetito a sufficienza né abbastanza sete, perciò la scarsa alimentazione non lo disturbava più di tanto. Sul suo fisico però l’effetto era devastante, i medici ne erano consapevoli e avrebbero voluto porvi rimedio, ma non l’hanno fatto.
    Hanno lasciato che il Santo Padre deperisse giorno per giorno, come testimoniano le immagini di quel periodo, nonostante si rendessero conto che in quelle condizioni non avrebbe potuto sopravvivere a lungo. Verosimilmente, si esaudiva così il desiderio di serenità di un paziente che, in occasione del precedente ricovero, aveva chiesto «con commovente ingenuità» se per l’intervento di tracheostomia non si poteva almeno aspettare le vacanze estive (11). Ancora più verosimilmente, i medici sapevano che quell’atto «terapeutico» sarebbe stato considerato da lui un accanimento inutile. Una violenza non solo contro la sua volontà, che forse si sarebbe piegata, ma contro tutto il suo essere e la sua dignità, la sua idea di sé. Ad un paziente non servono molte parole per dire questo al suo medico. Quando poi la conoscenza è di lunga data, come nel caso del dottor Buzzonetti e Karol Wojtyla, le parole possono diventare del tutto superflue. Ciò su cui non possiamo avere dubbi, è il fatto che non può essere stata che la volontà del paziente stesso a guidare una condotta terapeutica che, altrimenti, sembrerebbe monca e ambigua. Non si spiega altrimenti il fatto che un’equipe medica di almeno quindici persone, pronta a salvare il pontefice in qualsiasi emergenza e in caso di problemi respiratori o cardiaci, non sia intervenuta mentre il paziente moriva lentamente di inedia.
    L’ultimo giorno prima del «crollo» finale il sondino nutrizionale venne applicato. È stato un atto troppo tardivo per essere di utilità al paziente, ma rivela il dramma e il conflitto vissuto dai medici.
    Il dottor Buzzonetti, scrive in uno stile sobrio e distaccato ma non senz’anima. Quando ci racconta di alcuni momenti in compagnia del Santo Padre, lascia trasparire l’affetto che provava per lui. Descrivendo l’organizzazione da lui creata per l’assistenza e la sicurezza del suo paziente non nasconde il legittimo orgoglio. Quando spiega come discuteva e concordava con lui il programma dei controlli clinici e degli atti terapeutici emerge un rapporto stretto, improntato da reciproca stima e fiducia. Quando però nel libro arriva al punto dove deve riferire l’ultima azione dei medici, prima della crisi finale, lo stile cambia, l’autore «accenna» all’evento con una sola frase impersonale, come se lui fosse stato altrove e avesse incollato l’estratto di una cartella scritta da altri: «Lo stesso giorno veniva comunicato che era stata intrapresa la nutrizione entrale mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico poiché quella per via orale era diventata impraticabile» (12). Sembra che nel testo sia stata inserita una nota di agenzia. È l’unico punto, insieme alla frase sulla «lenta ripresa», dove il medico accenna alla impossibilità di deglutire del suo paziente.
    È il caso di domandarsi il perché tanta avarizia di notizie, insieme al silenzio da parte di tutti gli organi d’informazione vaticani sulla patologia che portò il papa alla morte. Impossibile dare una risposta, ma è certo che, in questo caso, la «riservatezza» ha aiutato a coprire un’evidente contraddizione tra l’esperienza umana di Karol Wojtyla – in qualità di paziente – e le dottrine del «bene oggettivo», da lui pubblicate, che sono la questione capitale delle crociate politiche degli organi istituzionali della Chiesa. È una contraddizione talmente evidente che sento la necessità di avviare una riflessione di tipo bioetico ma, prima di affrontarla, è opportuno analizzare nei dettagli alcuni aspetti dell’ultimo periodo di vita del pontefice.

