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  1. #1
    Blut und Boden
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    Predefinito Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    Ed ecco una intervista a Carlo De Benedetti rilasciata a Barbara Palombelli, moglie dell'ex Sindaco di Roma nonchè ex candidato premier PERDENTE alle elezioni politiche del 2002 Francesco Rutelli.

    Corriere del 14.12.2002: Carlo De Benedetti racconta che il 10 settembre 2001 era a cena a Washington, al National Building Museum, con Bush senior e la famiglia Bin Laden, tutti invitati dal Gruppo Carlyle.

    Leggi l'intero articolo o clicca sulla foto per vederla ingrandita.




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    A questo punto credo che possiamo capire bene come funziona il mondo: tutto quello che ci raccontano è una sceneggiata , e gran parte delle persone che si muovono ai piani più elevati della politica sono attori, che di volta in volta recitano la parte del buono o del cattivo. A volte il cattivo deve, per esigenze di copione, essere eliminato anche fisicamente. A volte succede certamente, quando si tratta di una persona sacrificabile come Mussolini, ma tante altre volte lo si finge morto e lo si fa vivere in una lussuosa residenza in qualche posto sperduto con un nome nuovo e magari una faccia nuova ricostruita con la chirurgia facciale.

    In fondo lo hanno fatto molti, troppo ex gerarchi fascisti fuggiti in Argentina o Brasile, forse anche Hitler.



    la scienza marcia e la menzogna globale: Obama morto? Forse da un bel pezzo ... o forse è vivo, di certo non ucciso dalle truppe speciali dei suoi amici a stelle e strisce
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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  2. #2
    Blut und Boden
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    Predefinito Rif: Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    Ecco l'articolo intero.

    25/04/2008
    Carlo De Benedetti - Pessime Frequentazioni

    Ho trovato un articolo interessante con un passo MOLTO INTERESSANTE alla fine dell'articolo.

    Si tratta di una intervista a Carlo De Benedetti rilasciata a Barbara Palombelli, moglie dell'ex Sindaco di Roma nonchè ex candidato premier PERDENTE alle elezioni politiche del 2002 Francesco Rutelli.

    Corriere del 14.12.2002: Carlo De Benedetti racconta che il 10 settembre 2001 era a cena a Washington, al National Building Museum, con Bush senior e la famiglia Bin Laden, tutti invitati dal Gruppo Carlyle.



    Tratto da:
    che lo indica come un articolo del 14 Dicembre 2002, ma sul sito del Corriere NON vi è traccia. Si tratterebbe di capire se si tratti di articolo pubblicato SOLO in forma cartacea (e non inserito nel sito nè nell'archivio del sito) o se sia stato RIMOSSO ad hoc.

