SEL e il suo destino
Alberto Ferrari*, 02 maggio 2011, 13:18
Dibattito a sinistra Da alcuni mesi i principali sondaggisti politici, sulle intenzioni di voto, danno SEL stabilmente oltre il 7%. Si tratta di una percentuale ancora "virtuale" non essendo SEL rappresentata in parlamento. Tuttavia la persistente stabilità del dato fa ritenere che essa sia oramai la quarta forza politica del nostro paese e che attorno a essa e al suo leader, Nichi Vendola, stia crescendo un consenso stabile e inequivocabilmente di sinistra. Se questo 7% resterà un limite invalicabile o se, in tempi più rapidi del previsto, passerà a valori di due cifre, dipende tutto dai suoi dirigenti e militanti; e questo sta alimentando un sentito bisogno di dibattito e di approfondimento su che cosa sia SEL e su quale debba essere il suo futuro
Un impegno questo che non può essere lasciato solo a Vendola. Non perché non ne sarebbe capace. Ma perché c'è oggi la necessità di dare a tutti gli interessati a SEL un disegno più compiuto di quello che si è, sino ad ora, dato. Affinché tutti possano essere non solo ascoltatori ( di Vendola) ma anche e soprattutto testimoni e diffusori di ciò che SEL vuole rappresentare nell'attuale panorama politico italiano ed europeo. Capaci di rappresentare, di narrare, come direbbe Vendola, quali sono le radici quali la storia quali i valori quale il disegno di una nuova idea di società. Capaci di narrare una sinistra diversa e per certi versi nuova per il nostro paese. Senza queste risposte c'è il rischio che si resti ascoltatori e non attori del nuovo che SEL ambisce a rappresentare.
A guardare il panorama "virtuale", delle intenzioni di voto, appare da mesi chiaro che esiste oggi, un solo partito, numericamente consistente, chiaramente identificabile come di sinistra. La sinistra "antagonista" è allo zero virgola, la sinistra socialista italiana è svaporata e il PD non è più definibile come un partito di sinistra, almeno da quando tale si è autodefinito nel contesto europeo. Può essere definito come un partito moderato di centro, con molti richiami ad una cultura di sinistra, ma difficile definirlo come un partito "laico" di sinistra. È chiaro che parlo della dirigenza; di chi concorre a definirne la linea politica, non certo di chi lo vota o ne è militante di base, dove il sentirsi di sinistra è ancora, certamente, forte e prevalente.
In un tale contesto, il compito di SEL non può più essere quello di "unire la sinistra", ma è quello di "dare rappresentanza" al diffuso sentirsi di sinistra, presente nel nostro paese. E per "rappresentarlo" è assolutamente indispensabile che ci si cominci a chiarire, come nel famoso quadro di Gauguin,: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Su questo terreno Vendola ha insegnato tutto, quando ha detto che alla sinistra occorre "una nuova narrazione". Una narrazione che manca oramai da più vent'anni. Non è un gioco di parole. Per vincere non si possono dare per scontati i propri valori. Bisogna predicarli, o prevarrà l'altra parte che li predica. Per predicarli bisogna formularli in modo chiaro. Se si resta sospesi continuamente, come il PD, tra Scilla e Cariddi, tra lavoratori ed imprenditori, tra CGIL e CISL tra Stato e mercato, incapaci di farne una sintesi e una scala di valori e di priorità, allora difficilmente si diventa attrattivi, si diventa credibili, si suscitano emozioni e voglia di impegnarsi per uno scopo per il quale vale la pena di spendersi.
La sinistra, quella politica, quella partitica, nel Parlamento italiano, non c'è più. Facciamocene una ragione! C'è invece, nella società, un diffuso sentimento di sinistra, una diffusa cultura di sinistra in mezzo alla gente tra i pochi che votano ancora, e i molti che non votano più. Una moltitudine forse maggioritaria nel paese, che è in attesa di chi sa darle un senso, una rappresentanza, un motivo, un disegno chiaro per tornare a partecipare, a dare un po' del proprio tempo per un qualcosa che si condivide. La sinistra ha dalla sua parte valori come l'eguaglianza l'equità e la solidarietà e un disegno di società dove i bisogni "che fanno comunità": la scuola la sanità le pensioni i diritti di cittadinanza e di lavoro, l'acqua ma anche i trasporti, devono essere garantiti da uno Stato vissuto come "collettività" e all'individuo resta la libertà di costruirsi la propria vita, affettiva e lavorativa, lontano dalla violenza dalle guerre dalla povertà dalla miseria dall'ignoranza da una vita senza senso di solidarietà. Eppure essa non sa trasmettere questo racconto di valori; non sa renderlo attrattivo almeno quanto quell'altro, della destra, basato invece sullo scontro, sull'individualismo senza freni, sull'arricchimento individuale, sulla sopraffazione e il disprezzo dell'altro, sulle guerre, sul saccheggio delle risorse naturali, sulla distruzione dell'ambiente, sull'esaltazione del privato contro tutto ciò che è bene comune. Una visione di breve respiro: perché distruttiva della società e dei suoi legami; angosciante, ma, paradossalmente, ancora vincente.
SEL, insegna Vendola, dovrebbe partire da qui; da questa coscienza; da questa necessità: ricostruire un nuovo racconto di ciò che la sinistra può rappresentare per l' Italia. Ma da dove partire. Molti intellettuali, o pseudo tali, soprattutto nel campo amico, hanno detto che la sinistra è finita perché sono finite, con il ‘900, le ideologie e che dunque occorre andare "oltre" le ideologie. Tesi bizzarra: sarebbe come dire che le letture di Dante e di Leopardi non servono più a costruire la poesia del presente, perché appartengono a secoli oramai passati.