    Una morte che sembra ‘naturale’
    Ripercorriamo all’indietro il decorso della malattia di Karol Wojtyla, fino al punto della prima crisi respiratoria. A questo momento della storia, costruiamo uno scenario ipotetico. Immaginiamo cosa sarebbe successo se il paziente non fosse stato rianimato con tanta tempestività, bensì con un ritardo di alcuni minuti: quel che sarebbe bastato a far sì che l’anossia danneggiasse in modo irreversibile il cervello. In tal caso, il suo cuore avrebbe ripreso a battere, ma lui non avrebbe ripreso coscienza. Sarebbe rimasto in quello stato di vita/non-vita definita stato vegetativo permanente (svp), come capita purtroppo in molti casi. Non c’è alcun dubbio che in questo caso il pontefice sarebbe stato collegato ad un respiratore, adeguatamente nutrito e idratato mediante un sondino gastrico, come è obbligatorio fare nel caso di tutti i pazienti cerebrolesi e in svp. In quell’oscuro limbo sarebbe verosimilmente rimasto per mesi o addirittura anni. Una volta che il paziente fosse stato regolarmente nutrito e idratato e senza più problemi respiratori, perfino il morbo di Parkinson, che tanto l’aveva fatto tribolare, a quel punto sarebbe divenuto ininfluente sulla sua condizione clinica. La «fine naturale», perciò, sarebbe stata spostata in avanti per un tempo indefinito. Tale esito, è importante dirlo, nel caso di Karol Wojtyla era una eventualità assolutamente possibile, che però è stata scongiurata dall’efficienza e la prontezza dell’equipe medica. Prontezza ed efficienza che, almeno sul versante dell’apporto alimentare, sono poi mancate completamente. Il succedersi temporale di queste due situazioni (pronta rianimazione seguita da mancata nutrizione), e la somma dei loro effetti (sopravvivenza prima, decadimento fisico poi), hanno determinato la dinamica che ha prodotto la modalità e il momento del decesso. La morte del papa, così come è avvenuta, non è stato un evento ineluttabile e cronologicamente determinato quanto l’espressione «fine naturale» lascerebbe intendere.
    È da notare che la cura non somministrata al paziente, vale a dire la nutrizione artificiale, è precisamente quel trattamento che un documento approvato dal Comitato nazionale di bioetica nel settembre 2005, voluto dal gruppo dei bioeticisti cattolici, ha codificato come quel «sostegno di base» permanente che non si può mai negare, in nessun caso, a nessun paziente (13). Nell’intenzione dei redattori, il documento doveva valere per i pazienti in svp, ma i fondamenti ispiratori che esprime sono chiari su come va considerata questa terapia.
    In ambito ecclesiastico il testo di riferimento è l’Evangelium vitae. In base all’enciclica che lui stesso aveva scritto, Karol Wojtyla avrebbe dovuto usufruire del supporto di tutti i mezzi resi disponibili dalla medicina moderna, e in particolare avrebbe dovuto accettare tempestivamente il supporto nutrizionale artificiale, poiché, superata la crisi respiratoria, la sua morte non era né «imminente» né «inevitabile» (14).
    Con questo tipo di trattamento in Italia si assicurano, oggi, buone condizioni nutrizionali a migliaia di malati. Il fatto che il morbo di Parkinson, di cui il pontefice soffriva, fosse in una fase molto avanzata non significava che le riserve vitali globali del paziente fossero esaurite. Nemmeno si poteva dedurre che sarebbe morto, semplicemente dal fatto che il pontefice era anziano. Nella medicina le cose non funzionano così. Se la vecchiaia è, in senso lato, il limite naturale della vita, in realtà quasi nessuno muore semplicemente perché è vecchio. La morte è un evento che di norma è causato dal fatto che uno o più organi o apparati si ammalano, e avviene quando la loro disfunzione raggiunge un grado tale da provocare uno scompenso non più arginabile in tutto il resto dell’organismo. La «fine» per l’uomo e per gli esseri viventi, per ciò che noi medici vediamo, non è quasi mai paragonabile – come sembra ascoltando Benedetto XVI – ad una fiamma che si spegne dopo il lento consumo di una candela, è più simile al deterioramento asimmetrico degli ingranaggi di un macchinario e, in un modo o nell’altro, è disordinata, in un certo grado arbitraria, e traumatica. Ciò valeva anche per Giovanni Paolo II.
    Il 24 febbraio, rispondendo ai giornalisti, il professor Gianni Pezzoli, direttore del Centro per la malattia di Parkinson di Milano, descriveva il paziente Wojtyla nei seguenti termini: « Il papa ha dimostrato di avere un fisico forte e dopo il primo soggiorno in ospedale si è ripreso molto bene. Ma in casi come il suo è normale che le crisi si ripetano, un intervento di tracheotomia potrebbe aiutarlo» (15). Riporto le parole per mostrare che da un lato il professore mette l’accento sulla gravità della patologia in certe funzioni, ma dall’altro ci informa che il fisico è «forte», lasciando intendere cioè che il cuore, i polmoni e gli altri apparati sono in buone condizioni e potrebbero assicurare al paziente una vita ancora lunga.
    L’evoluzione della malattia del pontefice vista dall’esterno è apparsa «logica» perché il paziente sembrava così vecchio e debole, cosicché la morte sembrava a tutti «naturale» nel senso che nessuno l’ha trovata strana. Sul piano comunicativo perciò la vicenda di Wojtyla ha potuto soddisfare la dimensione umana, il vissuto religioso di un’agonia come dolce rassegnazione. Nei fatti però, tale apparenza è anche dolcemente falsa. La realtà delle cose è stata che, strappato alla morte per asfissia, Karol Wojtyla avrebbe potuto vivere ancora a lungo, ma questa opzione lui l’ha scartata.
    Dopo la morte di Welby il nuovo papa Benedetto XVI ha ribadito con enfasi che la vita va protetta fino al suo «naturale tramonto» (16). Noi sappiamo che l’espressione naturale tramonto, pronunciata con tanta naturalezza, non corrisponde a nessuna realtà oggettivamente osservabile. È una qualità filosofica attribuita al modo soggettivo in cui qualche situazione viene vissuta, oppure si riferisce a una conclusione che al giorno d’oggi nella medicina moderna non si verifica quasi mai. A quanto pare papa Ratzinger non si è accorto che il suo predecessore non solo era stato sottratto al destino a cui l’avrebbe condotto naturalmente la malattia, ma che era stato anche accompagnato con dolcezza per un percorso meno gravoso, verso una fine meno drammatica di quella che avrebbe potuto incontrare.