    MILANO - «Non mi chiederà ancora una volta se intendo scendere in politica? E' un tormentone che mi perseguita ormai da mesi. Io faccio l'imprenditore e ho intenzione di continuare a farlo. L'ho già detto: sono convinto che esista un'incompatibilità sostanziale e profonda tra la natura autocratica che contraddistingue le decisioni di un imprenditore e la natura democratica che deve contraddistinguere quelle del politico. E poi in Italia abbiamo già chi ha un ingombrante conflitto di interessi. Non vorrà che se ne aggiunga un altro? Anche perché sento già le critiche del mio amico e autorevole garante di Libertà e Giustizia, Giovanni Sartori. No, mi creda, non è proprio il caso». Tarda mattinata di ieri, al primo piano di via Ciovassino 1, nell'ufficio di Carlo De Benedetti. Dietro alle spalle dell'ingegnere, un dipinto di Felice Casorati. Sparse ovunque, le foto dei figli, dei nipoti e della moglie Silvia. Accanto a lui, un busto di marmo che ritrae un cavaliere senza testa, «l'ho comprato a Londra, è un'opera del Cinquecento, serve a ricordarci che ogni tanto ci vestiamo da guerrieri ma lasciamo la testa a casa». Il guerriero che ho di fronte, quello in carne e ossa, ha scelto di lanciare un appello «a tutti gli italiani, al di là degli schieramenti di destra e di sinistra, per ricostruire l'identità civile di questo Paese, per riscrivere il patto di cittadinanza che è alla base dello stare insieme e per fermare il declino dell'Italia nel mondo. Un patto che avrebbe oggi, come primo firmatario, Indro Montanelli… Il grande leader della società civile ci ha lasciato un compito: intervenire con la cura giusta quando i due anni del "vaccino Berlusconi" avranno fatto il loro effetto». Più politico di così… Ha fondato un movimento, Libertà e Giustizia, che somiglia tanto a un nuovo partito. Pensa di presentare le liste alle elezioni?
    «Innanzitutto, Libertà e Giustizia non è l'associazione di Carlo De Benedetti. E' qualcosa di più e di diverso. Conta al momento oltre 2000 soci e, tra loro, così come nei comitati di presidenza e dei garanti compaiono persone di grandissima autorevolezza morale e civile. Mi è stato chiesto di dare una mano per contribuire a promuovere l'iniziativa in fase iniziale e io l'ho fatto volentieri. Oggi sono solo uno dei soci, nient'altro. Non ci sono partiti in vista per me, e tantomeno per altri. Libertà e giustizia, infatti, non è e non vuole essere, e dunque non diventerà, una nuova formazione politica. E questo perché noi tutti crediamo in una netta distinzione di ruoli tra la politica e la società civile. Non c'è dubbio che in questo momento i partiti, a destra come a sinistra, stiano attraversando una crisi profonda, ma io conservo una piena fiducia nelle forze politiche e considero pericolosa la demagogia antipolitica che si è diffusa nel Paese…»
    Poche settimane fa, su questo giornale, Sergio Cofferati l'ha accusata proprio di questo: di lavorare contro i partiti. Lei non gli ha replicato pubblicamente, ma l'ha incontrato…
    «Mi viene da sorridere quando leggo che voglio imporre i candidati alla premiership. Cofferati l'ho incontrato. Ho sentito di alcune sue preoccupazioni. Spero che tutto quello che ci siamo detti in questa intervista serva a tranquillizzarlo. D'altra parte ora che anche lui con la Fondazione Di Vittorio si occupa di attività culturale, al massimo potremo farci concorrenza sul piano delle idee».
    Dica la verità. Lei, come tanti, aspetta il ritorno del suo amico Romano Prodi…
    «E' vero, ho grande stima per lui. Ci siamo conosciuti nella notte dei tempi e abbiamo avuto anche dei rapporti conflittuali, al tempo della vicenda Sme… E' una persona a cavallo fra società civile e politica: il suo pullman rimarrà un simbolo. Lui, Ciampi e Amato hanno gestito una fase di emergenza in modo straordinario e hanno portato l'Italia nell'euro fra lo scetticismo di tanti, me compreso. Oggi Prodi ha un background unico, per merito e per fortuna: è il protagonista in un'Europa che cambia contemporaneamente regole e perimetro. Per questo, è importante che resti dov'è fino alla conclusione del processo in atto. Guai se, con un suo rientro anticipato, l'Italia dovesse fare una brutta figura… Allo scadere del suo mandato, sarebbe demenziale se l'Italia non si avvalesse di un uomo come Prodi. In quale posizione, si vedrà…».
    Ingegnere, non possiamo non parlare di Fiat. Nel lontano 1976, lei fu per cento giorni amministratore delegato del gruppo torinese…
