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    Predefinito Ecco perché Berlusconi "incorona" Tremonti!

    di F.Cramer su
    ilgiornale.it di venerdì 06 maggio 2011
    Aggiornato oggi alle 13:14

    Tremonti incoronato successore ma la sensazione è che la corona resti una corona con qualche spina.
    Il giorno dopo l’indicazione del suo successore, il premier torna sull’argomento ma con toni un po’ più cauti.
    Riparla bene, benissimo, del suo ministro dell’Economia ma anche del Guardasigilli Alfano, indicato a suo tempo come delfino prediletto.
    Di fatto la segnalazione di Tremonti per il dopo Berlusconi ha il sapore di mossa tattica.
    Diversi gli obiettivi:
    uno è senza dubbio elettorale. Alla vigilia di delicate elezioni amministrative perché hanno un peso tutto politico, dare l’immagine del governo e della maggioranza come una squadra troppo rissosa è come tirarsi la zappa sui piedi. Le indiscrezioni uscite sulla stampa su malumori e fibrillazioni interne sono deleterie e rischiano di costare caro nelle urne. Meglio stare uniti e, se così non fosse, occorre comunque apparire tali.

    Un altro obiettivo è quello di siglare una tregua con l’uomo dei conti pubblici, l’unico che ha il potere di aprire o chiudere i cordoni della borsa in periodo di vacche magre e quindi, in ultima analisi, di garantire consensi e rielezione. Il ruolo di Tremonti resta centrale e la verità sta nelle parole di Bossi quando qualche giorno fa tuonò contro il Cavaliere: «Se non ci fosse Tremonti, Berlusconi spenderebbe tutto». E poi lo stesso ministro dell’Economia avrebbe preteso dal premier carta bianca sul suo lavoro e appoggio vero e convinto. Altrimenti...

    Terzo obiettivo è quello di aprire una partita per la leadership all’interno del centrodestra. Della serie: i delfini sono tanti, diventino squali e poi si vedrà chi nuota meglio. Tutti bravi, carismatici, ambiziosi, giovani e capaci. Da qui al 2013 si vedrà chi ha la stoffa per ricevere lo scettro di capo dell’intero centrodestra: ci sono Alfano, Tremonti, Frattini, Formigoni, Alemanno, Gelmini e altri. La sensazione, tuttavia, è che se il Cavaliere dovesse andare in pensione nessuno di questi riuscirebbe a tenere insieme un Pdl che oggi va rifondato ma domani potrebbe sfasciarsi in mille pezzi. Berlusconi lo sa e, nel più classico divide et impera, potrebbe dimostrare a tutti che la sua leadership non è così facilmente sostituibile. Anche per il dopo 2013.
    Altro obiettivo, decisamente malizioso, sarebbe quello di mandare un messaggio alla Lega. Non è un mistero infatti che il Carroccio, quando ci sono stati sentori di un Cavaliere vicino ad essere disarcionato, abbia annusato con estremo piacere un Maroni presidente del Consiglio. Il mettere sul tavolo la carta Tremonti significa chiaramente togliere quella dell’attuale ministro degli Interni. Uomo che, durante la crisi libica, è stato oggetto dell’irritazione del Cavaliere.

    Il tema della successione, tuttavia, appare ancora prematura ma soprattutto va legato all’altro evento elettorale del 2013: la corsa al Quirinale.
    Berlusconi potrebbe dimostrare che lui solo ha il carisma di tenere insieme le tante anime del centrodestra e presentarsi ancora come il leader assoluto. Salvo poi, qualora il nuovo Parlamento dovesse essere ancora colorato di centrodestra, far le valigie da palazzo Chigi per traslocare al Colle.
    A quel punto, e solo a quel punto, l’investitura potrebbe avere tutti gli effetti di un’incoronazione.
    In quel momento le sorprese potrebbero esser tante: una di queste, oltre ai nomi già circolati, potrebbe esserci anche Pier Ferdinando Casini.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Ecco perché Berlusconi "incorona" Tremonti!

    Povera sinistra, ridotta a imitare il furbo di turno.

    A Giorgio Napolitano, per il prestigio della persona e della carica, è andata meglio che a Walter Veltroni: il suo monito alla sinistra, garbato quanto severo, non è stato ibernato nel gelo che ha accolto la richiesta del fondatore del Pd di «una discussione seria» dopo le amministrative;
    è stato invece disciolto nei panni caldi dell’ostentato consenso:
    «Sono perfettamente d’accordo», ha subito dichiarato Bersani, e tutti gli altri dopo di lui.
    E pensare che non più tardi della settimana scorsa il Capo dello Stato aveva sommessamente fatto sapere di essere stufo dell’«ipocrisia» con cui si accolgono le sue parole.