Ma un fondo di verità, se riferito alla sola Italia, una tale tesi ce l'ha. La sinistra, in Europa, i suoi conti con la storia delle sinistre li ha fatti. E li ha fatti, apertamente e definitivamente nel secondo dopoguerra nel 1959, a Bad Godesberg, quando, con il partito socialdemocratico tedesco, ebbe il coraggio di dire che lo scopo dei partiti socialisti non è imporre una propria ideologia, ma realizzare e mantenere ovunque la democrazia perché solo essa può consentire di realizzare i valori etici della libertà dell'eguaglianza e della solidarietà che sono a fondamento dell'idea socialista. Quella svolta, che vide il socialismo proporsi con l'ambizione di voler diventare il modello sociale e culturale di un intero popolo, e non di una sola parte di esso, fu rapidamente seguita da tutte le sinistre europee, tranne che in Italia, e i suoi effetti furono enormi. Le radici dell'attuale cultura europea l'invenzione dello stato sociale e dell'economia sociale di mercato, il modello socioculturale europeo di cui oggi ancora beneficiamo e che ci consentono, ancora oggi, di fare culturalmente argine alle derive distruttive delle destre, sono per gran parte originate da lì. Certo, ci furono poi le deviazioni, da quel pensiero originario, come il blairismo e la terza via. Ma il loro rapido fallimento ne ha mostrato l'inconsistenza e rese più evidente che è da quell'idea del socialismo, non ideologico, ancorato indissolubilmente alla democrazia, che occorre ripartire.
In Italia questa svolta non ci fu in modo così chiaro e trasparente. Perché non la capì e non la volle il maggiore partito delle sinistra che, rimasto ancorato ad una visione ideologica della società, dopo molteplici travagli interni, preferì sciogliersi in una indistinta forma di partito del buono e del bene, il PD, rifiutando ogni riferimento europeo alla socialdemocrazia. Così pur di non dirsi socialdemocratici ci si è detti "democratici" e si è usciti dal socialismo europeo. Forse più che una analisi politica occorrerebbe una analisi psicoanalitica perché fu proprio il continuare a vivere la politica come ideologia che spinse i vertici dei Ds a confluire in un altro partito con forti richiami ideologici, quelli cattolici, piuttosto che accettare l'idea, tutta laica, del socialismo europeo.
A questo punto anche SEL, a mio avviso, si trova ad un bivio: se non vuole restare un partito provinciale ed essere confinato nella sterile polemica delle sinistre italiane, deve avere il coraggio di fare il salto e di affacciarsi sul panorama europeo. Dare un forte segnale che essa è, si sente ed intende partecipare a pieno titolo dei movimenti socialisti europei. Per ricevere contributi e dare contributi. Se avrà il coraggio di questo forte passaggio i tanti, in Italia, che ancora credono che il futuro italiano ed europeo non potrà che essere ancora dei partiti socialisti, comincerà a vedere SEL non più come una forza politica forse passeggera o dal futuro incerto, ma come la sola vera e credibile forza politica di sinistra che unisce l'Italia alla percorso politica della sinistra europea. Certo, ci sono molte cose che non piacciono nel socialismo europeo, a partire dalla sua incapacità a superare gli interessi nazionali per darsi una strategia europea o dalla suo pacifismo più difensivo che militante o dalla sua ancora insufficiente scelta politica ambientalista. Ma non si dovrebbe mai dimenticare che oggi, questa Europa, che tanto non piace, è una Europa governata dalle destre. I segnali elettorali provenienti dalla Germania e dalla Francia dicono che l'idea socialista, aprendosi anche ad altri contributi, può tornare vincente se saprà parlare dei suoi valori più fondamentali che l'hanno storicamente definita in Europa, smettendola di farsi tentare da terze vie che la rappresentano come repliche confuse di una conservatorismo moderato. Ed è proprio su questo terreno che SEL può dare, al socialismo europeo il suo contributo.
Per questo nell'imminenza di una tornata elettorale amministrativa, ma con connotazioni tutte politiche, credo che SEL farebbe bene a dire, chiaro e forte, che essa si sente oggi la sola forza politica capace di riportare l'Italia all'interno di quel grande cantiere di proposte politiche che è stato, è e tornerà ad essere il socialismo europeo. In tanti aspettano questo: è ora di farlo. Perché, come dice Vendola: un'Italia migliore c'è già. Basta, ora, darle voce.
*coordinatore SEL Pavia
Paneacqua.eu: SEL e il suo destino
Concordo con quanto scritto, Sel va fatta crescere e non basta lasciare il compito a Vendola se si vuole veramente diventare un grande partito di sinistra.
Ma soprattutto concordo con la visione europea che deve avere Sel, una grande sinistra oggi non la si ricostruisce fuori dal campo europeo, bisogna costruirla dentro il campo del Socialismo europeo, per migliorarlo ovviamente perchè su molti punti il Pse è troppo indietro oppure troppo consociativo con i popolari ma è quello il campo per maturare la rinascita di una grande forza di sinistra in Italia, non altre posizioni contraddittorie, intermedie e fondamentalmente sbagliate.
Avevamo due sinistre, una radicale eccessivamente di lotta e una riformista eccessivamente di governo, abbiamo rischiato di non averne più neanche una, dobbiamo ricostruirla in un quadro europeo dentro il Socialismo europeo, lo ha capito Bertinotti, è ora di capirlo tutti.





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