    «Quando penso alla situazione di oggi provo una gran tristezza. Mi allibisce pensare che i migliori cervelli del Paese siano occupati, in queste ore, a capire se abbia vinto o perso Maranghi, mi sorprende che la crisi Fiat sia trattata dall'opinione pubblica e dai giornali come una soap opera, con i fratelli che litigano, le mogli che piangono, i cugini che chiedono, le banche buone, Mediobanca cattiva… L'unica cosa che dovremmo fare è domandarci perché va così male. E allora scopriremmo che le automobili che produce non piacciono sempre meno agli acquirenti. All'azienda servono tre modelli nuovi: uno piccolo, uno medio e uno grande. Per realizzarli, ci vogliono gli uomini giusti, 4,5 miliardi di euro e quattro anni di tempo. Ci sono? No. E allora, si va da chi sa fare le automobili, ovvero dal signor Ghosn presidente della Nissan, dal signor Folz presidente di Peugeot e si dice: ecco il 10 per cento Fiat Auto gratis, lavoriamo assieme. Ma lo sa oggi quante auto si fanno al giorno, a Mirafiori?»
    No. Me lo dica lei.
    «Appena 900. E si arrivava, in passato, anche a 8 mila. Si stringe il cuore, ai torinesi come me… Quella è un’azienda che non si può dimenticare. Mi hanno regalato l'ultima Panda prodotta: una 4 per 4 grigia con cui giro in montagna. La Panda l'avevo fatta io, 28 anni fa, ed è l’auto più venduta della storia della Fiat».
    Dicono che lei metterebbe volentieri le mani sul quotidiano di casa Agnelli, La Stampa, attraverso il suo socio Carlo Caracciolo, cognato dell'Avvocato.
    «Con Caracciolo passerò il Capodanno, in Antartide, in mezzo ai ghiacci (Silvia De Benedetti sta facendo le valigie… porterà il panettone e un piccolo albero di Natale sulla loro nave Itasca, ed è riuscita a infilare tutte le giacche a vento in una valigia mettendole sotto vuoto). Quanto alle mire su Stampa e Corriere della Sera, voglio leggerle un'analisi dell'Economist, dal titolo "Fiat-Imbroglio": i giornali legati alla Fiat interessano al premier Berlusconi. Dunque, non tirate in ballo me, non alzate cortine fumogene… E' scritto qui».
    Lei è un uomo ricco, si diverte a girare il mondo. Chi glielo fa fare di impegnarsi con un gruppetto di intellettuali in quello che qualcuno ha già bollato come "il girotondo dei miliardari"?
    «Guardi, io ho da poco compiuto 68 anni, ho la gioia di avere tre figli stupendi ognuno dei quali è riuscito con serietà e capacità nelle diverse professioni che ha creduto di scegliere. Ho avuto la fortuna, dopo molti anni di solitudine personale, in cui tutte le mie energie sono state dedicate al lavoro salvo il tempo ritagliato per i figli, di sposare una persona che continua a insegnarmi le mille sfaccettature della vita facendomene comprendere la bellezza e la complessità. Intanto ho proseguito il mio cammino imprenditoriale, anche se in una posizione assai meno esecutiva che in passato, e oggi con soddisfazione sono a capo di uno dei più importanti gruppi privati italiani. Un gruppo in crescita, in utile, fortunatamente senza problemi, che occupa oltre 12.000 persone.
    Non ho desiderio né bisogno di visibilità. Da anni non rilascio interviste e mi limito a scrivere di tanto in tanto sulle grandi questioni che mi stanno a cuore, dall'innovazione ai problemi economici Italiani e internazionali, dai temi della pace e della guerra alla crisi della classe dirigente. La verità è che attorno a me vedo un Paese in cui si è determinata una progressiva crisi civile, che vedo scivolare inesorabilmente verso l'improvvisazione, la demagogia, il populismo, la confusione. Un Paese dove la classe dirigente si è impoverita, i cittadini non sanno più essere quello che devono essere: uomini fra gli uomini, liberi ma responsabili».
    Le responsabilità di questo declino sono collettive...
    «Quello che più spaventa, come ci ha spiegato Fernando Savater, è che ci siano sempre più persone con discreta competenza professionale ma con perfetta incompetenza sociale, lui li definisce "Idioti Abbastanza Preparati". Sono uomini civicamente impreparati: individui che non sanno esprimersi in modo pertinente su questioni sociali, che non sanno distinguere tra i valori che vanno condivisi e i disvalori ai quali è doveroso ribellarsi. Diplomiamo e laureiamo asociali che non si preoccupano d'altro che dei loro diritti e mai dei loro doveri. Molti di noi si sono ripiegati su se stessi, il nostro tessuto sociale si è sfilacciato e impoverito, sono venuti meno i valori comuni degli anni del dopoguerra e del "miracolo economico", manca quella classe dirigente fatta di uomini come Guido Carli, Enrico Cuccia, Bruno Visentini, Ernesto Rossi, Francesco Compagna e, prima di loro, Gaetano Salvemini. Grandi personaggi che, al di fuori dei partiti, hanno contribuito a dare una spina dorsale al nostro Paese».
    Lei crede ancora nella società civile come riserva di valori, contro una politica incapace di riformarsi. E chi meglio di Silvio Berlusconi rappresenta il prodotto della società civile? Non c'è contraddizione nel suo appello?
    «Berlusconi va affrontato e sconfitto sul piano elettorale, con un risveglio delle coscienze. La definitiva affermazione della società aperta, la mondializzazione, il boom dell'informazione e delle comunicazioni, la complessità delle relazioni economiche hanno ulteriormente allargato le responsabilità della società civile. Su questioni come il conflitto di interessi, la qualità dell'informazione, la moralità del potere, il rispetto dell' ambiente, l'etica della ricerca, solo il "tuono" della società può arrivare dove la politica è di fatto impotente. E' la società, allora, che deve far sentire tutto il suo peso, prendendo consapevolezza del fatto che un premier non può controllare l'intero sistema televisivo di un Paese e, quindi, bocciandolo alle elezioni. Nel resto del mondo occidentale, d'altra parte, funziona proprio così».