    La differenza
    Pergiorgio Welby, ammalato di distrofia muscolare da quarant’anni, era attaccato a un respiratore da nove e, ormai capace di muovere solo i muscoli del capo, manifestava la volontà di esser staccato dalla macchina che lo teneva in vita. In che cosa esattamente differisce la sua vicenda da quella di Karol Wojtyla? Nei fatti, l’unica differenza è che all’uno è stato tolto, su sua richiesta, il sostegno tecnologico necessario a farlo respirare. All’altro, invece, per sua volontà, il sostegno non è stato mai fornito. Entrambi i pazienti sono morti per la mancanza di uno strumento indispensabile a tenerli in vita. Forse è opportuno precisare che i due trattamenti non sono proprio equivalenti: infatti la ventilazione meccanica non era in grado di far migliorare lo stato di salute di Welby, mentre l’alimentazione artificiale avrebbe migliorato, di molto, le condizioni fisiche del papa.
    La differenza è che Welby ha chiesto pubblicamente che qualcuno intervenisse con la prospettiva esplicita di morire in conseguenza di ciò. Wojtyla non ha fatto questa dichiarazione pubblica. A questo punto è il caso di chiedersi: è veramente questa, per la morale cattolica, la differenza che «conta»? Ciò che consente di distinguere tra una condotta ispirata a princìpi morali, e una che merita di essere paragonata al nazismo? È solo questa sfumatura di comunicazione che è così importante per la Chiesa?
    Per scoprirlo, o per cercare di capire cosa c’è dietro, l’unico modo è ripensare di nuovo al percorso terapeutico del defunto pontefice, vagliarlo nel modo più attento possibile, cercare i confronti con il sistema di princìpi espressi chiaramente nell’Evangelium vitae.

