Una lettera dell’irredentista Cesare Battisti indirizzata a Benito Mussolini contribuì a fargli cambiare opinione sull’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale e sulla questione della volontà del Trentino di staccarsi dall’Austria. La lettera è pressochè sconosciuta, salvo che presso pochissimi studiosi e, per molti, addirittura, costituisce vera e propria «scoperta»: tanto più importante, anche perchè, da quella lettera, Mussolini, cambiò completamente atteggiamento sul tema.

Due personaggi presso l’opinione pubblica spesso accostati come espressione del patriottismo nostrano, ma altrettanto spesso in polemica tra loro. Accadde anche alla vigilia della prima guerra mondiale, allorchè entrambi militavano nel Partito socialista ed anzi il futuro duce era direttore de «l’Avanti», organo ufficiale del partito socialista. L’eccidio di Sarajevo (28 giugno 1914) aveva determinato il pretesto per lo scoppio della prima guerra mondiale (23 luglio); l’Italia aveva dichiarato la propria neutralità e la polemica era subito divampata nell’intero Paese.

I socialisti erano contrari a qualsiasi forma di belligeranza, così come una parte consistente del mondo politico italiani; una parte non trascurabile del nazionalismo nostrano, addirittura, propendeva per un intervento a fianco degli stessi Imperi Centrali, anche per la consuetudine di un trentennio di «Triplice alleanza»; l’interventismo irredentista era ancora molto cauto in Italia; e, semmai, serpeggiava più nelle terre abitate da italiani e tuttora soggette all’Austria-Ungheria.

Sul quotidiano L’Avanti, Benito Mussolini, non ancora divenuto interventista, scrisse un fondo a sostegno della tesi neutralista; in esso, il futuro capo del fascismo fece un’affermazione che scatenò la reazione di Cesare Battisti, il quale inviò a Mussolini una lettera aperta, che venne pubblicata il 14 settembre 1914, con un occhiello dal titolo Trentino e Trentini. La lettera si apriva con una contestazione severa dell’affermazione del suo antagonista:

Caro Mussolini, Vedo in una corrispondenza romana del tuo giornale messa in burletta una eventuale guerra italo-austriaca, per liberare… coloro che non hanno assolutamente alcun desiderio di staccarsi dall’Austria. Io non ho, nè mi arrogo, caro Mussolini, il diritto di parlare in nome di tutti gli irredenti, per quanto mi giungano da Trieste e dall’Istria voci di consentimento; ma sento di potere, di dovere anzi dire una franca parola in nome del Trentino. Il Trentino ci tiene a staccarsi dall’Austria. Se tu fossi stato lassù nei giorni angosciosi della mobilitazione te ne saresti convinto. Avresti assistito alla partenza coatta di oltre trentamila uomini, montanari, contadini, gente abituata da preti e da poliziotti alla rassegnazione. Eppur tutti fremevano d’odio, tutti partivano lanciando all’Austria la maledizione.

L’idea nazionale – non nel senso nazionalista, ma nel senso sano ed equilibrato di difesa di un proprio patrimonio di coltura – e per reazione al Governo austriaco fattosi sempre più feroce e per l’attrazione ed il fascino esercitato dall’incontestato progresso economico d’Italia – ha pervaso tutto e tutti. Certo nel Trentino non v’è un irredentismo che negli ultimi anni abbia pensato a congiure, forme ormai superate. Non c’era, nè potea esserci finchè si vedeva l’Italia legata alla Triplice, un irredentismo d’azione. Ma oggi dai campi insanguinati della Galizia e della Bosnia come dalle città e dalle valli e da ogni luogo ove siano trentini si guarda fremendo all’Italia. Un cuore italiano che vive nella fortezza di Franzensfeste, coperto della divisa austriaca, mi scrive oggi eludendo la rigida sorveglianza: ‘Il mezzogiorno non si muove? Venite!’ Ora è il momento in cui l’irredentismo prende forma concreta ed ha ragione di essere. Ora c’è e mette in fuga tutte le paure, le prudenze, gli interessi dei tempi andati. E c’è non in questo o in quel partito. C’è nel cuore di tutto il popolo.

Se così non fosse le stesse carceri austriache non ospiterebbero oggi, per la stessa colpa di amor patrio, e il redattore del giornale socialista Martino Zeni e il prete Mario Covi e l’organizzatore dei contadini Vero Sartorelli e non pochi liberali e nazionalisti. Se così non fosse, le città d’Italia, Milano prima fra tutto non ospiterebbero tanti profughi trentini, qui venuti sfidando infiniti pericoli. Vivono essi in trepida attesa ed in fervida fraternità; e son uomini delle più disparate classi sociali, avvocati, professori, contadini, operai, vecchi e giovani, ricchi e poveri, qui venuti nella speranza di tornare presto lassù con le armi in pugno. Per un tacito patto essi sono fino ad oggi vissuti oscuri, modesti, senza far parlare di sè.

Io rompo oggi la consegna per gridar con loro la mia protesta, per dire ai fratelli d’Italia: ‘Se l’Italia non può ricordarsi di noi, irredenti, sia. Se l’operare per la nostra redenzione dovesse recarle rovina, noi subiremo ancora il servaggio. Sia tutto questo! Dimenticateci, se volete, ma non dite che noi non vogliamo staccarci dall’Austria. È un’offesa. È una bestemmià.
La lettera è pressochè sconosciuta, salvo che presso pochissimi studiosi. Durante il periodo fascista, quella lettera costituiva motivo di imbarazzo per l’immagine dell’allora capo del governo; e, successivamente, si sarebbe puntato più sull’impegno socialista del martire trentino, che non sulla sua passione irredentistica. La lettera, pertanto, riveste carattere di autentica curiosità e, per molti, addirittura, costituisce vera e propria «scoperta»; tanto più importante, anche perchè, da quella lettera, Mussolini, cambiò completamente atteggiamento sul tema; e si può affermare che proprio il trentino Cesare Battisti contribui a fargliela mutare. (Waf/Zn/Adnkronos)