    La questione morale non sembra appassionare gli italiani. Il conflitto d'interessi era lì anche prima del 13 maggio 2001.
    «Anche su questo terreno lo spazio civico può fare molto di più della politica stessa o delle inchieste giudiziarie. Ci vuole un fondamento etico comune. Se negli Stati Uniti la corruzione è molto meno diffusa che da noi, ciò non lo si deve certo ai giudici, ma alla sanzione sociale che colpisce i comportamenti scorretti. Chi sbaglia non solo non viene eletto in Parlamento ma non entra nemmeno più al circolo del bridge. Lo stesso vale per la tv. Come può la politica decidere la validità dei contenuti proposti dalle trasmissioni televisive? E' ovvio che anche qui quello che conta è la capa-cità del pubblico, cioè dei cittadini, di scegliere».
    C'è chi vi accusa di voler rifondare la Democrazia Cristiana. A lei piace Prodi, ieri le piaceva De Mita... In fondo, lei è un moderato. Non va ai girotondi...
    «Sono un moderato. Vivo in mezzo ai moderati, fra i miei colleghi di Confindustria Berlusconi è una delusione: l'hanno votato, non voteranno mai a sinistra e sono come sospesi. Che Libertà e Giustizia voglia rifondare la Dc è una stupidaggine. E lo smentisce la trasversalità civile e non partitica della composizione stessa del Comitato di Presidenza. Non posso non notare, però, la sostanziale differenza tra un partito fatto di uomini con alto senso dello Stato e radicamento popolare come Sturzo, De Gasperi, Vanoni, Zaccagnini e l'improvvisazione, che spesso sembra nascondere la difesa di interessi puramente personali, di Forza Italia».
    Di nuovo l'antiberlusconismo. Che però, non paga. Anzi...
    «Sarebbero guai se il nostro unico collante fosse solo l'antiberlusconismo. Il comune denominatore devono essere i valori: gli ideali condivisi che devono fare da nuova spina dorsale del Paese. E siccome, poi, a me non piace chi parla di valori senza mai citarne uno e magari copre con i valori una totale assenza di proposte, mi permetta di utilizzare l'ultima parte di questa nostra chiacchierata per entrare un po' nel merito. Innanzitutto, le proposte. Ne faremo tante, glielo assicuro. Del resto non abbiamo perso tempo: già nei giorni scorsi abbiamo presentato con Innocenzo Cipolletta le nostre idee sull'immigrazione. E oggi terremo a Torino un convegno sulla regolamentazione dei mercati. Sul Welfare, poi, contiamo di dare un apporto importante. Se in primavera si dovesse riaprire il confronto sulla riforma delle pensioni, mi creda, noi ci saremo con proposte forti. Sono convinto, infatti, e non da oggi, che il sistema vada rivisto, perché così com'è è iniquo e troppo costoso. E vedrà che anche sugli ammortizzatori sociali i progetti migliori, ispirati al modello inglese, saranno i nostri».
    Libertà e Giustizia contro Forza Italia. Sembra già di vedere i manifesti...
    «Ma no, semplicemente ridicolo. Per come me l'hanno presentata e per come la intendo io, Libertà e Giustizia si rifà esplicitamente alla grande tradizione dell'illuminismo lombardo e vede nell'età dei lumi il fondamento delle nostre società, Non si tratta di riproporre una ragione eroica e trionfante, ma di ribadire la fiducia in uno strumento insostituibile di conoscenza e di progresso, per quanto popperianamente fallibile e costantemente confutabile».
    I Lumi, la Ragione, Popper. Non pensa di andare troppo lontano?
    «Non sono una mammola. Non voglio nascondermi dietro a un dito. E' chiaro però che per battere un cattivo esempio di democrazia, com'è quello che sta dando il governo Berlusconi, ci vuole una grande rivoluzione culturale. LeG crede che in una società aperta ogni uomo debba essere responsabile del proprio agire davanti a se stesso e alla comunità tutta. Come ci ha spiegato la scienza sociale anglosassone, a cominciare da John Rawls, scomparso proprio nei giorni scorsi, la società dei liberi non può che fondarsi sulla responsabilità individuale. E' la libertà, comunque, che deve restare la nostra prima bussola, il nostro primo valore. Crediamo in un mondo di uomini liberi, in grado di difendersi sul mercato con i propri talenti e le proprie co-noscenze. Riconosciamo le differenze sociali come l'esito del confronto tra persone dotate di libero arbitrio. E, tuttavia, crediamo in un principio di giustizia per cui ci siano pari opportunità per tutti e in cui le differenze sociali non di-ventino tanto ampie da essere percepite come eticamente inaccettabili. Come diceva Salvemini, con una frase che mi ha sempre colpito per efficacia e semplicità: "Una società di liberi in cui ci sia per tutti un po' di bene".