    La morte del papa alla luce dell’enciclica Evangelium vitae
    Negli ultimi due mesi di vita di Wojtlyla, dopo l’intervento di tracheostomia, la deglutizione è ormai diventata quasi impossibile, e i medici dunque sanno che il problema può essere superato solo mediante l’inserimento di un sondino nello stomaco.
    Torno sul dettaglio di questa situazione per mostrare e mettere in chiaro come non sono possibili «scappatoie», nell’ambito della pratica medica, per quanto concerne la valutazione etica e le possibili decisioni che possono essere state prese. Infatti gli scenari possibili che potrebbero essersi verificati, a questo punto della storia, sono solo tre:
    1) il nuovo trattamento necessario non è stato proposto al paziente. In questo caso il papa, non informato, non avrebbe «rifiutato» nulla, ma è evidente che sarebbe stato compiuto un gravissimo atto omissivo da parte dei medici, contrario alla deontologia e passibile di sanzioni anche penali;
    2) il paziente è stato informato, ma non gli sono state spiegate bene la gravità della situazione e le conseguenze della scelta. Anche in questo caso saremmo di fronte ad una grave omissione: il paziente deve essere posto in grado di capire a cosa va incontro rifiutando una terapia;
    3) la terza ipotesi, l’unica in realtà plausibile, è che il pontefice sia stato informato, che abbia capito, e abbia rifiutato.
    L’improbabilità delle prime due ipotesi è evidente se si considera che al capezzale del malato c’erano i migliori clinici d’Italia, non un qualunque medico di campagna, e che l’inserimento di un sondino per via nasale non è per nulla rischioso. Ad ogni modo, come considerare il comportamento dei medici in queste due eventualità, alla luce della dottrina cattolica?
    Per i filosofi cattolici l’eutanasia è un atto con queste caratteristiche: a) non è ammessa una distinzione etica tra un’azione che provoca la morte e un’omissione che la causa anche indirettamente; b) l’eutanasia è una sotto-categoria dell’omicidio, nella sostanza non c’è una differenza morale tra i due atti e quindi, per la condannabilità dell’atto, è irrilevante il consenso del paziente.
    La professoressa Silvia Navarini, docente di Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, dà una descrizione oggettiva di cosa può essere la «volontarietà» nell’eutanasia. Nei Quaderni di Scienza e Vita scrive: «È chiaro che non vi è differenza etica fra uccidere volontariamente e lasciar morire pur potendolo impedire» (17).
    Nei casi 1) e 2) che abbiamo considerato sopra, la responsabilità del mancato trattamento sarebbe esclusivamente dei medici e l’accusa per loro sarebbe propriamente di eutanasia non consensuale, cioè di omicidio. In tal caso, se da parte loro vi fosse la mancanza dell’intenzione di procurare la morte del pontefice, ciò non ridurrebbe la gravità dell’atto perché sarebbe una difesa insostenibile a fronte della responsabilità oggettiva: essi erano perfettamente consapevoli che, privo di un’alimentazione sufficiente, il paziente non sarebbe sopravvissuto. Le omissioni nell’informare il paziente perciò costituirebbero di fatto mancanza di un atto con cui avrebbero potuto impedirne la morte.
    Le due ipotesi, per quanto detto, costituirebbero un omicidio ma sono improbabili. Al punto che sarebbe meglio escluderle. In teoria esiste anche una «quarta possibilità» cioè che il paziente non fosse in grado di capire la situazione e le spiegazioni: ho escluso a priori questa ipotesi perché è contraria all’evidenza.
    A questo punto resta in piedi solo la terza ipotesi: il paziente ha preso una decisione, dopo essere stato informato delle conseguenze. Analizziamo questa scelta alla luce della definizione che l’enciclica dà di «eutanasia»: «Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. “L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”» (18).
    Ora, in base ai miei criteri avrei qualche dubbio a definire atti eutanasici quelli che hanno portato alla morte di Wojtyla, perché non era presente in nessuno degli attori il desiderio di causare la morte del paziente. Ma i cattolici non hanno dubbi sui concetti di intenzionalità e di accettazione delle cure: quando il paziente rifiuta consapevolmente una terapia salva-vita, la sua azione, unita al comportamento remissivo-omissivo dei medici, deve essere considerata eutanasia, ovvero, più precisamene, suicidio assistito.
    È possibile che Giovanni Paolo II, autore dell’Evangelium vitae, non abbia compreso il significato di rifiutare una cura fondamentale, così come aveva sostenuto nel suo testo? Possiamo analizzare la definizione di «accanimento terapeutico» nell’enciclica, per cercare di capire meglio: «Si considerano “accanimento terapeutico” [...] certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza “rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi”. […] La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte» (19) (corsivi miei).