    Il fatto è che Napolitano ha ragione, ha maledettamente ragione.
    La sinistra italiana non è né «credibile», né «affidabile», né «praticabile», e per questo, nonostante la crisi oggettiva del centrodestra, non è in grado di proporsi come alternativa.
    Il che produce un danno non soltanto agli avversari di Berlusconi, che escono frustrati da ogni prova, ma al sistema politico nel suo complesso, e dunque anche al centrodestra.
    Non è forse crollata la Prima repubblica per l’assenza politica di un’alternativa?
    E Forza Italia non ha forse vinto le elezioni proprio perché i progressisti di Occhetto non apparivano credibili, affidabili, praticabili?

    In altre parole, la sinistra non riesce a vincere le elezioni neanche quando il suo avversario crolla (come accadde col pentapartito), è un perfetto sconosciuto (Berlusconi nel ’94) o è in grave difficoltà (Berlusconi oggi).
    E quando ha governato, come pure è accaduto non senza buoni risultati, si è ogni volta farsescamente spaccata fra riformisti e «rivoluzionari», come se fossimo ancora ai tempi della Terza internazionale.

    Il dramma è che questo schema torna prepotentemente a riproporsi oggi: cadute le illusioni di un’autentica alleanza di centrosinistra con Casini, il Pd si trova prigioniero di una coalizione con Vendola e Di Pietro, che con straordinaria miopia politica ha contribuito a creare e che tuttavia, come tutti sanno, non è né credibile, né affidabile, né praticabile.

    La verità è che, tramontato il sol dell’avvenire dietro le macerie del Muro di Berlino, ed eliminato per via giudiziaria il riformismo craxiano, la sinistra italiana, anziché diventare una buona volta socialdemocratica, ha continuato a coltivare l’illusione della propria originalità, creando nei propri laboratori una serie impressionante di «terze vie» ogni volta fallimentari, l’ultima delle quali, il Pd, è stato giustamente definito da D’Alema un «amalgama mal riuscito».

    In assenza di un’identità riformista europea, il Pd non può che essere preda di chiunque sia capace di fornirgli un succedaneo.
    Il giustizialismo è il cancro peggiore, perché colpisce al cuore l’idea forte di politica che la sinistra ha sempre coltivato, riducendola invece ad ancella dei pubblici ministeri, ma non è l’unico.

    Il Pd - e in questo suscita una certa tenerezza - sembra sempre permeabile al primo che passa, come quei ragazzi un po’ emarginati che, per farsi accettare, imitano nelle parole e nei gesti il figo dell’ultimo banco.
    Un giorno è Di Pietro, un giorno è Santoro, un altro Vendola, e un altro ancora Ezio Mauro: persone, sia chiaro, rispettabilissime, e che tuttavia non dovrebbero avere il monopolio della linea politica del maggior partito di opposizione.

    Il risultato è sconcertante: persino sulla politica estera, fino a ieri considerata un punto fermo, il Pd ha ricominciato ad ondeggiare, spaventato dalla patetica propaganda «pacifista» di Vendola e Di Pietro e, come sempre, ossessionato dall’antiberlusconismo.
    Che non significa essere "contro" Berlusconi - lo sono milioni di italiani - ma fare di quest’essere contro l’unico tratto di identità condivisa e il solo motore dell’azione politica.
    In questo modo però non si riesce ad essere né credibili né affidabili, per la banalissima ragione che di rado la gente abbandona il certo per l’incerto, e quando vota vuol anche sapere, per esempio, chi andrà a palazzo Chigi (vi sembra normale che non esista un candidato alternativo a Berlusconi, o, il che è lo stesso, che ne esistano tre o quattro?).

    Un tempo i comunisti non vincevano le elezioni, ma coltivavano con orgoglio l’arte dell’egemonia:
    era il segretario del partito a spiegare agli intellettuali come dovevano pensare.
    Oggi il Pci non c’è più, e anche gli intellettuali scarseggiano.
    Chi li ha sostituiti, però, gioca a parti invertite: così la sinistra continua a perdere, ma non decide più neanche perché.

    saluti

 

 

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