    (La conversazione è finita, l'Ingegnere parte domenica per un mese di vacanze in aereo e nave fra Patagonia e Polo Sud. I viaggi non lo spaventano. Porterà con sé un amuleto che ha sempre nella ventiquattrore: l'invito a parlare alle Twin Towers il 13 settembre 2001, alla stessa ora del crollo.
    Me lo mostra: «sono vivo per caso, come tanti. E lo sa dov'ero la sera prima dell'attentato?
    A cena a Washington, al National Building Museum, con George Bush padre e la famiglia Bin Laden, tutti invitati dal Gruppo del Carlyle, una compagnia finanziaria americana».
    Così è — se vi pare — il capitalismo globale).

    Carlo De Benedetti - Pessime Frequentazioni : Geoblog
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    Chi crede alle panzane dei miracoli era a Roma domenica.
    Quel che conta è che lui, come tutti gli ebrei, è stato avvisato di stare lontano quel giorno da quelle torri...
    Solo una di loro c'è rimasta. Non era stato possibile rintracciarla la sera prima. Su La Stampa c'è stato in quei giorni un articolo di tutta una pagina, quasi a chiedere scusa, comunque a spiegare molto chiaramente che la colpa non è stata dell'intelligence, ma sua.
    Si era messa nelle condizioni di non poter essere rintracciata.
    Tutti gli altri carne da macello per superiori interessi.
    E poi vuoi credere alla storia di Bin Laden?
    Lo ripeto.
    L'unico che l'ha bevuta è Maroni.
    Spera che le correnti facciano... sbarcare anche lui a Lampedusa.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