    Secondo l’enciclica dunque sono moltissimi i requisiti che si richiedono per la definizione di «accanimento terapeutico», requisiti che la situazione di Karol Wojtyla non soddisfaceva: il concetto di «imminenza» della morte inevitabile, come pure di «sproporzione» rispetto ai risultati. In più, il documento del Comitato nazionale per la bioetica – voluto e scritto dai cattolici – esprime di nuovo chiaramente che l’alimentazione tramite sondino deve essere sempre considerata una cura normale, e mai un mezzo straordinario: il trattamento viene tassativamente escluso dalla voce «accanimento» e qualificato invece come «il sostentamento ordinario di base […] indispensabile per garantire le condizioni fisiologiche di base per vivere» (20).
    Questa cura non poteva quindi, in nessun caso, essere rifiutata.
    Esiste anche una Carta per gli operatori sanitari pubblicata dal Pontificio consiglio della pastorale per gli operatori sanitari, scritta quando il papa era in vita, che usa una formula diversa e alquanto ambigua: «L’alimentazione e l’idratazione, anche artificialmente amministrate, rientrano tra le cure normali, dovute sempre all’ammalato quando non risultino gravose per lui: la loro sospensione può aver il significato di vera e propria eutanasia» (21) (corsivo mio).
    Contro i concetti di «bene» e «male» oggettivi a cui fa riferimento la dottrina cattolica, in questo documento compare l’espressione soggettiva «gravose per lui». Indica chiaramente la percezione individuale, il vissuto interiore e intimo del malato. Nonostante ciò il documento, sfiorando una pericolosa contraddizione, dice che la sospensione di questa «può» avere il significato di eutanasia. Già, ma quando può? Evidentemente, quando determina la morte consapevole e perciò volontaria del paziente. Cioè sempre (22).
    All’interno della Chiesa cattolica c’è anche un’opinione completamente diversa: è espressa dal famoso articolo del cardinale Carlo Maria Martini, che destò l’irritazione del presidente della Cei. Qui appare una sensibilità e soprattutto un’impostazione etica con cui i documenti precedenti risultano incompatibili. Il cardinale Martini scrive la sua idea sotto forma di un contributo intellettuale che cerca di comprendere più che giudicare. Richiama la nostra attenzione proprio sul fatto che certi concetti molto amati dai movimenti «pro vita» siano suscettibili di essere usati in modo troppo semplice; osserva proprio quanto sia delicato, per esempio, stabilire se la morte è «naturale» o se un trattamento è appropriato o meno e afferma, in modo che suona eretico al Comitato nazionale di bioetica, che «non ci si può richiamare a una regola» che sia unica e di valore generalizzato, «quasi matematica». Il cardinale definisce il vissuto di ogni individuo come una «verità» incontestabile, che può essere compresa fino in fondo solo da chi la sta vivendo, e osserva che «l’accanimento» ha sempre una componente soggettiva ineliminabile. Esso si definisce sempre come le cure che sono «ritenute sproporzionate dal paziente». «Nessuna richiesta», conclude, «può essere trascurata se rivendicata da un malato terminale» (23). Il concetto che la «verità» sulla vita è determinata primariamente dalla soggettività dell’individuo, è una potente affermazione di principio, un valore che contrasta nettamente con tutti i «requisiti oggettivi» perorati e richiesti dall’Evangelium vitae.
    Dal canto suo, papa Wojtyla non aveva dubbi sul fatto che il sondino per l’alimentazione sarebbe stato un atto spropositato e gravoso per lui. Il suo rifiuto si poteva vivere e interpretare come un segno della prossima fine del suo percorso terreno che lui, ammetteva, stava aspettando con ansia. Era evidentemente convinto che il suo rifiuto fosse «accettazione della condizione umana di fronte alla morte» (24). D’altro canto, era un suo diritto. La pietà dei medici («falsa» secondo l’enciclica e i vari teocon/teodem) gli ha consentito di agire in base a tale convinzione, ed egli ha potuto attendere «serenamente il momento del sollievo», di «andare dal Signore» (25).
    Può darsi che Piergiorgio Welby desiderasse vivere più del papa e meno di lui «andare dal Signore». Anche lui aveva sofferto e lottato a lungo. Alla fine, non riuscendo più a restare staccato dal respiratore nemmeno pochi minuti, quando le ultime due dita della mano non rispondevano più ai suoi comandi, non aveva dubbi sul fatto che quel supporto che per anni aveva accettato ora era diventato insopportabile, troppo gravoso per lui.
    Quando Welby formalizzò la sua richiesta, Giovanni Paolo II era morto da un anno. Quale risposta avrebbe dato se la domanda fosse stata rivolta a lui? L’autore dell’Evengelium Vitae avrebbe rifiutato e condannato la richiesta. Il vecchio papa tracheostomizzato però, forse, l’avrebbe capita e accolta, dal momento che lo ha fatto per se stesso. Altrimenti, certamente ci avrebbe volentieri spiegato la differenza che intercorre, sul piano morale, tra il rifiutare un sondino per essere alimentati e il rifiutare una macchina per respirare. Noi profani non siamo in grado di coglierla, ma ci deve essere e deve essere grande, se per Karol Wojtyla è stato iniziato un processo di canonizzazione, mentre a Piergiorgio Welby è stato negato il funerale cattolico

