Il Fini convertito covertirà anche la destra?
di Salvatore Merlo
10 giugno 2009
Oggi i quotidiani descrivono l'atteggiamento del presidente della Camera con questa formula sintetica: "Fini contro il patto Bossi-Berlusconi". Ma è davvero così? O forse la verità è che ancora non tutti hanno capito la sostanziale e curiosa conversione del presidente della Camera?
Quello che sfugge ai più tra i commentatori è che Fini non fa politica nel senso stretto del termine e dunque non creerà problemi "politici" all'alleanza tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Non ne ha intenzione né voglia: non è questo il suo progetto. Il presidente della Camera e – teniamolo a mente – numero due del Pdl, si è ritagliato una posizione di fronda culturale con l'obbiettivo a lunghissimo termine di conquistare la guida del centrodestra quando questo si troverà verosimilmente acefalo e smarrito in un futuribile scenario post Berlusconi. Una battaglia che può vincere soltanto gettando nel terreno del Pdl dei semi liberal democratici.
Questo azzardo – perché di scommessa ardita si tratta – passa dalla conquista di uno spazio intellettuale e dalla definizione, anche sommaria, di una cultura politica che possa riempire il vuoto che la scomparsa del carisma berlusconiano è destinata a lasciare nel Pdl. Questo partito è la scommessa di Fini e il suo grande investimento. Per questo sbaglia chi, tra i berlusconiani, individua il presidente della Camera come un avversario o peggio come un furbo manovratore. Fini non è Pier Ferdinando Casini a Montecitorio: non trama, i piccoli vantaggi e i ricattuzzi della politica quotidiana non lo interessano. Altri sono gli orizzonti.
Perché lascia trapelare fastidio per le concessioni del premier alla Lega? Fini si innervosisce perché, da uomo del Pdl, vuole un partito vero e non accetta che Berlusconi, senza avvertire nessuno, firmi da monocrate un patto con Bossi e per giunta lo faccia nella residenza privata di Arcore. Dal punto di vista finiano questo accordo svilisce il Pdl in quanto forza egemone della coalizione e indebolisce il progetto ambizioso di costruire un partito capace di vivere (e sopravvivere) anche senza il proprio leader carismatico.
La polemica contro l'egemonia della Lega nel centrodestra rientra all'interno di questa logica proprio come ne fanno parte la battaglia per i diritti civili delle coppie di fatto e lo sforzo di amalgamare le politiche di sicurezza con la civiltà giuridica dell'integrazione. L'idea: "Individuare e presidiare il perimetro culturale della destra liberale europea".
Fini per adesso ha intorno a sé soltanto un'avanguardia di intellettuali (che ascolta) e di eretici deputati (che guida) alla Camera. Questo gruppo sembra costituire in potenza la migliore e più autonoma classe dirigente del centrodestra. Cosa succederebbe qualora il Cav. lasciasse la politica? Di quali strumenti – culturali, tecnici, ideali – sono dotati gli altri pretendenti al trono? Sicuri che riuscirebbero a resistere all'avanzata del think tank finiano?
Provocazione: Riuscite a indicare il nome di un intelletuale d'area Pdl, uno solo, che non sia finiano o incuriosito dal fenomeno Fini?
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