10/06/2009 - IL CASO IMMIGRATI
Moschea, via libera del governo
Frattini a Chiamparino: bene che ilMarocco finanzi l’opera, così contrasta i terroristi
BEPPE MINELLO
TORINO
E poi dicono il caso. Nel giorno in cui nei palazzi del centrosinistra ci si interroga sugli errori fatti, o quale sia la strategia migliore per andare incontro a elettori un tempo fedelissimi e ora attratti dalle sirene della Lega su temi scottanti come l’integrazione e la sicurezza, riscoppia il problema-moschea. Meglio, del centro di preghiera - il progetto non prevede nè minareti nè muezzin salmodianti - che la comunità marocchina vorrebbe realizzare in un ex-mobilificio di via Urbino anche per smetterla di inginocchiarsi verso la Mecca sul pavimento di un paio di garage e di un cortile di corso Giulio Cesare.
Dopo feroci polemiche, cavalcate in particolare dal Carroccio che ha utilizzato lo scottante argomento come una clava nella campagna elettorale, a sorpresa scende in campo il ministro degli Esteri Franco Frattini, che dà ragione al sindaco Chiamparino. La Farnesina esorta il Comune a portare avanti il progetto sponsorizzato e finanziato (circa due milioni) dal governo Marocchino per il quale «la lotta contro l’estremismo religioso ed il terrorismo - scrive Frattini - costituisce politica consolidata del governo di Rabat».
Se mai qualcuno non avesse capito, il ministro scrive anche che «il Marocco persegue una politica di contrasto al proselitismo dei gruppi fondamentalisti islamici anche all’interno della comunità marocchina residente all’estero».
Frattini ritiene quindi che «debbano essere inoraggiate le attività del Marocco volte a favorire la diffusione dell’Islam moderato». L’unica condizione è che queste vengano realizzate in stretto coordinamento con il ministero dell’Interno, competente in materia di dialogo interreligioso, presso il quale è istituita dal 2005 la Consulta islamica». «Che però il ministro Maroni non convoca» dice l’assessore all’Integrazione, Ilda Curti, la quale ribadisce come il centro di preghiera di via Urbino non abbia «bisogno di particolari autorizzazioni se non quella urbanistica per fare i lavori di ristrutturazione e di competenza degli uffici». Il sindaco Chiamparino aveva scritto anche a Maroni per chiedergli se per il Viminale esistono motivi superiori e sconosciuti alle forze dell’ordine torinese per bloccare il centro di preghiera. In altre parole, Chiamparino, di fronte alle critiche («Le moschee sono covi di terroristi») vuole sapere da Maroni se la tesi è provata. Ma al Viminale tacciono. Non così i leghisti torinesi e il Pdl. Questi ultimi si dicono d’accordo con Frattini: «Bene la moschea, ma con paletti ben precisi» come quello delle prediche in lingua italiana. I leghisti Mario Carossa e Elena Maccanti sostengono «che la moschea di via Urbino è sbagliata nel merito e nel metodo».
Contestano la leggerezza del Comune e invocano una legge che regolamenti i luoghi di culto, peraltro portata in Parlamento proprio dalla Lega. «Bella roba - dice Curti - prevede che la moschea disti almeno un chilometro dalle chiese, che all’interno non si svolga altra attività se non la preghiera e, comunque, bisogna fare prima un referendum. E la libertà di culto sancita dalla Costituzione?». E i legittimi timori dei cittadini di via Urbino che non vogliono la moschea? «Anche in via Fiochetto raccoglievano firme contro il centro culturale e oggi non tornerebbero indietro. Per quanto riguarda i timori dei residenti li capisco visto che l’argomento moschea viene sempre e falsamente associato a terrorismo e spaccio».
Moschea, via libera del governo- LASTAMPA.it




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