    La dolce morte di Karol Wojtyla - micromega-online - micromega

  3. #3
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Noi profani non siamo in grado di coglierla, ma ci deve essere e deve essere grande, se per Karol Wojtyla è stato iniziato un processo di canonizzazione, mentre a Piergiorgio Welby è stato negato il funerale cattolico

    =====================


    spaventoso e inquietante.
    Ultima modifica di anton; 01-05-11 alle 18:48
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  4. #4
    ...the downward spiral...
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Se ci fosse stato Pio XII avrebbe ugualmente condannato la scelta di Welby e ostacolato con forza la beatificazione di Woytila.
    La giornalista si pone la domanda sbagliata, o meglio quella che fa' maggiormente comodo ai laici. hefico:
    Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.

  5. #5
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    an vedi il beato.... sugli altri le torture.... per lui no,,,,repapelle:
    che grande amore per il prossimorepapelle:
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #6
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Citazione Originariamente Scritto da anton Visualizza Messaggio
    Noi profani non siamo in grado di coglierla, ma ci deve essere e deve essere grande, se per Karol Wojtyla è stato iniziato un processo di canonizzazione, mentre a Piergiorgio Welby è stato negato il funerale cattolico

    =====================


    spaventoso e inquietante.
    Su Welby come cattolico credimi sono più indignato di te.............sul resto si chiama "politica". Pur reputando giusto che la chiesa come organismo umano faccia politica , credo altresi che debbano prevalere le motivazioni etiche-teologiche (ecco la motivazione della mia indignazione)

  7. #7
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Citazione Originariamente Scritto da largodipalazzo Visualizza Messaggio
    Su Welby come cattolico credimi sono più indignato di te.............sul resto si chiama "politica". Pur reputando giusto che la chiesa come organismo umano faccia politica , credo altresi che debbano prevalere le motivazioni etiche-teologiche (ecco la motivazione della mia indignazione)
    ma loro non vogliono fare politica come tutti... loro vogliono solo imporre le loro ubbie a tutti...
    basta pensare che hanno inventato le streghe per torturarle per avere paura di cosa si sono già inventati e continuano ad inventare pur di confondere la mente dei semplici.
    Ultima modifica di anton; 02-05-11 alle 10:44
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  8. #8
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Citazione Originariamente Scritto da anton Visualizza Messaggio
    ma loro non vogliono fare politica come tutti... loro vogliono solo imporre le loro ubbie a tutti...
    basta pensare che hanno inventato le streghe per torturarle per avere paura di cosa si sono già inventati e continuano ad inventare pur di confondere la mente dei semplici.
    La chiesa è organismo umano , che perdura da 2000 anni nessun organismo umano (o non mi viene in mente) è mai durato tanto. Come organismo umano è fallibile, lo è stato con Welby lo sarà stato anche con le streghe:gratgrat:
    Anton se parli significa che a te non hanno imposto nulla........iaociao:

  9. #9
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Citazione Originariamente Scritto da largodipalazzo Visualizza Messaggio
    La chiesa è organismo umano , che perdura da 2000 anni nessun organismo umano (o non mi viene in mente) è mai durato tanto. Come organismo umano è fallibile, lo è stato con Welby lo sarà stato anche con le streghe:gratgrat:
    Anton se parli significa che a te non hanno imposto nulla........iaociao:
    come non hanno imposto nulla?? dall'8per mille alle leggi sul divorzio, alle erogazioni extra che fanno raddoppiare le imposte degli italiani ,,, sino
    alle torture dl testamento biologico, ti sembra poco??
    e non c'è solo questo che ho citato..
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  10. #10
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    Predefinito Rif: L’eutanasia di Papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere

    Citazione Originariamente Scritto da anton Visualizza Messaggio
    come non hanno imposto nulla?? dall'8per mille alle leggi sul divorzio, alle erogazioni extra che fanno raddoppiare le imposte degli italiani ,,, sino
    alle torture dl testamento biologico, ti sembra poco??
    e non c'è solo questo che ho citato..
    Mi sembra che non parli della chiesa......ma bensi dello stato italiano imbelle e tolto da qualsiasi autorevolezza.

 

 
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