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    Predefinito Rif: Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio
    Chi crede alle panzane dei miracoli era a Roma domenica.
    Quel che conta è che lui, come tutti gli ebrei, è stato avvisato di stare lontano quel giorno da quelle torri...
    Solo una di loro c'è rimasta. Non era stato possibile rintracciarla la sera prima. Su La Stampa c'è stato in quei giorni un articolo di tutta una pagina, quasi a chiedere scusa, comunque a spiegare molto chiaramente che la colpa non è stata dell'intelligence, ma sua.
    Si era messa nelle condizioni di non poter essere rintracciata.
    Tutti gli altri carne da macello per superiori interessi.
    E poi vuoi credere alla storia di Bin Laden?
    Lo ripeto.
    L'unico che l'ha bevuta è Maroni.
    Spera che le correnti facciano... sbarcare anche lui a Lampedusa.
    Marroni, marrani, uh cognome che potebbe avere si strana origine :gratgrat: .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  5. #5
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    Predefinito Rif: Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    Non c'è nulla di strano.
    E'.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

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    Predefinito Rif: Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    Citazione Originariamente Scritto da ventunsettembre Visualizza Messaggio


    Solo una di loro c'è rimasta. Non era stato possibile rintracciarla la sera prima. Su La Stampa c'è stato in quei giorni un articolo di tutta una pagina, quasi a chiedere scusa, comunque a spiegare molto chiaramente che la colpa non è stata dell'intelligence, ma sua.
    .
    L'articolo incominciava appunto parlando di questa persona, quasi scusando la non perfetta situazione del disastro delle torri.
    La signora ( diceva l'articolo) soffriva di incubi e qualche volta quando stava male se ne andava a dormire dalla sorella.

    Allora non si capiva il perché di questa descrizione.
    Poi passano i tempi e si capisce.
    O si taglia o il caos

  7. #7
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    Predefinito Re: Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    De Benedetti il moralista: carcere, tangenti, Svizzera, affari e brutte storie

    4 agosto 2013 | Autore Redazione | Stampa articolo



    Fonte: De Benedetti il moralista: carcere, tangenti, Svizzera, affari e brutte storie | Controcopertina



    Chi è Carlo De Benedetti, il proprietario del Gruppo Espresso, dunque l’editore de la Repubblica, il quotidiano che pretende di moralizzare da 40 anni l’intero paese? Proprio sicuri che l’ex Presidente dell’Olivetti abbia tutti i titoli per farlo? Davvero, per De Benedetti, è scandaloso che l’autista di Beppe Grillo, Walter Vezzoli, abbia delle piccole società in Costa Rica, paese dove realmente ha vissuto per 10 anni? Oppure è per altro che ci dovremmo scandalizzare?

    L’ingegnere De Benedetti raramente compare in tv. Se lo fa, è per farsi intervistare da trasmissioni amiche. La parte che recita è sempre la stessa: quella del guru che può indicare la retta via alla classe dirigente del bel paese. Lui, il bel paese, lo conosce bene. Parliamo, per chi non lo sapesse, di uno degli uomini più ricchi e potenti d’Italia. Una sorta di Berlusconi “de sinistra”. Già Presidente dell’Olivetti e amministratore delegato di Fiat, “nel 1981 entrò nell’azionariato del Banco Ambrosiano guidato allora dall’enigmatico presidente Roberto Calvi. Con l’acquisto del 2% del capitale, De Benedetti ricevette la carica di vicepresidente del Banco. Dopo appena due mesi, l’Ingegnere lasciò l’istituto, già alle soglie del fallimento, motivandone le ragioni sia alla Banca d’Italia sia al ministero del Tesoro e cedendo la sua quota azionaria. De Benedetti fu accusato di aver fatto una plusvalenza di 40 miliardi di lire e per questo processato per concorso in bancarotta fraudolenta. Fu condannato in primo grado e in appello a 8 anni e 6 mesi di reclusione, sentenze poi annullate dalla Cassazione poiché non esistevano i presupposti per i quali era stato processato (cit. Wikipedia)“.La storia dell’Olivetti, che è stata una delle più grandi aziende nel campo informatico al mondo, è una storia di disastri targati De Benedetti. Ironicamente, Il Giornale lo definisce “il suo capolavoro”. Fra il 1985 e il 1996 il proprietario di Repubblica, L’Espresso e tanta altra roba, “ha bruciato a Ivrea 15.664 miliardi delle vecchie lire. Le azioni crollarono da 21mila lire all’abisso delle 600, furono persi decine di migliaia di posti di lavoro, l’intero distretto produttivo del Canavese venne raso al suolo, seppellita per sempre una storia industriale d’eccellenza. Alla fine dell’impresa De Benedetti commentò piuttosto compiaciuto: «Missione compiuta»”. Missione compiuta un corno, come si suol dire.
    “Anche il suo rapporto con le società è sempre stato da cannibale – scrive Mario Giordano. – Quattro morsi e via. Dalla Fiat se ne andò dopo 4 mesi, dal Banco Ambrosiano dopo 40 giorni. In entrambi i casi se ne uscì con tanti soldi e qualche ombra”.
    Speculazione allo stato puro, eppure l’ingegnere – tesserato del Pd – ha sempre “buoni consigli” da darci per uscire dalla crisi.
    De Benedetti ha passato anche un giorno in galera, a Regina Coeli. Una brutta storia di tangenti milionarie, all’epoca miliardarie. Una storia gigantesca, un pezzo d’Italia, finito subito nell’oblio.
    Scrive il Corriere della Sera del 3 novembre 1993:
    “Storie di tangenti versate, di tangenti che il suo gruppo è stato costretto a pagare. Storie di un concusso, insomma. E non di un grande corruttore, come e’ stato descritto nell’ ordine di custodia cautelare. L’ ingegner Carlo De Benedetti, inizialmente, si sarebbe difeso riproponendo le tesi già abbondantemente illustrate nel memoriale consegnato nella scorsa primavera a Di Pietro (sono stato obbligato a pagare perché non c’ erano altre possibilità ); poi avrebbe modificato il suo atteggiamento fornendo ai giudici elementi nuovi, definiti interessanti, grazie ai quali avrebbe ottenuto gli arresti domiciliari. Sempre cortese e gentile, mai con tono risentito o perdendo la calma, il patron della Olivetti ha passato buona parte delle sue ore a Regina Coeli, davanti ai magistrati che ne hanno ordinato l’ arresto. E alla fine l’ha spuntata. Poco prima delle 23, infatti, è arrivato in carcere il fax, firmato dal giudice per le indagini preliminari Augusta Iannini, con il quale gli veniva consentito di tornarsene a casa (corriere.it)”.
    Insomma, l’editore di Repubblica ammise in un primo momento di pagare tangenti altrimenti non avrebbe potuto lavorare. E’ quanto avrebbe confessato anche al Wall Street Journal sempre nel 1993: “Se dovessi rifare tutto di nuovo, lo rifarei: pagherei le tangenti ai politici per ottenere le commesse pubbliche“.
    E’ un po’ la tesi di Silvio Berlusconi che, qualche settimana fa, in campagna elettorale, ha affermato che è normale, per le grandi aziende, pagare tangenti per potere lavorare all’estero.
    Ma procediamo. De Benedetti, per la cronaca, fu assolto. Una assoluzione che ancora oggi fa discutere. E comunque, non possiamo che prenderne atto. Così come prendiamo atto che il Gruppo Espresso, nel 2012, ha subito una multa di ben 225 milioni di euro. Una notizia gigantesca, eppure censurata dalla stragrande maggioranza dei giornali. Il Fatto Quotidiano è tra i pochissimi a fornirla. Il giornale diretto da Padellaro precisa che la sentenza è di secondo grado e che il Gruppo Espresso ha fatto ricorso il Cassazione. Resta il fatto che si parla di una evasione, o elusione fiscale che dir si voglia, colossale: come mai la vicenda non ha avuto quasi alcun risalto? Mistero.
    Non è un mistero, invece, che l’ingegnere Carlo De Benedetti abbia
    residenza in Svizzera
    . Ma come, il papà del quotidiano e del settimanale che si battono contro i paradisi fiscali utilizza questi artifici per pagare meno imposte? Proprio così. Il miliardario Carlo De Benedetti è ufficialmente un cittadino svizzero, uno straniero, un extracomunitario che vuole indicare la retta via al paese.
    Riferendosi al proprietario di Repubblica, diceva Indro Montanelli: “Se l’ integrità morale degli editori è vulnerata risulta indebolita la credibilità della stampa e, di conseguenza, l’ efficacia del controllo che essa deve esercitare per conto dei cittadini sulle istituzioni e sulla pubblica moralità”. Poi questa frase, rimasta celebre: “Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante”.

    De Benedetti il moralista: carcere, tangenti, Svizzera, affari e brutte storie | STAMPA LIBERA
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #8
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    Predefinito Re: Le pessime frequentazioni di De Benedetti

    Lui può.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

 

 

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